LA GIORNATA EVOLUTIVA DI ANDREA ARCA – Alberto Massazza

 

evoluzione

All’alba che seguì la notte dei tempi, Andrea Arca non scelse volontariamente di scendere dall’albero, bensì vi fu costretto dalle scimmie dominanti che mal sopportavano di condividere i piani alti della giungla con quel loro simile uscito male dallo stampo, con braccia troppo corte e zampe troppo lunghe a renderlo inadatto alle acrobatiche evoluzioni della specie, compromettendo irrimediabilmente la perfezione estetica delle coreografie. Non un moto d’orgoglio gli fece guadagnare la posizione eretta, quanto piuttosto la necessità di avere la più ampia visuale panoramica, dato che l’erba alta della savana ben si adattava a nascondere le insidie delle belve, più smaliziate ed abili di lui nella nobile arte della caccia; e Andrea Arca null’altro che una preda, uno spuntino neanche tanto abbondante era per loro. D’altronde, a quattro zampe non è che gli venisse più congeniale cacciare le mansuete e rapide gazzelle: bipede o quadrupede, la sua dieta giocoforza si basava sui miseri resti che i più agili e possenti predatori lasciavano sul terreno dopo essersi saziati, avanzi magari contornati da qualche aspra bacca.

Al meriggio divampò l’incendio e Andrea Arca vide le altre bestie, persino i felini più feroci, fuggire il vasto rogo con terrore. Fu per la disperazione derivante dalla sua condizione estremamente subalterna, unita all’irrefrenabile curiosità e all’innato intuito analogico, che la scimmia ripudiata, avendo gli arti superiori non più costretti alla deambulazione, prese a giocare con il fuoco; al prezzo delle inevitabili scottature, giunse infine a renderlo domestico. E fu così che si compì il miracolo: la più imperfetta delle bestie divenne presto dominatrice del creato. Le belve stavano alla larga dal focolare dell’accampamento e le prede, un tempo troppo leste per essere catturate dalla scimmia ripudiata, ora potevano essere comodamente spinte in trappola, terrorizzate dai roghi appiccati ai loro pascoli.

Andrea Arca ebbe cibo più facilmente masticabile e saporito; l’ingegno, stimolato dalla precarietà di un tempo, si perfezionò nella fucina; al caldo del focolare perse il pelo, ormai divenuto superfluo, ma accrebbe a dismisura il vizio. Il suo orizzonte si allargò ben oltre gli angusti confini dell’eterna estate equatoriale per spingersi fino ai geli estremi della terra.  Avendo il fuoco a guardia del suo accampamento, si guadagnò un sonno più profondo, abitato da visioni inconsce. Un Dio creato a sua somiglianza prese a frequentarne i sogni, recandogli in dono la superbia d’essere eletto per dare la misura ad ogni cosa. L’ansia del riscatto, dopo le tante ore di miserabile esistenza passate da facile preda e pessimo predatore, lo fece giocare dal suo sogno e in pochi minuti Andrea Arca, divenuto padrone d’ogni cosa, piegò la terra madre al proprio agio, velocemente portandola al collasso.

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *