IL SIMBOLISMO DI MALLARMÉ – Yuleisy Cruz Lezcano

IL SIMBOLISMO DI MALLARMÉ

Stéphane Étienne Mallarmé (Parigi, 18 marzo 1842 – Valvins, 9 settembre 1898) orfano da quando aveva sette anni, incominciò a scrivere poesia sotto l’ influenza di Charles Baudelaire, alternando il suo impegno letterario con la sua attività di accademico in vari istituti francesi.

Il simbolismo dello scrittore

Mallarmé pensava che la poesia fosse l’insinuazione d’immagini che si chiudono ed evaporano sempre; credeva che nominare un oggetto implicasse di distruggere una buona parte di esso.

Mallarmé credeva che il piacere fosse dato dalla scoperta graduale della vera natura degli oggetti. Secondo il poeta il simbolo da’ la possibilità di evitare di nominare oggetti e soprattutto emozioni e sentimenti, in modo diretto; il simbolismo permette di avvicinare il mondo attraverso l’espressione indiretta del significato. Il mondo, spesso, è impossibile da descrivere in modo semplice e univoco con un unico concetto; è impossibile avvicinare l’indefinibile e l’indecifrabile, tramite un’unica “parola”.

Il simbolismo si basa sulla supposizione del fatto che il contenuto della poesia possa essere utile per esprimere qualcosa che non può essere ingabbiato in una forma definita e che non può essere definito in modo diretto attraverso i nostri strumenti di coscienza pura. Il linguaggio è scoperta graduale delle relazioni vigenti fra le cose. Mallarmé “lascia l’iniziativa alle parole” si lascia trasportare per la corrente del segno e del simbolo, permettendo Il fluire spontaneo delle immagini e delle visioni. La sua opera più famosa: “Il pomeriggio di un fauno” (L’après midi d’un faune) poemetto di 110 versi è un’opera magistrale “tutta da interpretare” dove la chiave di lettura apre più porte.

In quest’opera si può cogliere la ricorrenza simbolica d’immagini affini e la ripetitività dello stesso lemma. Le immagini evocative proposte dai versi sono riconducibili a un simbolismo intimista e arrivano ai sensi con forza, quasi ambigua, ma anche riflessiva, seducente e talvolta innocente, capace d’investire l’uomo comune, di rivelargli le realtà invisibili nascoste dentro le passioni e aprire per lui numerose porte, che si aprono verso le supponenze che giacciono dentro le parole.
Questo poema parla di un amore, con una trama infelice fra un fauno e le Ninfe, dove il fauno beve per sollevarsi dalla sofferenza. Mallarmé fa parte dei “poeti maledetti” quindi questo poema è in qualche misura anche autobiografico. Comunque questa è una delle opere più conosciute dell’autore ed è considerata un’opera fondamentale nello sviluppo dell’estetica Impressionista. E’ innegabile che questa sia tra le opere più raffinate, pure e suggestive di Mallarmè. Se c’è un soggetto, è solo un pretesto per una serie di variazioni di carattere evocativo – musicale: un fauno compare, in un pomeriggio d’estate, in una mitica plaga di sole, di acque, di canne, eco onirico e inquietante della Sicilia greca. Il Fauno insegue le Ninfe: o, meglio, parla delle Ninfe, dei suoi desideri, della zampogna. Le ha possedute, non le ha possedute? Non ha importanza: quel che importa è l’immaginazione del Fauno, il suo ricordo di averle amate, forse. Il suo sogno di avere gioito di questa’esperienza vitale, in tutta la sua interezza poetica, divina e animalesca, carica di libidine, di parole eccitate per avere sentito dentro di sé i loro corpi freschi. Qui il sogno si confronta con la realtà che ritorna ancora al sogno come una metafora della speranza nella disperazione, come un’ascesa agli archetipi platonici dell’essenza del godimento. O dell’ombra dei loro corpi. O dei riflessi delle canne, dei giochi delle luci sull’acqua. Assistiamo a quegli istanti di letizia e dolore, e la nostra fantasia ne è eccitata, l’anima tutta s’immerge nella nascita delle dee acquatiche. I versi stillano parole: le parole, i sogni, le estasi, tutto il racconto sembra unito a una prodigiosa favola fantastica: in questa favola intrecciata, in questa esplosione di suoni e cose, riaffiorano desideri di antiche suggestioni mediterranee, di pagane sorgive, di strani, antichi esseri che soffiano nei grappoli d’uva succosa, nell’ “avidità di ebbrezza”. C’è, nel poema, un filo labirintico, un incessante tormento, dove le pedine si giocano tra la realtà e il piacere immaginario, tra la pienezza reale dell’uva e il piacere immaginario dell’acino svuotato, riempito del soffio della poesia e del sogno. In sostanza il gioco della verità e della menzogna fantastica, su cui si fonda la poesia: attraverso il chicco d’uva il Fauno è in vita sognata. Il poemetto è diviso in parti non uguali: gli spazi “bianchi” sono meditazioni, sogni, pause del monologo del Fauno. Il quale vuole “eternare queste ninfe” e il loro “incarnato leggero”. Centrale è la domanda del Fauno: “Amai un sogno?”, che esprime la sottile ambiguità, cui abbiamo accennato, e che regge tutto il poemetto costituendone l’incanto: è l’illusione che sfugge “agli occhi azzurri e freddi / come una sorgente in pianto: / oh no! È come la brezza che sospira nella tua capigliatura”. Le rive siciliane sono vere: “O rive siciliane di un calmo acquitrino, / che all’invidia del sole la mia vanità saccheggia, / tacito sotto i fiori di scintille, raccontate / che io qui spezzavo le cave canne domate / dal talento; quando sull’oro glauco di lontane / verzure dedicando la loro vigna alle fontane, / ondeggia una bianchezza animale in riposo … volo di cigni o naiadi…”. Sentiamo l’acre sapore del sole meridiano: l’estasi di essere ritornati alle radici perdute in cui la natura è divinità e le ninfe del sogno sono reali. Ci identifichiamo così con il Fauno, sentiamo con lui sotto le nostre labbra la pelle delle ninfe: “Il mio seno vergine di prove, testimonia / Un morso misterioso dovuto a qualche dente divino…”. Realtà e ricordo: “O ninfe, gonfiamoci di ricordi diversi”: ricordo di chiome sparse nell’acqua, di chiarità e fremiti, di languori, profumi e rapimenti.

La trasmissione di contenuti interpretabili tramite segni e simboli segue la logica ricercata in un connubio di simboli e armonie, in cui la suggestione metaforica crea una realtà apparente e le pause creano una raffinatezza di forma, un’apertura verso evocazioni segrete.

Qui la parola non è materia grezza ma uno strumento per immergere l’anima nell’improvviso affiorare di una presenza arcana. La visione di chi legge si sposta come un’attesa, si coglie la divinità nell’acqua, tra i giunchi. Amori tra divinità, amori all’origine del mondo: la parola perfetta di Mallarmè è veramente “vascolarizzata” di questa arcana realtà.

La musica della parola è in atto! Questo poema ha avuto il privilegio di una superba traduzione sonora ideata da Debussy che assume questa decadente atmosfera dando come risultato una fresca melodia. Un paradiso sinfonico! Per un musicista della levatura di Debussy tradurre in note questi versi, è stato un bel gioco. Nel suo Preludio al meriggio di un fauno, risuona la voce musicale che coglie il rovescio dei dubbi e delle insoddisfazioni, per creare una melodia inquietante, arcana ed esotica che riconduce chi ascolta attraverso un cammino dove si sentono le presenze palpabili di un mondo di simbolismo concreto.

Tornando al poema, si può cogliere come il sogno si fa carnale, diviene “la realtà” della speranza certa: “Verso la felicità altre mi trascineranno / Con la loro treccia annodata alle corna della mia fronte: / Tu sai, o mia passione, che, porpora e già matura / Ogni melagrana scoppia e mormora d’api; / E il nostro sangue, preso da chi sta per afferrarlo, / Cola tutto lo sciame eterno del desiderio”. Una speranza ardita, anche per il Fauno: amare, addirittura, la dea Venere. L’ardito Fauno sarà sicuramente castigato per avere goduto tanto, nel sogno futuro.
In sintesi questo poemetto utilizza un sofisticato linguaggio poetico per raccontare in prima persona le avventure di un fauno e i suoi giochi erotici con le ninfe, il rifiuto da parte di queste e la delusione stanca che ne risulta dal fatto.

 

IL FAUNO

Quelle ninfe, le voglio perpetuare.

Chiare così le loro carni lievi

Che nell’aria volteggiano assopita

Di folli sonni.

Forse amai un sogno?

Dirama il dubbio, cumulo d’antica

Notte, in fronde sottili che, rimaste

Il bosco vero, provano ch’io solo,

Io solo, ahimé! m’offrivo per trionfo

La caduta ideale delle rose.

Pensiamo…

O se le donne di cui parli

Fossero solo augurio dei tuoi sensi

Favolosi! Sfuggiva l’illusione,

Fauno, dagli occhi azzurri e freddi, come

Sorgente in pianto, d’una, la più casta:

Ma l’altra, dici tu ch’essa è diversa,

Tutta sospiri, come calda brezza

Del giorno nel tuo vello? Eppure no!

Nello stanco ed immobile deliquio

Fresco il mattino soffoca ai calori

Se lotta, nessun murmure d’un’acqua

Che il mio flauto non versi alla boscaglia

Irrorata d’accordi; e il solo vento

Fuor delle canne pronto ad esalarsi

Prima che sperda il suono in una pioggia

Arida è, all’orizzonte, senza ruga,

Senza moto, il visibile, sereno,

Artificiale soffio: ispirazione

Che torna al cielo.

O rive siciliane

D’uno stagno tranquillo saccheggiate

A gara con il sole dal mio orgoglio

Tacito sotto fiori di scintille,

Narrate «Ch’io tagliavo qui le canne

Cave domate dal talento; quando

Sull’oro glauco di lontane fronde

Che i tralci dedicavano a fontane,

Un biancore animale ondeggia e posa:

E che al preludio lento dove nascono

Le zampogne, quel volo via di cigni

No! di naiadi fugge oppur s’immerge».

Inerte, tutto brucia l’ora fulva

Senza svelare per qual arte insieme

Sfuggiron gli imenei troppo augurati

Da chi cercava il la: mi desterò

Allora nel fervore primigenio,

Diritto e solo sotto un’onda antica

Di luce, gigli! ed uno di voi tutti

Per il candore.

Altro che quel nulla

Dolce dal loro labbro divulgato,

Il bacio, che assicura a bassa voce

Delle perfidie, il petto mio, intatto

Da prove, testimonia un misterioso

Morso, dovuto a qualche dente augusto;

Ma basta! un tale arcano a confidente

Elesse il giunco gemino ed immenso

Che s’usa sotto il cielo. Esso, stornando

Sopra sé il turbamento della gota

Sogna in un luogo assolo d’incantare

La bellezza dei luoghi con fallaci

Mescolanze tra essa e il nostro canto

Credulo e far così per quanto alto

Si moduli l’amore, far svanire

Dall’ordinario sogno, dorso, fianco

Puro, seguito coi miei sguardi chiusi,

Una sonora, vana, uguale linea.

Torna dunque, strumento delle fughe,

O maligna siringa, a rifiorire

Ai laghi ove m’attendi! Io, di mia voce

Fiero, voglio parlare lungamente

Di dee, e con pitture d’idolatra

All’ombra loro sciogliere cinture

Ancora: così quando lo splendore

Ho succhiato dell’uve, per bandire

Un rimorso già eluso da finzione,

Alzo beffardo al cielo dell’estate

Il grappo vuoto e nelle chiare bucce

Soffiando, avido ed ebbro, fino a sera

In esse guardo.

O ninfe, rigonfiamo

Di ricordi diversi. «Aprendo i giunchi

Il mio occhio dardeggiava su ogni forma

Immortale, che il suo brucior nell’onda

Sommergeva ed un grido d’ira al cielo

Della foresta: lo splendente bagno

Di capelli dispare tra le luci

E i brividi, o preziose pietre! Accorro,

Quando ai miei piedi languide s’ allacciano

(Stanche del male d’esser due) dormenti

Solo tra le lor braccia fortunate.

Le rapisco allacciate e volo a questa

Macchia, schivata dalla frivola ombra,

Folta di rose che nel sole estenuano

Ogni profumo, dove sia il sollazzo

Nostro simile al giorno consumato».

Io t’adoro, corruccio delle vergini,

O delizia feroce del fardello

Sacro, nudo, che scivola, che fugge

Alle mie labbra avide di fuoco

Protese a bere, lampo ecco trasale!,

Il terrore segreto della carne:

Dai piedi della dura fino al cuore

Della timida, lascia volta a volta

Un’innocenza, umida di lacrime

Folli o sparsa d’umori meno tristi.

«La mia colpa fu questa: avere, gaio

Di vincere ingannevoli paure,

Separato quel nodo scapigliato

Di baci che gli dei gelosamente

Avevano intrecciato: poiché appena

Io stavo per nascondere un ardente

Riso nelle sinuosità felici

D’una sola (tenendo con un dito

La più piccola, ingenua, non ancora

Rossa, affinché il candore suo di piuma

Si tingesse all’affanno dell’amica

Che s’ accende), ecco via dalle mie braccia

Disfatte da trapassi vaghi sfugge

Quella preda, per sempre ingrata, senza

Pietà del mio singulto ancora ebbro».

Ma tanto peggio! alla felicità

Altre mi condurranno con la treccia

Annodata ai miei corni sulla fronte:

Tu sai, o mia passione, che già porpora

Matura il melograno scoppia e d’api

Mormora; e il nostro sangue, innamorato

Di chi lo afferra, cola per l’eterno

Sciame del desiderio. Quando il bosco

A sera d’oro e cenere si tinge

Una festa s’esalta nel fogliame

Estinto: Etna!, è tra le tue pendici

Visitate da Venere che posa

Il bianco piede sulla dura lava,

È quando un triste sonno tuona e il fuoco

Ormai s’affioca… Afferro la regina!

O sicuro castigo…

No, ma l’anima

Senza parole e questo greve corpo

Tardi ancora soccombono al silenzio

Fiero del mezzogiorno: senza più,

Dormiamo nell’oblio della bestemmia,

Sulla sabbia turbata e com’io amo

La bocca aperta all’astro che matura

I chiari vini.

Coppia, addio; tra poco

L’ombra io scorgerò che diveniste.

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