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Guida creativa per scegliere il nome della propria attività – Yuleisy Cruz Lezcano

Guida creativa per scegliere il nome della propria attività

Durante l’apertura/la registrazione della società nuova, l’imprenditore affronta la domanda di scelta del nome. Il nome di società è come la vostra società è percepita dai vostri clienti e partner. L’immagine aziendale della società è una benevolenza che deve essere custodita e serbata in cuore con attenzione. Alcune società lavorano per una serie di anni sulla creazione dell’immagine e della promozione desiderate di determinata marca commerciale. Ma questo lavoro comincia fin dall’inizio, sin dalla registrazione, dalla scelta del nome, dello slogan e del logo. Ecco perché propongo quest’articolo!
Come scegliere il nome di un’attività?
Scegliere il nome de un’attività può essere complicato, è qualcosa con la quale la maggioranza degli imprenditori si rompono la testa, prima di riuscire a scegliere il nome adeguato. Il nome è di grande importanza, soprattutto all’inizio, perché può determinare la buona riuscita o il fiasco di un’impresa. Ecco perché ho pensato che potrebbe essere utile stilare un elenco di consigli:
Quale nome scegliere?
Sapere scegliere il nome per la propria attività è di vitale importanza soprattutto quando non si è conosciuti e ci si affaccia per la prima volta a un nuovo mercato imprenditoriale. Il nome, insieme alle risorse necessarie ed insieme ad un’adatta campagna pubblicitaria, può essere una cosa d’impatto debole o forte; credo possa fare veramente la differenza. Un nome ben scelto può essere un alleato a proprio favore, può essere uno strumento indispensabile per la diffusione e promozione della vostra attività.
Caratteristiche di un buon nome atto a rappresentare un’attività:
Generalmente dobbiamo scegliere un nome con le seguenti caratteristiche:
Il nome deve comunicare la tipologia dell’attività sulla quale s’investe, oppure di cosa si occupa tale attività, senza sforzo per l’utenza. Per scegliere il nome possono essere utili i seguenti interrogativi: Cosa si vuole comunicare? Cosa si vuole trasmettere ai clienti con il nome scelto? Cosa si fa nel negozio? Cosa si vuole raccontare dell’impresa? Cosa si vuole raccontare ai clienti con il proprio nome? Se questo nome deve avere un suono “italiano” o se si pensa di usarlo anche all’estero? Deve essere “pronunciato” così come si scrive?
Nella scelta del nome non è da banalizzare nemmeno il numero di sillabe che lo compongono. L’atto di battezzare un’impresa può essere fatto in diversi modi, alcuni possono decidere di raccontare attraverso il nome la storia dell’attività, altri una storia non reale, lasciando un velo di mistero e dubbio sulla reale consistenza e uso della propria proposta. Non credo che sia più adeguato il secondo metodo di scelta, rispetto al primo. Sicuramente, è più semplice per l’utente riconoscere cosa si propone piuttosto di come viene proposto. Questa seconda informazione può essere data anche in un secondo momento. Un nome adeguato però, sempre deve comunicare chi si è e cosa propone la propria attiva, con il minimo sforzo.
Il nome dell’attività deve essere semplice e corto:
Il nome deve essere corto e facile da ricordare, questo permette una localizzazione veloce, così che le persone possano identificarsi senza sforzo con il locale. La maggioranza dei nomi e dei marchi commerciali nel mercato, hanno all’interno parole semplici facili da ricordare e da pronunciare.
Nome originale per l’attività:
Senza dubbio deve essere un nome che deve evidenziare dove è localizzata l’attività stessa; dovrebbe essere un nome distintivo e non simile o uguale ad altro localizzato nella stessa zona, per non creare confusione. Inoltre si dovrebbe porre attenzione sul fatto che il nome non sia tanto ingarbugliato e sofisticato, così da permettere di associare il nome con la propria attività e non solo, ma fare risonare il nome come una canzone che non esce più dalla mente.
A continuazione vi lascio i miei consigli per scegliere il nome di un’attività (logicamente ho usato le mie conoscenze e creatività), mi auguro che questi consigli possano essere utili:
1. Creare una lista: si può fare un elenco di nomi possibili.

2. Chiedere consiglio alle altre persone che hanno attività simili e con le quali collaborerai: quando avrai l’elenco confrontati con i tuoi amici, famigliari o persone esperte in materia, così da trovare il modo di decidere. Il loro suggerimento può essere di grande supporto ed aiuto.

3. Nomi con il cognome dei proprietari (solo se i proprietari sono al massimo in due): è una forma semplice ed abbastanza pratica di scegliere il nome dell’attività.

4. Nomi che fanno referenza diretta al prodotto: se la tua specialità è un prodotto e il tuo desiderio è fare passare il messaggio a tutti i clienti, in modo immediato e a prima vista, questa può essere un’eccellente strategia. Molte imprese e marchi riconosciuti scelgono quest’opzione, per esempio: Burger King e Pizza Hut.

5. Scegliere un concetto: qualcosa che significhi di più del nome semplice del proprio prodotto, cioè si può scegliere un nome che richiami a una qualità della propria attività, che rappresenti i proprietari e, che faccia la differenza con tutte le altre tipologie di attività e con proposte simili. Per esempio, in questo caso, nel proprio marchio si può fare referenza alla qualità proposta, al prezzo, ai benefici offerti con il proprio prodotto. Un esempio è quello di Payless Shoesource che fa riferimento a scarpe economiche.

6. Scegliere un nome creativo: Credo che per buttarsi sul mercato, questa sia la scelta più rischiosa, perché penso che il nome della propria attività deve accordarsi al prodotto proposto. Comunque si può scegliere un nome creativo che faccia in qualche modo riferimento alla propria attività, magari spiegandosi con un logo ricercato ad hoc. Se si sceglie un nome di fantasia, senza significato speciale, bisogna solo sperare che il nome acquisisca un valore in un secondo momento e di riuscire a dare al nome un concetto nel tempo, così da conformare il proprio marchio. Vi lascio alcuni esempi: Google, Starbucks

7. Lo slogan e il Logo, anch’essi sono molto importanti: nel momento di scegliere un nome distintivo, non si può tralasciare l’importanza dello slogan e del logo. Questi due elementi hanno tanto peso quanto il nome dell’impresa. Anzi forse sono anche più importanti, questi due, rappresentano un’eccellente lettera di presentazione della propria attività. E rafforzano il marchio.

8. Testate che il nome funzioni davvero: prima di renderlo ufficiale, il nome deve essere testato presso amici, parenti, colleghi e conoscenti. Funziona davvero così bene come sembra? Riesce ad entrare nell’immaginario delle persone? Avere un feedback onesto e completo è fondamentale.
Ricordate, il nome di un’attività è la prima impressione e il primo contatto che il cliente ha con l’attività stessa.
Esistono nel Web software generatori di nomi d’imprese, questi possono essere usati come strumento, se non altro perché combinano in maniera automatica la parola fornita dal ricercatore con altre parole comuni, così da generare un incredibile elenco di nomi di dominio. Ma senz’altro è importante schiarirsi le idee, per esempio, cosa si vuole comunicare con il proprio nome, vuoi descrivere il tipo di negozio? Vuoi fare differenziare la tua impresa per la competenza e qualità proposte? Che cosa è fra i prodotti proposti quello che fai meglio e se lo vuoi mettere evidenza con il nome? Cosa vuoi che ricordino i clienti?
Penso che il nome proposto non debba contenere più di sette lettere, più corto è, e più facile da ricordare è; forse la formula vincente è scegliere un nome composto da poche parole e facili da pronunciare. Consiglio di usare parole che possano essere ripetute da altre persone, dimenticate i nomi lunghi e sofisticati. Consiglio che il nome lasci una descrizione implicita dei benefici proposti, il meglio, per esempio “Fast Clean” questo è un nome adatto a una lavanderia, suggerisce che i vestiti dell’utente saranno consegnati puliti e velocemente. La coerenza del nome con l’attività proposta, a mio avviso, è fondamentale, inoltre deve fornire al cliente un’idea positiva, che potrebbe essere rafforzata tramite uno slogan, in modo di attrarre l’attenzione del consumatore. Una volta che si ha chiaro a cosa si vuole dare risalto con il nome che sarà scelto, si può attingere alla strategia chiamata “pioggia d’idee”. Questa è una tecnica di gruppo che ha come obiettivo generare una lista di possibili nomi. A continuazione vi presento un insieme di fattori da prendere in considerazione e come generare tale “pioggia”:
– Radunare i partecipanti che hanno a che vedere con il progetto; creare un ambiente confortevole, dove le persone si sentano rilassate; distribuire dei fogli di carta e una penna, e lasciare libere le persone di scrivere le proprie idee e nomi. Poi riportare ogni nome accettato dal gruppo in una lavagna. Quando finisce l’immaginazione, si può aprire un dizionario a sorte e selezionare altri vocaboli, così da incorporali ai nomi già generati. Sarà sorprendente come nuove idee incominciano a fluire… poi scegliete il vostro nome in base ai seguenti requisiti: è il più corto; non necessita di spiegazione aggiuntiva; piace a tutti; è facile da ricordare.
Ricordate, i nomi possono essere sostanzialmente di tre tipi:
Nomi descrittivi: sono nomi che lasciano poco spazio all’immaginazione, nomi quasi didascalici se vogliamo. Semplici – studiati e rifiniti col cesello – ed efficaci nella loro chiarezza.
Nomi suggestivi: sono nomi che rimandano alle caratteristiche del prodotto o del brand in maniera originale. Il nesso tra nome e azienda c’è, ma non è urlato. Semmai è sussurrato.
Nomi arbitrari: sono nomi di fantasia, nomi creativi, evocativi. Spesso mescolano figure di suono, fondono più parole, prendono in prestito termini da vocabolari stranieri.
È, a seconda del messaggio che si vuole fornire, che si può scegliere un tipo o l’altro tipo. Un buon nome per un’azienda deve avere alcune caratteristiche, non basta buttare giù una lista d’idee per nomi e non basta sperare che tra queste idee ci sia quello vincente. Bisogna capire dove sarà usato il nuovo nome.
Buon lavoro!
Yuleisy Cruz Lezcano

“Michele Nicolè” Espressionismo astratto e Arte Surrealista “DIRITTO AL SOGNO” – Yuleisy Cruz Lezcano

 

Presentazione di Michele Nicolè

 

ESPRESSIONISMO ASTRATTO E ARTE SURREALISTA

“DIRITTO AL SOGNO”

«Probabilmente ci sono ancora così tante annotazioni che non riescono a spiegare i nostri dipinti. La loro spiegazione deve sorgere da una profonda esperienza tra immagine e osservatore. L’apprezzamento dell’arte è un vero matrimonio dei sensi. E come in un matrimonio, se non viene consumato si giunge all’annullamento». (Mark  Rothko 1903-1970)

Amo moltissimo l’arte surrealista perché l’artista si può permettere di capovolgere l’intenzionalità tradizionale di tutti i sensi; si può permettere di uscire dagli automatismi dei comuni accostamenti, per iniziare in libertà l’ingranaggio di una catena di nuovi sensi, in grado di compenetrare in modo inspiegabile le emozioni.

I dipinti surrealistici, in particolare quelli che hanno a che vedere con i pensieri onirici o con i campi misteriosi della Metafisica, sono colmi di simbolismi e di proposte innovative, perché realizzano la rottura simbolica fra causa ed effetto, permettendo d’introdurre elementi di perturbazione che dicono senza dire. L’artista, con questo tipo di immagini,  riesce a dare un salto d’intensità, uscendo dal già sentito, per aprirsi all’osservatore con “l’insolito”. Non esiste comunicazione codificata in questo modo di esprimersi, ma si realizza un’aggregazione di nuovi sensi, che determinano, a loro volta,  l’allargamento di tutti i sensi possibili. Ed è questo che avviene quando si osservano i dipinti di Michele Nicolè. L’immagine creata per offrirsi alla percezione, trasmette sensazioni sempre diverse. L’artista conosce il potenziale e la valenza delle proprie alchimie e con uno stile libero, libera l’arte, crea giochi materici di luce, colori materici che si incontrano, ma che ad ogni incontro continuano a restare se stessi. L’artista crea parallelismi fra gli universi e le dimensioni ed unisce dimensioni ed universi con l’astrattismo del pensiero.

L’astrattismo di Nicolè è surreale e tra le sue opere l’unico elemento omogeneo è il pensiero libero, attraverso gesti di libertà totale, senza una reale scansione temporale. E le emozioni riconducono al ritorno verso l’innocenza, che l’artista sperimenta a tutto campo, senza regole.

I suoi dipinti trovano la propria ragion di essere, senza portare a una lettura univoca. Le linee di congiunzione fra i vari elementi sono animate in un flusso a volte allargato e a volte ristretto, in cui l’unica “apparizione” possibile è la curiosità dei sensi. L’osservatore viene subito sorpreso dell’amalgama di colori,  che svegliano ricordi felici e struggenti, un po’ logici e ragionevoli, un po’ imprevisti ed incontrollabili. Per esempio, nel dipinto dal titolo “Luci nel firmamento”, del 2005, il messaggio trasmesso dall’autore può essere invisibile, e nello stesso tempo può arrivare alla mente di diverse persone in modo simultaneo, creando un universo di energie nuove e più potenti, dell’energia iniziale pensata da un unico soggetto. In questo caso mi azzardo a dire che l’artista è riuscito ad amplificare l’energia iniziale, solo con il fatto di portare all’attenzione dei diversi osservatori il suo dipinto.

Volendo poi fare un paragone con artisti del passato, a differenza dell’arte astratta di Mark Rothko (1903-1970), ad esempio, i dipinti di Michele Nicolè sono astratti ma non geometrici, non hanno divisione netta dei toni; la sua poetica artistica, richiama altri artisti appartenenti al gruppo di pittori americani come Gottlieb, de Kooning, Still, Kline, Newman e Motherwell, anche se non esiste realmente un vero legame  fra l’arte pittorica di questo artista e quella degli altri pittori. Nell’arte di Nicolè si percepisce una forte influenza dell’arte di Pollock. Infatti, nonostante la libertà di questo artista nel modo di mostrare la propria realtà intrinseca, nella sua arte si riesce a cogliere l’influenze di questa corrente pittorica. Per questo, mi permetto di affermare, che questo artista italiano rientra, nella corrente dell’espressionismo astratto anche se in modo non puro .

La pittura astratta ci ha dato opere importanti. Se noi pensiamo, ad esempio, a Paul Klee, al primo cubismo; se pensiamo a Braque, Picasso, a Morandi considerati i maestri del cubismo, possiamo dire che con l’astrattismo contemporaneo c’è stata una grande evoluzione, ma poiché le tracce nell’arte non si perdono, esse servono per nuove ricerche di stile. Ed è questo che sta avvenendo con l’arte di Michele Nicolè, un artista che gode di piena maturità espressiva , un grande indagatore di se stesso, pensatore lucido, che ci guida attraverso le proprietà associative dei colori, in cui l’espressionismo astratto è quasi surreale, e ci consente, d’immaginare, con un po’ di fantasia, immagini naturali note. Michele come altri artisti, osserva immagini che potrebbero definirsi astrattamente costruzioni ma che, di volta in volta, a seconda delle associazioni mentali richiamate, possono assumere forme concretamente reali. Ogni raffigurazione nei suoi quadri crea infinite combinazioni. Da ogni combinazione si evincono nuove espressioni costruttive. Uso la frase di Klee per meglio definire l’arte di Nicolè: “mobilità lungo le vie naturali della creazione”. Attraverso un’osservazione attenta si possono cogliere nell’arte di Michele Nicolè “il senso del divenire”, “la natura dei pensieri liberi”, “la creazione di nuove unità di senso”.

Gli studi di Michele, da quello che lui stesso racconta, si sono negli anni intensificati e specializzati, tanto che si può cogliere un salto evolutivo verso la ricerca interiore, la libertà innocente dei pensieri. Non si può ignorare, avvicinandosi alla sua arte e leggendo i suoi libri, che l’artista abbia una profonda cultura e che sia dotato da un’insaziabile curiosità per le più svariate manifestazioni del pensiero. Solidissime sono le sue basi culturali a carattere filosofico, musicale e letterario. Di ciò, bene ne dà testimonianza il suo libro da me divorato “ PensArte” (La danza della mente).

Ci si potrebbe però, fare un’altra domanda: Quale può essere considerato il fondamento della sua cultura d’immagine?

L’arte visiva di Nicolè è ricca, con linee che sembrano fluttuare e ricongiungere altri elementi, e onde che uniscono immagini come pensieri. I suoi dipinti sono il riflesso della sua introspezione, guidata da un appassionato sguardo, lucido e caparbio, che rivela i frutti di una mente coltivata da segni e gesti pronti ad esplodere,  in un tempo senza tempo, dove il tempo stesso viene cancellato dal ponte che mette in connessione realtà parallele.

Osservando poi il dipinto di Nicolè dal titolo “Ventola”, del 2012, si colgono forze centrifughe nella disposizione dei colori, un vortice che, se paragonato al pensiero, è come se inseguisse un modello fisico disordinato attraverso una dispersione che tende all’entropia. Invece no! La traiettoria dei colori viene corretta in ogni momento ed è soltanto condizionata dalla spinta verso il centro. Perché è proprio nel centro di noi stessi che si trovano le congiunzioni fra i nostri pensieri e i pensieri che arrivano dall’universo.

Nulla è illogico nel pensiero. Esistono aggregazioni infinite che influiscono sulla qualità del pensiero ed è in questo mondo delle infinite possibilità dove questo artista si muove per fornire al pensiero il proprio ordine, la propria storia di ripartenze continue, che dà al vortice la profondità nodale della psiche. L’intensità del pensiero diventa l’unica verità che autorizza il gesto pittorico, che benda i tanti occhi della ragione, fornendo alle pennellate spazi onirici, già teorizzate da Freud, nello spostamento e nelle condensazioni. Il fattore che accomuna i vari dipinti di Nicolè è un moto inconsulto e involontario del profondo. In ogni dipinto emerge l’inconscio con la sua energia, l’immaginario vola in tutte le direzioni, disseminato a tutte le altezze e le bassezze, che il pittore decide quando aggiunge materia su materia.

L’immaginario è un’energia mentale che non tocca solamente il livello corticale ma attraversa tutto il corpo dell’artista, inteso come contenitore di un campo energetico che genera catene di pensieri, che scatena emozioni come un magma luminoso dell’inconscio. La forma nei dipinti di Michele è data da percorsi, materia e sperimentazioni con oggetti che creano nuovi riflessi e nuove visioni. L’immaginario dunque sprigiona energia, che poi l’arte si incarica di condensare diversamente.  Guardando questi dipinti, si apprende una doppia strada che attraversa sia il simbolico sia l’onirico, usando i colori, per creare illusioni materiche.

In ragione di tutto questo sin qui argomentato, ritengo che osservare dal vivo i quadri di Michele Nicolè, sia un appuntamento da non perdere, un avvenimento capace di aggiungere emozioni a emozioni, non solo perché si tratta di un artista di straordinario talento nel  panorama artistico attuale, ma perché  si può avere osservando i suoi quadri, una più chiara lettura del suo percorso artistico in continua evoluzione. Pertanto vi invito alla Mostra personale di Michele Nicolè dal titolo “Contaminazione estetica fra arte e web”  nel Palazzo Eugenio Maestri/ Selvazzano Dentro/ Padova

La mostra va dal 29 settembre al 28 ottobre.

Il 28 ottobre alle ore 11,00 ci sarà uno Special Guest con la mia critica poetica e letture interpretate di poesie tratte dal libro “Fotogrammi di confine”, pubblicato con la Casa editrice Laura Capone Editore .

Vi aspettiamo numerosi!

VISITATORI

L’ora colorata,

Per questo siete venuti;

Per tutte queste anime giunte

Alla loro unica fine

Che inizia con un creare

Un sogno che non finisce

In se stesso.

Yuleisy Cruz Lezcano

Yuleisy Cruz Lezcano

Per chi suona la campana?

Per chi suona la campana?

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Ernest Hemingway

Sappiamo tutti che “Per chi suona la campana” è un bellissimo romanzo del 1940 di Ernest Hemingway. Molti l’hanno letto e ricordano dopo anni la trama. Io l’ho letto da adolescente e la ricordo vagamente, ricordo però che l’autore racconta l’esperienza della guerra, vissuta dal protagonista Robert Jordan, arruolato nelle file dell’esercito popolare repubblicano, durante la Guerra Civile spagnola. Indubbiamente questa è una delle novelle più popolari di Hemingway, perché racchiude all’interno una bella storia di amore e di morte, in modo tale da dare alla narrativa un tocco di classe quasi atemporale, tipico dei libri classici che hanno fatto “la storia”.

In particolare il libro “Per chi suona la campana” narra tre intensi giorni vissuti per un gruppo di repubblicani resistenti che si nascondono nella “Sierra de Guadarrama”.

Il protagonista Robert Jordan è un professore nordamericano che combatte nella Guerra, il quale viene inviato in missione per detonare con esplosivi un ponte localizzato in un punto strategico.

Quando Robert Jordan arriva alla zona interessata, incontra un gruppo di guerriglieri, così conosce la giovane Maria della quale si innamora e….

Se siete interessati al seguito, leggete questa bellissima storia. Io in questo momento, vorrei spostare l’attenzione al titolo di questo libro per parlare delle campane.

Non so se vi siete mai chiesti quante volte suonano le campane della chiesa quando i parrocchiani decedono. Il transito dalla vita alla morte, per tradizione, è annunciato con la campana mezzana, popolarmente chiamata “Ave Maria”. In caso di morte però, la campana non è suonata in modo uguale ma esistono delle differenze. Il suono della campana cambia a seconda se il defunto abita vicino alla chiesa o meno. Se abita vicino, è suonata più a lungo, se invece abita lontano, il suono si prolunga meno nel tempo. Ci sono tre riprese, alla fine delle tre riprese, il suono cambia ancora a seconda se il defunto è di sesso femminile o di sesso maschile; se il defunto è di sesso femminile le campane rintoccano due volte; se è di sesso maschile tre. Poi cambia anche a seconda dell’età, se il defunto ha un’età compresa fra i 40 e i 60 anni, si suonano tre riprese con la campana piccola dopo i rintocchi. E così l’intera comunità può farsi un’idea sull’età e sul sesso dell’anima che saluta. Quindi quando vi chiederete in un futuro “Per chi suona la campana?” Potete trovare nei rintocchi più informazioni di quanto non credete, anche le campane svelano dei misteri.

Così io sotto il suono delle campane, mentre scrivo, vi svelo un segreto: il titolo del mio nuovo romanzo sul quale sto lavorando è “Due rintocchi di campane”.

Yuleisy Cruz Lezcano

VICENTE ALEIXANDRE DEGNO ESPONENTE DELLA GENERAZIONE DEL ’27 E DEL SURREALISMO – Yuleisy Cruz Lezcano

VICENTE ALEIXANDRE DEGNO ESPONENTE DELLA GENERAZIONE DEL ’27 E DEL SURREALISMO

 

 

Con ammirazione faccio i miei auguri al poeta Vicente Aleixandre, degno esponente della generazione del ’27. Questo poeta, con il suo surrealismo spiccato, suscita ancora sia paura, sia passione, ma mai lascia indifferente il lettore. Devo riconoscere che, nel mio caso, sono appassionata di questa corrente Surrealistica, adoro la poetica di Aleixandre, così come quella di Rafael Alberti. E ringrazio ad André Breton che battezzò questo movimento come “Surrealisme” , cioè “Super-realismo”, ed è grazie a lui che oggi possiamo raggruppare artisti simili fra loro.

Vicente Aleixandre, nato un giorno come oggi, il 26 aprile del 1898, poeta spagnolo, membro della “Real Academia Spagnola” insignito con numerosi premi letterari importanti e, fra tutti i riconoscimenti, è stato insignito con il Premio Nobel nel 1977.

Vorrei ricordare alcune delle sue opere più risalenti: “Historia del corazón” (Storia del cuore) e “Retratos con nombre” (ritratti con nome), “Pasión de la tierra”  (Passione della terra) e altri…, dai titoli s’intuisce che lungo i versi di queste raccolte si assiste a un reportage surrealistico. Si può comunque dire che “Passione della terra” sia il più surrealista fra i libri surrealistici. Questo esemplare è un libro di poesia in prosa scritto negli anni 1928-1935-1946. Con questo libro Aleixandre si spoglia completamente della lirica tradizionale e si avvicina alla scrittura automatica, che ha origine nei sogni, tipica del Surrealismo. Anche se il poeta non ha mai voluto accettare tale dogma. Devo aggiungere che il surrealismo per Vicente Aleixandre non è un gioco, né uno sperimento di avanguardia, ma è più un’espressione poetica, creativa e, nonostante può sembrare una contraddizione, il surrealismo origina da pensieri razionali. Alla poetica di Aleixandre si aggiunge l’intimismo, perché il poeta racconta nei suoi versi se stesso e le sue emozioni.

La prima produzione poetica di Vicente Aleixandre s’inquadra in quel processo di rinnovamento operato da alcuni tra i più noti poeti spagnoli della prima metà del Novecento [Machado, Jiménez, Guillén, Diego, Alonso, e i più noti Cernuda, Salinas, Lorca e Alberti] che la critica spagnola raggruppò per un giudizio di contiguità generazionale, sotto la denominazione di Generazione del 27; Generazione che parte dall’esempio di Góngora. Le sue prime opere presentano le stesse impronte di quasi tutti i compagni della generazione dell’27  e del passato recente (Bécquer e Darío), il poeta, inoltre, trae ispirazione dai grandi maestri viventi che gli servono come guida (Juan Ramón Jiménez e Antonio Machado) ed è attratto dalla potente avanguardia poetica del momento (in particolare dal Surrealismo). Nell’opera di Aleixandre emerge un abbagliante impiego di metafore. Aleixandre  è uno dei poeti più illustri della lingua castigliana, con la sua poetica ha creato immagini di grande bellezza. A volte, queste immagini sono troppo criptiche; però nonostante non si comprenda appieno il loro significato, si può apprezzare la loro rara bellezza. Il poeta tramite questo nuovo modo d’essere nella scrittura, ha posto l’accento nella de-costruzione del passato e la creazione di una lirica nuova, in un processo che rifiuta la poesia lirica declamatoria, naturalistica e attinge, invece, a piene mani nella tradizione popolare, da cui il poeta riteneva di poter trarre più originale e intima fonte d’ispirazione.

La storia travagliata di questo poeta deriva dal fatto che durante le vicende della guerra civile spagnola, abbraccia la causa repubblicana e per tale scelta patisce la successiva messa al bando della sua opera nel triste periodo franchista, rendendosi così punto di riferimento costante e presente “sul campo” per i poeti più giovani della generazione dell’50.

Vicente Aleixandre, nato a Siviglia nel 1898 e morto a Madrid nel 1984, nel corso della sua lunga e travagliata vita, fu membro singolare e nello stesso tempo determinante per la produzione poetica dell’intera Generazione del 27, e ancor più determinante per la successiva generazione di poeti che si sarebbe andata formando. Nello specifico questo grande poeta forma, con Luis Cernuda e Federico García Lorca, il trio dei grandi poeti ad orientamento surrealista.

Secondo Aleixandre, la poesia è sin dall’inizio “un’aspirazione alla luce”; e allo stesso tempo, secondo il suo pensiero ogni poeta si manifesta come tale mettendosi in mostra e consegnando la propria opera agli altri” in quell’istante che il poeta decide di venire alla luce,  consegna i propri titoli agli altri, per essere giudicato, in base alla qualità intrinseca della sua poetica e di conseguenza, il poeta può entrare o meno nel cerchio dei poeti, per essere accettato o meno come tale. Si può dire che, da una parte il poeta deve mostrare le proprie capacità tecniche, le sue conoscenze sui modi e messi esistenti per esprimersi tramite la poesia, e, allo stesso tempo, il poeta dovrebbe esprimere quel che vuole raccontare a se stesso.

La prima pubblicazione di Aleixandre, Ámbito (1928), cammina di pari passo a quella del poeta Guillén, e può essere affiancata dal punto di vista tematico al Cántico che Guillén pubblicò nello stesso anno. Le tematiche trattate da entrambi i poeti esaltano la gioia del vivere e il piacere dei sensi,  con tutte le implicazioni di allegria e soddisfazione cui l’uomo, per sua natura, aspira. Tuttavia, a questa prima prova di Aleixandre ancora manca la disciplina intellettuale ed estetica propria del verso di Guillén; carenza questa che si rinnoverà nella successiva pubblicazione del ‘35 che riporta molte poesie in prosa che l’autore aveva composto disorganicamente in età giovanile, raccolte finalmente in forma definitiva in “Pasión de la tierra”.

Seguì la pubblicazione di Espáda como labios, la quale per l’uso delle associazioni visibili già nel titolo dell’opera (laddove scrive che le spade sono “come” labbra, anziché dire “spade o labbra”, o ancora “spade fatte di labbra”, mirando ad innescare e attivare nel lettore una lettura fondata sulle fascinazioni intuitive ed associative) attirò su Aleixandre l’attenzione critica più negativa, che gli rimproverava di considerare la poesia fine primo e ultimo, nel totale abbandono di sé all’intuizione e al dialogo del subconscio, venendo così meno all’imperativo di Guillén che sosteneva appunto che “non c’è più grande ciarlataneria del subcosciente che si abbandoni alla sua trivialità”. Le successive tre opere, La destrucción o el amor (1935), Mundo a solas (1950) e Sombra del paraíso (1944), segnarono invece il raggiungimento della sua piena maturità poetica, riuscendo nel difficile compito di incanalare la sua fervida immaginazione in una struttura logica adeguatamente distaccata per la creazione di un linguaggio poetico privo di cadute e imbarazzanti abbandoni.

Nel 1968 è stato pubblicato “Poemas de la consumación” (Poesie della consumazione), tale opera è stata l’ultima di Aleixandre, qui il poeta veste il proprio linguaggio di sottigliezze ritmiche e dà alla sua poetica nuovi valori verbali e metaforici, quindi quest’opera rappresenta la sintesi di un intero percorso poetico, che ha visto l’autore attraversare in modo sempre particolare ed originale il super- realismo spagnolo e la dimensione di un parnassianesimo cosmico – erotico, per poi approdare ad una maturazione dolorosa della materia poetica, che diviene un mezzo per comunicare una visione della vita più consapevole ed elaborata, quindi il poeta tratta temi come i problemi sociali e la morte e vive tutto il barlume terreno dibattendo ogni sua veduta, in modo seppure intimo anche surreale e metafisico.

 

Vi lascio a seguito alcuni versi che tradotto:

Calla, calla. No soy el mar, no soy el cielo.

Soy el calor que sin nombre avanza sobre las piedras frías.

Vicente Aleixandre.

 

Zitta, zitta. Non sono il mare, non sono il cielo.

Sono il calore che senza nome avanza sui sassi freddi.

 

MI VOZ

He nacido una noche de verano

entre dos pausas. Háblame: te escucho

He nacido. Si vieras qué agonía

representa la luna sin esfuerzo.

He nacido. Tu nombre era la dicha.

Bajo un fulgor una esperanza, un ave.

Llegar, llegar. El mar era un latido,

el hueco de una mano, una medalla tibia.

Entonces son posibles ya las luces, las caricias, la piel, el horizonte,

ese decir palabras sin sentido

que ruedan como oídos, caracoles,

como un lóbulo abierto que amanece

(escucha, escucha) entre la luz pisada.

(de Espadas como labios, 1932)

 

LA MIA VOCE

Sono nato una notte di estate

fra due pause. Parlami: ti ascolto

Sono nato. Se tu vedessi che agonia

rappresenta la luna senza sforzo.

Sono nato. Il tuo nome era la fortuna.

sotto un fulgore una speranza, un passero.

Arrivare, arrivare. Il mare era un battito,

il buco di una mano, una medaglia tiepida.

Perciò erano possibili le luci, le carezze, la pelle, l’orizzonte,

Quel dire parole senza senso

Che rotolano come uditi, conchiglie,

come un lobo dell’orecchio aperto che albeggia

(ascolta, ascolta) fra la luce impronte.

(de Espadas como labios, 1932)

De tu almohada, la gracia y el hueco.

Y el calor de tus ojos, ajenos.

Y la luz de tus pechos

secretos.

Vicente Aleixandre.

 

Del tuo cuscino, la grazia e il buco.

E l’ardore dei tuoi occhi, strani.

e la luce dei tuoi seni

segreti.

 

TIENES NOMBRE

Tu nombre,

pues lo tienes. Toda mi vida ha sido eso:

un nombre. Porque lo sé no existo.

Un nombre respirado no es un beso.

Un nombre perseguido sobre un labio

no es el mundo, pero sueño a ciegas.

Así bajo la tierra, respiré la tierra.

Sobre tu cuerpo respiré luz.

Dentro de tí nací: por eso he muerto.

Hai nome

 

Il tuo nome,

giacché tu l’hai. La vita non è stata

altro che un nome. Lo so, e non esisto.

Un nome respirato non è un bacio.

Un nome che s’incalza sopra un labbro

non è il mondo, è sognarlo da ciechi.

Così sotterra respirai la terra.

Sopra il tuo corpo respirai la luce.

Nacqui dentro di te: perciò son morto.

 

Yuleisy Cruz Lezcano

L’immaginismo poetico di Ezra Pound e le sue influenze sulla poetessa Sylvia Plath – Yuleisy Cruz Lezcano

Ezra Pound

 

Sylvia Plath

 

L’immaginismo poetico di Ezra Pound e le sue influenze sulla poetessa Sylvia Plath

A volte studiando un autore si conoscono altri, ed è questo che mi è successo con la biografia di Sylvia Plath (1932-1963), studiando la vita e la poetica di Sylvia Plath, ho imparato ad amare, anche, il poeta Ezra Pound, tanto amato dalla Plath.
Ezra Pound nacque a Halley negli Stati Uniti, nel 1885. E’ stato un poeta caratterizzato di un modo rivoluzionario di scrivere, di grande cambiamento. Pound ha giustapposto con maestria il poetico e il prosaico, ottenendo sottigliezze ritmiche e nuove espressioni metaforiche, con nuove forme verbali suggestive e simboliche.

Curiosità: morì in Italia nel 1972 e, fu anche in Italia, esattamente a Venezia, che pubblicò il suo primo libro di poesie: “A lume spento” nel 1908
Pound trascorse gran parte della sua vita in Europa. Nel 1943 venne accusato di tradimento dai suoi compatrioti e in seguito rinchiuso per tredici anni in un manicomio criminale presso Washington. Quindi la sua vita travagliata si riflette sulla sua poetica, caratterizzata da una vena lirica carica d’ironia e di sarcasmo.

Pound ha un lirismo che trascina, e con mente centrifuga sconvolge il lettore, dato il suo stile stravagante, disperato e complesso.

A seguito condivido con voi alcune delle sue poesie che hanno ispirato la poetica della Plath:

“L’ALBERO

Immobile fui un albero nel bosco,
conobbi la verità di cose mai viste prima;
di Dafne e della fronda d’alloro
e di quei vecchi sposi che festeggiano gli dèi
e divennero un rovere in mezzo alla brughiera.
Essi poterono compiere un tale miracolo
solo dopo gli dèi furono
gentilmente pregati a accolti
al focolare della loro amata casa.
Sono stato comunque un albero nel bosco
e ho inteso molte cose nuove che prima
parevano follia alla mia mente.”

“THERENOS

Niente più sospiri per noi.
Non ci turba più la brezza del crepuscolo.

Ecco i bei morti!

Non ardo più.

non più il frullìo di ali
che ronzavano nell’aria sopra di noi.

Ecco i bei morti!

Il desiderio più non ci tormenta.
Non tremano più le nostre mani
quando si incontrano.

Ecco i bei morti!

Non più il vino delle labbra,
non più la sapienza per noi.

Ecco i bei morti!

Non più il torrente
non più il luogo d’incontro
(Ecco i bei morti!)
Tintagoeal.”

“SUL SUO VISO ALLO SPECCHIO

O strano viso nello specchio!
O compagnia ribalda, ospite
sacro, o folle
sconvolto dal dolore, che risposta?
O voi moltitudini che lottate,
giocate e svanite,
scherzate, sfidate, mentite!
Io? Io? Io?
E voi?”

“RAGAZZA

L’albero mi è entrato nelle mani,

la linfa mi è salita nelle braccia,

l’albero mi è cresciuto nel petto-

fin nel profondo,

i rami escono da me come braccia.

Sei tu l’albero,

tu il muschio,

tu le violette carezzate dal vento.

Sei una fanciulla -alta così-

E tutto questo per il mondo è follia.”

“IL QUADRO

Gli occhi di questa defunta signora mi parlano,

perché qui c’era l’amore, non tale da essere affogato.

E qui c’era l’amore, non tale da essere cancellato dai baci.

Gli occhi di questa defunta signora mi parlano.”
L’opera di Ezra Pound mi è parsa grandiosa, multiforme, profondamente innovativa. Credo sia riuscita a demolire le barriere tra il linguaggio della poesia e della prosa.

A seguito riporto alcune delle poesie della Plath che, secondo me, hanno tratto ispirazione  diretta dalla poetica di Ezra pound:

“IO SONO VERTICALE

Ma preferirei essere orizzontale.

Non sono un albero con radici nel suolo

succhiante minerali e amore materno

così da poter brillare di foglie a ogni marzo,

né sono la beltà di un’aiuola

ultradipinta che susciti grida di meraviglia,

senza sapere che presto dovrò perdere i miei petali.

Confronto a me, un albero è immortale

e la cima di un fiore, non alta, ma più clamorosa:

dell’uno la lunga vita, dell’altra mi manca l’audacia.

Stasera, all’infinitesimo lume delle stelle,

alberi e fiori hanno sparso i loro freddi profumi.

Ci passo in mezzo ma nessuno di loro ne fa caso.

A volte io penso che mentre dormo

forse assomiglio a loro nel modo più perfetto –

con i miei pensieri andati in nebbia.

Stare sdraiata è per me più naturale.

Allora il cielo ed io siamo in aperto colloquio,

e sarò utile il giorno che resto sdraiata per sempre:

finalmente gli alberi mi toccheranno, i fiori avranno tempo per me.”

“LIMITE

La donna ora è perfetta

Il suo corpo

morto ha il sorriso della compiutezza,

l’illusione di una necessità greca

fluisce nei volumi della sua toga,

i suoi piedi

nudi sembrano dire:

Siamo arrivati fin qui, è finita.

I bambini morti si sono acciambellati,

ciascuno, bianco serpente,

presso la sua piccola brocca di latte, ora vuota.

Lei li ha raccolti

di nuovo nel suo corpo come i petali

di una rosa si chiudono quando il giardino

s’irrigidisce e sanguinano i profumi

dalle dolci gole profonde del fiore notturno.

La luna, spettatrice nel suo cappuccio d’osso,

non ha motivo di essere triste.

E’ abituata a queste cose.

I suoi neri crepitano e tirano.”

“MONOLOGO DELLE 3 DEL MATTINO

È meglio che ogni fibra si spezzi

e vinca la furia,

e il sangue vivo inzuppi

divano, tappeto, pavimento

e l’almanacco decorato con serpenti

testimone che tu sei

a un milione di verdi contee da qui,

che sedere muti, con questi spasmi

sotto stelle pungenti,

maledicendo, l’occhio sbarrato

annerendo il momento

che gli addii vennero detti, e si lasciarono partire i treni,

ed io, gran magnanimo imbecille, così strappato

dal mio solo regno.”

“SPECCHIO

Sono esatto e d’argento, privo di preconcetti.

qualunque cosa io veda subito l’inghiottisco

tale e quale senza ombre di amore o disgusto.

Io non sono crudele, ma soltanto veritiero –

quadrangolare occhio di un piccolo iddio.

Il più del tempo rifletto

sulla parete di fronte.

È rosa, macchiettata. Ormai da

tanto tempo la guardo che la sento

un pezzo del mio cuore. Ma lei c’è e non c’è.

Visi e oscurità continuamente si separano.

Adesso io sono un lago. Su me si china una donna

cercando in me di scoprire quella che lei è realmente.

Poi a quelle bugiarde si volta: alle candele o alla luna.

Io vedo la sua schiena e la rifletto fedelmente.

Me ne ripaga con lacrime e un agitare di mani.

Sono importante per lei. Anche lei viene e va.

Ogni mattina il suo viso si alterna all’oscurità.

In me lei ha annegato una ragazza, da me gli sorge incontro

giorno dopo giorno una vecchia, pesce mostruoso.”

Il prossimo 23 aprile alle ore 18, 30 vi attendo numerosi nell’Osteria La Copera 1945, in via Stella, 40; Arbizzano, 37024; Negrar, Veneto.

Per l’occasione ci sarà un reading poetico che avrà come argomento la vita e la poetica di Sylvia Plath, e come la sua poetica ha ispirato la mia, anche se abbiamo due modi diversi di concepire la vita. A volte due strade parallele confluiscono in modo casuale, ma la poesia è come la vita, fatta d’imprevisti.

Ho scelto la poetessa Sylvia Plath per questa giornata d’intreccio poetico perché ho colto nella poetica di Sylvia Plath una propensione all’autoanalisi, all’auto osservazione, cosa che ho colto nella poetica di Ezra Pound e sento anche mia. Ho colto per caso in ogni suo verso una razionale analisi di sé e questo mi ha stupita, perché io lo faccio da sempre. Mi pare che il legame più forte che esiste fra la sua poesia e la mia risieda proprio nella forma mentis, e non a caso questa è un’eredità romantica ed io ammiro i poeti che praticano e credono nella polarità intrinseca nell’essere umano. Credo che ci sia qualcosa di più di quel che si percepisce intrappolato “nell’io materiale”. Credo che oltre alla ragione, dentro ciascuno di noi viva sommerso il “io più autentico”; credo che continuamente ciascun essere umano reprima e rimuova il vero sé: il sé che viaggia fra l’intuizione e la creazione, mantenendo fra queste due polarità un equilibrio perfetto. Oltre la realtà empirica, l’uomo è dotato di un potere immaginativo. Per esempio nella poetica W. Withman lui invoca il proprio “io reale” per esistere in modo fisico dentro i suoi versi. Per Eliot esiste una mente che crea, oltre a quella che pensa. In Emily Dickinson il conflitto si sposta tra un “io pubblico” conforme alle usanze e alle leggi della società e un “io segreto”, incandescente. Mi viene in mente la canzone di Cohen “My secret life” e studiando Sylvia Plath ho colto che per questa poetessa il doppio prende la forma oppressiva di un’ombra che lega, vincola, incatena. Tale fantasma potrebbe essere immaginato con le sembianze del padre, della madre, del marito o dell’immagine che si sente costretta a dare di se stessa. Quest’altra Sylvia: “La Sylvia ombra” vuole imporre la sua realtà e spesso entra in conflitto “L’io razionale” con “L’io irrazionale” perché secondo Sylvia Plath “l’esistenza è aggressiva, sensuale, brutale, ma l’ io resiste”.

Ammiro questa poetessa che ha lasciato, a un pubblico sempre crescente, un vasto corpo di testi tra prose e poesie, che la proiettano ben oltre la sua breve e tragica parabola vitale (morì suicida a Londra nell’appartamento che fu del poeta irlandese William Butler Yeats), testimoniando una costante ricerca e abnegazione alla scrittura. Un talento immaginifico e doloroso, che, sviluppatosi in pochi anni, ci ha regalato una voce a tratti esasperata/esasperante, ma unica e incisiva, capace d’incarnare in sé l’energia necessaria del fare poetico, quando esso diventa rivelazione dell’io e del mondo.

Yuleisy Cruz Lezcano

DISTINTOS MODOS DE MORIR – Yuleisy Cruz Lezcano

Diversi modi di morire

 

Non mi scuso per quel che vivo,

per quel che sento,

per quel che piango e per quel che desidero,

la stanchezza vera nasce nell’anima.

L’uomo non muore all’improvviso,

muore quando diviene un rigido tronco

incapace di togliersi i sui stivali

per dividerli con chi non ha scarpe,

muore quando l’indifferenza,

senza fare rumore, lo uccide,

muore quando perde quella ragione

che non permette attese,

perché ascoltarla è la migliore maniera

di sentirsi vivo,

muore quando la cicatrice dell’anima è più brutale

di quel che sembra e inserisce nella memoria

i desideri di vendetta e la tristezza,

muore negli infimi luoghi

dove i fallimenti come sassi

fermano il sangue e producono un infarto,

muore esposto per la sua nudità

quando dimentica che è nato nudo.

Il corpo è un membro che il bisturi fa a pezzi,

è un membro che palpita di dolore solo

quando è toccato nelle sue carni;

il corpo è prova che perfino il vuoto fa male

perché gli uomini vuoti son quegli che più si lamentano.

L’uomo muore quando lascia di creare,

quando lascia d’amare e la pena non lo tocca,

perché di anima ne ha ben poca

perché l’immagine che soffre innalzi metafore;

l’uomo quasi morto

diventa esperto della vita senza comprendere

come il corpo doni la  segreta coscienza alla terra,

senza sapere che ci sono minute morti nascoste,

che somigliano alla vita,

fatte di conformismo anchilosato

e di sentimenti vessati

che sostituiscono l’allegria della scoperta

con una routine tediosa

che porta il futuro fino a un fugace presente

che cerca nell’aridità delle false relazioni umane

gli artigli per sostenere il membro

delle proprie paralisi.

L’uomo ha l’anima inchiodata alla propria invalidità

quando canta l’urlo di guerra

ed esaurisce il tema della vita.

 

Distintos modos de morir

 

No me disculpo por lo que vivo

por lo que siento,

por lo que lloro y por lo que anhelo,

el cansacio verdadero nace en el alma.

El hombre no se muere de repente,

se muere cuando se vuelve un tronco

incapaz de quitarse sus botas

para dividirlas con quien no tiene zapatos,

se muere cuando la indiferencia,

sin hacer ruidos, lo mata,

se muere cuando pierde esa razón

que no permite esperas

porque escucharla es la mejor manera

de sentirse vivo,

se muere cuando la cicatriz del alma es más brutal

de lo que parece y pone en la memoria

los deseos de venganza y la tristeza,

se muere en los ínfimos lugares

donde los fracasos como piedras

paran la sangre y producen un infarto,

se muere expuesto por su desnudez

cuando olvida que nació desnudo.

El cuerpo es un miembro que el bisturí hace a pedazos,

es un miembro que palpita de dolor solo

cuando viene tocado en sus carnes;

el cuerpo es la prueba de que el vacío también duele,

porque los hombres vacíos son los que más se quejan.

El hombre se muere cuando deja de crear,

cuando deja de amar y la pena no lo toca,

porque de alma tiene poca

para que la imagen que sufre levante metáforas;

el hombre casi muerto

se vuelve de la vida experto sin comprender

como el cuerpo devuelve su secreta conciencia a la tierra,

sin saber que hay muchas diminutas muertes escondidas,

que se parecen a la vida,

hechas de conformismo anquilosado

y de sentimientos maltratados

que sustituyen la alegría del descubrimiento

con una rutina tediosa

que lleva el porvenir hasta un fugaz presente

que busca en la aridez de las falsas relaciones humanas

unas garras para sostener el miembro

de sus parálisis.

El hombre tiene el alma clavada a su misma invalidez

cuando canta el grito de guerra

y agota el tema de la vida.

 

IL SIMBOLISMO DI MALLARMÉ – Yuleisy Cruz Lezcano

IL SIMBOLISMO DI MALLARMÉ

Stéphane Étienne Mallarmé (Parigi, 18 marzo 1842 – Valvins, 9 settembre 1898) orfano da quando aveva sette anni, incominciò a scrivere poesia sotto l’ influenza di Charles Baudelaire, alternando il suo impegno letterario con la sua attività di accademico in vari istituti francesi.

Il simbolismo dello scrittore

Mallarmé pensava che la poesia fosse l’insinuazione d’immagini che si chiudono ed evaporano sempre; credeva che nominare un oggetto implicasse di distruggere una buona parte di esso.

Mallarmé credeva che il piacere fosse dato dalla scoperta graduale della vera natura degli oggetti. Secondo il poeta il simbolo da’ la possibilità di evitare di nominare oggetti e soprattutto emozioni e sentimenti, in modo diretto; il simbolismo permette di avvicinare il mondo attraverso l’espressione indiretta del significato. Il mondo, spesso, è impossibile da descrivere in modo semplice e univoco con un unico concetto; è impossibile avvicinare l’indefinibile e l’indecifrabile, tramite un’unica “parola”.

Il simbolismo si basa sulla supposizione del fatto che il contenuto della poesia possa essere utile per esprimere qualcosa che non può essere ingabbiato in una forma definita e che non può essere definito in modo diretto attraverso i nostri strumenti di coscienza pura. Il linguaggio è scoperta graduale delle relazioni vigenti fra le cose. Mallarmé “lascia l’iniziativa alle parole” si lascia trasportare per la corrente del segno e del simbolo, permettendo Il fluire spontaneo delle immagini e delle visioni. La sua opera più famosa: “Il pomeriggio di un fauno” (L’après midi d’un faune) poemetto di 110 versi è un’opera magistrale “tutta da interpretare” dove la chiave di lettura apre più porte.

In quest’opera si può cogliere la ricorrenza simbolica d’immagini affini e la ripetitività dello stesso lemma. Le immagini evocative proposte dai versi sono riconducibili a un simbolismo intimista e arrivano ai sensi con forza, quasi ambigua, ma anche riflessiva, seducente e talvolta innocente, capace d’investire l’uomo comune, di rivelargli le realtà invisibili nascoste dentro le passioni e aprire per lui numerose porte, che si aprono verso le supponenze che giacciono dentro le parole.
Questo poema parla di un amore, con una trama infelice fra un fauno e le Ninfe, dove il fauno beve per sollevarsi dalla sofferenza. Mallarmé fa parte dei “poeti maledetti” quindi questo poema è in qualche misura anche autobiografico. Comunque questa è una delle opere più conosciute dell’autore ed è considerata un’opera fondamentale nello sviluppo dell’estetica Impressionista. E’ innegabile che questa sia tra le opere più raffinate, pure e suggestive di Mallarmè. Se c’è un soggetto, è solo un pretesto per una serie di variazioni di carattere evocativo – musicale: un fauno compare, in un pomeriggio d’estate, in una mitica plaga di sole, di acque, di canne, eco onirico e inquietante della Sicilia greca. Il Fauno insegue le Ninfe: o, meglio, parla delle Ninfe, dei suoi desideri, della zampogna. Le ha possedute, non le ha possedute? Non ha importanza: quel che importa è l’immaginazione del Fauno, il suo ricordo di averle amate, forse. Il suo sogno di avere gioito di questa’esperienza vitale, in tutta la sua interezza poetica, divina e animalesca, carica di libidine, di parole eccitate per avere sentito dentro di sé i loro corpi freschi. Qui il sogno si confronta con la realtà che ritorna ancora al sogno come una metafora della speranza nella disperazione, come un’ascesa agli archetipi platonici dell’essenza del godimento. O dell’ombra dei loro corpi. O dei riflessi delle canne, dei giochi delle luci sull’acqua. Assistiamo a quegli istanti di letizia e dolore, e la nostra fantasia ne è eccitata, l’anima tutta s’immerge nella nascita delle dee acquatiche. I versi stillano parole: le parole, i sogni, le estasi, tutto il racconto sembra unito a una prodigiosa favola fantastica: in questa favola intrecciata, in questa esplosione di suoni e cose, riaffiorano desideri di antiche suggestioni mediterranee, di pagane sorgive, di strani, antichi esseri che soffiano nei grappoli d’uva succosa, nell’ “avidità di ebbrezza”. C’è, nel poema, un filo labirintico, un incessante tormento, dove le pedine si giocano tra la realtà e il piacere immaginario, tra la pienezza reale dell’uva e il piacere immaginario dell’acino svuotato, riempito del soffio della poesia e del sogno. In sostanza il gioco della verità e della menzogna fantastica, su cui si fonda la poesia: attraverso il chicco d’uva il Fauno è in vita sognata. Il poemetto è diviso in parti non uguali: gli spazi “bianchi” sono meditazioni, sogni, pause del monologo del Fauno. Il quale vuole “eternare queste ninfe” e il loro “incarnato leggero”. Centrale è la domanda del Fauno: “Amai un sogno?”, che esprime la sottile ambiguità, cui abbiamo accennato, e che regge tutto il poemetto costituendone l’incanto: è l’illusione che sfugge “agli occhi azzurri e freddi / come una sorgente in pianto: / oh no! È come la brezza che sospira nella tua capigliatura”. Le rive siciliane sono vere: “O rive siciliane di un calmo acquitrino, / che all’invidia del sole la mia vanità saccheggia, / tacito sotto i fiori di scintille, raccontate / che io qui spezzavo le cave canne domate / dal talento; quando sull’oro glauco di lontane / verzure dedicando la loro vigna alle fontane, / ondeggia una bianchezza animale in riposo … volo di cigni o naiadi…”. Sentiamo l’acre sapore del sole meridiano: l’estasi di essere ritornati alle radici perdute in cui la natura è divinità e le ninfe del sogno sono reali. Ci identifichiamo così con il Fauno, sentiamo con lui sotto le nostre labbra la pelle delle ninfe: “Il mio seno vergine di prove, testimonia / Un morso misterioso dovuto a qualche dente divino…”. Realtà e ricordo: “O ninfe, gonfiamoci di ricordi diversi”: ricordo di chiome sparse nell’acqua, di chiarità e fremiti, di languori, profumi e rapimenti.

La trasmissione di contenuti interpretabili tramite segni e simboli segue la logica ricercata in un connubio di simboli e armonie, in cui la suggestione metaforica crea una realtà apparente e le pause creano una raffinatezza di forma, un’apertura verso evocazioni segrete.

Qui la parola non è materia grezza ma uno strumento per immergere l’anima nell’improvviso affiorare di una presenza arcana. La visione di chi legge si sposta come un’attesa, si coglie la divinità nell’acqua, tra i giunchi. Amori tra divinità, amori all’origine del mondo: la parola perfetta di Mallarmè è veramente “vascolarizzata” di questa arcana realtà.

La musica della parola è in atto! Questo poema ha avuto il privilegio di una superba traduzione sonora ideata da Debussy che assume questa decadente atmosfera dando come risultato una fresca melodia. Un paradiso sinfonico! Per un musicista della levatura di Debussy tradurre in note questi versi, è stato un bel gioco. Nel suo Preludio al meriggio di un fauno, risuona la voce musicale che coglie il rovescio dei dubbi e delle insoddisfazioni, per creare una melodia inquietante, arcana ed esotica che riconduce chi ascolta attraverso un cammino dove si sentono le presenze palpabili di un mondo di simbolismo concreto.

Tornando al poema, si può cogliere come il sogno si fa carnale, diviene “la realtà” della speranza certa: “Verso la felicità altre mi trascineranno / Con la loro treccia annodata alle corna della mia fronte: / Tu sai, o mia passione, che, porpora e già matura / Ogni melagrana scoppia e mormora d’api; / E il nostro sangue, preso da chi sta per afferrarlo, / Cola tutto lo sciame eterno del desiderio”. Una speranza ardita, anche per il Fauno: amare, addirittura, la dea Venere. L’ardito Fauno sarà sicuramente castigato per avere goduto tanto, nel sogno futuro.
In sintesi questo poemetto utilizza un sofisticato linguaggio poetico per raccontare in prima persona le avventure di un fauno e i suoi giochi erotici con le ninfe, il rifiuto da parte di queste e la delusione stanca che ne risulta dal fatto.

 

IL FAUNO

Quelle ninfe, le voglio perpetuare.

Chiare così le loro carni lievi

Che nell’aria volteggiano assopita

Di folli sonni.

Forse amai un sogno?

Dirama il dubbio, cumulo d’antica

Notte, in fronde sottili che, rimaste

Il bosco vero, provano ch’io solo,

Io solo, ahimé! m’offrivo per trionfo

La caduta ideale delle rose.

Pensiamo…

O se le donne di cui parli

Fossero solo augurio dei tuoi sensi

Favolosi! Sfuggiva l’illusione,

Fauno, dagli occhi azzurri e freddi, come

Sorgente in pianto, d’una, la più casta:

Ma l’altra, dici tu ch’essa è diversa,

Tutta sospiri, come calda brezza

Del giorno nel tuo vello? Eppure no!

Nello stanco ed immobile deliquio

Fresco il mattino soffoca ai calori

Se lotta, nessun murmure d’un’acqua

Che il mio flauto non versi alla boscaglia

Irrorata d’accordi; e il solo vento

Fuor delle canne pronto ad esalarsi

Prima che sperda il suono in una pioggia

Arida è, all’orizzonte, senza ruga,

Senza moto, il visibile, sereno,

Artificiale soffio: ispirazione

Che torna al cielo.

O rive siciliane

D’uno stagno tranquillo saccheggiate

A gara con il sole dal mio orgoglio

Tacito sotto fiori di scintille,

Narrate «Ch’io tagliavo qui le canne

Cave domate dal talento; quando

Sull’oro glauco di lontane fronde

Che i tralci dedicavano a fontane,

Un biancore animale ondeggia e posa:

E che al preludio lento dove nascono

Le zampogne, quel volo via di cigni

No! di naiadi fugge oppur s’immerge».

Inerte, tutto brucia l’ora fulva

Senza svelare per qual arte insieme

Sfuggiron gli imenei troppo augurati

Da chi cercava il la: mi desterò

Allora nel fervore primigenio,

Diritto e solo sotto un’onda antica

Di luce, gigli! ed uno di voi tutti

Per il candore.

Altro che quel nulla

Dolce dal loro labbro divulgato,

Il bacio, che assicura a bassa voce

Delle perfidie, il petto mio, intatto

Da prove, testimonia un misterioso

Morso, dovuto a qualche dente augusto;

Ma basta! un tale arcano a confidente

Elesse il giunco gemino ed immenso

Che s’usa sotto il cielo. Esso, stornando

Sopra sé il turbamento della gota

Sogna in un luogo assolo d’incantare

La bellezza dei luoghi con fallaci

Mescolanze tra essa e il nostro canto

Credulo e far così per quanto alto

Si moduli l’amore, far svanire

Dall’ordinario sogno, dorso, fianco

Puro, seguito coi miei sguardi chiusi,

Una sonora, vana, uguale linea.

Torna dunque, strumento delle fughe,

O maligna siringa, a rifiorire

Ai laghi ove m’attendi! Io, di mia voce

Fiero, voglio parlare lungamente

Di dee, e con pitture d’idolatra

All’ombra loro sciogliere cinture

Ancora: così quando lo splendore

Ho succhiato dell’uve, per bandire

Un rimorso già eluso da finzione,

Alzo beffardo al cielo dell’estate

Il grappo vuoto e nelle chiare bucce

Soffiando, avido ed ebbro, fino a sera

In esse guardo.

O ninfe, rigonfiamo

Di ricordi diversi. «Aprendo i giunchi

Il mio occhio dardeggiava su ogni forma

Immortale, che il suo brucior nell’onda

Sommergeva ed un grido d’ira al cielo

Della foresta: lo splendente bagno

Di capelli dispare tra le luci

E i brividi, o preziose pietre! Accorro,

Quando ai miei piedi languide s’ allacciano

(Stanche del male d’esser due) dormenti

Solo tra le lor braccia fortunate.

Le rapisco allacciate e volo a questa

Macchia, schivata dalla frivola ombra,

Folta di rose che nel sole estenuano

Ogni profumo, dove sia il sollazzo

Nostro simile al giorno consumato».

Io t’adoro, corruccio delle vergini,

O delizia feroce del fardello

Sacro, nudo, che scivola, che fugge

Alle mie labbra avide di fuoco

Protese a bere, lampo ecco trasale!,

Il terrore segreto della carne:

Dai piedi della dura fino al cuore

Della timida, lascia volta a volta

Un’innocenza, umida di lacrime

Folli o sparsa d’umori meno tristi.

«La mia colpa fu questa: avere, gaio

Di vincere ingannevoli paure,

Separato quel nodo scapigliato

Di baci che gli dei gelosamente

Avevano intrecciato: poiché appena

Io stavo per nascondere un ardente

Riso nelle sinuosità felici

D’una sola (tenendo con un dito

La più piccola, ingenua, non ancora

Rossa, affinché il candore suo di piuma

Si tingesse all’affanno dell’amica

Che s’ accende), ecco via dalle mie braccia

Disfatte da trapassi vaghi sfugge

Quella preda, per sempre ingrata, senza

Pietà del mio singulto ancora ebbro».

Ma tanto peggio! alla felicità

Altre mi condurranno con la treccia

Annodata ai miei corni sulla fronte:

Tu sai, o mia passione, che già porpora

Matura il melograno scoppia e d’api

Mormora; e il nostro sangue, innamorato

Di chi lo afferra, cola per l’eterno

Sciame del desiderio. Quando il bosco

A sera d’oro e cenere si tinge

Una festa s’esalta nel fogliame

Estinto: Etna!, è tra le tue pendici

Visitate da Venere che posa

Il bianco piede sulla dura lava,

È quando un triste sonno tuona e il fuoco

Ormai s’affioca… Afferro la regina!

O sicuro castigo…

No, ma l’anima

Senza parole e questo greve corpo

Tardi ancora soccombono al silenzio

Fiero del mezzogiorno: senza più,

Dormiamo nell’oblio della bestemmia,

Sulla sabbia turbata e com’io amo

La bocca aperta all’astro che matura

I chiari vini.

Coppia, addio; tra poco

L’ombra io scorgerò che diveniste.

Pedro Salinas: un poeta dai molti registri – Yuleisy Cruz Lezcano

Pedro Salinas: un poeta dai molti registri

Pedro Salinas

Pedro Salinas y Serrano (Madrid, 27 novembre 1891 –  Boston, 4 dicembre 1951) poeta e critico spagnolo, è stato uno degli esponenti di maggior rilievo della cosiddetta generazione del ’27.  Lavorò molto nella critica letteraria e come universitario, ma la sua attività creativa è stata messa in mostra tramite le poesie, la narrativa e il teatro.

Questo poeta e scrittore è stato un collaboratore delle principali riviste letterarie spagnole. All’epoca della guerra civile emigrò negli Stati Uniti, dove insegnò letteratura spagnola al Wellesley College alla John Hopkins University di Baltimora. Fra le sue opere poetiche, oltre a “Favola e segno”  (1931), ricordiamo: “Presagi” (1923), “Sicuro azzardo” (1929) “La voce a te dovuta” (1933), “Ragione d’amore” (1936), “Il contemplato” (1945). Di notevole rilievo è stata, anche, la sua attività come narratore con opere come “La vigilia del gozzo”, “La bomba incredibile”, “Il nudo impeccabile”. Inoltre Salinas creò testi di autore per il teatro ed è stato, anche, un saggista.

Salinas racchiude nella sua poetica il gusto per le opposte polarità, e questo modo di esporre il proprio sentire è evidente in numerose poesie presenti all’interno del libro “Favola e segno”, dove oltre ai contrasti il poeta considera l’immutabilità delle cose, il paradosso del tempo; il tempo che passa per la vita, mentre si somma un giorno dopo l’altro e se ne chiede il senso, come se tutto fosse il paradigma di una quotidiana normalità dell’effetto del vacuo; come se tutto fosse una finzione dell’avere abbastanza. Quell’abbastanza che mette in contrasto le emozioni con la coscienza.

La poesia di questo poeta ha note profonde ed esistenziali, e non perde mai i contatti con il suo intimo. Nella raccolta “Favola e segno” è evidente come la realtà ruoti tra la favola disegnata dal profilo sfuggente delle cose e il segno che invece serve a fissarle.

Devo dire che, nonostante le sue numerose pubblicazioni, Salinas non è stato un poeta dei tanti libri ma un poeta che ha fatto dei versi un’avventura versatile e prolifica. La sua opera non è soltanto vasta, varia e complessa, ma è molto originale e limita l’essenza di quel che si è. Per esempio nella poesia “La orilla” (La riva) quel che si vuole fingere è percepibile con parole che, senza dire molto, raccontano tanto. Il libro, con questa poesia, si apre al paradosso di un confine temporale, identificato con un 30 di aprile al quale non si può chiedere altro, come se aprile fosse l’unica primavera, come se, di solo quella stagione, ci si debba accontentare.

 

La orilla

Basta, no hay que pedir más,

luz, amor, treinta de abril.

Hay que fingir que ya tienes

bastante, que estás saciado,

que te sobra lo que queda

de abril

después del treinta de abril.

Dejarlo,

como si pudiera darte

más y tú no lo quisieras.

Porque así te irás creído

que no se acaba nunca

lo que se estaba muriendo.

Te irás

sin sospechar que estuviste

allí al borde de lo último.

Porque aquello, fecha, beso

-cuando tù te despediste

te parecía lo eterno-,

era lo último.

Detrás

el fin sin remedio, el fondo

duro y seco de la nada.

Lo que hubieses visto tú,

si llegas a pedir más

abril al treita de abril.

(Traduzione Yuleisy Cruz Lezcano)

La riva

Basta, non c’è altro da chiedere,

luce, amore, trenta aprile.

Ma c’è da finger d’avere

già abbastanza, che sei sazio,

che è anche troppo quel che resta

di aprile

passato il trenta d’aprile.

Lasciarlo perdere,

come se potesse darti

di più e tu non lo volessi.

Così te ne andrai convinto

che non aveva mai fine

quello che stava morendo.

Te ne andrai

ignaro d’essere stato

lì sul bordo dell’estremo.

Che tutto ciò, data, bacio

-quando tu mi abbandonasti

a te sembrava l’eterno-,

era l’estremo.

Dietro,

la fine irrimediabile, il fondo

rigido e secco del nulla.

Quello che tu avresti visto

arrivando a chiedere altro

aprile al trenta di aprile.

Si può notare con i versi a seguire che da questa finzione si passa all’immutabilità della propria vita.

Che tutto ciò, data, bacio

-quando mi abbandonasti

a te sembrava l’eterno-,

era l’estremo.

Nei versi di questo poeta compaiono con singolare libertà le immagini che vagano fra certezza e fantasia, con un’evasione voluta dal mondo reale.

Nella poesia “La estatua” (La statua)  presente nella raccolta “Favola e segno”, Salinas  aleggia la possibilità di essere solo nobile pietra,  cioè solo anima, preferisce esser  di una sola dimensione, come materia grezza piuttosto di essere materia forgiata, magari ingentilita nella forma e nei tratti, ma finta, corrotta dall’ambiente, costretta a una forma fissa, che manipola ed è manipolata.

La estatua

Ojalá no fueras nada,

tú, de piedra, más que tu piedra.

Ojalá no fueses

más que una materia, dura,

áspera y noble,

en el berrocal sin flor.

Esos brazos que te echaron,

esa sonrisa mentida,

la carne que estás fingiendo,

todo se me olvida a mí,

en la punta de los dedos,

en este tacto tan puro,

con que vuelves a tu ser

piedra, con alma de piedra;

a ser lo primero, tierra,

lo primero que tú eras,

lo primero

(pero no esa forma falsa)

que fui yo.

(Traduzione Yuleisy Cruz Lezcano)

La statua

Oh se non fossi nient’altro,

tu, di pietra, che la tua pietra.

Oh se tu non fossi

altro che un materiale, duro,

nobile e scabro,

nel granito senza fiori.

Quelle braccia che hai avuto,

quel sorriso simulato,

la carne che stai imitando,

di ogni cosa mi dimentico,

sulla punta delle dita,

in quel tatto così puro,

con cui ritorni al tuo essere

pietra, e anima di pietra,

quel che eri in principio, terra,

la prima cosa che eri,

la prima cosa

( ma non quella forma falsa)

che sono stato io.

La poetica di Salinas è fortemente esistenziale,  totalmente libera dalle forme fisse e allo stesso tempo piena di realtà, così tanto concreta da non perdere i contatti con la propria intimità.

I suoi versi molte volte ci portano in una meravigliosa avventura verso l’assoluto, verso un mondo sciolto da vincoli. Pedro Salinas diceva : “La poesia si spiega da sola; se no, non si spiega.”

Il libro “Favola e segno” racchiude, apparentemente, una poetica di transizione, è, invece, un’avventura che corre tutta la bellezza del rischio, le probabilità dell’ignoto.

Vivrai

-che distanza dal finito-

soltanto nel volere essere

viva,

dicendo sempre di no

a ogni forma e a ogni tempo!

Nel libro “La voce a te dovuta – l’amore come scia di tempo sottratta all’eterno nulla” è facile cogliere il senso di tutta la raccolta, dedicata alla sua meravigliosa relazione segreta con Katherine R. Whitmore. Questo libro rappresenta uno dei vertici della poesia amorosa novecentesca. Il suo rapporto con la studentessa americana non è stato un amore platonico, ma, al di là che i due si conoscono nei corsi estivi del ’32, iniziano a frequentarsi e a tale rapporto seguirà negli anni una vasta corrispondenza epistolare, con parole e sentimenti espressi che si sottraggono al tempo e allo spazio comune, e di cui, l’incontro carnale e amoroso è solo il culmine di un percorso sofferto, è un incontro profondamente maturato e desiderato. Quest’amore è un’estrema tensione verso l’infinito che non si racconta. È un bagliore che cambia il modo di vedere le cose, è qualcosa che sfugge al giorno e alla notte e confonde l’uno con l’altro, è fatto d’insonnia felice, di lacrime che cadono come gocce di miele fra le accuse del volere e non avere, tutto quel che si vuole in un sempre. È come se la fiamma riflettesse se stessa in uno specchio: la fiamma riflessa nessuno può spegnerla. Le parole scorrono e nascono senza sforzo, è un libro fatto di poesia illuminata, con uno sguardo che penetra la materia più dura, con un dolore d’amore che lacera la carne. I suoi versi sono intrisi di desiderio di spontaneità, l’amore è carne e sangue, estasi e tormento, ma senza l’amore tutto è algido, freddamente lontano.

La parola di Salinas penetra e compenetra, è forte e decisa e racchiude dentro come in un abbraccio i due amanti. Salinas con i suoi versi si spinge oltre le contraddizioni del reale e riesce a creare un canzoniere per la simbolica donna amata.

Sí, por detrás de las gentes

te busco.

No en tu nombre, si lo dicen,

no en tu imagen, si la pintan.

Detrás, detrás, más allá.

 

Por detrás de ti te busco.

No en tu espero, no en tu letra,

ni en tu alma.

Detràs, màs allá.

también detrás, más atrás

de mí te busco. No eres

lo que yo siento de ti.

No eres

lo queme está palpitando

con sangre mía en las venas, sin ser yo.

Detràs, más allá te busco.

 

Por encontrarte, dejar

de vivir en ti, y en mí,

y en los otros.

Vivir ya detrás de todo,

al otro lado de todo por encontrarte-,

como si fuese morir.

 

Sì. Al di là della gente

ti cerco.

Non nel tuo nome, se lo dicono,

non nella tua immagine, se la dipingono.

Al di là, più in là, più oltre.

 

Al di là di te ti cerco.

Non nel tuo specchio

e nella tua scrittura,

nella tua anima nemmeno.

Di là, più oltre.

Al di là, ancora, più oltre

di me ti cerco. Non sei

ciò che io sento di te.

Non sei

ciò che mi sta palpitando

con sangue mio nelle vene.

e non è me.

Al di là, più oltre ti cerco.

 

E per trovarti, cessare

di vivere in te, e in me,

e negli altri.

Vivere ormai di là da tutto,

sull’altra sponda di tutto

per trovarti-

come fosse morire.

Poesia tratta dal libro “La voce a te dovuta” , Giulio Einaudi editore, Torino, 1979.

Nella poesia anteriore si riesce a leggere nei versi come l’amore sia, per il poeta, ricerca continua.

Con il libro “Le ragioni d’amore”, il poeta compie un’evidente svolta verso un dialogo sempre più stretto con i percettibili segreti dell’amore, un amore travolgente, assente e carnale che conduce a un eden misterioso di parole sentite ma non dette, almeno non fino in fondo. Quando si leggono i versi presenti all’interno di questa raccolta si sentono le parole vibrare, sono parole vive, che creano il mondo. Un mondo d’esistenza intima, che pretende i suoi diritti di essere vissuto.

Questo libro raccoglie sin dal titolo un pensiero profondo e allo stesso tempo arcaico: Oltre il significato più comune di “ragione” il libro “Ragioni d’amore” è uno scambio di ragionamenti interni, un domandarsi e rispondersi sui motivi, le cause e l’origine della parola “Amore” .

Serás amor,

un largo adiós que no se acaba?

Vivir, desde el principio es separase.

En el primer encuentro

con la luz, con los labios,

el corazón percibe la congoja

de tener que estar ciego y solo un día.

Amor es el retraso milagroso

de su término mismo:

es prolongar el hecho mágico,

De que uno y uno sean dos, en contra

de la primera condena de la vida.

Con los besos,

con la pena y el pecho se conquistan,

en afanosas lides, entre gozos

parecidos juegos,

días, tierras, espacios, fabulosos,

a la gran disyunción que está esperando,

hermana de la muerte o muerte misma.

Cada beso perfecto aparta el tiempo,

le echa hacia atrás, ensancha el mundo breve

donde puede besarse todavía.

Ni el llegar, ni el hallazgo

tiene el amor su cima:

es en la resistencia a separarse

en donde se le siente,

desnudo, altísimo, temblando.

Y la separación no es el momento

cuando brazos, o voces,

se despiden con señas materiales.

Es de antes, de después.

Si se estrechan las manos, si se abraza,

nunca es para apartarse,

es porque el alma ciegamente siente

que la forma posible de estar juntos

es una despedida larga, clara.

Y que lo más seguro es el adiós.

 

(Traduzione Yuleisy Cruz Lezcano)

 

Sarai, amore,

un lungo addio che non finisce?

Vivere, dal principio, è separarsi.

già fin dal primo incontro

con la luce, e le labbra,

il cuore percepisce quell’angoscia

di dover esser cieco e solo un giorno.

Miracoloso ritardo, l’amore,

del suo termine stesso:

è prolungare il fatto magico,

che uno e uno siano due, di contro

alla prima condanna della vita.

Con i baci,

col dolore e col petto si conquistano,

in affannose zuffe, godimenti

che sembrano dei giochi,

o giorni, terre, spazi favolosi,

la grande disgiunzione che è in attesa,

sorella della morte o proprio morte.

Ogni bacio perfetto scosta il tempo,

lo getta indietro, amplia il mondo breve

dove ancora è possibile baciare.

Non ha il suo culmine l’amore

quando arriva o si trova:

ma nella resistenza a separarsi

dove si può sentire,

altissimo, nudo, tremante.

Né la separazione è quel momento

in cui le braccia, o voci,

con segni materiali si congedano.

È di prima, di dopo.

se si stringono mani, se si abbraccia,

non è mai per dividersi,

ma perché l’anima alla cieca sente

che la forma possibile di stare

insieme è un lungo, e chiaro congedo.

E che è l’addio ciò che è più sicuro.

Compiersi in un addio che non finisce e che non si vuole, è come evadere dalla parola desolata, come strappare alla parola amore il suo senso.

Le parole di Salinas paiono inseguire alfabeti lontani, c’è sempre un senso nascosto dentro il senso…

Buona Lettura!

SOFFIO DI ANIME ERRANTI Yuleisy Cruz Lezcano

Con queste liriche voglio portarvi al cuore del dramma e della rinascita di tante donne, uomini, bambini, come te, come me, come noi, che hanno vissuto privazioni, violenze e ingiustizie sulla propria carne. Tramite questi versi vorrei usare la parola per travalicare i limiti delle sofferenze, così che diventi nitida l’inquietante immagine della metamorfosi, di chi nonostante i dolori della vita, scopre dentro di sé isole nascoste che tenacemente riportano dall’ombra verso la luce.
Questo libro è nato per chi non crede che a volte le perdite offrono delle occasioni di ritrovare se stessi. Ho cercato di fare riferimento al desiderio di rinascita in ogni verso. Penso che il vissuto, se raccontato, assume una dimensione simbolica. Credo che nulla di vile o insignificante può mai entrare nella poesia, niente di totalmente scurrile o volgare, perché tutto quello che assume la forma poetica, rinasce a vita eterna.

In copertina: “Ho dipinto i tuoi occhi, perchè conosco la tua anima” di Elisa Urso. Acrilico

Arde l’alba tutta nei sogni,
mi aggiro in mezzo a desideri e sbadigli,
nel sentiero dove spuntano gli artigli
per meglio agganciare un momento come questo,
colpito dai soli.
Sono fatte da canti di passeri, non sono rumori,
le ali che mi svegliano in quel che sono.
Sono io i miei sogni e mi ritrovo
nel linguaggio in cui comprovo
la vita che è nella mia tenue leggerezza.
Con un volto di dolci sostanze e di purezza
sono come miele che gocciola sospesa,
cado dal bordo di un petalo e l’erba cresce.
Spinto da parole ingenue, il seme ascolta il mio dire,
sa bene che vorrei vivere per sentire
la musica del mio cuore che mi satura di emozioni.

Yuleisy Cruz Lezcano
Foto Giuseppina Pina Brintazzoli

 

Materia, antimateria: influenze sull’espressione artistica dell’uomo – Yuleisy Cruz Lezcano

 

Materia, antimateria: influenze sull’espressione artistica dell’uomo

a cura di Yuleisy Cruz Lezcano

 

Perché si può decidere di accostare una mostra artistica e poetica alle onde gravitazionali?

Risultati immagini per onde gravitazionali

Gli uomini sono sempre stati affascinati della simmetria e dell’asimmetria, da sempre osservano la materia e solo da un po’ si fanno domande sull’antimateria, rapportando lo sconosciuto al già conosciuto.

Le scienze empiriche possono essere sovrapposte alle convinzioni collaudate dall’umanesimo, e queste sovrapposizioni, anche se istintivamente, possono sembrare casuali, potrebbero essere uno strumento efficace per semplificare quelle realtà non oggettivabili, che se pur non dimostrabili attraverso i sensi, esistono.

È dal reale che parte ogni processo immaginario creativo, per esempio Primo Levi che era un letterato e anche un chimico, era particolarmente colpito dalla chilarità delle molecole, cioè dal fatto che ci sono delle molecole che hanno una loro asimmetria, che essendo l’una speculare all’altra, non possono fare la stessa cosa quando interagiscono con le altre molecole. La cosa che colpisce però, è che le molecole della vita hanno un Levo-giro cioè una chilarità sinistrorsa, così come lo è anche il cuore.

Dove si vuole arrivare con questi discorsi?

Si arriva alla creazione attraverso le similitudini.

Tutto il processo creativo parte da qualcosa che all’inizio gli somiglia, poi si diversifica per rendersi “nuovo”.

Tanti concetti mantenuti nel tempo dall’umanità derivano da uno sforzo generale di unità e di ricerca di simmetria fra le cose simili ma non uguali, ma, invece, è dall’asimmetria che si trova, cercando i raggruppamenti, che nascono gli imprevisti, il nuovo, l’atto puramente creativo. La diversità è come un neo evidente sulla pelle chiara, è il segno di qualcosa. Forse la diversità comunica in sé qualcosa, l’inizio di qualcosa d’interessante, fuori dal comune.  Quello che noi osserviamo a un primo sguardo, è solo un universo semplificato, reso tale per essere percepito, quindi le etichette e le nomenclature servono solo a comprendere e a semplificare realtà complesse. Anche se tutti sappiamo che c’è ben altro, oltre al nome usato per identificare tutte le cose.

Da generazioni in generazioni, ipotizziamo di avere un’anima, come se ci fosse dell’antimateria contenuta dentro la materia. Per esempio potremo identificare l’anima come un nucleo di anti tempo, un nucleo che si oppone alla degradazione del corpo, con l’obiettivo, ancora non raggiunto, di donarci l’eternità. Per ovvi motivi l’eternità del corpo è un miraggio, ma tutti noi ci ostiniamo nel cercare nuovi misteri nella serratura per comprendere come l’antimateria potrebbe interagire con la materia, per oltrepassare i confini della morte corporea.  La sopravvivenza è da sempre una reazione istintiva. Perfino pensare alla parola morire, spesso, modifica in tutti noi il ritmo del respiro, se pensiamo alla morte a occhi chiusi, ci arrivano altri pensieri che rifiutano la morte stessa. È probabilmente la paura della morte che spinge l’uomo verso certe follie di distruzione dei simili e della propria casa.

Il primo sentimento che proviamo quando ci abbandoniamo all’evidenza delle cose che muoiono è un sentimento di smarrimento.

È la pre-morte come un sogno profondo pieno di apparizioni che ci tengono ancorati alla vita

(auto-cit.)

Ogni volta che pensiamo alla morte, un pensiero di vita ci invita a sostare sulla sua ombra. Un pensiero di vita è in sé una fonte di energia positiva che ci spinge verso l’evoluzione del pensiero.

Ora mi chiedo e vi chiedo, quale maggiore energia positiva dell’amore?

Quando pensiamo all’amore, subito, non so se per cultura, per tradizioni, per condizionamenti sociali, consuetudine, pensiamo al cuore; ed è incredibile! Perché come ho accennato prima, perfino il cuore ha una chilarità rivolta verso sinistra, come la  vita stessa. Solo il tempo si muove a destra, ma il tempo non è vita ma solo un’invenzione per contestualizzare l’universo, fatta dall’uomo. Ed è qui che mi tornano in mente i versi della bellissima poesia di Luigi Pirandello: “ E l’amore guardò il tempo e rise, perché sapeva di non averne bisogno.”  Questi come altri versi isolati di numerosi poeti, pur sottratti alla loro organica appartenenza, finiscono col vivere di una vita propria, suggeriscono la presenza di un tempo senza tempo, dove il pensiero aperto diviene irriducibile al significato di tutte le scadenze.

L’uomo usa l’arte per andare a caccia dell’antimateria, per esempio nella poesia i versi sono paragonati ai raggi cosmici riflessi dalle particelle energetiche del pensiero, che nasce dapprima come un insieme di atomi elementari, che come tutte le cose si muovono in modo disordinato, occupando tutti gli spazi, finché nel loro percorso non sono organizzate nelle aree di pensiero logico.  Il pensiero logico crea onde cerebrali, misurabili con gli strumenti tecnici dovuti. Tutta la vita manifesta la propria vitalità attraverso movimenti ondulatori interni o esterni, più o meno percepibili. Anche il flusso del sangue crea delle onde di spinta lungo le arterie.  La vita segue le sue forze ondulatorie e il tutto è regolato da forze elettriche che producono magnetismo. Il magnetismo all’interno della materia fa sì che un corpo reagisca rispetto agli altri con forze attrattive o repulsive.

Se immaginiamo le emozioni racchiuse in un punto del nostro “universo uomo” possiamo immaginarle in movimento, un movimento continuo e ondulatorio che  prende la sua forma interagendo con l’ambiente, che a sua volta ha anche lui un movimento ondulatorio che occupa più o meno spazio intercalandosi fra ogni singola emozione, e lasciando spazio perché anche le emozioni deformino la percezione dell’ambiente e di se stesse. L’ambiente e le emozioni,

in un contesto favorevole, si avvicinano sempre di più, senza diventare per questo un’unica cosa. È proprio questo movimento ondulatorio fra emozioni e ambiente che regola i nostri stati di animo.

La mente dell’uomo è uno spazio flessibile dove le emozioni possono espandersi o contrarsi ed è l’apertura verso l’amore la forza più grande che vige “nell’universo uomo”. Solo l’amore muove tutte le emozioni insieme, generando onde che si espandono, come onde gravitazionali che cercano un orizzonte virtuale di massima espansione per trovare universi simili e fondersi. Vorrei ricordare le parole di Dante Alighieri: “L’amor che move il sole e l’altre stelle”. Questi versi colgono in sé la relazione tra l’amore e l’orizzonte cosmologico e stellare. È l’amore la risposta a tutti “i perché”

e Dante l’ha descritto molto bene.  Lui attraverso una chiave di lettura coperta, ci dà una visione universale d’amore, amore come luce, come salvezza per uscire dalla selva oscura, dove l’uomo spesso si smarrisce. Questa selva simbolica ci porta sulla strada di tutti i dubbi, di tutte le domande, senza risposte, poi se continuiamo nell’interpretazione della Divina commedia, troviamo altre similitudini, per esempio fra i vortici dei gironi che calano le anime verso l’inferno e il vortice apocalittico necessario a rendere percepibili le onde gravitazionali.

Possiamo immaginare l’amore come l’origine di tutte le onde, il nucleo stellare dal quale partono i fasci di luce. Possiamo ben convincerci che stanno nell’amore universale tutte le risposte che l’uomo cerca nella vita, perché è l’amore come uno strano rumore di voci, che parlano di eterno, in un processo finale che dura la frazione di un milionesimo di secondo, reso infinito da tutte le possibili variazioni che compiono le emozioni che attraversano delle orbite istantanee che, appena si formano, spariscono per creare nuove orbite di senso.

È la mente come un Quanto di luce ed è il movimento che conduce a produrre i sensi che ci permettono non solo di vedere, ma di farci delle domande per indagare oltre. Esiste un’astronomia del vedere, non tutti vedono la stessa cosa, ma gli artisti vedono nel banale l’inaspettato. Ed è da questa visione che si genera la musa.

Esiste un’analogia fra il macrocosmo e il microcosmo, tutti i grandi corpi attraggono i piccoli corpi. L’amore è un volume enorme di antimateria che attrae a sé la piccola materia uomo, trasformandolo in corpo e anima, rispettando, come tutte le cose dell’universo, la legge universale.

Non siamo sul filo del paradosso, quando diamo all’ignoto la possibilità di riconoscersi nel noto, il mondo non è piatto, e la voce all’uomo dovuta per manifestarsi con tutta l’energia del sentimento è l’arte.

L’arte può racchiudere in sé tutte le emozioni vorticose, il foglio per il poeta può essere lo scenario apocalittico, così come può essere la tela lo scenario apocalittico per il pittore, ci vogliono però le emozioni che ruotino nello spazio mentale, come stelle vive ruotanti, le une attorno alle altre, così che lo stato di animo possa fondersi sul mezzo ed essere percepito da tutti. Questi fenomeni nel macrocosmo, se pensiamo alle onde gravitazionali, sono impercettibili e rari. Invece nel microcosmo abbiamo strumenti estremamente sensibili, quindi le emozioni fungono da propulsore delle onde creative e gli elementi stessi delle onde veicolano la qualità riflessa nel pensiero degli altri, che hanno gli strumenti della percezione innata per valutare se la nuova materia creata possa avere uno status eterno sulle frequenze dell’anima.

Grazie ai ragionamenti anteriori è nata la mostra artistica dal titolo “Onde gravitazionali”, ed è già dal titolo che si evince il tentativo di dare alla creatività artistica una libertà ondulatoria ed interpretativa., lontano da ogni scenario immaginato dall’artista, che ha solo stilato un’ipotesi iniziale di rappresentazione, che prende solo forma quando chi si avvicina agli oggetti  osserva e trova la propria realtà nell’oltre a quello che guarda. Questo concetto di fluidità dell’onda, che investe la mente potrebbe essere compreso dai pochi versi estrapolati dal libro “Foglie d’erba di Walt Whitman:

 

“Ogni verità attende in ogni cosa,

non affretta il proprio parto né oppone resistenza,

non ha bisogno del forcipe del chirurgo,

l’insignificante per me è grande quanto il resto,

che cosa è più o meno importante del toccare?”

 

ancora i versi di Walt Whitman che arrivano con  tutta la forza creativa dell’universo uomo:

 

“Penso che un filo d’erba non sia da meno di un movimento delle stelle,

e la formica sia altrettanto perfetta, e un granello di sabbia, e l’uovo di una gallina…”

 

Come si coglie dai versi di Walt Whitman anche le piccole cose possono essere importanti come le grandi cose. Ognuno di noi può provare una grande meraviglia di fronte alla proliferazione inventiva della vita che si esprime in un’infinita e imprevedibile varietà di aspetti. L’arte è solo una semplificazione della vita stessa. Anche il filosofo Shopenhauer è tra coloro che con un colpo d’occhio filosofico riescono a cogliere nel divenire dei fenomeni un elemento di continuità: l’energia cosmica che dà forma a ogni cosa. Il pensiero filosofico di Shopenhauer ha un grande fascino, pertanto vorrei completare questo articolo con un suo pensiero:

 

“La natura è energia cosmica in continuo divenire che si materializza in forme diverse e sempre nuove, minerali, vegetali o animali: in una distesa marina, ad esempio, in una foresta pluviale, o anche in una vasta catena di montagne nevose… ma anche nell’uomo.

La natura è la forza vitale di ciascuna specie e, di conseguenza, anche di quella umana.

 

Shopenahuer, come si può ben percepire, dà una definizione molto chiara alla natura delle cose e tutto questo ritorna nel suo capolavoro “la volontà di vivere”. Secondo me esiste una volontà di vivere nell’uomo che manifesta la profondità della sua anima attraverso l’arte.

Articolo scritto da Yuleisy Cruz Lezcano

 

Ho scritto questo articolo ispirandomi alla mostra dal titolo “Onde gravitazionali” che si inaugurerà a Bologna, nella sede dell’Artebo (Via San Petronio Vecchio 8) il 3 dic. Alle ore 17,00.

 

Gli artisti coinvolti nella mostra d’arte contemporanea “Onde Gravitazionali”sono:

Roberto Lacentra con “Aerei in volo”

Giovanni Cappelletti con “Sculture Sciamaniche”

Yuleisy Cruz Lezcano con il libro “Sensi da sfogliare”