Marika Stapane – L’IMPRENDITORE – MIGLIOR AUTORE GIOVANE nella categoria under 30

 

  Racconto che ha permesso di vincere il premio come MIGLIOR AUTORE GIOVANE nella categoria under 30 a Marika Stapane  al Premio Letterario Nazionale “Scriviamo insieme 2016”.

 

 

Dedicato alle fragilità umane,
alle sconfitte di ogni giorno,
ai fallimenti della vita,
alle lacrime versate.
Uno sbaglio non è nulla,
è solo una stella cadente.

L’IMPRENDITORE
Fin da quando ero bambino avevo voglia di diventare qualcuno d’importante. All’età di otto anni ero fermamente convinto che sarei diventato un super eroe con il compito di salvare il mondo. Poi sono cresciuto e con l’avanzare dell’età ho compreso che l’unico super eroe al quale avrei voluto somigliare era mio padre. Questo pensiero mi ha accompagnato per tutto il corso della mia vita e non mi lascia nemmeno ora che sto preparando, con grande maestria, il cappio che accoglierà il mio ultimo respiro.
Penso di aver deluso papà: non sono stato l’uomo forte che lui avrebbe voluto al comando della sua impresa, l’ho fatta fallire. In verità non conosco bene il termine “fallimento”, o meglio, non capisco il significato che esso esprime: fallisce l’impresa o fallisce l’uomo? Perché se fallisce l’uomo vuol dire che ho fallito anche come marito, come padre, come persona. E se è così vorrei spiegare a Giulia, la mia piccola principessa, che nonostante il suo papà non valga più nulla il suo cuore non smetterà mai di amarla. Ma sono troppo codardo, troppo pigro per poter asciugare le lacrime che ora bagnano il mio volto e andare da lei, accarezzarla silenziosamente, salutarla per l’ultima volta.
E’ iniziato tutto con un piccolo debito, talmente piccolo che mi faceva quasi ridere. Ho pensato che ci trovavamo a vivere un periodo di rallentamento momentaneo, sarebbe passato presto e la nostra produzione avrebbe ripreso ad occupare la posizione di leader sul mercato. Non mi preoccupavo e, anzi, consideravo i miei lavoratori dei poveri pazzi. Pensavo che le fandonie che sentivano in televisione avessero offuscato i loro cervelli. Ogni mattina leggevano i giornali, discutevano sulla situazione imprenditoriale italiana, controllavano l’andamento dei mercati e cercavano soluzioni per fronteggiare l’aumento delle tasse. I miei uomini sono sempre stati lavoratori attenti e precisi, forse più di me. Credo che il mio sbaglio più grande sia stato proprio quello di sottovalutare il problema fin dall’inizio. Il “piccolo” debito è aumentato giorno dopo giorno al punto tale da provocare lo stato d’insolvenza: non c’era più modo di uscirne fuori.
<<Mi dispiace>> sono state queste le uniche parole che sono riuscito a rivolgere ai miei dipendenti. Avrei preferito che loro mi offendessero in modo spregevole, con insulti e parole dure, perché sicuramente avrebbero fatto meno male rispetto agli occhi colmi di lacrime di chi non sapeva come tornare a casa dalla proprie moglie e dire “da domani non abbiamo più da mangiare”. Non dimenticherò mai quella scena, né quegli occhi: la dignità di contenere tutto lo sdegno e la disperazione in uno sguardo non è da tutti. Ogni uomo ha la sua storia, i suoi problemi, la sua vita. Anche io da quando la mia Laura è andata via ho avuto un’altra storia, altri problemi, un’altra vita. Ma perdere la propria donna non è di certo una giustificazione per far fallire un’azienda. E’ un pezzetto di vita, forse. Un strada che doveva per forza girare a destra piuttosto che proseguire per il centro o verso sinistra. E i miei dipendenti l’avevano capito fin da subito, forse per questo motivo hanno giustificato la mia fragilità: qualcuno di loro si è avvicinato dandomi un colpo sulla spalla, quasi per consolarmi; altri, addirittura, mi hanno abbracciato ingoiando insieme a me il sapore amaro della sconfitta. Tuttavia, la situazione non è cambiata: abbiamo perso tutto. Tutto ciò che aveva costruito mio padre, tutto ciò in cui mi ha imparato a credere fin da bambino, tutto ciò che permetteva ai miei operai di tornare a casa felici. Avevano un lavoro, già questa era una felicità. Qualcuno bisbigliava “è stata colpa della crisi”. Può essere. Ma so bene che dare la colpa alla crisi è solo un modo per non accusarmi, per salvarmi, ancora una volta, dall’infliggermi la pena severa della sconfitta e dell’impotenza umana.
<<Da oggi la nostra azienda non esisterà più: il tribunale ha già avviato il procedimento di liquidazione. Non mi rimane che ringraziarvi a nome mio e di mio padre per aver speso anni della vostra vita a lavorare con noi diventando parte della nostra famiglia. Sono sicuro che se lui fosse stato ancora in vita tutto ciò non sarebbe accaduto ma purtroppo un perfido destino si è preso il gioco di noi. Mi auguro che da lassù papà possa perdonarmi ma spero, soprattutto, che possiate farlo voi.>> Con queste parole ho distrutto anni e anni di attività. Le lacrime mi gelavano il volto mentre la mia bocca, tremando, provava ad emettere un piccolo sorriso. In questo momento, per la prima volta, ho compreso di essere un uomo. Ho capito che sono fatto di carne: sono una persona, sono un essere umano. E la scoperta di essere uomo mi ha provocato una sofferenza angosciante, mi ha disarmato, mi ha reso fragile.
Che sfortuna è stata quella di nascere persona? Sento il peso di un’umanità troppo opprimente, troppo pesante da porre sulla mia dolorosa spalla. Io non sono mai stato pronto ad essere una persona, richiede troppe responsabilità. Bisogna usare il cuore ed io non ho mai saputo come fare. Pensavo che essere un “imprenditore” non sarebbe stato poi così difficile: bastava programmare l’attività, controllare i bilanci, sedere su una poltrona in pelle ed impartire ordini a chi non avrebbe esitato ad eseguirli. Non sapevo che avrei dovuto usare il cuore. Ma chi non sbaglia mai è infallibile, mentre io sono semplicemente un uomo.
La luna mi scruta da lontano, mi mette quasi in soggezione: penso che voglia spronarmi a parlare o, semplicemente, curarmi l’anima. Lei lo sa che ci sono certi grovigli del cuore che a furia di tenerli chiusi e segreti diventano dei mostri, dei demoni che non fanno altro che divorare giorno per giorno quel poco di cuore “sano” che resta. L’uomo fallisce. E quando succede è giusto che chieda scusa e abbandoni il palcoscenico della vita lasciando spazio a chi sa fare meglio.
Prima di andare via, sollevo gli occhi al cielo: alla vista di una stella cadente il mio viso si bagna di quelle ultime lacrime che riesco ancora a percepire sulla mia pelle calda. E così, proprio ora che tutto sta per finire, comprendo che forse dovremmo prendere esempio dalle stelle. Se cadono loro che rappresentano la perfezione del mondo, noi come possiamo pretendere di non cadere? Invece non riusciamo a giustificarci, non riusciamo a perdonarci di essere caduti e anzi ce ne facciamo una colpa. Ci disperiamo e piangiamo pur sapendo che le lacrime non rimettono a posto le cose, semmai ci aiutano a sfogare parte del male della nostra anima quasi come se il pianto riuscisse a renderla più leggera. Ma dopo rimane solo un buco nero, un vortice che risucchia la voglia di continuare a vivere, a lottare e rialzarsi. Quando cadiamo noi, esseri umani, non succede come quando cade una stella. Credo che proprio questo sia l’errore. Io l’ho scoperto e voglio svelarlo a te, mio caro amico, affinché tu possa imparare ad amare la tua fragilità: quando cadi devi imparare ad esprimere un desiderio, devi lasciarti accompagnare dalla scia di luce che ti porterà a terra e proprio mentre stai atterrando devi chiudere gli occhi e aggrapparti alla tua stella. Cadere è umano, non fartene una colpa. Alzati, ritorna a brillare e raggiungi il tuo cielo.
Io l’ho capito proprio ora che non c’è più tempo, proprio ora che vedo il buio ma non posso più guardare le stelle.

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