Giuseppe Caleri, un virtuoso dell’arte della stampa. – Franco Presicci

Giuseppe Caleri

 

E’un maestro, un virtuoso dell’arte della stampa. Un tipografo, un artista, con una prestigiosa vita professionale. Allevato sin da ragazzo tra setolini e balestre, affinato in officine dai nomi prestigiosi, Giuseppe Caleri ha anche una notevole dimestichezza con le piante. Le coltiva su un pezzo di terra che si estende di fianco al suo regno: un capannone con tante macchine moderne e, in un angolo ben tenuto, l’armamentario di una volta, dalla cassettiera al telaio.

Qualcuno lo vuole somigliante ad Errol Flynn, l’attore irlandese che nel ’35 esordì con “Capitan Blood”. Ha 72 anni, un sorriso arioso, una parlantina ricca di toni, bassi, alti, accesi a seconda dell’argomento o del suo umore, passo da maratoneta, battute di spirito argute, sempre garbate. Se si va nella sua tipografia verso mezzogiorno, si resta imprigionati nella sua cucina, seduti al tavolo fumante di piatti da lui confezionati con l’abilità di uno “chef”. E’ proprio in cucina parliamo, con frequenti interruzioni, perché non sta mai fermo. Apre il frigorifero, stappa una bottiglia e tiene d’occhio la pentola in cui bolle l’acqua per la pasta da scodellare sulle cozze affogate in un rosso delicato. Anche ai fornelli ha dunque talento, tanto che persino Edoardo Raspelli, critico di lunga militanza, severo e scrupoloso, avrebbe apprezzato il polpettone che è pronto a servire, accompagnandolo con un Primitivo di Manduria. “Il peperoncino, manca il peperoncino”, esclama incalzando il figlio Alberto, che lo segue nel lavoro ed è ormai come il gregario che tallona il campione. Poi si alza di scatto: ha dimenticato l’insalata, “accipicchia la lattuga, stavo per raccoglierla, mi sono distratto”; e corre nell’orto, attraversando il vialetto fiancheggiato da piselli, melanzane, peperoni…

“Non sarai la copia di Errol Flynn, non sarai adatto a un film di cappa e spada”, gli dico quando ricompare, ma hai l’energia di un atleta. “Dobbiamo parlare di fanfaluche o di cose più serie?”, risponde scherzando a sua volta. “No, della tipografia tradizionale che custodisci come un tesoro”. Infilza gli spaghetti e risponde: “Non la considero un reperto archeologico. Ci lavoro anche, di tanto in tanto, per appagare la nostalgia per gli inizi della mia carriera. Faccio solo piccole cose”. E versa un altro sorso. Al termine del pranzo, non luculliano ma prelibato, ci conduce alla cassettiera, la apre, pesca i caratteri, compone il mio nome, lega con un elastico quei piccoli parallelepidi e me li porge. “Un ricordo della visita”. Dono molto gradito. I suoi occhi s’inumidiscono quando rievoca il passato. “Vedi questo telo? Lo vedi?”. Lo solleva e sbuca la storica Pedalina, la macchina più usata nelle vecchie tipografie. Un paio di metri più avanti, la “Heidelberg Stella”, di fabbricazione tedesca, che ha almeno 130 anni. Il pensiero va all’epoca del piombo, quando anche nelle tipografie dei giornali gli addetti circolavano con il camice scuro, orgogliosi del mestiere che facevano. “Il piombo! E’ scomparso come tante altre cose”, sospira. “A partire dagli anni Settanta è stato gradualmente detronizzato, sconfitto dal progresso, dalle innovazioni tecnologiche. Quando c’era il piombo mi sentivo più creativo, avevo più libertà nell’accostamento dei caratteri, potevo realizzare una pagina perfetta, con spazi bianchi e interlinee armonizzati…Adesso il computer ha ristretto il campo della fantasia…”.

Giuseppe Caleri

Caleri mi invita nel suo ufficio e mi mostra un libro da lui eseguito in occasione di una visita di Giovanni Leone all’ateneo di Bari, in cui il Presidente era stato docente dal ’40 al ’47. “Se si compisse un miracolo e Johann Gutemberg, trovandosi a transitare da queste parti in un giorno di pioggia, cercasse riparo nella tua officina, rimarrebbe frastornato da tutti questi macchinari all’avanguardia, ma ti sarebbe grato per la fedeltà e per la passione da te dimostrate conservando  questo pezzo di mondo antico”. “Già Gutemberg…la sua leggendaria Bibbia a 42 linee! Quasi lo rivedo prelevare le lettere dal cassetto e allinearle sul compositoio…”.

Caleri è un uomo buono, generoso, intelligente, amante dell’arte, lavoratore infaticabile. Aveva 13 anni quando entrò per la prima volta in una tipografia alla Bovisa. Dopo aver imparato tutto quello che c’era da imparare, passò alle Arti Grafiche Rosignani, realizzando lavori di alto livello. Nel ’70 la sede emigrò a Pero e lui venne arruolato dal famoso Luigi Maestri, al quale nel ’63 il Comune, alla Terrazza Martini, dedicò un’esposizione comprendente la “Divina Commedia” illustrata da Dova, Crippa, Guttuso, ed eseguita con i sistemi di allora da Caleri e da due suoi colleghi in due anni. “Da Maestri stampavamo edizioni d’arte e anche altre opere, sempre raffinate, fra cui tutti i proverbi delle regioni e la cucina italiana di Gualtiero Marchesi”. Un giorno in sella a una motoretta regalatagli dal principale cadde e riportò la frattura di un polso. Glielo ingessarono, imponendogli il riposo. Ma Peppino si liberò il pollice con il taglierino, si fece portare l’occorrente a casa e tenendo le pagine di piombo sulle reti del letto terminò “I Viaggi attorno all’Africa” in tre volumi.

Ma desiderava mettersi in proprio, e così con un compagno di lavoro aprì una bottega tipografica in uno scantinato a San Siro. Nell’80, eccolo nel suo edificio, in cui lavora oggi con il figlio Alberto, bravo, ricco di idee, di iniziative, colto, diploma e università, appassionato della sua attività. Alle 7 ogni mattina è già in tipografia, in via De Gasperi a Corsico, ai confini di Milano. Ne esce la sera verso le 8, per correre dal figlio che lo aspetta per fargli vedere i compiti.

Giuseppe Caleri è anche un viaggiatore. Tra le sue mète preferite la Sicilia e la Puglia, dove ha molti estimatori, come a Milano e dintorni. Nell’Isola è andato spesso, attirato dalla bellezza del paesaggio, e anche per far visita ad un amico, al quale dava una mano per sistemare l’orto. Lui sa tutto delle piante. Conosce le specie, le tecniche della potatura e dell’innesto, i tempi della semina, le malattie e i parassiti. Descrive la processionaria e il ragnetto rosso, la mosca mediterranea e i porcellini di terra con autentica competenza. Quando approda in Puglia va a visitare gli ulivi, a Ostuni, Savelletri, Maruggio, soprattutto quelli che sembrano scolpiti dalla mano di un artista consacrato: i tronchi come zampe di efefante o come colonne tortili o come caverne…Monumenti, capolavori della natura. Secolari, testimoni di epoche lontane. Albero sacro. A Fasano, nei pressi del vecchio stabilimento della casa editrice Schena, un ulivo è genuflesso come in preghiera. “Mi affascina, l’ulivo” – confida Giuseppe – lo rispetto. E’ simbolo di pace. Era  un ramoscello d’ulivo quello che portava tra le zampe la colomba che annunciò a Noè la fine del diluvio universale”.

Lo stimolo a catturare immagini di queste meraviglie, e di raccoglierle in un libro. “Potrei farlo, mi piacerebbe. Ma occorre avere il tempo”. E gli ricordo il periodico a cui dette vita tanti anni fa, con un paio di pagine dedicate a protagonisti della tavolozza, da Ibrahim Kodra, l’estroso albanese che attraversò oltre settant’anni di storia milanese, a Ernesto Treccani. “Ero giovane, tanta acqua è passata sotto i ponti”.

Dagli scaffali prende alcuni libri che ha stampato negli anni e me li sfoglia. Ogni libro un atto del cuore. Poi mi accompagna a dare un ultimo sguardo alla vecchia tipografia. “Mi sono tenuto le attrezzature delle mie prime esperienze per non cancellare una parte di me. Mi sono modernizzato, ma poi mi ritrovo sempre qui tra queste sopravvivenze. Che emozione quando pesco i caratteri nei siti… Se un giorno, per ragioni di spazio, fossi costretto a rimuovere questa ricchezza, lo farei dopo aver trovato un luogo degno in cui entrare a piedi nudi”.

Alberto è pronto a spegnere le luci. Si è fatto tardi. Fuori è calato il buio; il fischio prolungato di un treno che, partito dalla stazione di San Cristoforo, al Giambellino, sferraglia verso Mortara, rompe il silenzio. La giornata con Giuseppe Caleri si è conclusa. Ammiriamo il fico che signoreggia sul piazzale; la pergola che, inarcata tra un cachi e un albicocco, s’ingravida di grappoli quando è tempo, e ripara dal sole il principe dei tipografi, in piena estate, mentre si appisola dopo il pranzo; e promettiamo di tornare. Non per un piatto di spaghettoni con le cozze e un polpettone, ma anche per la tranquillità di questo spazio attaccato a Milan.

 

 

 

 

 

 

 

Franco Presicci

 

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