Competizione e umanità – Yuleisy Cruz Lezcano

Competizione e umanità

“Agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona che in quella di ogni altro, anche sempre come fine, mai semplicemente come mezzo”
(citazione)

STRANAMENTE, A VOLTE SI PARTE DAL FALSO PER ARRIVARE AL VERO. IO SONO PARTITA DA UN FALSO PASOLINIANO PER SCRIVERE LE MIE RIFLESSIONI IN MERITO:
“Un falso pasoliniano”

Il falso pasoliniano prende spunto da una citazione di Pasolini. Questa citazione, estrapolata da un suo intervento del 28 ottobre del 1961 su Vie Nuove, rivista per la quale ha collaborato da giugno 1960 a settembre 1965 su invito di Maria Antonietta Macciocchi”:

“Ma io sono un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere con modi sleali e spietati. Grave colpa da parte mia, lo so! E il bello è che ho la sfacciataggine di difendere tale colpa, di considerarla quasi una virtù…”

Per effetto di non si sa quale alchimia virtuale, si è trasformata in questo:

“Penso che sia necessario educare le nuove generazioni al valore della sconfitta. Alla sua gestione. All’umanità che ne scaturisce. A costruire un’identità capace di avvertire una comunanza di destino, dove si può fallire e ricominciare senza che il valore e la dignità ne siano intaccati. A non divenire uno sgomitatore sociale, a non passare sul corpo degli altri per arrivare primo.
In questo mondo di vincitori volgari e disonesti, di prevaricatori falsi e opportunisti, della gente che conta, che occupa il potere, che scippa il presente, figuriamoci il futuro, a tutti i nevrotici del successo, dell’apparire, del diventare…. A questa antropologia del vincente preferisco di gran lunga chi perde. E’ un esercizio che mi riesce bene. E mi riconcilia con il mio sacro poco.
Ma io sono un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere con modi sleali e spietati. Grave colpa da parte mia, lo so! E il bello è che ho la sfacciataggine di difendere tale colpa, di considerarla quasi una virtù…”

LE MIE RIFLESSIONI IN MERITO

Nessuno può vantare la Fondazione della metafisica del “Buon costume”!
Non esistono nuovi principi di moralità. L’etica dei comportamenti umani non è altro che un insieme di valori empirici, che derivano dall’esperienza umana di relazione.
“Dallo sport alla scuola, dalla famiglia alle comunità spirituali, continuo a pensare che non facciamo abbastanza per allontanare i nostri figli e le giovani generazioni dalla follia della competizione che prevede solo classifiche e vincitori, confondendo il merito con la denigrazione della normalità.”
Se ogni comportamento esprime una necessità, credo che dall’osservazione di certi comportamenti, si possano trarre valori di virtù, di correttezza, che si estendono a sentimenti nobili come la solidarietà, la condivisione, la crescita, mediante un sano confronto…
Credo che la sfida attuale sia imporsi il compito critico e propedeutico di determinare la possibilità e i limiti della competizione, così da comprendere che da questo agire, perfino Darwin, con la sua Teoria sulla Selezione Naturale, potrebbe impallidire.
Mi chiedo cosa sia lecito sperare da una generazione spinta verso una spietata competizione?
Mi chiedo se non sia arrivato il momento di enucleare i vari aspetti che questi atteggiamenti comportano?
(L’auto-critica come esame della propria autocoscienza, è anche “discrimen”)

“Discrimen” Fra “sana” competizione per tendere a un processo di crescita e fra una competizione sleale, manipolatrice e arrampicante, fondata su un “preteso” senza fondamenta.
L’arte di discriminare fra le motivazioni dentro i vari comportamenti, è un procedimento che, nella sua duplicità, potrebbe spiegare perché l’uomo si avventuri inevitabilmente in un campo che va oltre le sue possibilità e il perché usi mezzi alternativi per arrivare; perché faccia uso di metodi che non rispecchiano un sapere fondato sui propri meriti.
Spesso, gli esseri umani agguerritamente competitivi e senza scrupoli, hanno la tendenza a sminuire le persone che temono, ma la cosa peggiore e che sono facilitati, nella loro corsa, da altri individui compiacenti, che agiscono per sentimenti diversi di quelli che tendono a valorizzare la bellezza e la dignità umana.
Chi agisce per il sentimento di bellezza e della dignità umana può amare se stesso e gli altri di un amore imparziale, “se stesso come uno di tutti coloro ai quali si estende il suo sentimento amplissimo e nobile”, agisce quindi sulla base di principi universali immutabili, su sentimenti che nascono insieme alla nascita del cuore umano.
E’ ARRIVATA L’ORA DI RENDERE ESPLICITA LA NECESSITA’ DI UN PROGETTO CRITICO SULLE REALI RAGIONI CHE SPINGONO LE NUOVE GENERAZIONI VERSO UNA SPIETATA COMPETIZIONE.
Per fare ciò, noi adulti, dobbiamo porci, criticamente, alcune domande.
Ci sentiamo veramente realizzati? Siamo sicuri che gli insegnamenti sociali, scolastici e a livello domestico, tengano a cuore il benessere civile e sociale delle nuove generazioni?
Siamo sicuri che non ci siano nuove formule di serenità che allontanino i nostri ragazzi dal pensiero competitivo?
L’inventario sistematico delle ragioni umane che portano a certi comportamenti sociali, lo lascio ai pedagogisti esperti … Io preferisco fare perno sul giudizio comune degli uomini in materia di morale. Preferisco passare attraverso dubbi e domande, in modo di offrire alla ragione un punto di partenza stabile, per giungere a una conoscenza razionale del fenomeno “Competitivo”. Non ho dei metodi analitici, ma uso l’osservazione e l’esperienza empirica per portare alla luce questo fenomeno. Trovo, frequentemente, una tendenza dell’essere umano a sottrarsi da certi valori, intorbidendone la purezza. La mancanza di autocritica non porta elementi nuovi in campo, per affrontare i problemi.
La ragione per cambiare in meglio si esplica nella stessa coscienza e nella determinazione volontaria di operare i cambiamenti. L’uomo come essere razionale finito (anche se flessibile ai cambiamenti) è chiamato a non agire soltanto secondo le leggi della natura e l’istinto è chiamato a rappresentare se stesso in tali leggi e a riconoscersi tramite le sue scelte, il suo agire, così da distinguersi dagli animali. Ora è chiaro che la ragione non basta per guidare la volontà verso la realizzazione di tutti i sogni e bisogni. La soddisfazione di questi richiede sforzi, talento e un pizzico di fortuna…
Per ampliare questi miei pensieri, mi rifaccio al concetto di volontà buona, secondo il filosofo tedesco Immanuel Kant (22 April 1724 – 12 February 1804) che detta che questo principio possa essere meglio determinato e sviluppato mediante la considerazione del concetto di “dovere”, che contiene in sé quello della “volontà buona”, senza scopo interessato. Ci sono modi di esprimere il dovere che racchiudono l’intenzione del ritorno. A mio avviso, non vedo nulla di male. Onestamente, un vantaggio implicito che si può trarre dalle relazioni umane “sane” è quello di un feedback, che esce dalle dinamiche del ritorno in modo parziale, strumentale. Il feedback energetico non ha a che fare con le azioni che si compiono per ottenere dei beni a proprio beneficio, ma è una regolamentazione del senso della vita, secondo un “ideale di felicità” e completezza. La completezza nelle relazioni è veicolata da un dovere morale di ricevere, ma sapere di essere capaci di dare e all’occorrenza ricambiare, almeno con un gesto, il bene ricevuto.
Nel paragrafo anteriore ho parlato del dovere in senso stretto, nelle relazioni fra poche persone. Quando si parla di un dovere sociale come quello dell’educare le nuove generazioni, la legge morale non è una disposizione soggettiva, perché mette in discussione l’evoluzione umana. Siamo esseri sociali, non scordiamo che grazie a questo, ci siamo evoluti.
Per finire, credo che la competizione sleale, senza merito, sia come promettere, quando ci si trova in difficoltà o quando si hanno eccessive ambizioni rapportate agli sforzi adoperarti, una promessa con il proposito di non mantenerla.
Il nostro dovere, nell’educare, comprende l’impiego di tutti i mezzi che abbiamo a disposizioni per realizzare le nostre convinzioni; convinzioni che nascono da valori di umanità e di rispetto della dignità dell’uomo. Certe scelte sono in nostro potere. Dobbiamo collocarci nello spazio di responsabilità sociali, perché solo noi siamo responsabili dei valori che infondiamo.
La nostra autonomia e responsabilità verso le nuove generazioni, deve determinarsi a partenza della forma pura della moralità, che non dovrebbe essere sostituita con l’appagamento interiore, ma dovrebbe essere una pratica della virtù nel rispetto degli altri.

Yuleisy Cruz Lezcano

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