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L’INQUIETUDINE DI UNA GIOVANE QUERCIA – Massimiliano Zaino Di Lavezzaro,

L’INQUIETUDINE DI UNA GIOVANE QUERCIA

 

Così un giorno io chiedevo alle orbe nebbie.
Perché le foglie dei pioppi e dei faggi
precìpitano a terra? e vecchie e secche
ingiallite di miele, e rosso-fuoco
assàggiano i sapòr del mäéstràle?
e àrano i campi del vento d’autunno,
e si dissòlvono al sudòr di pioggia,
mentr’io, giòvane quercia, ho frasche verdi,
inaspettatamente nell’ottobre?
e non àro le Furie di codeste
selvàtiche correnti, né mai sudo?….
Così un giorno dicevo alle orbe nebbie.
Le piante intorno sono tanto vecchie,
e hanno saggezza d’un Saggio dell’India,
e hanno mirato sudàr, faticare;
e mentre io tengo le foglie sui rami,
e anche se loro le pèrdono tutte,
esse, co’ ignudi, egri arboscelli, sòffocano
la mia Vita irrequieta e i molli Sogni
di un legno dolce non or maturato
che a poco Sole; esse, come le croci
di un cimitero pe’ un sepolto vivo.
E ora così dirò alle tetre nebbie:
che l’Autunno addormenta i pioppi e i faggi,
vìttime prime di fredde stagioni,
laddove si propàga eco di caccia –
il vecchio cane e il vecchio cacciatore
si contèndono con inganno acùto
la giovinetta preda, il re dei cervi –
e l’orizzonte si tinge di Morte,
quando a óriente le selve si incèndiano,
di oscure bende vestendo la Notte,
e ivi, biechi guardàndosi due folli
ceppi-Titàni si muòvono a guerra.
E dirò: spade i miei rami appuntiti,
scudi queste mie foglie, usbèrgo gli anni.
Verrà presto l’istante di combàttere
contro l’Inverno dei faggi morenti.