ADDIO ALLA SARDEGNA – Max Loy

ADDIO ALLA SARDEGNA Ho conosciuto la Sardegna a trent’anni, mai prima di allora nemmeno con la fantasia me l’ero immaginata e da quel lontano primo sbarco, è scattata la scintilla, ho sentito affinità, appartenenza e una misteriosa felicità diffusa per un empatico riconoscimento di luoghi, luci e silenzi dei sogni dell’adolescenza dai quali sempre ho attinto ispirazione nel mio vagabondaggio esistenziale che è stato viaggio di ritorno a casa. Da allora, per più di trent’anni, ogni estate ho respirato l’inconfondibile fragranza di quest’isola, quell’aspro profumo d’erba amara d’elicriso, l’inebriante semprevivo “sole d’oro di Sardegna”che, ad ogni arrivo per mare, si annunciava da lontano portato dal vento. Estati che che il tempo ha già mutato in leggenda aggiungendo magia alla magia di stagioni senza tempo, archetipi del profondo, frammenti dall’Altrove, memorie d’un paradiso perduto, miraggi, visioni, speranza profetica, attesa.
Ovunque io sia, in spirito respiro il vento di Sardegna profumato di salsedine. Mi lascio attraversare dai ricordi. Stagliate controluce su vasti prosceni di spazi aperti illuminati da chiarità azzurre, quotidianità fluiscono una nell’altra con dissolvenze diafane in sembianza di sogno.
A occhi chiusi, come per una resurrezione, cammino al presente nel mio passato, straniato in estatiche contemplazioni.
La memoria non ricorda date, confonde luoghi ed età, restituisce con libere associazioni frammenti, minuzie, dettagli caricati di pregnanza emblematica. Ecco, ho sospinto la canoa nel mare. Petali di rosa son là dove il silenzio è più profondo al lieve fruscìo del mio religioso passaggio, petali che il piccolo Diego lascia cadere dalla barca: il piccolo Diego, innamorato dei fiori.
… E Chiara, sdraiata a prua, è assorta. Con il braccio fa cuscino al volto: guarda lo scorrere uniforme dell’acqua al ritmo regolare del remo.
Forse dorme e sogna, sicura su questa fragile barca, serena perché il mare è trasparente e azzurro, fiduciosa perché il suo papà la porta ancora in braccio.
Guardo Ornella, bruna di sole, abbandonata, gli occhi chiusi, il volto disteso…
Anche lei, insolitamente, riposa. Ha narrato una lunga favola al suo piccino e ora dorme. Tutti dormono.
La barca scivola silenziosa e ci porta, il mare ci porta, la vita ci porta. Partire, per un’astratta nostalgia di un ritorno a casa.
Partire per ritornare, ma non qui.
La casa è stata venduta, le radici recise, abbracciati gli amici.
Do l’addio a questa terra d’elezione, terra madre dove il silenzio e il mistico sentimento della lontananza sono cifra di un mondo separato, di un’isola che innamora ma non concede languidezze né soste di viaggio a chi guarda l’orizzonte.
La nave va.
Tutto viene, tutto passa.
L’acqua che scorre non è mai la stessa, è la vita.
Basta ricordar questo e l’anima si dà pace.

La casa paterna.

La luce che si affievolisce, spegnendo i colori,
mi fa consapevole del tempo che passa.
Il silenzio di quest’ora reca una nota distante
che ha il sapore vuoto della vanità delle cose.
Aleggia tristezza la sera in questa casa abbandonata,
circondata da un giardino silenzioso e buio.
Le stanze sono ingombre di arredi scompagnati,
ognuno con la sua storia.
Passo da una all’altra, senza guardare:
non trovo un centro.
Si può stare qui o lì indifferentemente
perché l’insieme sfugge.
Rivedo i miei vecchi quadri, i primi, gli antesignani,
ammiccano dagli angoli più improbabili,
in lite con l’invadenza del mobilio
e delle suppellettili affastellate anno dopo anno.
Dentro gli armadi cose che non ti aspetti,
nei cassetti chincaglierie.
Luce di un nuovo giorno
La nave va…
e mai si ferma: ti sogno California…

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