Nucleare e Pace

LE APPLICAZIONI PACIFICHE DELL’ENERGIA NUCLEARE: LE 13 DOMANDE PIU COMUNI E LE RISPOSTE DEGLI ESPERTI

 

1) L’INCIDENTE DI CHERNOBYL PROVA LA PERICOLOSITA’ DELL’OPZIONE NUCLEARE

L’incidente di Chernobyl, avvenuto il 26 aprile del 1986 in Ucraina (allora ancora Unione Sovietica), si è verificato in un reattore obsoleto, scadente e gestito male dai tecnici sovietici: basti pensare che l’incidente si è sviluppato non nel normale esercizio della centrale, bensì durante un folle esperimento – che era stato già rifiutato da altri impianti simili! – e messo in atto violando tutte le norme di sicurezza (che pur esistevano!) da un tecnico incompetente (ma con meriti di partito). In qualunque altro reattore, neppure troppo moderno, tale incidente non sarebbe tecnicamente possibile (il reattore del tipo RBMK, adatto a produrre plutonio per bombe, si comporta come un’auto che quando si spinge il freno prima di frenare accelera!) – ricordiamo che in occidente tale tipo di reattori non sono MAI stati costruiti, dacché non avrebbero MAI potuto ottenere la licenza di esercizio! Del resto, i decessi effettivamente correlati al disastro di Chernobyl sono, per la scienza, solo 65 (non potendosi dire nulla di certo sugli altri – si invita a consultare il rapporto UNSCEAR delle Nazioni Unite in merito: UNSCEAR).

 

2) L’INCIDENTE OCCORSO RECENTEMENTE IN GIAPPONE NELLA CENTRALE NUCLEARE DI FUKUSHIMA DAIICHI PROVA LA PERICOLOSITA’ DELL’OPZIONE NUCLEARE

L’incidente di Fukushima si è verificato in un reattore obsoleto (che aveva appena concluso la sua vita operativa di 40 anni, poi allungata) a causa di uno tsunami violentissimo ed imprevedibile – si ricordi che la costruzione del più vecchio degli impianti è iniziata nel 1967 (ed avevano tutti dei contenitori di sicurezza del tipo Mark I, quando pochi anni dopo erano già disponibili i Mark III). In un reattore moderno tale incidente sarebbe difficilmente possibile, considerando i grossi passi avanti che sono stati fatti nel campo della sicurezza nucleare. Del resto, lo tsunami vero e proprio ha fatto decine di migliaia di morti accertati, la radioattività nemmeno uno.

 

3) LA FONTE NUCLEARE È COSTOSA

Fra tutte le fonti energetiche quella nucleare ha uno dei costi unitari (c€/kWh di elettricità prodotta) più bassi: fa concorrenza a petrolio, carbone e gas e batte nettamente il solare e l’eolico – le pubblicazioni ufficiali forniscono costi di generazione variabili a seconda di vari fattori, ma comunque in un intervallo compreso fra 3 e 7 centesimi di euro per kWh. Si tenga presente che nel computo del costo sono incluse tutte le voci: estrazione e acquisto del combustibile, costruzione dell’impianto, manutenzione, smantellamento e recupero dello stesso a “praticello verde”, e smaltimento delle scorie. Non ci sono “costi invisibili”. D’altro canto è un fatto che i Paesi in via di Sviluppo – che di certo non investono in fonti antieconomiche – stanno puntando massicciamente sulla fonte nucleare (al momento sono operativi nel mondo 435 reattori nucleari, e ben 64 sono in costruzione).

 

4) L’URANIO È IN VIA DI ESAURIMENTO

Studi recenti dimostrano anche una domanda fortemente crescente di energia – dovuta maggiormente ai Paesi in Via di Sviluppo – nei prossimi anni consentirà di avere l’uranio sufficiente per almeno un altro secolo e mezzo. Se poi si attuerà la transizione verso i reattori autofertilizzanti le risorse potrebbero moltiplicarsi per un fattore 100, consentendo di disporre di energia per i prossimi millenni!

Si ricordi inoltre che è possibile anche sfruttare il torio (circa 3 volte più abbondante sulla crosta terrestre dell’uranio) ed il plutonio presente nelle scorie.

 

5) L’ITALIA È UN PAESE SISMICO

Il Giappone è più sismico dell’Italia e nessuna delle centrali giapponesi si è danneggiata in seguito al terremoto del 2011, che è stato oltre 30 000 volte più violento di quello dell’Emilia del 2012. Del resto, per qualunque edificio esistono specifici criteri ingegneristici per la progettazione antisismica. Ricordiamo infatti che inseguito al terremoto del marzo 2011 i reattori si sono tutti spenti automaticamente senza alcun problema: l’incidente è nato in seguito all’inondazione dei locali in cui si trovavano i motori diesel che dovevano alimentare il raffreddamento dei reattori.

 

6) CHE CE NE FACCIAMO DEL NUCLEARE SE ABBIAMO IL SOLE E IL VENTO

La bontà di una fonte energetica è data, più o meno, dalla produttività, dalla prevedibilità, dalla programmabilità e dal costo: in altri termini perché una fonte sia sfruttabile con successo deve essere continua, frazionabile, concentrabile ed indirizzabile. Le fonti cosiddette rinnovabili spesso non possiedono queste fondamentali caratteristiche. Sole e vento producono poca energia, la producono male perché sono “capricciosi” (nessuno può decidere quando e quanto il sole brilla ed il vento soffia, mentre d’altro canto ben pochi di noi sarebbero probabilmente disposti ad accendere il forno o la TV solo dopo essersi accertati degli eventi ambientali) e ad un costo necessariamente molto elevato (anche se la fonte primaria è gratis e rinnovabile, raccoglierla è molto complesso e costoso purtroppo!). Questo implica che queste fonti sono vincenti solo in utilizzi “di nicchia”.

 

7) COSTRUIRE CENTRALI NUCLEARI IN ITALIA E’ A RISCHIO INFILTRAZIONE MAFIOSA

Se si assume questo assioma, allora bisognerebbe farlo in maniera coerente in tutti gli altri campi – autostrade, raffinerie, impianti chimici, trasporto aereo – ne immaginate le conseguenze? Perché tale “paura” solo per il nucleare? Si ricordi che non esiste solo la malavita italiana: anche negli altri paesi esistono organizzazioni altrettanto pericolose (si pensi alla mafia marsigliese, cinese, russa…).

Inoltre: nel nostro Paese non costruire centrali nucleari significa costruire di fatto centrali a gas. Sicuri che una infiltrazione malavitosa in questo settore sia più sicura (si pensi solo per fare un esempio all’incidente occorso a Viareggio il 29 giugno 2009)?

 

8) COSTRUIRE CENTRALI NUCLEARI ESPONE AL RISCHIO DI ATTENTATI TERRORISTICI

Costruire impianti chimici no? E depositi di carburanti? O esplosivi? O rigassificatori? Con una differenza sostanziale: i moderni impianti nucleari sono dotati di contenitori di sicurezza, ovvero pareti di calcestruzzo armato ed acciaio dello spessore di diversi metri, in grado di resistere all’impatto di un aereo (che, contrariamente a quello che si crede, essendo costituito da una struttura vuota di lega leggera non è cosi rigido, a parte i motori fatti d’acciaio). Si pensi poi che “centrare” un impianto nucleare non sarebbe affatto semplice: si tratta di una struttura dalle dimensioni considerevolmente più ridotte delle torri gemelle di New York oppure del Pentagono. Morale: si potrebbero causare molti più danni concentrandosi su altri obbiettivi (ed i drammatici fatti dell’11 settembre 2001 lo dimostrano!).

 

9) VIVERE IN PROSSIMITA’ DI UNA CENTRALE NUCLEARE AUMENTA IL RISCHIO DI TUMORI INFANTILI

Fosse vero in Francia, Paese che produce l’80% circa della propria energia elettrica per via nucleare, l’incidenza dei tumori infantili sarebbe nettamente più alta che in Italia: i dati dicono il contrario (i tumori infantili in Italia sono sopra la media europea ed americana – le neoplasie fra gli individui in età compresa fra 0 e 14 anni è pari a 175,4 nuovi casi all’anno per milione di abitanti: sono 141 in Germania e 138 in Francia).

Spesso i detrattori della fonte nucleare fanno riferimento ad uno studio tedesco intitolato “Epidemiological Study on Childhood Cancer in the Vicinity of Nuclear Power Plants (KiKK-Study)”, studio che si basa su risultati statistici discutibili, e che afferma di non avere idea delle cause di ciò che osserva: in altri termini nessuna misurazione di dosi da radiazione è contemplata. Le conclusioni dello studio (disponibile qui):  sono che non è possibile in realtà stabilire alcuna relazione causa-effetto!

 

10) COSTRUIRE CENTRALI NUCLEARI ESPONE AL RISCHIO DELLA PROLIFERAZIONE NUCLEARE

Per produrre armi nucleari non vanno bene ne i materiali ne gli impianti utilizzati per la produzione di energia: se per alimentare un impianto moderno occorre uranio arricchito al 4,5%, per costruire una bomba occorrono decine di chilogrammi di uranio fortemente arricchito (al 93%!). Anche il plutonio prodotto nei reattori utilizzati per la produzione di energia non è adatto alla produzione di bombe, essendo “sporcato” dell’isotopo 240 del plutonio (che dato l’alto rateo di emissione di neutroni porta a predetonazione dell’ordigno). I materiali nucleari inoltre sono rigidamente controllabili e controllati da appositi organismi. Per la produzione di materiali adatti all’uso bellico occorrono impianti dedicati (come lo era il reattore di Hanford, negli USA).

Si ricordi che i grandi progressi nell’industria della generazione elettronucleare si sono avuti non grazie agli sviluppi delle bombe, bensì grazie a quelli dei sottomarini a propulsione nucleare. Lo sviluppo della produzione civile di energia elettronucleare peraltro è del tutto scollegato dalla produzione militare: si pensi ai casi della Francia o della Cina, che si sono dotati delle armi atomiche molti anni prima di avere impianti nucleari per la produzione di energia, oppure al caso della Svezia, che pur producendo circa la metà del proprio fabbisogno con questa fonte non si è mai dotata di armamenti atomici.

 

11) DOVE LE METTIAMO LE SCORIE?

Intanto sarebbe il caso di chiedersi: dove le mettono i francesi, gli statunitensi, i canadesi, i giapponesi…? Una soluzione oggi considerata affidabile, dopo innumerevoli studi e test, è considerata lo smaltimento in siti geologicamente stabili. Diciamo subito che almeno un paio di siti sono stati già identificati: si tratta di Bure in Francia e di Forsmark in Svezia (tanto per sfatare il luogo comune secondo cui in nessuna parte del mondo è stato identificato un sito!). Le scorie vengono vetrificate, inglobandole in vetri di tipo vulcanico (si pensi all’R7T7 francese ad esempio), dove immobilizzano gli elementi più pericolosi, e poi posti in spessi container di acciaio, a loro volta posti a 500-1000 metri di profondità in appositi tunnel. Altra soluzione (quella svedese) prevede il contenimento in contenitori di 5 cm di rame (materiale geologicamente stabile, infatti si trova in natura anche allo stato nativo) a loro volta contenuti in contenitori di 5 cm di acciaio. Il tutto poi viene posto in spessi strati di bentonite (materiale argilloso sigillante) in profondi tunnel sotterranei. Le scorie, proprio a causa della loro radioattività, tendono a diminuire il loro carico tossico nel tempo (seppur in tempi molto lunghi).

Come fare ad essere certi che la soluzione si rivelerà affidabile in centinaia di migliaia di anni? Basta guardare al passato. In natura – fatto poco noto al grande pubblico – sono esisti ben 17 reattori nucleari naturali, nel sito di Oklo, nel Gabon (Africa Equatoriale). Tali reattori sono entrati in funzione 2 miliardi di anni fa, ed hanno erogato la stessa quantità di energia che un impianto nucleare attuale fornisce in 11 anni di esercizio: ebbene i prodotti della “combustione nucleare” si sono spostati di pochi metri in questo enorme lasso di tempo, senza causare quindi alcun danno all’ecosistema.

Si ricordi inoltre che è attiva nel mondo la ricerca nel campo degli inceneritori nucleari (si pensi, a puro titolo di esempio al progetto MYRRHA), ovvero macchine in grado di “bruciare” gli elementi delle scorie più perniciosi, riducendone il carico tossico in maniera sensibile. Vari esperimenti e simulazioni sono già stati condotti con risultati incoraggianti. Tali macchine potranno essere disponibili sul mercato in 20-30 anni.

Si tenga altresì conto del fatto che un impianto nucleare da 1000 MW elettrici in un anno produce circa 3 metri cubi di scorie vetrificate: questo implica, come si può dimostrare con facili calcoli, che se un uomo nell’arco della sua vita usasse solo energia nucleare ne conterrebbe il volume nel palmo di una mano!

Non si dimentichi inoltre che anche in assenza di un programma elettronucleare un Paese come l’Italia continua a produrre scorie radioattive provenienti dalle applicazioni mediche (radiodiagnostica e radioterapia) ed industriali (misure di spessori, umidità, composizione, ecc.).

 

12) IN ITALIA IL REFERENDUM HA DETTO NO ALL’OPZIONE ELETTRONUCLEARE

Il voto popolare è sicuramente da rispettare, tuttavia si deve tenere a mente che ad esprimersi contro l’atomo in Italia è stata poco più della metà della popolazione: non certo una vittoria schiacciante. Per contro la minoranza silenziosa a nostro avviso è stata molto mal rappresentata. Si tenga presente altresì che il referendum si è svolto sull’onda emotiva dell’incidente di Fukushima: si è trattato senza alcuna ombra di dubbio di un voto pilotato dalla paura (che notoriamente non è affatto una buona consigliera) e dalla totale ignoranza in materia della nettissima maggioranza dei votanti – non certo un bel esempio di democrazia ne di scelta ponderata!

Sarebbe molto interessante sapere quanti di coloro che hanno votato – il lettore dia una risposta a se stesso – sanno (o hanno mai saputo) cosa sia il calore di decadimento, in cosa consista la differenza fra un reattore ad acqua bollente e ad acqua pressurizzata, cosa sia un deposito geologico e la trasmutazione nucleare, solo per fare degli esempi…

13) PER COSTRUIRE UNA CENTRALE NUCLEARE IN ITALIA CI VOGLIONO 20 ANNI

Forse non tutti sanno che in Italia furono costruite negli anni scorsi 4 centrali nucleari – fra le quali la centrale Enrico Fermi di Trino Vercellese: ebbene essa, “sorella minore” degli impianti di tipo EPR e/o AP-1000 che avrebbero dovuto essere realizzati in Italia, fu realizzata in soli 3 anni, dal 1961 al 1964! Le maggiori utility assicurano che oggi per costruire una centrale, a partire dalla prima gettata di cemento, occorrono circa 5 anni, e questo, nonostante la complicazione impiantistica dovuta all’incremento nello sviluppo dei sistemi di sicurezza, si può avere grazie al fatto che l’avanzamento della tecnologia consente di realizzare gli impianti per lo più in maniera modulare in officina, minimizzando le realizzazioni in sito. Una utopia? No, prendiamo un caso reale: l’impianto di Sanmen (in Cina), di tipo AP-1000 (tecnologia USA della Westinghouse), si prevede verrà realizzato in poco più 5 anni e mezzo (allo stato attuale i lavori sono in anticipo di 67 giorni!). Naturalmente perché questo accada è indispensabile dotarsi di opportuni mezzi legislativi e logistici – ma è ben lungi dall’essere impossibile!

Le 13 domande sul nucleare

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