IL CERCHIO E I SUOI VALORI SIMBOLICI. – Armando Ginesi

IL CERCHIO E I SUOI VALORI SIMBOLICI.

Plotino diceva che il centro è il padre del cerchio. Colui che vi si pone ha raggiunto il massimo dell’equilibrio. Infatti il cerchio è il simbolo grafo-geometrico proprio delle civiltà classiche che sull’equilibrio (sulla proporzione, sul rapporto ragione-sentimento, sull’alternanza matematica degli opposti) si fondano.
E’ stata anche la prima forma che ha assunto il villaggio nella fase preistorica matura, quella neolitica, allorquando l’uomo da nomade si è trasformato in stanziale e ha dato vita ai primi insediamenti abitativi.
Lo ha fatto riproponendo le forme “magiche” degli astri (sole, luna) così come venivano percepite dal suo sguardo. Al tempo stesso lo ha fatto per un’esigenza nuova emersa in quel periodo dell’evoluzione umana: la difesa.
Infatti, una volta apprese le tecniche della produzione agricola e di quella animale, l’uomo si è trovato a dover affrontare un problema inusitato, ovverosia la conservazione dell’eccedenza dei prodotti (con il quale non si era dovuto misurare nella fase nomade paleolitica, allorché consumava quello che trovava, secondo le necessità quotidiane del gruppo). Conservazione vuol dire luogo idoneo per l’approvvigionamento (magazzino per i cereali e recinto per gli animali), ma vuol dire anche necessità di difendere le quantità eccedenti e accantonate.
Dalla morfologia del cerchio è nata la ruota con la sua riproposizione ciclica del movimento. A livello simbolico essa rappresenta il moto che è dentro il mondo, il ricominciare, il rinnovarsi della creazione, ma anche il cammino delle cose terrene.
Il cerchio, con i Babilonesi, è diventato pure simbolo del tempo. E così espressione dell’infinito e dell’eternità: perché il tempo, correndo lungo la circonferenza del cerchio non termina mai, è un “ourobòros”, vale a dire un serpente che si morde la coda.
Anche il Cristianesimo assume il cerchio quale rappresentazione grafo-simbolica dell’eternità e tre cerchi intrecciati l’uno all’altro alludono alla Trinità.
I platonici ed i neoplatonici riconobbero il cerchio come la più perfetta delle morfologie. Il leggendario tempio di Apollo degli Iperborei pare che fosse circolare (si pensi anche alla circolarità di Stonehenge, epoca preistorica megalitica); la città di Atlantide, come ce la racconta Platone, era costituita da un insieme di anelli concentrici di terra e di acqua.
Ancor oggi, presso varie culture e religioni, il cerchio è simbolo di eternità, di perfezione, di illuminazione, di trascendenza.
Nell’iconografia cristiana i Santi hanno sul capo l’aureola, che è circolare.
Oggi? Continua ad essere espressione di equilibrio e di perfezione, di eternità ed anche di unicità. Sia in Occidente sia in Oriente. Anche se il pensiero occidentale – figlio dell’antica cultura greca – soprattutto da Hegel in poi (Hengels, Marx eccetera) si è organizzato in modo vettoriale, come una retta (o una semiretta) lungo cui corrono il tempo e la storia verso obbiettivi di perfettibilità materiale. In Oriente, invece, la circolarità dell’Ourobòros, dell’eterno ritorno, resiste. Chi delle due civiltà è nel giusto? Probabilmente entrambe e i loro simboli (la retta e il cerchio) potrebbero fondersi, guardando a quel che accade nel sistema solare con i movimenti di rivoluzione e di rotazione: il primo attorno alla stella, si realizza compiendo un’ellissi; il secondo, attorno a se stesso, si realizza in circolo. Unendo le due morfologie se ne ricava una terza, la spirale. Anch’essa simbolo antichissimo, nato forse per gioco e quale elemento decorativo ma che si è poi caricato di valenze profonde come il senso del divenire che scaturisce dal nascere e dal morire; ma pure come riproposizione della morte rituale che è sempre seguita da una rinascita.
Dalla spirale, che è simile al cerchio, è facile arrivare al labirinto che è uno dei più saldi schemi antropologici, inteso anche come espressione della missione dell’uomo di difendere il centro (quello dell’io e quello del mondo).
Per concludere: nel nostro tempo (squilibrato, frantumato, poliedrico, pluralista, a volte schizoide) il cerchio non rappresenta più l’espressione di uno status realmente esistente, ma un desiderio, una tensione, magari una speranza. Forse anche una memoria: di quella scintilla divina (vedansi il mito di Dioniso e le teorie gnostiche) che l’uomo si porta dentro rivestita dall’involucro materiale. Una specie, insomma, di nostalgia del Paradiso.

Armando Ginesi

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