“Il buio e la luce” di Marco Nicastro, recensione di Lorenzo Spurio

Marco Nicastro, Il buio e la luce, Prefazione di Lorenzo Renzi, Aljon Editrice, Villapiana (CS), 2016

Recensione di Lorenzo Spurio

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L’intera silloge di Marco Nicastro è una curiosa circumnavigazione attorno al fascino misterico di ombre e luci. Lo stesso titolo, Il buio e la luce, chiarisce in partenza la dicotomica trattazione di tante liriche qui contenute. Ma, in fondo, non sono la luce né le tenebre ad essere i veri temi, i messaggi finali, di queste poesie quanto gli elementi che descrivono gli ambienti, che accolgono gli accadimenti, le condizioni meteorologiche e fisiche esperite dall’io poeta. Si tratta, nel caso di Marco Nicastro, di un fare poetico profondamente radicato al libero e intimo sentire l’anima, fatto di rapsodie di ricordi, sentimenti evocati e anelati, attestazioni di solitudine e richieste d’amore. In questa ampia strada il Nostro non manca di connotare gli ambienti, ma anche gli stati emotivi, di quella polarità cara ai neoplatonici e allo stesso Shakespeare interpretabile nell’ossimorica coppietta di bianco-nero, luce-tenebre e, analogicamente, di segregazione-libertà, avvallamento-sospesione, malinconia-gioia, solitudine-amore, morte-vita. Nicastro caratterizza in maniera puntuale e mai identica i vari squarci emotivi, le incursioni sensoriali, le pillole di memoria che riemergono da un’esistenza spesso affossata dalla noia o appiattita dalla desolante condizione di vivere la solitudine. La stessa opera è divisa per volontà dell’autore in due parti, a compendiare quasi due punti di vista diversi, due differenti propensioni ad approcciarsi al mondo di fuori come, a suo modo, rintraccia Lorenzo Renzi nella nota di prefazione. Non sono altrettanto convinto, come lo è il prefatore, che la divisione stagna delle due sezioni corrisponda con altrettanta sistematicità alla suddivisione di poesie più o meno cupe e attorcigliate su pensieri esistenziali da poesie meno affossate, più liete e che comunque non ammorbano il lettore. Mi pare di ravvisare, invece, che esista un continuum tematico piuttosto palese tra le due sezioni dove ombre e bagliori, luce e tenebre ricorrono spesso a descrivere momenti, a metamorfizzare attimi vissuti a rendere manifesta una situazione a volte leggiadra altre cupa e addirittura nefasta. Vi sono, infatti, liriche dove le perlustrazioni mentali del Nostro lo portano in termini di distanza assai lontano dalle liriche più partecipate emotivamente, accorate, piene di pathos, nelle quali, invece, secondo una impostazione molto cerebrale, fa perno attorno a una interpretazione logica, analitica, razionale degli accadimenti. Si tratta di liriche che, se è comunque azzardato sostenere che abbiano un intendimento filosofico, di certo rasentano dilemmi ontologici abbastanza comuni, resi in una forma che non ha del retorico e che, dopotutto, convince. Rovelli esistenziali, aporie indecifrabili, logaritmi del vissuto di complicata risoluzione vengono posti in questa ampia cesellatura dei versi dove è la dimensione doppia, antipodale, istituita su contrasti e parallelismi da ricercare a fare da padrone.

È possibile ricercare la luce anche nella tenebra più fitta, come ebbe a dire un docente universitario di letteratura inglese trattando la ben nota saga del Signore degli Anelli ad intendere, però, un messaggio universalistico che sembra avere del buono sino al parossismo ma che possiamo anche fare nostro. Si tratta di un messaggio di apertura, di una inclinazione alla scoperta senza rimorsi e, soprattutto una propensione a sentirsi vitale in termini di speranza positiva. Ed è qui, in questo antro concettuale che Nicastro mostra una compiacente verità, desunta da origami di versi appassionati che parlano di amore, della natura e del tempo, nel sostenere che anche il buio può avere le sue tinte. Che anche nel nero più pesto possiamo intravedervi gradazioni differenti; che la luce ha quel potere salvifico abile a fortificarci con i bagliori mnemonici che rinsaldano la nostra identità per vivere ogni intervallo di stagione, anche quando la tempesta sgomenta.

Lorenzo Spurio

“Questa raccolta di versi di Marco Nicastro segue nel contenuto una parabola ascendente, dichiarata nel titolo (Il buio e la luce) e resa evidente dalla divisione delle poesie in due sezioni: Oscurità e luce.

La prima parte è di carattere più nettamente introspettivo, con spunti religiosi e metafisici. È una poesia del dover essere. La seconda parte, più lunga della prima, è meno tormentata, più eterogenea, a volte anche fisica, e comprende qualche verso d’amore più convenzionale. Dal non-essere della prima parte della raccolta passiamo all’essere della seconda e ci troviamo qualche volta perfino in riva al mare, sul nostro bel Mediterraneo soleggiato, sulla sabbia, e col poeta c’è una donna.”

Già in questi pochi tratti tracciati da Lorenzo Renzi nella prefazione al nuovo libro del poeta padovano Marco Nicastro, Il buio e la luce (Aljon editrice, 2016), si riesce ad avere un’idea chiara sui contenuti. Il libro, tra l’altro, è stato inserito nella collana di poesia “L’agave”, diretta dallo scrittore Bonifacio Vincenzi.

Marco Nicastro (1979), è psicoterapeuta ad orientamento psicoanalitico. Vive e lavora a Padova dove si occupa di psicoterapia dell’adolescente e dell’adulto in contesti pubblici e privati. Ha pubblicato la raccolta di versi Trasparenze (Oedipus, 2013) e in ambito clinico, il diario Pensieri psicoanalitici (Arpanet, 2013). Sue poesie sono state pubblicate su Italian Poetry Review (IX, 2014). Collabora con le riviste culturali Haeccitasweb, Kasparhauser e Psychiatryonline.

Ma lo scatto che porta Nicastro a riflettere sulla vita, sulla morte, sul destino gli agevola il discutere dentro di sé tutte le possibilità, confrontando le varie soluzioni, le varie domande, le varie risposte, sempre in vista di una verità che si trasforma, confonde, mettendo tutto in discussione:

“Mi accosto a te nella luce e divampo;/giungi ogni volta come un’alba/ e levighi l’inettitudine alla vita./Mi ritrovo in epoche remote/ già sazio d’esistere/ a contare i giri a vuoto delle ore/a coltivare deserti di pazienza./Ma tu dimmi: quando scandiamo i minuti/ in parossistica tensione/ si ha più ansia di vivere o di morire?”

La poesia di Nicastro, alla fine, cammina con il poeta, con i suoi dubbie e le sue certezze, lungo il buio e la luce di ogni giorno, ogni notte, coltivando la pazienza e ricapitolando costantemente la propria esistenza.

Link Aljon Editrice: www.aljoneditrice.it 

 

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