La potenza del linguaggio poetico di Wallace Stevens – Yuleisy Cruz lezano

La potenza del linguaggio poetico di Wallace Stevens

Wallace Stevens, fu un poeta nordamericano nato a Reading, Pennsylvania, nel 1879. Figlio di un prestigioso avvocato, ha avuto accesso a un’ottima educazione alla Reading Boys’ High School, nel Harvard College,  e successivamente a New York alla Law School, dove prese la laurea come avvocato nel 1903.

Parlando della poetica di Wallace Stevens, è fondamentale dire che questo poeta rinnovò la poetica nordamericana del suo tempo e del nostro, dato che la sua forza poetica è trascendentale lungo il tempo. Stevens è stato un poeta contemporaneo di Ezra Pound, T.S. Eliot e William Carlos Williams, ma nonostante la sua bravura, ottenne dei riconoscimenti solo in tarda età, anche per il fatto che tutto accade molto tardi nella sua vita; lui stesso si scoprì poeta senza accorgersene, quindi cominciò a pubblicare a un’età in cui altri poeti annoveravano numerose pubblicazioni, aveva già quarantaquattro anni nel momento nel quale appare nel panorama letterario. Il suo primo volume fu “Harmonium” e nonostante le sue migliori poesie siano contenute all’interno di questo volume, pubblicato nel 1923, “Idee di ordine” 1935, “L’uomo con la chitarra azzurra” 1937 e “Le albe di autunno” 1950, fu riconosciuto a livello internazionale soltanto quando pubblicò i “Poemi completi” nel 1954. Nel percorso letterario di questo poeta ci sono diversi momenti risalenti, nel 1946 fu chiamato a prestare il suo operato dall’Istituto Nazionale di Arti e Lettere, poi successivamente ottenne diversi riconoscimenti di grande valore come il Premio Bollingen  1950, e i premi Pulitzer e National Book Award nel 1955, anno nel quale lasciò la vita terrena, vittima di un cancro.

La poetica di Stevens rivela una profonda lettura dei poeti francesi che trasformarono la poesia nel secolo passato, in effetti, questo poeta si ispirò a Laforgue, assimilò la poetica di Corbière, Gauthier e Apollinaire, ma il simbolismo fu la sua scuola, nella sua poetica si possono cogliere anche influenze diverse come l’immaginismo, che lasciano nei suoi versi una profonda traccia.

La poesia di questo autore nasce da una tensione fra l’immaginazione e le possibilità infinite del linguaggio poetico. Discernendo la poesia dai propri sentimenti, questo poeta raggiunge uno stile personalissimo e un modo di scrivere che incarna una radicale depersonalizzazione della poesia, così, la poesia può vestirsi con un vestito tutto suo e inventarsi una maschera; una maschera di stile, che rappresenta in modo distaccato una realtà immediata. Questo poeta appartiene alla stirpe dei poeti che come lui hanno cercato di pensare in termini puramente poetici. Le sue poesie hanno vasta complessità da cui originano glosse ed esegesi smisurate, con un’ironia travolgente, che trasgredisce con frequenza alla ragione e alla logica. Le sue poesie acquistano coerenza grazie all’uso di metafore e all’intenzione ludica di divertirsi nei suoi versi. Il poeta, spesso, usa titoli sconcertanti, che possono essere considerati delle risposte a profondi dubbi che egli ha sulla realtà percepita. Grazie a questo la sua poetica arriva ad essere, perfino, una realtà più tangibile.

In uno dei versi della poesia “La chitarra azzurra” Stevens afferma che la poesia è il tema della sua poetica, ed è così che il poeta esprime la sua stessa fede verso la poesia. Il poeta dice:

“Quando si ha abbandonato tutta la fede in Dio, la poesia è quel principio vitale che occupa il suo luogo come redentrice di vita.”

Questo poeta con la sua poesia è capace di raccontare il conflitto fra l’esperienza intellettuale e l’esperienza sensibile. Questo modo di rappresentare la realtà, avvicina la sua poetica alla pittura, in quanto i suoi versi prendono forma con le immagini, annullando tutte le referenze con il racconto, con la storia. Il substrato filosofico delle sue idee poetiche provocano a livello critico diversi malintesi, infatti in una lettera che Stevens spedì a un suo amico si lamentava dei rimproveri di alcuni critici dicendo: “ E molto strano che molti critici che fanno rassegne e recensioni letterarie comprendano che una persona scriva poesie solo per il fatto che vuole farlo. La maggioranza pensa che uno scrive poesie per imitare Mallarmé o per diventare un allievo di questa corrente. È molto improbabile che i critici concepiscano un’idea del mondo che contempli il fatto che ci sia una necessità di scrivere e che null’altro possa dare soddisfazione oltre la poesia, questa concezione non ha nulla a che vedere con altri poeti e con qualsiasi altra cosa.”

Stevens sapeva molto bene che la poesia di per sé non può esprimere un sistema filosofico e condivideva con pochi altri autori il credo che dice “non esistono idee se non la cosa stessa”, comunque la sua vera preoccupazione fu il pensiero e le impressioni: l’atto intellettuale di percepire le cose. Nella sua poetica l’immaginazione nonostante sia contratta, fluisce una corrente sotterranea che sovrasta, esce come un’ondata espressiva, ma come dice il poeta: “non esiste pericolo. Le voci delle maschere sono bucate.” In questa poetica il rumore del mondo rimane fuori, i versi sono centrati sulla commedia dell’arte e le sue maschere, ma l’apparente freddezza è inghiottita dalla potenza poetica e dalla carica espressiva che creano nell’intenzione di purezza, una nuova condizione umana.

Per questo poeta “Il poeta è il prete dell’invisibile” e “Il pensiero è un’infezione. Nel caso di certi pensieri diventa un’epidemia”. Questi due aforismi sono il risultato di un viaggio mentale, che porta il pensiero attraverso un momento estremo, dove solo la poesia si fa strada per raggiungere, attraverso le proprie vie d’incertezze, le sue aspirazioni, che come un ceppo virale s’innestano. La poesia, per questo autore, è come idea fissa, che preme forte contro le tempie, che innalza il cuscino nei sogni, perché deve a tutti costi venire fuori. La sua poetica è allo stesso tempo una stilizzazione di dubbia origine razionale, è colta e bizzarra, oscura e lampante, sacrale e irriverente. Indubbiamente, questo poeta è stato uno dei più grandi poeti americani del secolo scorso, Stevens è, forse, anche uno dei meno letti in Italia, o comunque lo è sicuramente meno di altri classici, ma tuttavia  questo poeta è in grado di emergere con i flussi di versi che operano in modo raffinato sulla forma simbolica, con una oscura erudizione degli argomenti trattati e una peculiare musicalità, non comune nei poeti nordamericani, ed è questa musicalità che rende molto difficile l’effetto originale, che spesso viene perso durante le traduzioni.

Le poesie di Wallace Stevens che preferisco sono: “Il senso evidente delle cose” “La chitarra azzurra” e “Aurore d’autunno”, queste tre poesie sono praticamente intraducibili, è necessario conoscere bene l’inglese per dare a loro il giusto valore, Il loro ritmo, la loro musicalità, in altre lingue, possono essere solo approssimativi.

A seguito ci sono alcune delle sue poesie e delle sue frasi:

IL SENSO EVIDENTE DELLE COSE

Dopo che le foglie sono cadute, torniamo

al senso evidente delle cose. E’ come se

fossimo giunti alla fine dell’immaginazione,

trapassata in inerte sapere.

E’ difficile persino trovare l’aggettivo

per questo freddo vuoto, questa tristezza senza ragione.

La grande struttura è diventata una casa qualunque.

Nessun turbante traversa i pavimenti invecchiati.

Mai così tanto la serra bisognò che fosse dipinta.

Il camino ha cinquant’anni e si curva di lato.

Un incomparabile sforzo ha fallito, una ripetizione

nel ripetuto ritorno di uomini e mosche.

L’assenza di immaginazione doveva tuttavia

essere immaginata. Il grande stagno,

il suo senso evidente, senza riflesso, le foglie,

il fango, l’acqua come vetro sporco, emanano un silenzio,

come il silenzio di un topo venuto a vedere,

il grande stagno e il suo spreco di gigli, tutto

si doveva immaginare, come una conoscenza inevitabile,

richiesta, siccome necessità richiede.

LA CHITARRA AZZURRA

L’uomo chinato sulla sua chitarra

Nella verde giornata. Forse un sarto.

Gli dissero: “Sulla chitarra azzurra

Tu non suoni le cose come sono”.

Egli disse: “Le cose come sono

Si cambiano sulla chitarra azzurra”.

Risposero: “Ma tu devi suonare

Un’aria che sia noi e ci trascenda,

Un’aria sopra la chitarra azzurra

Delle cose così come esse sono”.

Io non riesco a arrotondare un mondo,

Quantunque lo rammendi come posso.

Canto un capo d’eroe, dagli occhi grandi.

Ed un bronzo barbuto, non un uomo,

Quantunque lo rammendi come posso,

E vi penetri dentro quasi ad uomo.

Se suonar serenate quasi ad uomo

E’ mancare le cose come sono,

Allora di’: tale è la serenata

D’uomo che suona una chitarra azzurra.

 

vita è, dunque, le cose come sono?

Sulle corde essa trova la sua via.

Su una corda un milione di creature?

E il loro intero modo nella cosa,

Il loro intero modo giusto e falso,

Il loro intero modo, forte e fiacco?

Chiamano i sensi, astuti e folli, come

Mosche ronzanti nell’aria d’autunno.

E’ la vita, e le cose come sono,

Questo ronzio della chitarra azzurra.

Non dirci che sublime è la poesia,

Né che danzano fiaccole sotterra,

Né che posano volte sopra un raggio.

Ombre nel nostro sole non esistono,

Il giorno è desiderio, e notte è sonno.

Non esistono ombre in alcun luogo.

E’ la terra per noi nudo deserto.

Non esistono ombre. La poesia

La musica trascende e tiene luogo

Del cielo vuoto e dei suoi inni. Il loro

Posto prendiamo noi nella poesia,

E nelle ciarle della tua chitarra.

Un’aria ci trascende quali siamo,

Ma nulla cambia la chitarra azzurra:

Nel suono stiamo come nello spazio,

Senza che nulla cambi, eccetto il luogo

Di cose come sono, solo il luogo

Come le suoni sulla tua chitarra,

Luogo oltre il cerchio delle mutazioni,

In finale atmosfera percepito;

Per un istante ultimo nel modo

Che il pensiero dell’arte sembra ultimo

Quand’è l’idea di dio folta rugiada.

Il suono è spazio. La chitarra azzurra

Si fa luogo di cose come sono,

E simmetria di sensi delle corde.

 

AURORE D’AUTUNNO

Qui vive il serpente, l’incorporeo.

D’aria è la testa. Sotto la punta a notte

Occhi s’aprono e ci fissano in ogni cielo.

O è un altro dimenio da dentro l’uovo,

Un’altra immagine in fondo alla caverna,

un altro incorporeo dopo che il corpo s’è spogliato?

Qui vive il serpente. Questo il nido,

I campi, le colline, le distanze sfumate,

E i pini sopra e lungo e accanto al mare.

Questa è la forma che s’ingozza avida d’informe,

Pelle che lampeggia su bramate sparizioni

E il corpo del serpente che lampeggia senza pelle.

Questa è l’altezza che monta e la sua base,

Queste luci alla fine forse giungeranno a un polo,

Nel bel mezzo della notte, per trovare lì il serpente,

In un altro nido, il signore del labirinto

Di corpo e d’aria e forme e immagini,

implacabile nel possesso della felicità.

 

Questo è il suo veleno: che anche a questo

Non credessimo. Le sue meditazioni tra le felci,

quando si muoveva appena per assicurarsi del sole,

 

Ci fecero di lui non più sicuri. Vedevamo nella testa,

Perla nera contro la roccia, l’animale screziato,

L’erba mossa, l’indiano nella prateria.

Frasi

“La fiducia, come l’arte, non deriva dal fatto di avere tutte le risposte, ma di essere aperti a tutte le domande”

“L’ignoranza di una persona è il principale vantaggio di un’altra.”

Yuleisy Cruz lezano

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