“Non vedo, non sento e…” – Ester Cecere

PREFAZIONE
“Non vedo, non sento e…”
A cura di Marina Pratici
 

Ester Cecere

                                                                                    La poesia, se è vera, è la voce vera
                                                                                      di un uomo vero in un mondo vero

Charles Newman, A Symposium

Nei Quaderni di Malte, Rilke -sempre lucentemente traguardante- c’introduce alla potenziale esperienzialità della poesia: “I versi sono esperienze. Per scriverne anche uno soltanto, occorre aver prima veduto molte città, occorre conoscere a fondo gli animali, sentire il volo degli uccelli… Occorre poter ripensare a sentieri dispersi in contrade sconosciute; a incontri inattesi… a nostro padre e a nostra madre… a mattini sulla riva del mare… a notti di viaggi… E non basta”. Al sommo praghese, pare fare eco, in tempi e in luoghi distanti ma parimenti poeticamente catturanti, Sylvia Plath: “Penso che la mia poesia sia frutto diretto delle esperienze dei miei sensi e delle mie emozioni”.
Ecco dunque giungere a noi, per il tramite di questa magneticamente toccante raccolta, felicemente compiuta e meravigliosamente contaminata da un amore inarreso ed incondizionato per il prossimo, le esperienze, le emozioni, le indignazioni, le vibrazioni e le speranze di Ester Cecere, nome di punta luminoso dell’odierno diorama letterario, poetessa e scrittrice meritatamente pluripremiata, plaudita -ed amata- e da pubblico e da critica. Silloge, finemente divisa in segmenti tematici in un continuum armoniosamente compaginato, che è odissaica ricerca, monodia di verità, già dall’apertura prescelta, porta di ingresso di un riesprimere personalissimo.
“Quasi sempre un titolo è un mantra, viene da molto lontano”, così Mario Luzi in una memorabile intervista. Così, Ester, inizia il suo viaggio in una stagione temporale, la nostra, che soventemente troppo soventemente, non vede, non sente. E dove la poesia è sempre più sfumante, ancorata all’autocelebrazione dell’Io, all’inseguimento dell’ismo, spiaggiata in un mare magnum di versi -dalla vita brevissima, talora solo l’attimo di un evento concorsuale- artificiosamente impiantati, aridamente fluttuanti sopra un’impalcatura sorretta da uno spaventoso vuoto emotivo ed emozionale. Una poesia quasi trincerata in una intristita camera anecoica, insonorizzante e narcotizzante ai tanti orrori quotidiani, alle ingiustizie, alle violenze, alle disuguaglianze.
Ecco allora la rottura, la frantumazione, la deflagrazione: Ester Cecere riporta la poesia al suo valore massimo: il valore massimo incarnato nella poesia, sangue a farsi nuovo sangue (Rosselli). E nella sua versificazione, che ha l’ondosità libera del mare aperto, il profumo ed il calore di un canto abbracciantemente sororale, va in scena il nostro tempo. Un tempo dove Nessuno/accoglie il Bambino (Presepe triste, devastantemente arrivante); dove si paga con la rinuncia alla vita l’essere dolce,/troppo dolce  (Gay, velatamente accusatoria); dove il cielo senza luna di Firenze nasconde come fiele amare/frettolose lacrime di madre (La medaglia, lirica struggente dedicata a Vitaliano, bimbo abbandonato presso l’Ospedale degli Innocenti a Firenze).
Un tempo dove nasce, vive e muore -in transito breve, quasi inavvertito- un’umanità scomposta, umiliata, martoriata e brutalizzata da lame di compatimento/e mannaie di rifiuti (Bruxelles, rapente ed evocante); da inganni bastonate e calci (Bestia ferita, di straziante pronunciatura); da mani ignote e laide… bramose impietose sudicie (Bambola di pezza, alle spose-bambine, paralizzante nella sua inorridente verità).
Umanità protagonista, dunque, di un dettato dove la pratica poetica non agisce in vacuo ma è pratica poietico-poetica in permutante divenire; dove la parola non è mai inerte, astratta, avulsa ma è parola attiva ed attivante, legata -sempre e comunque- al vissuto o, meglio, al convissuto: questo il paradigma, l’imperativo dell’intera Opera. Una parola cruda, ad intercettare ed a trattenere la marea ferrosa della vita, che predilige la stringenza assediante e stilettante dell’ipometro ad alternarsi -in raffinato e coltissimo giuoco ad intarsio- a settenari, ottonari, novenari e a endecasillabi, sapientemente infranti e spalmati su più livelli, come da sbarbiana memoria. In un andamento musico-scritturale ricco di varianti, lampi improvvisi, racemate suadenze, fra verticalismi di chiuse riuscitissime e distici pugnalanti. L’uso aggettivale attento, calibratissimo, a contenere la sempre temuta logorrea dell’ispirazione (Valéry) va a connubiarsi con uno stile pressurizzato, dove s’avverte il predominio dell’intelligenza -operante e feconda- affrenante ma non nascondente una reale, sensibilissima partecipazione all’altrui patimento: per certo accentuata da una predisposizione caratteriale, leggibile nella citazione di Chesterton in antiporta ed ancor di più ravvisabile nella dedica, dolcissima ed accarezzante, agli adorati figli Annamaria e Francesco. Scelte lucidissime a realizzare una forma immediatamente fruibile di comunicazione, conseguenza ritmo-biologica di un bisogno avvertito e pulsante di vedere, sentire e -in primis- parlare, contrastante la provocatoria titolazione.
Ed il messaggio di Ester, mai insistito né predicatorio, socialmente adempiuto, valorialmente nutrito, intimamente coinvolgente, giunge a destinazione. Eternandosi in quel mistero, polifonia variata di voci ma unico respiro, che, con devozione e con amore senza tramonto, continuiamo a chiamare Poesia.
In pienezza di raggiunta verità.

                                                                                                                            Marina Pratici

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