SOLITUDINE CON QUADRO – Max Loy

Dal diario di bordo “COSTA dei FIORI” – 2005

 

SOLITUDINE CON QUADRO

Ora, prima che mi colga l’arsura, quel caldo matto che mi cuoce il cervello, prendo armi e bagagli e mi sposto verso il mare, in una zona ventilata, stacco un quadro dal cavalletto e me lo porto a tenermi compagnia, perché è più difficile ricapitolare i pensieri senza questi nodi al fazzoletto.
Dalla mia nuova postazione non vedo anima viva ovunque posi l’occhio. La leggera euforia che m’invade quando mi sento solo è un buon aiuto per la creatività. Sono nella pineta prospiciente il mare, dove si respira un cocktail profumato di resina e salsedine. Due metri avanti a me, all’incrocio dei pali di una staccionata che segna un sentiero, ho appoggiato il piccolo quadro che apre una finestra colorata nel ruggine ramato del suolo, coperto d’aghi di pino.
Non avevo ancora notato l’intensità di questo quadretto che ora, su questo sfondo neutro, monopolizza tutta l’attenzione. 27,5×34,5 il suo formato, misure strane imposte da economie di lavorazione, diviso in tre stanze, tre parti disuguali. Tutta la metà sinistra è caricata di preponderante responsabilità narrativa: una densità policroma, giocata sull’intera gamma dei colori scuri, sfoggia una tavolozza satura, ma equilibrata, che si addensa verso il basso in un’ombra prossima al nero su cui brilla, a contrasto, un’incandescenza rossa che chiede in risposta opportuni richiami scarlatti di peso proporzionato alla distanza dal loro epicentro, fissati in equilibrio asimmetrico e dinamico. Poi da capo a fondo corre una linea di confine oltre la quale si apre lo squarcio azzurro di un cielo sereno che prende luce in basso da un chiarore d’avorio creando massimo contrasto col nero.
Proseguendo verso destra, un’altra sezione verticale interrompe il fondo celeste, poi in alto, nell’ultimo angolino, un residuo di cielo.
Il tutto è di una piacevolezza inesprimibile, come questo respirare sale e resina immersi nella pace.
A sguardo insistito, quella campitura azzurra risulta essere un varco, per cui è come se un mondo si affacciasse su un altro mondo in una contemporaneità trasognata dove il sentimento di libertà, evocato dal nitore azzurro, non implica fuga dal presente: il dentro e il fuori, presente e futuro in questa vicenda sono una cosa sola e questa è una buona pista per educare la mente a comporre gli opposti in prospettiva escatologica.
L’astrazione non è mai vuoto pneumatico, mancanza d’ossigeno e d’emozioni, anzi, è vero il contrario, è la via per esasperare il sentire fino all’ultima corda dei toni alti, agli ultrasuoni dei sentimenti: scaccia i ratti e attira le belle creature.

È spuntato un debole sole che disegna l’ombra sbiadita della penna sul foglio dove sto scrivendo che ora, anche con gli occhiali scuri, abbaglia la vista.
Mi alzo a sgranchire le gambe e la schiena, questa posizione da scriba non è un toccasana passata l’ora.

Guardo il mare: a mezza altezza l’onda si rompe con una frangia perenne di bianco segnalando il basso fondale e gli scogli.
Al largo, all’incrocio di rami è ferma da ieri una nave.

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