IL PATTO – Carla Sale Musio

 

Non era stato facile rinunciare a tanto.

Aveva iniziato con il televisore.

Ormai lo teneva quasi sempre spento, poi lo regalò ai vicini, quella famiglia numerosa che litigava la sera per i programmi da seguire.

Poi, niente giornali al mattino.

Troppe tristezze da leggere e brutture e violenze.

Meglio la colazione in silenzio, pane tostato e caffè, a pensare ai sogni fatti la notte.

Ormai in pensione, non tollerava più la tirannia del computer per ricevere avvisi dalla scuola e rispondere ai quesiti degli alunni.

Se ne liberò, assolto da quegli obblighi, e lo vendette ad un conoscente, chiedendogli davvero poco.

Infine regalò la radio.

Gli aveva scandito al mattino i tempi per la colazione, il prepararsi e l’uscire.

Segnale orario delle otto: spegneva l’apparecchio e andava rapidamente, sperando che non ci fosse traffico, anche se la scuola era vicina.

Ma adesso era padrone del suo tempo.

Nessun obbligo a buttarsi fuori di casa.

*** *** *** ***

L’unico impegno fisso che ormai gli piacesse era preparare il cibo per una gattina, trovata sotto casa.

Abbandonata da qualcuno o fuggita volontariamente, gli era capitata tra i piedi, così piccola che lui quasi l’aveva spazzata via, con quel passo vigoroso che gli dava orgoglio.

Non aveva dimestichezza con gli animali e, mentre lavorava, rigettava preoccupazioni che non fossero compiti da correggere, lezioni da preparare, colloqui con i genitori e riunioni serali.

Ma tutto questo era finito e quell’essere morbido e inaspettato ormai gli riempiva le giornate.

E lo incuriosiva e inteneriva, suo malgrado.

Dopo aver raccolto e sfamato la gatta, in realtà, aveva pensato di rimetterla in strada quel giorno stesso o la mattina successiva…

Qualcuno l’avrebbe forse cercata, si diceva.

Invece, proprio quel giorno, il muso dorato di lei e la coda morbida a strusciargli le caviglie lo conquistarono.

La gatta prese possesso della sua casa di scapolo anziano.

*** *** *** ***

Aveva amato molte donne, ma nessuna gli aveva davvero rubato il cuore.

E ripensandoci, alla fine di ogni storia, si diceva che l’unica vera passione era il lavoro.

Darsi per amore, poi, gli sembrava quasi un tradire se stesso.

E così, di anno in anno, era giunto a quella fase della vita in cui si fanno i bilanci importanti e l’età non è più verde.

Si disse allora che, evidentemente, l’amore e una famiglia non erano per lui.

E si rassegnò.

*** *** *** ***

Ora la gatta gli scandiva i tempi.

Aspettava che lui si svegliasse, poi saltava sul letto e gli ronfava nelle orecchie.

All’inizio lui pensava di provare fastidio, invece nulla.

Si alzava e gli capitava di sorridere, mentre lei lo scortava in cucina e si fermava davanti alla ciotola vuota.

Le giornate dell’uomo assunsero un altro colore, simile ai riflessi dorati sul corpo di lei.

*** *** *** ***

Lui rifletteva.

Da uomo colto, pensava alla mitologia, alle religioni, all’amicizia antica tra gli animali e l’uomo, al loro patto primario.

Tradito dagli uomini, quel patto.

Ma si poteva stringere una nuova alleanza.

Tra un uomo e una gatta.

Tra lui e la sua gatta, nomade convertita.

Poi rifletteva ancora.

Gli sarebbe piaciuto davvero sentire il mondo con l’olfatto di lei, sfiorarlo con zampe leggere.

E, a volte, graffiarlo.

Avrebbe dato molto per scambiare la sua età disillusa con l’essenza animale di lei, con quel camminare ondulato, con lo scintillio degli occhi che gli foravano l’anima sbrecciata.

Forse, avrebbe dato tutto.

Si immergeva così a lungo in quei pensieri, da perdere il senso del tempo.

La gatta allora lo richiamava alla realtà, lo scuoteva con i suoi giochi da pagliaccio buono.

E lo faceva ridere, finalmente.

*** *** *** ***

Ogni tanto si recava a casa sua una donna ad aiutarlo nelle faccende domestiche.

Sicuro dell’onestà di lei, lui le aveva lasciato una copia delle chiavi perché potesse sfaccendare anche in sua assenza.

E quando tornava, gli piaceva annusare l’odore di pulito.

La gatta, che ormai conosceva la donna, le andava incontro sollecita e poi la scrutava con attenzione, mentre quella faticava.

*** *** *** ***

Era mattina.

Con suo grande stupore, la donna trovò che la porta non era chiusa.

Entrò circospetta.

Il professore era attento a queste cose.

La gatta non le andò incontro.

Nella stanza da letto, deserta, c’era confusione. Le lenzuola sfatte, indumenti per terra, come crisalidi vuote.

E nessuna traccia di lui.

Anche la gatta era scomparsa.

La donna diede l’allarme.

*** *** *** ***

Lo cercarono dappertutto, chiesero ai pochi amici che gli restavano, a qualche lontano parente. Spariti nel nulla, lui e la sua gatta.

*** *** *** ***

Certo, a nessuno venne in mente di scrutare nei giardini o nei parchi in città.

Nessuno guardò attentamente sui tetti.

E, comunque, chi avrebbe capito?

Avrebbero visto solo una coppia di gatti, l’uno scuro e anziano, l’altra, una giovane femmina dai riflessi dorati.

A guardarla bene, lei poteva sembrare davvero la gatta del professore.

*** *** *** ***

E nessuno seppe mai cos’era accaduto davvero.

Nessuno potè raccontare delle loro corse libere, delle cacce, del sole goduto stando vicini, delle stelle contemplate nelle calde notti estive.

Nessuno seppe mai di quei due e della loro arcana magia, lui diventato un gatto felice, lei una madre prolifica e saggia.

E i loro figli, e i figli dei figli, riempirono le notti di amori, ammirando la luna con occhi sgranati.

Gloria Lai

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