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VIAGGIO IN ARMENIA, PRIMA PARTE

Sul taxi che verso le 4 del mattino, a Jerevan, mi conduceva dall’aeroporto all’hotel dove il mio amico Roberto aveva prenotato una stanza per me, il taxista mi disse cose che, nel corso del viaggio, sentii ripetere più volte e che, evidentemente, rappresentano una sorta di “fondamentali” nell’autocoscienza armena. Innanzi tutto la religione.Da subito venni informato che l’Armenia fu il primo paese al mondo a proclamare, nel 301, il Cristianesimo religione di stato e questo ben 79 anni prima dell’impero romano, che lo fece nel 380 con l’Editto di Tessalonica. Quindi la soddisfazione per il riconoscimento italiano della qualifica di “genocidio” nei confronti delle persecuzioni di cui furono vittime gli armeni da parte dei turchi e poi i numeri della diaspora: nel mondo ci sarebbero circa 11 milioni di armeni, di cui solo 3 in Armenia (e poco più di un milione concentrato a Jerevan!). Inoltre un senso di claustrofobia: l’Armenia non ha sbocchi al mare, gran parte delle sue frontiere corre con paesi con i quali i rapporti o sono difficili (Turchia) o sono addirittura bellici (l’Azerbaijan per l’enclave armena del Nagorno-Karabakh teatro di una guerra dal 1992 al 1994 a oggi tutt’altro che risolta) mentre ottimi sono i rapporti con la cristiana Georgia e lo sciita Iran (altrettanto confinanti). Infine, certo non per importanza, le grandi speranze per il nuovo corso politico maturatosi lo scorso anno dopo la sostituzione del presidente e l’ascesa al potere di un coalizione di partiti che ha fatto della lotta alla corruzione il proprio cavallo di battaglia (in questo il mio interlocutore vedeva dei netti miglioramenti, ma a suo avviso ancora incompleti).
Mi ero ritrovato a Jerevan per uno di quei casi della vita che fanno ben sperare. L’anno scorso avevo rivisto un mio caro amico con cui non avevo più contatti da tantissimi anni, da quando, finita l’Università, si era trasferito in Germania a lavorare come insegnante. Il rivedersi fu un coinvolgente momento di ritrovati interessi e comuni punti di vista; poiché Roberto è il responsabile degli scambi culturali tra la sua scuola e un’altra scuola di Jerevan mi parlò dell’Armenia. Così decisi, immediatamente, che alla prima occasione sarei andato anch’io e quindi, eccomi su un taxi in piena notte a parlare in inglese su questa affascinante nazione. Così con questa entusiastica, dettagliata presentazione fatta dal simpatico, giovane taxista mi sono ritrovato catapultato poco dopo, nonostante il viaggio e il fuso orario, per la prima volta nella mia vita in una nazione di cui conoscevo la fama per i monasteri (di cui parlerò più avanti) e per una storia gloriosa le cui nozioni si fermavano però a sporadiche conoscenze sempre in relazione a qualcun altro (i romani, i persiani, i bizantini, i veneziani, gli ottomani ecc.) e, purtroppo, mai per il suo valore in sé. Valore che ebbi modo di ammirare subito perché Jerevan è una città dalle numerose, interessanti sfaccettature. La prima cosa che mi colpì furono i giardini e il numero di alberi. Praticamente tutte le vie del centro sono alberate, risultano essere ampi viali in cui l’ombra e il fresco dei vegetali rende la città particolarmente accogliente e sedersi a bere un caffè in queste vie è un rito che consiglio vivamente a tutti, così come la sera cenare sui balconi che si affacciano sui viali sentendosi così non in Asia ma in una qualsiasi città europea; il bello è che la municipalità ha anche intenzione di incrementare questo verde! Ma Jerevan è piena di piccoli gioiellini che emergono in un tessuto urbano profondamente moderno come la piccola e preziosa cappella Katoghike (sotto nella foto). 

Questa chiesetta, scoperta solo nel 1936, si è miracolosamente salvata dal furore iconoclasta sovietico che demolì molte chiese e quasi tutte le moschee. E’ costruita con blocchi di pietre nere e rosso scuro con un accostamento cromatico che si ritrova in quasi tutti gli edifici sacri armeni, a pianta a croce greca (cioè con la lunghezza delle braccia uguale in tutt’e quattro le direzioni, come S. Marco a Venezia) è a cupola centrale, altro elemento comune a tutte le chiese armene. Colpisce una piccola nicchia ricavata sulla sinistra che è stata abbellita da un grazioso, elegante, aereo arco inflesso; tenuto conto che la chiesetta risale al XIII secolo mi sembra evidente l’influenza dell’arte araba e  persiana dell’epoca. L’Armenia si presentava in tal modo ai miei occhi quasi come un ponte tra le terre musulmane e quelle cristiane riuscendo ad armonizzare le differenti influenze, si vedrà spesso questa fruttuosa contaminazione ma nella cappella di Katoghike quel piccolo arco appare come un gioiellino ornamentale dentro un altro piccolo gioiello architettonico. 

E a proposito di gioielli come non citare la biblioteca e il centro di ricerca Matenadaran (foto sopra) che, collocato scenograficamente su una collina che domina uno dei viali più importanti della città, conserva decine di migliaia di manoscritti antichi, medievali e moderni provenienti da tutto il mondo. Una disponibile e preparata guida ha illustrato (in tedesco, come in tutte le altre visite essendo il tedesco la lingua ufficiale del viaggio) le rarità e i preziosi scritti esposti; così davanti alle mie cùpide pupille sono sfilati dei veri e propri capolavori come un testo di geometria di Avicenna in arabo del XVII sec. (con relativi disegni) un Evangelo in palinsesto del X sec., un papiro egizio del VIII sec. e poi cartine, libri, disegni, codici, manoscritti, miniature, abbellimenti medievali dei testi ecc. Insomma un tripudio di un preziosissimo retaggio culturale quasi bimillenario. Ho così scoperto un particolare interessante: il primo libro scritto in armeno fu stampato e pubblicato nel 1512 a Venezia confermando così il ruolo particolare che la città lagunare ebbe nei rapporti con queste terre e tutt’oggi a San Lazzaro degli Armeni si conserva una collezione di manoscritti armeni seconda, in tutto il mondo, solo a quella del Matenadaran.

Jerevan (foto sopra) è una città moderna con ampi spazi, boulevard, prospettive talvolta gigantesche e una periferia che non ha ancora del tutto superato la fase del cosiddetto socialismo reale, ma è anche un luogo che è stato perennemente abitato per un periodo di ben 2800 anni. Non molto lontano dal centro, su una collina che domina la città sono stati scoperti i resti di un città fortificata risalente all’VIII sec. a.C. Erebuni fu fondata, stando alla tavoletta in cuneiforme ivi scoperta, nell’anno 782 a.C. (foto sotto).

Il sito era organizzato intorno a tre aree di attività, quelle del potere politico, sacerdotale e commerciale e gli archeologi vi hanno ritrovato le tracce di un sapiente sistema di controllo delle acque per l’irrigazione dei campi e prove della lavorazione per ottenere vino, olio e birra. Una civiltà già avanzatissima che dominava un’amplia area che, avendo come fulcro la zona intorno al lago di Van (in Turchia) si estendeva fino quasi al mar Nero, al lago Sevan, al nord della Mesopotamia e all’Anatolia. Un impero che, sebbene indebolito dagli assiri, continuò a dominare la zona fino all’arrivo dei Persiani, nel VI sec. e oltre ancora: è la civiltà urartea. E’ interessante una piccola riflessione. Come si sa le lingue antiche sono innanzi tutto consonantiche, ovvero non contengono vocali; se teniamo presente questo principio si nota un’affascinante convergenza tra i nomi: eReBuNi (RBN) può essere la forma originale di jeReVaN (RVN), ma uRaRTu (RRT) era senz’altro solo un altro modo per dire aRaRaT (RRT). Suggestioni affascinanti sul bordo di quel pozzo senza fondo che chiamiamo storia. 

D’altra parte l’Ararat, questo vulcano spento alto più di 5000 m. domina col suo profilo perennemente innevato e insieme al Piccolo Ararat, altro vulcano che gli sta di fianco, la città di Jerevan (foto sopra); ora in territorio turco, l’Ararat è il monte citato nella Bibbia (Gen. 8,4) in cui approda l’Arca di Noè dopo la fine del diluvio universale. Viaggiando per l’Armenia il profilo di questa altissima montagna segue il viaggiatore quasi dappertutto e si caratterizza come una presenza continua e caratterizzante del paesaggio. Se a Jerevan, nel tardo pomeriggio, si sale sulla Cascata, un grande scalinata, intervallata da aiuole,  che risale un’erta collina si può ammirare in tutto il suo splendore, alla luce del crepuscolo il grandioso panorama che spazia dalla città fino all’imponente, massiccia presenza montuosa del vulcano. E’ a quest’ora che si percepisce bene il motivo per il quale Jerevan è detta anche la citta rosata;  i raggi del sole esaltano infatti il delicato color rosa dei muri delle case costruite in tufo, una pietra di origine vulcanica che, con questo colore, è presente anche in Lazio nella provincia di Viterbo. E la sera, nella grande Piazza della Repubblica, tra bambini con gli sguardi affascinati (ho visto tantissimi bimbi e giovani e nessun cane), genitori che passeggiano tranquillamente e coppiette che teneramente si stringono in vita è bello osservare i giochi d’acqua delle tante fontane che funzionano al ritmo delle musiche (classiche, moderne, di film) e vengono investite da fasci di luce colorata.Quante cose ancora varrebbe la pena segnalare. Restando vicino alla Cascata come non considerare le belle statue di Botero o il monumento all’amicizia italo-armena (foto di copertina), il teatro dell’Opera, il piccolo ma attrezzatissimo e interessante museo Kachaturian, il Museo di Storia ecc. Ma non è mio obiettivo quello di redigere un noioso elenco o, peggio ancora, una guida della città. C’è però un posto che vale la pena vedere; non tanto in sé, quanto per il significato che racchiude per tutti gli uomini di oggi. Nel 1915 nella notte tra il 23 e il 24 aprile il governo nazionalista di Istanbul facente capo ai “Giovani Turchi” iniziò a far arrestare e deportare migliaia di armeni: è il prologo di quella immane tragedia che portò alla morte per stenti, maltrattamenti, fame nel corso delle deportazioni tra 1500000 e 2000000 di individui; il primo genocidio del ‘900 che servì da esempio per la Shoah ebraica meno di tre decenni più tardi e di cui ancor oggi è vietato in Turchia parlarne pubblicamente. Il Museo e monumento del genocidio armeno sono luoghi che vale la pena visitare per mantenere il ricordo di quanto l’uomo possa essere terribilmente diabolico. Un fuoco perenne arde tra dodici (simbolo della completezza) ampi archi che partono da terra e s’innalzano incurvandosi su di esso; la memoria armena è purtroppo segnata anche da questa terribile esperienza.  [continua]
Nicola F. Pomponio

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Una Stella a Milano per Matera 2019

MILANO. Città Silenti è la mostra di Michele Volpicella con il patrocinio di Matera 2019 Open Future a cura di Avangart di Sebastiano Pepe e Nicolò Giovine, esposta a Matera, presso la Fondazione Sassi, Via San Giovanni Vecchio 24. La mostra è un omaggio alla città di Matera in occasione del suo riconoscimento a Capitale Europea della Cultura 2019.

La mostra, inaugurata domenica 14 aprile 2019, resterà aperta al pubblico fino al 30 settembre 2019.

Quella domenica, il professor Francesco Lenoci, docente Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ha concluso il suo intervento con le seguenti parole:

“L’opera pittorica di Michele Volpicella crea linguaggi universali, fa poesia, produce bellezza.

Matera 2019 deve essere costruttore di bellezza, portatore sano di bellezza, per contagiare il mondo.

Ebbene, il silenzio che aleggia sui sassi dipinti da Michele Volpicella amplifica il suo messaggio pittorico, aumenta la valenza del suo messaggio pittorico e, quindi, i confini del contagio in termini di bellezza operato da Matera 2019”.

Ciò premesso, uno dei segni più eloquenti della cultura è quello dell’andare incontro. Al riguardo Avangart porterà in esclusiva una selezione di opere del maestro Volpicella che rendono omaggio a Matera 2019 anche a Milano, dal 23 maggio 2019, presso “Felix Lo Basso Restaurant”, il ristorante stellato che illumina Piazza Duomo.

Vernissage d’inaugurazione: giovedì 23 maggio 2019, ore 18:00.

 
Durante la serata il maestro Michele Volpicella e lo chef Felix Lo Basso interagiranno fondendo l’arte pittorica con quella culinaria, proponendo delle originali creazioni. Nei piatti dello Chef molfettese, ma ormai conosciuto in tutto il mondo, si potranno ritrovare i colori delle eccellenze enogastronomiche pugliesi, rivisitate in una chiave moderna, al passo con i tempi. Un mix di colori, sapori e saperi da gustare prima con gli occhi poi con il palato. L’arte nel piatto, nel bicchiere e sulla tela in una prestigiosa location.

Il tutto sarà accompagnato dall’estro del barman Devis D’Ercole, che mixerà i colori delle bevande riproducendo le tonalità delle opere del maestro Volpicella.

CENNI BIOGRAFICI MICHELE VOLPICELLA

Michele Volpicella ha approfondito la sua formazione artistica presso l’Accademia di Belle Arti di Bari. Ha frequentato le lezioni di Hector Saunier direttore dell’Atelier Contrepoint de Paris e del maestro cinese Zhang Huinan direttore del Beijing Chinese Character e del City Calligraphy Institute. Descritto dai critici come soggetto dotato di realistica e spiccata sensibilità cromatica, per cui le sue tele tendono a staccarsi dalla figurazione abituale, acquistando pregio nei colori come nelle stesse sceneggiature ricche di echi nordici, avvolte e sospese in un’atmosfera silente che potremmo definire metafisica. È presente in collezioni pubbliche e private.

Dal 2018, a cura di Avangart di Nicolò Giovine e Sebastiano Pepe, ha iniziato un percorso per la realizzazione del progetto per Matera Capitale della Cultura 2019 dal titolo “Le Città Silenti – Racconti a Colori”.

La selezione di opere del maestro Volpicella raffigura il paesaggio materano nelle sue diverse sfaccettature cromatiche in chiave Neo Metafisica, con una particolare attenzione alla tecnica di lavorazione delle tele, trattate con polvere di tufo e di pietra e successivamente dipinte con accurata prospettiva geometrica ed un’armonia cromatica che caratterizza la loro peculiarità.

La cifra stilistica di Michele Volpicella è ormai diventata una firma inconfondibile: la sequenza quasi aritmetica dei tetti, la peculiare tavolozza cromatica, le finestre mute, l’assenza di figure umane, sono alcuni degli elementi che caratterizzano le sue opere, capaci di attirare un sempre maggior successo di pubblico e critica.

Si meraviglia l’occhio dell’ammiratore osservando le compiture, l’architettura patinata, le giravolte di luce proiettandosi, quasi di soppiatto, in quell’orizzonte tipicamente volpicelliano fatto di colori e sensi, di fiducia e amori d’abisso, di case e casette che parlano, salendo, le une sulle altre, da un fondo tinta universale verso l’immensità della volta celeste.

Sensibilità e pietas distinguono queste tele, come pure c’è misticismo e fede, quella dell’eternità e quella dell’arte. Ecco perché, ora, lo sguardo di chi ammira s’infila nei meandri delle case color del pane, color del mare, color del pettirosso.

Le case, le pareti, i tetti, ancora le giravolte, le porte, le finestre, gli angoli dipinti da Michele Volpicella sono così intrisi di umanità, che immediatamente lasciano percepire la presenza della comunità che contempla. È questa la forza dell’artista, di questo poeta dell’immagine, che sogna e dipinge con l’ispirazione di uno celestiale di coscienza.

CENNI BIOGRAFICI FELIX LO BASSO

Felice Lo Basso nasce a Molfetta nel 1973 e compie il suo apprendistato in grandi ristoranti gourmet in Italia e all’estero. Nel 2011 viene insignito della prestigiosa stella Michelin. Dotato di uno stile raffinato, sempre in gioco tra creatività e ricerca, fà della qualità e del rispetto delle materie prime il suo punto di partenza.

La sua cucina è nata al mare ed è cresciuta in montagna: il trait d’union è la ricerca dei prodotti di qualità, la voglia di sperimentare forme e colori, di mixare i gusti. Nel suo ristorante Felix Lo Basso offre una cucina di alto livello, sofisticata nell’elaborazione dei piatti ma con forti ancoraggi alla tradizione e alle materie prime italiane. Intuizione, fantasia, innovazione e creatività sono i pilastri della sua proposta enogastronomica.

FELIX LO BASSO RESTAURANT

Felix Lo Basso Restaurant è situato all’ultimo piano della Galleria Vittorio Emanuele II, che si affaccia sul simbolo per eccellenza della città di Milano: il Duomo.

Felix Lo Basso Restaurant incanta con una delle fotografie più magiche del capoluogo lombardo, avvolgendo in un’atmosfera creata per accogliere e stupire con finiture curate in ogni dettaglio.

Felix Lo Basso ha scelto questo luogo come casa per la sua cucina, che ospita 60 posti a sedere (35 interni, 25 in terrazza), proprio al fine di esaltarla con un’esperienza che coinvolga tutti i sensi.

La mostra è accompagnata da un catalogo monografico con un vasto repertorio di immagini e testi a cura di Francesco Lenoci, Fiorella Fiore, Maurizio Nocera, Enzo Quarto e Paolo Levi.

Città Silenti a Matera 2019

MATERA. Città Silenti è la mostra di Michele Volpicella con il patrocinio di Matera 2019, Open Future a cura di Avangart di Sebastiano Pepe e Nicolò Giovine, esposta a Matera presso la Fondazione Sassi via San Giovanni Vecchio, 24.

Vernissage d’inaugurazione: domenica 14 aprile 2019 ore 18,00.

Resterà aperta al pubblico tutti i giorni, dalle ore 10,00 alle ore 18,00, con ingresso gratuito, dal 15 aprile al 30 settembre 2019.

Il percorso espositivo si compone di una selezione di opere del maestro Volpicella raffigurante il paesaggio materano nelle sue diverse sfaccettature cromatiche in chiave Neo Metafisica, con una particolare attenzione alla tecnica di lavorazione delle tele, trattate con polvere di tufo e di pietra e successivamente dipinte con accurata prospettiva geometrica ed un’armonia cromatica che caratterizza la loro peculiarità.

La mostra è un omaggio alla città di Matera in occasione del suo riconoscimento a Capitale Europea della Cultura 2019.

Perché Matera è stata proclamata il 17 ottobre 2014 Capitale Europea della Cultura per il 2019?…… Perché l’obiettivo di Matera di porsi alla guida di un movimento finalizzato all’abbattimento degli ostacoli che impediscono l’accesso alla cultura, soprattutto attraverso nuove tecnologie e processi di apprendimento, è stato giudicato visionario.

É questa, tra le motivazioni che hanno portato la Giuria di selezione a scegliere Matera come Capitale Europea della Cultura 2019, quella che più colpisce.

Obiettivo visionario… visioni di radici millenarie… visioni intese come capacità di vedere oltre la realtà materiale e storica…. visioni quali sinonimi di tensione etica e spirituale orientata alla piena realizzazione di sé e dei propri ideali.

Il sogno è quello di costruire questa resistenza attraverso l’arte e la cultura, attraverso il teatro, la danza, la musica, che così non sono più vissute come un oggetto di consumo, ma come parte integrante della vita.

L’arte è innesto vitale per la trasformazione delle persone. L’arte che parte dalla vita, che parte dai problemi della società contemporanea, fa si che ci si interroghi, che si discuta.

L’arte che parte dallo specifico, come nel caso delle tele intrise di poesia di Michele Volpicella, rende possibile la trasmissione nel tempo e nello spazio del messaggio culturale e artistico nella città di Matera: un messaggio intriso di radici, di storia, di futuro, di continuità, di utopie, di percorsi, di riflessioni, di connessioni…. di visioni.

L’opera pittorica di Michele Volpicella crea linguaggi universali, fa poesia, produce bellezza. (dalla prefazione al catalogo del Prof. Francesco Lenoci)

PROF. FRANCESCO LENOCI

La cifra stilistica di Michele Volpicella è ormai diventata una firma inconfondibile: la sequenza quasi aritmetica dei tetti, la peculiare tavolozza cromatica, le finestre mute, l’assenza di figure umane, sono alcuni degli elementi che caratterizzano le sue opere, capaci di attirare un sempre maggior successo di pubblico e critica.

Se a restare inconfondibile è il tratto dell’artista, forgiato sulle lezioni di incisione Sperimentale di Hector Saunier e di tecniche dell’acquerello e calligrafia del Maestro Zhang Huinan, nei nuovi lavori Volpicella innova in modo quasi impercettibile eppure inesorabile la sua pittura.

Michele Volpicella, questo mistico del colore, le cui tele alitano sospiri sognanti, magiche volute.

Si meraviglia l’occhio dell’ammiratore osservando le compiture, l’architettura patinata, le giravolte di luce proiettandosi, quasi di soppiatto, in quell’orizzonte tipicamente volpicelliano fatto di colori e sensi, di fiducia e amori d’abisso, di case e casette che parlano, salendo, le une sulle altre, da un fondo tinta universale verso l’immensità della volta celeste.

Sensibilità e pietas distinguono queste tele, come pure c’è misticismo e fede, quella dell’eternità e quella dell’arte. Ecco perché, ora, lo sguardo di chi ammira s’infila nei meandri delle case color del pane, color del mare, color del pettirosso.

Le case, le pareti, i tetti, ancora le giravolte, le porte, le finestre, gli angoli dipinti da Michele Volpicella sono così intrisi di umanità, che immediatamente ti lasciano percepire la presenza della comunità che contempla. È questa la forza dell’artista, di questo poeta dell’immagine, che sogna e dipinge con l’ispirazione di uno celestiale di coscienza.

Cenni biografici: Michele Volpicella ha approfondito la sua formazione artistica presso l’Accademia di Belle Arti di Bari. Ha frequentato le lezioni di Hector Saunier direttore dell’Atelier Contrepoint de Paris e del maestro cinese Zhang Huinan direttore del Beijing Chinese Character e del City Calligraphy Institute. Descritto dai critici come soggetto dotato di realistica e spiccata sensibilità cromatica, per cui le sue tele tendono a staccarsi dalla figurazione abituale, acquistando pregio nei colori come nelle stesse sceneggiature ricche di echi nordici, avvolte e sospese in un’atmosfera silente che potremmo definire metafisica. È presente in collezioni pubbliche e private.

Dal 2018, a cura di Avangart di Nicolò Giovine e Sebastiano Pepe, ha iniziato un percorso per la realizzazione del progetto per Matera Capitale della Cultura 2019 dal titolo “Le Città Silenti – Racconti a Colori”.

Ciò premesso, uno dei segni più eloquenti della cultura è quello dell’andare incontro. Al riguardo Avangart porterà una selezione di opere del maestro Volpicella che rendono omaggio a Matera 2019 anche a Milano, dal 23 maggio 2019, presso “Felix Lo Basso Restaurant”, il ristorante stellato che illumina Piazza Duomo.

La mostra è accompagnata da un catalogo monografico con un vasto repertorio di immagini e testi a cura di Francesco Lenoci, Fiorella Fiore, Maurizio Nocera, Enzo Quarto e Paolo Levi.

Alessandro Fioraso e la sua arte centrata col cuore a cura di Yuleisy Cruz Lezcano

Alessandro Fioraso e la sua arte centrata col cuore

 

Finché il cuore sarà il tuo ramo,

l’albero stupirà

illuminato da frutti colorati.

(autocitazione)

 

La pittura raccoglie in sé il mondo e abbandona il proprio mondo, a beneficio di quello già esistente. E’ proprio questo che si coglie nelle opere pittoriche di Alessandro Fioraso, un artista che riesce a fluire con il proprio pennello.

Alessandro attraverso la sua pittura percorre il suo viaggio, un viaggio intenso e ricco di emozioni. Ed è un piacere oltreché un onore poter parlare con lui di questo viaggio.

Nella sua espressione artistica è implicito l’elemento ritmico che gioca con la natura dei colori. L’idea di tempo, di movimento, di divenire, ha nei suoi dipinti, un destino transitorio, cosmico, onirico. Le sue opere sono capaci di comunicare la sua interiorità, le percezioni del mistero e dell’astrazione del proprio pensiero. Comunica concetti complessi che portano in sé un concepire, uno spiegare il mondo interiore ed esteriore, in modo onirico.

I temi che Fioraso rappresenta, non sono mai unitari. Ogni opera è diversa dall’altra. Ciascuna racchiude però tre elementi: colore, energia, intelligenza, che producono nell’osservatore un effetto immediato e sorprendente.

Le sue tele sanno raccontare come la materia di ogni cosa sia immanente, ma raccontano anche, che ogni cosa si accomuna alle altre attraverso un filo di connessione eterno, che comporta l’evoluzione delle forme, ma non l’evoluzione dell’essenza.

Esiste una dimensione surreale nell’astratto che ci mostra l’immateriale leggerezza dell’energia intelligente. Nella visione delle opere di questo artista, i sogni oltrepassano, come per magia, tutte le sovrastrutture e barriere mentali. È facile cogliere la ricerca coraggiosa di nuove domande. L’inconscio si misura con i pennelli, rende consapevole, a chi ammira i suoi quadri, come la centratura delle emozioni coincidano con il cuore, come portano alla sintonia illuminata fra sogno e realtà.

L’artista interpreta un oblio di tutte le distanze che separano la realtà dal sogno. La sua ricerca stilistica è un esercizio di stile in crescita. I suoi colori sono colori felici, che innalzano l’ingegno del cuore in un insieme di pennellate. Spesso, le sue immagini, portano alla visione di pensieri in festa, che attendono di vivere nello sguardo di chi apprezza la sua forma espressiva.

Dal punto di vista concettuale, si possono cogliere navicelle verso i sogni che arrivano in una lontana isola dei beati, un regno per la visione intelligente di quello che unisce lo sguardo di un mondo interiore e lo sguardo verso la realtà trasformata.

Quando ho chiesto di parlare delle sue opere, la  risposta di Alessandro Fioraso è stata la seguente: “Ora proverò a scriverti ciò che mi chiedi, ma prima voglio raccontarti un pò della mia storia che probabilmente in parte avrai già letto da qualche parte”.

La sua risposta non mi ha stupita, perché anche se l’artista non sempre si immedesima con le proprie opere, esse rappresentano sempre le sue emozioni del momento; potenti vibrazioni che guidano il creato, dopodiché tutto diventa possibile.

“Ho ereditato la passione per il disegno e la pittura da mio padre. Già da piccolo ero un suo fan. Volevo fare ciò che faceva lui; allora disegnavo e lo imitavo. Tutte le occasioni erano buone per prendere la matita in mano e così anche a scuola, la materia in cui eccellevo maggiormente era il disegno e la pittura. Mi divertivo a fare i ritratti ai miei compagni, le caricature ai professori e disegni di ogni tipo.

Fino all’età di 18 anni, ho continuato ad esprimermi con la pittura, ma con l’arrivo degli impegni dell’azienda di famiglia, ho dovuto dedicarmi pienamente al lavoro e ho iniziato a mettere da parte questa mia naturale inclinazione. Ho comunque continuato a visitare mostre e ad appassionarmi agli artisti che mano mano incontravo nella mia vita, diventando così un estimatore di ogni forma artistica.

Verso i trent’anni ho avuto un ritorno di fiamma. Mi sono iscritto ed ho frequentato per circa due anni, un corso di pittura in una rinomata scuola d’arte torinese, lo studio di Lella Burzio, dove ho ripreso le tecniche pittoriche dall’abc. Poi, purtroppo, il lavoro ha di nuovo preso il sopravvento. Intanto altre passioni hanno “colorato” la mia vita: lo sport, la danza, la fisarmonica e poi lo yoga che mi accompagna ancora oggi.  E proprio la ricerca yogica mi ha spinto ad approfondire la conoscenza della vita, dei filosofi e dei maestri spirituali, per trovare risposte alle mie eterne domande e al mio bisogno di comprendere il senso dell’esistenza. Così ho iniziato a frequentare personaggi di ogni genere nel mondo dello yoga e di tutte le attività salutistiche per l’uomo: dal massaggio al Reiki, dalla meditazione all’esoterismo”.

Alessandro Fioraso quindi per diversi anni abbandona i pennelli per dedicarsi al proprio lavoro, ma la magia di un incontro, lo riporta sulle vecchie passioni…

“A farmi ritrovare la pittura è stata una voce ispirata, che un giorno mi ha detto: “torna al di là della disciplina che pratichi a fare ciò che tanto amavi e che credi di non poter più fare. Fai fruttare i tuoi talenti e fai ciò che hai compreso, ricomincia. Riappropriati dei colori dell’arcobaleno come quando eri fanciullo”. Questa frase per me è stata una folgorazione e da quel giorno è ricominciata la mia attività artistica e non l’ho più abbandonata“.

NEL RITROVARSI

si aprono serrature,

un’esplosione di fiori mistici

spinge l’orlo del cassetto…

Volano rotoli materici,

respirano la mano che toccano.

Gli uccelli del sogno

evocano bacchetti

fra le dita si partorisce la vita.

Dalla rinascita infinita

si apre l’anima bianca della tela,

vento a poppa sulla barca a vela,

un nuovo viaggio si cosparge di colori.

Sono queste le parole che dedico ad Alessandro e a tutti noi affinché possiamo ritrovare le nostre passioni. E poi continua il suo racconto: “dopo 20 anni ho ripreso con la scuola di pittura, sono tornato da mio padre per imparare ancora. Ho frequentato diversi pittori sempre con l’intento di imparare cose nuove. E’ stato un percorso per iniziare a ritrovarmi anche sotto il profilo artistico”.

Alessandro, poi, conferma le mie parole iniziali: “Nei miei lavori sento rappresentare il mio cammino. Sono particolarmente affezionato alle mie opere; non tanto per il risultato pittorico ma per ciò che rappresentano per me. Molti lavori che ho fatto, sono segni del mio tempo, della mia esperienza, delle mie emozioni, dell’amore per la bellezza e per la vita”.

E poi mi dice: “Scusa, ma sentivo necessario questo preambolo. Ora rispondo alle tue domande”.

Da chi hai preso ispirazione nel realizzare i tuoi lavori pittorici?

“Essendo un amante della pittura e dei pittori, potrei dirti che da tutti prendo ispirazione; potrei dirti Dalì per la sua forte vena surrealistica che sento vicina a me come mezzo per esprimere il sogno, la follia e tutto ciò che passa dalla mia mente; e poi Magritte e altri surrealisti anche contemporanei.

Mi piacciono gli impressionisti per la carica di espressività che imprimono nelle loro tele, dirtene uno in particolare mi diventa difficile, magari di un pittore mi piace un lavoro ed altri no… Van Gogh, Renoir, Manet e altri…ma anche la pittura antica esercita su di me un fascino irresistibile, Caravaggio, Botticelli, Leonardo, Michelangelo ecc.

I quadri surrealisti sono quelli che stimolano maggiormente la mia ricerca, voler rappresentare il sommo movimento interiore dell’essere umano, le sue necessità, i suoi desideri e la sua anima, la sua follia e la sua forza”.

Alessandro quale è il tuo rapporto con la ricerca della bellezza nell’arte?

“Un forte stimolo arriva anche dalla bellezza, momenti di tenerezza, sentimenti… tutto ciò che fa parte della relazione amorosa con persone, animali, natura e oltre… anche ciò che c’è al di là del conosciuto, il mistero…”

Da quanto ci racconta l’artista si evince la funzione dell’arte nel nutrire il nostro spirito, nel riportarci dentro la nostra essenza, per avvicinarci al “buono” che è in noi. Così da aprirci al potenziale di “essere” nella nostra integrità.

Cosa cerca Alessandro Fioraso con la sua espressione artistica?

“La maggior sicurezza nel realizzare i dipinti va concretandosi nel tempo, sono ancora nella ricerca ma più dello stile, ciò che conta per me è comunicare qualcosa, far riflettere e perché no… se possibile far gioire ed emozionare…”

Quali sono i momenti della giornata in cui trai maggiore ispirazione?

Fino ad oggi ho dipinto quando il tempo me l’ha permesso; ho dovuto coniugare la vita lavorativa con quella artistica. Mi piace dipingere al mattino, ma mi succede di dipingere anche la sera o di notte quando il silenzio è più presente… diversi lavori li ho realizzati la notte… quando sento il suono del mio respiro. L’ispirazione mi può arrivare da tutte le parti, probabilmente va a coincidere con un mio stato d’animo o da un’immagine che mi colpisce, ma soprattutto dalle persone.
Mi piace osservare il modo di esprimersi degli artisti. Visito mostre, in continuazione, per mio piacere personale. Mi piace la sperimentazione, ma mi lascia un po’ perplesso la necessità di voler a tutti i costi arrampicarsi sui vetri per raccontare qualcosa.”

Cosa pensi Alessandro dell’arte contemporanea?

“Mi piace la semplicità e la conoscenza della materia che si usa, non basta mettere insieme degli elementi per far arte… ad esempio mi piace di più una scultura che esprime anche la perizia di chi la fa piuttosto che un’installazione che magari è di effetto ma non necessariamente manifesta un valore artistico nel saper fare… spero di farmi capire. Per far emergere la propria arte credo sia necessario oltre che a conoscere la materia che si usa, lasciarsi guidare dal cuore e connetterlo con gli occhi. E’ necessario dar spazio al proprio sentire e farsi guidare anche dal senso del bello, del gusto personale. Ovvio che la parola “emergere” per me assume significato nel momento in cui l’artista sente la propria naturale “realizzazione”, anche se non è riconosciuta dalla critica.”

Qual è il tuo rapporto personale con i colori?

“Relativamente ai colori, ho sperimentato un po’ di tutto, in questo momento prediligo i colori ad olio, con i quali eseguo certi lavori e quelli acrilici per farne altri con caratteristiche diverse.

L’olio è pastoso, accattivante e denso, mi connette maggiormente con la materia, l’acrilico si diluisce con l’acqua e mi rimanda alla fluidità, alla naturalezza del movimento senza forma.

I colori sono la vita. Ogni colore ha una sua forza e sicuramente lo stato d’animo e il colore sono due elementi che viaggiano insieme, connaturati, amalgamati dalla stessa matrice. Ogni colore è un principio alchemico naturale.”

E, per finire, cosa ci racconti della tua tecnica?

“Normalmente uso i pennelli, ma ho sperimentato anche altro, mani, spatole, spruzzini, spazzolini, stracci e altro. Ecco. Ti ho raccontato un po’ di me e della mia passione per la pittura”.

Yuleisy Cruz Lezcano

Fisiognomica ed emozioni, Enzo Fabbrucci di Yuleisy Cruz Lezcano

Fisiognomica ed emozioni, Enzo  Fabbrucci

“La scrittura delle rughe, su quella tavola di misteriosi geroglifici che è il volto, era un codice ancora tutto da decifrare e nelle persone cosiddette folli o abnormi questo era lampante.”

(Enzo Fabbrucci)

Da anni l’artista Enzo Fabbrucci studia e interpreta con il pennello la fisiognomica umana. Infatti, le sue parole lo confermano “C’è stato un tempo, il migliore della mia vita in cui me ne andavo a caccia di volti un po’ ovunque.” I volti sono l’espressione di una favola promessa, che questo pittore con la sua attività sciolta ed emancipata porta alla luce, come un saggio magistrale, come un costruttore dei piani estetici emotivi. Con grande stile, la sua pittura ricrea una dimensione ulteriore delle cose, svela la magia del quotidiano. Nei suoi dipinti è presente l’eredità della metafisica interpretativa dei gesti, come se ci fosse solo “un sempre qui e altrove” del tempo.

Le immagini riprodotte sono, spesso, sospese in una dimensione rarefatta, senza tempo, con sfondi indefiniti, sembrano inserite in un universo magico. L’arte figurativa di quest’artista non è per nulla essenziale, ma è ricca e materica, con un realismo interpretabile solo nel mondo dei sogni. Le sue pennellate sono come una lirica dal ritmo forte e protratto, che si profilano in ipotetiche barriere di sovrapposizioni fra i vari colori, sapientemente amalgamati. La sua arte è un’eredità raffigurativa che parla della continuità dei soggetti. Nelle sue tele le setole del pennello cercano i respiri delle rughe, il calarsi del vento fra i loro spazi. Questo modo di dipingere evoca il pathos che, esangue, avvolge le volumetrie, le asimmetrie dell’espressione. L’arte figurativa diviene più che mai fiero distacco dal comune, è la rivoluzione pittorica di un momento.

Enzo Fabbrucci sembra attingere da diverse correnti artistiche e da nessuna, direi che è un artista di difficile catalogazione, con contaminazioni di tanti mondi. Non c’è dubbio che il pittore ha trovato il suo proprio stile, per esempio con l’Espressionismo Mediterraneo, ha in comune la ricerca del lato poetico della vita. I suoi tratti rittraggono espressioni, a volte severe, con una rilettura di una realtà diversa all’interno della realtà stessa. Certe volte, il pittore aderisce all’arte figurativa, altre volte si può cogliere nella stessa tela una parte figurativa e un’altra parte di espressionismo astratto che, insieme, creano un mix esplosivo. Spesso, la sua arte figurativa è avvolta da una spiccata tendenza al “Surrealismo” e tale guscio definisce il pittore come un pittore “dell’Umanesimo Moderno” che coglie nell’espressione dell’uomo il potere del sogno; il potere dei desideri inconsci, che trasformano la fisiognomica, imprimendo, non solo dei segni sulla psicologia individuale, ma trasformando il corpo dei soggetti. In alcune raffigurazioni si può notare il congiungimento della parte più elevata della pittura con i suoi lati prosaici, dove il nudo è talvolta ridicolizzato. Alcuni dei suoi dipinti possono creare smarrimento, perché è tangibile la ricerca di una nuova armonia delle immagini, con una mimesi della realtà e un’effusione, che nega spesso le ombre e fa pensare anche al Fauvismo (movimento nato in Francia all’inizio del ‘900). Questo tipo di espressionismo dà una nuova qualità all’espressione, che fa sì che l’espressione divenga la rivelazione di uno stato intimo del momento.

Chiedendo a Enzo Fabbrucci quale o quali sono i suoi pittori preferiti, emerge un nome: quello del pittore norvegese Edvard Munch (1863- 1944) che con lui ha un elemento di sovrapposizione, anche se i due pittori sono stilisticamente distanti. Enzo Fabbrucci, come Munch, vede le cose diverse dagli altri e lo manifesta nel suo modo di dipingere: I due pittori riescono a mostrare i propri sentimenti, le loro visioni, e a questo subordinano tutto il resto.

Per tradurre l’arte di Enzo, bisogna avvicinare il suo sentito, lui si racconta così: “Non saprei ciò che inizialmente m’ispira, non so dove collocare l’inizio di ogni cosa, io mi concentro sul volto, cercando di scoprire la lingua misteriosa dei sentimenti e per caso incontro questo stile.” Da parte mia confesso che trovo qualche richiamo all’arte pittorica di Maurice de Vlaminck André Derain, ma Enzo aggiunge “Un mio amico dice che i miei ritratti fanno pensare al Fayyum, (conosci?). Sinceramente, lontanamente trovo una leggera somiglianza, perché a differenza dei dipinti di Fayyum, quelli di Enzo sono dipinti vivi, con una mimica in movimento che va al di là del movimento fisico. Nei suoi dipinti, la mimica ritrova piena spiegazione di sé nella mancanza di simmetria assunta dal volto, durante le diverse emozioni.

Quando faccio altre domande all’artista Enzo Fabbrucci, ecco che con lucidità emergono, in modo spontaneo le risposte.

“Dipingere, come scrivere, non so cosa mi procura, forse fatica. Ma ti ho detto che siccome oltre ai ritratti sto dipingendo un ciclo di leggende, è la sola cosa che faccio da mattina a sera.”

Quando cerco di capirne di più sul suo modo di lavorare, ecco che arriva, in modo immediato, un’altra risposta.

“Lavoro o su cose reali, che studio attentamente come volti o paesaggi, o sul sogno, che è una fonte primaria. Ricordo moltissimo dei sogni.”

Nelle tele di questo pittore si coglie “lo stabile, il transitorio, il diverso”. Lo stabile e il transitorio di certe emozioni non sono facili da definire, ecco perché questo modo di dipingere è di per sé un viaggio, che richiede uno studio accurato e serio. Direi che l’emozione ritratta è perfino vissuta, per potere così comprendere quello che non si vede a prima vista.

I filosofi dell’Illuminismo erano affascinati dalle emozioni. David Hume, Adam Smith e Thomas Reid trattarono tutti a lungo dei sentimenti e delle passioni. Questi pensatori consideravano le emozioni fondamentali per l’esistenza dell’individuo e della società. Infatti, Smith fu il fondatore della “Scienza del sentimento” (la psicologia dell’emozione”). Nel suo primo libro, “Teoria dei sentimenti morali” (1759), egli ipotizzò che le emozioni fossero il filo che teneva insieme il tessuto della società.

Io credo, che l’emozione e il pensiero non siano nemici inconciliabili; credo che ci sia tanto di razionale nell’emotività ed è questo che colgo nell’espressività di Enzo. Egli sa come mescolare emozione e ragione e penetra con la sua pittura poetica i segreti dei sentimenti istantanei, così da trasmettere il senso di un’armoniosa mescolanza che deriva dalla fusione tra emozioni e ragione.

Molti studiosi hanno fatto diversi elenchi delle emozioni fondamentali dell’uomo, dato che si sono trovati d’accordo con la tesi che le emozioni fondamentali sono universali e innate, al di là della cultura di appartenenza. Gli studiosi sono in disaccordo sul loro numero, ma per la maggior parte includono nel loro elenco le seguenti: gioia, sofferenza, rabbia, paura, sorpresa, disgusto. Alcuni studiosi danno a queste emozioni nomi diversi, ma tutti loro convengono con il fatto che sono “emozioni fondamentali”.

Per quanto riguarda lo studio dell’espressività delle emozioni e degli stati d’animo, le cose cambiano però, esiste un fattore culturale rilevante e solo se si riesce a trovare un codice comune e condivisibile delle loro manifestazioni, si esce dall’isolamento. Le persone viventi in culture diverse non provano emozioni differenti, può cambiare il modo di manifestarle. Ecco perché studiare la mimica, i gesti, richiede un metodo certosino di osservazione e una conoscenza della tecnologia con la quale si veicola la lingua non parlata di gesti e segni. La storia pittorica di Enzo Fabbrucci è un viaggio, che adatta le immagini di volta in volta alla storia dei soggetti rappresentati.

Vita

Uomo ti vedo nei versi miei,

nei dipinti suoi…

dalla stirpe di radici nasci

qual prodigio

che impara dall’erba, dal flauto

che prende a suonare;

dai verdi accordi del grillo;

dai sentimenti che strilli e strillo

quando la rugiada è una lacrima,

dimorante nella parola urlata

che come rima cantata,

lascia al vento mimica e vocali,

quando gli occhi davanti alla luce

credono di essere immortali,

perché si aprono a quel miracolo,

chiamato vita.

Yuleisy Cruz Lezcano

Premio “La Voce dei Poeti” 2018 -Mostra Caserta

COMUNICATO STAMPA

Al Teatro della Parrocchia della chiesa del Buon Pastore di Caserta, piazza Pitesti la Pro Loco di Caserta e VerbumlandiArt presentano la III Edizione del Premio Internazionale di Arte e Poesia “La voce dei poeti”

La catena della Pace per la difesa dell’Ambiente

La cerimonia di premiazione della III Edizione del Premio Internazionale di Arte e Poesia “La voce dei poeti”, organizzata della Pro Loco di Caserta e da VerbumlandiArt, con abbinata mostra d’Arte contemporanea “La catena della Pace per la difesa dell’Ambiente” avrà luogo sabato 17 marzo, alle ore 16:30, presso il Teatro della Parrocchia della chiesa del Buon Pastore di Caserta, sita in piazza Pitesti n.1.
A presentare il concorso d’Arte con l’esposizione sarà il critico d’Arte ing. Carlo Roberto Sciascia, Presidente della Pro Loco di Caserta, mentre il Premio di Poesia sarà presentato dalla dott. Regina Resta, Presidente di VerbumlandiArt di Galatone.
L’organizzazione dell’evento e l’allestimento della mostra saranno curate dalla Parrocchia del buon Pastore e dalla sig.ra Ottavia Patrizia Santo, dal prof. Guido Vaglio e dal sig. Gennaro Amoriello con il coordinamento della prof. Rosanna Della Valle.

Saranno esposte le opere dei seguenti artisti: Rosa Arbolino, Gennaro Amoriello, Ana Buda, Iula Carcieri, Luisa Colangelo Maria Comparone, Rosanna Della Valle, Antonio Diana, Rosanna Di Carlo, Leonilde Fappiano, Giuseppe Ferraiolo, Anna Frappampina, Giovanna Giordano, Rosa Guarino, Stefania Guiotto, Madia Ingrosso, Paolo Lizzi, Veronica Mauro, Stella Radicati, Guy Paul Rodriguez, Lello Ruggiero, Bartolomeo Sciascia, Antonella Sirignano, Gerardo Spinelli, Pierfelice Trapassi, Anna Varone.

Alla cerimonia di inaugurazione sono previsti gli interventi di: Don Antonello Giannotti, Parroco della Chiesa del Buon Pastore e Direttore della Caritas Diocesiana di Caserta, Avv. Carlo Marino, Sindaco di Caserta, Dott. dott. Giorgio Magliocca, Presidente della Provincia di Caserta, Prof. Giuseppe Catapano, Rettore dell’ AUGE (Accademia Universitaria degli studi Giuridici Europei), Cap. Marilena Scudieri, Com. del nucleo investigativo di polizia ambientale agroalimentare e forestale di Caserta, Avv. Vittorio Giorgi, Console onorario dell’Uzbekistan per la Campania e il Molise, Ing. Tiziana Petrillo, Assessore alla Cultura di Caserta, dott. Adolfo Giuliani, Presidente e fondatore del Movimento internazionale “Esasperatismo Logos & Bidone”, Prof. Rosalia Pannitti, Presidente dell’Associazione Genitori d’Italia sez. Caserta, Prof. Giulia Carbone Galantuomo, Presidente della Fidapa “Calazia” di Maddaloni, Prof. Lucia de Cristofaro, Direttore editoriale della rivista Albatros, Dott. Bruna Caroli, psicologa, Dott. Annella Prisco, poetessa e Vice Presidente dell’Associazione Michele Prisco, componente della Giuria, Arch. Anna Cappella, poetessa, componente della Giuria, Dott. Regina Resta, poetessa e Presidente di VerbumlandiArt di Galatone, Ing Carlo Roberto Sciascia, Presidente della Pro Loco di Caserta e critico delle Arti. Moderatore degli interventi e addetto stampa sarà il giornalista Gianrolando Scaringi,
All’evento parteciperanno fuori concorso le opere degli artisti Rosario De Sarno, Antonio Del Donno, Valerio Giuffré, Maurizio Monaco, Gabriella Pucciarelli e Antonio Pugliese, oltre ad un’opera dello stesso Carlo Roberto Sciascia.


Molto atteso è l’intervento musicale del M° Pasquale De Marco, fisarmonicista e direttore della Fisorchestra liberina, che ha incantato con la sua musica nella passata edizione.
Significativo è il tema, incentrato sulla salvaguardia del creato, che in una terra ove si brucia spesso la spazzatura per strada (di qui il nome di “terra dei fuochi”) e dove è evidente il degrado ambientale ed il colpevole silenzio di quanti, sapendo, si son resi colpevoli di omissione di atti di ufficio o di senso civico, .
L’evento avrà al centro dell’attenzione della “Catena della Pace” l’urgenza avvertita da tutti gli uomini, preoccupati per il riscaldamento terrestre, per lo scioglimento dei ghiacciai, per i cambiamenti climatici, ma anche per l’allarme relativo ai rifiuti tossici, alle scorie radioattive ed a tutte quelle violenze che non solo colpiscono tanti territori di tutto il mondo, ma contribuiscono ad innalzare pericolosamente la mortalità sia umana, sia animale, sia vegetale … e senza la tutela dell’ambiente la pace sulla terra non può essere possibile.
Le poesie dei poeti e le opere degli artisti intendono principalmente stimolare i cittadini del mondo a vigilare sull’ambiente in cui vivono, perché il problema non riguarda solo la Campania o un’altra regione italiana, ma tutto il pianeta. Infatti, i territori, indicati dai mass media come “incriminati!, sono vere vittime di pochi squallidi ed ignoranti governanti ed approfittatori; a tal riguardo basti pensare ai rifiuti radioattivi russi buttati nel mar baltico dalla Germania Est, alle zone inquinate di Brescia, alla continua “pioggia” di elementi pesanti causata dal passaggio degli aerei, ai fumi che rendono irrespirabile l’aria di tante grandi città come Pechino, allo smog, ….
Per raggiungere la Pace globale l’uomo deve riuscire a scardinare l’indifferenza di tanti malfattori e di tanti cittadini, deve superare la filosofia del “hic et nunc” o del “carpe diem”, impegnandosi per scuotere le coscienze degli uomini affinché non vi siano mai più emergenze e l’uomo impari a convivere in armonia con la terra in cui vive senza danneggiarla, ma valorizzandone ogni suo aspetto.
Durante la successiva settimana la mostra, che proseguirà fino al 25 marzo c.a., sarà visitata dagli alunni di alcune scuole casertane. (C.R.S.)

Un Trionfo Made in Italy a Tashkent – Franco Mancinelli

Un Trionfo Made in Italy a Tashkent

GRANDE SUCCESSO A TASHKENT CAPITALE DELL’UZBEKISTAN PER IL PRIMO FESTIVAL INTERNAZIONALE DELLE ARTI DECORATIVE ED APPLICATE 2017
Dal 6 all’11 di novembre si è svolto nella capitale dell’Uzbekistan, a Taskent, il I Festival Arti Decorative e Arti Applicate, organizzato dall’Accademia d’Arte, con la partecipazione dei Ministeri della Cultura, degli Esteri, dei Traporti, della Salute e l’ambasciata a Roma. Vi hanno preso parte 70 artisti di 11 nazioni, 11 provenienti dall’Italia, tra i quali Daniela Gilardoni, artista del vetro e Adriana Monaco, costumista. Numerosissimi sono stati i visitatori in tutti i giorni dell’apertura. La manifestazione comprendeva un ricco calendario di eventi. La partecipazione italiana fa parte del progetto Angeli ideato e organizzato da Aida Abdullaeva ed ha registrato un notevole successo: la costumista Adriana Monaco è stata presente con costumi storici dal medioevo agli inizi Novecento, particolare successo di pubblico e di critica ha ottenuto il costume di Cenerentola realizzato con 50 metri di tessuto in organza azzurro e completato con 500 rose realizzate completamente a mano; nello stesso ambito sono stati esposti tre costumi della costumista Catia Mancini; Daniela Gilardoni ha esposto lavori con quadri in vetro e nuove tecniche sulle quali esperimenta da anni e la rende unica in questa ricerca; nel campo del vetro erano esposti anche i vasi floreali di Sabrina Golin; nel settore della seta, con foulard, erano presenti lavori artistici di Davide Cristofaro, Paola Zannone e Miguel Angelo Acosta Lara che hanno suscitato in tutti un grande interesse; per la ceramica sono stati presentati i lavori di Rubboli Arte e Vecchia Gualdo di Fiorella Mariotti provenienti da Gualdo Tadino; nel campo del legno sono stati esposti i lavori di Gianfranco Ghibelli; di Fano è stata presente Arte Moda con quattro abiti da sera realizzati dagli allievi della scuola; questa presenza si era già fatta notare al festival d’Arte e Amicizia Italia – Uzbekistan a Pesaro nel 2016.
Il festival si è concluso con una grande serata di gala in cui si sono celebrati i venti anni dell’Accademia con assegnazioni di premi e diplomi ai partecipanti e nella quale Aida Abdullaeva ha consegnato i l premio Angeli al presidente dell’Accademia di Belle arti, Akmal Nur per il contributo dato al legame di amicizia e agli scambi dell’arte e della cultura tra Italia e Uzbekistan. Aida Abdullaeva ha espresso la sua soddisfazione per la presenza italiana e per tutta la manifestazione che sarà ripresa tra due anni con cadenza biennale e per la quale sta già lavorando per dare all’Italia e agli artisti italiani la possibilità di conoscere questa nuova realtà di Taskent e dell’Uzbekistan in grande crescita. Viva l’Arte, viva la vita.
Franco Mancinelli

Invito

“Michele Nicolè” Espressionismo astratto e Arte Surrealista “DIRITTO AL SOGNO” – Yuleisy Cruz Lezcano

 

Presentazione di Michele Nicolè

 

ESPRESSIONISMO ASTRATTO E ARTE SURREALISTA

“DIRITTO AL SOGNO”

«Probabilmente ci sono ancora così tante annotazioni che non riescono a spiegare i nostri dipinti. La loro spiegazione deve sorgere da una profonda esperienza tra immagine e osservatore. L’apprezzamento dell’arte è un vero matrimonio dei sensi. E come in un matrimonio, se non viene consumato si giunge all’annullamento». (Mark  Rothko 1903-1970)

Amo moltissimo l’arte surrealista perché l’artista si può permettere di capovolgere l’intenzionalità tradizionale di tutti i sensi; si può permettere di uscire dagli automatismi dei comuni accostamenti, per iniziare in libertà l’ingranaggio di una catena di nuovi sensi, in grado di compenetrare in modo inspiegabile le emozioni.

I dipinti surrealistici, in particolare quelli che hanno a che vedere con i pensieri onirici o con i campi misteriosi della Metafisica, sono colmi di simbolismi e di proposte innovative, perché realizzano la rottura simbolica fra causa ed effetto, permettendo d’introdurre elementi di perturbazione che dicono senza dire. L’artista, con questo tipo di immagini,  riesce a dare un salto d’intensità, uscendo dal già sentito, per aprirsi all’osservatore con “l’insolito”. Non esiste comunicazione codificata in questo modo di esprimersi, ma si realizza un’aggregazione di nuovi sensi, che determinano, a loro volta,  l’allargamento di tutti i sensi possibili. Ed è questo che avviene quando si osservano i dipinti di Michele Nicolè. L’immagine creata per offrirsi alla percezione, trasmette sensazioni sempre diverse. L’artista conosce il potenziale e la valenza delle proprie alchimie e con uno stile libero, libera l’arte, crea giochi materici di luce, colori materici che si incontrano, ma che ad ogni incontro continuano a restare se stessi. L’artista crea parallelismi fra gli universi e le dimensioni ed unisce dimensioni ed universi con l’astrattismo del pensiero.

L’astrattismo di Nicolè è surreale e tra le sue opere l’unico elemento omogeneo è il pensiero libero, attraverso gesti di libertà totale, senza una reale scansione temporale. E le emozioni riconducono al ritorno verso l’innocenza, che l’artista sperimenta a tutto campo, senza regole.

I suoi dipinti trovano la propria ragion di essere, senza portare a una lettura univoca. Le linee di congiunzione fra i vari elementi sono animate in un flusso a volte allargato e a volte ristretto, in cui l’unica “apparizione” possibile è la curiosità dei sensi. L’osservatore viene subito sorpreso dell’amalgama di colori,  che svegliano ricordi felici e struggenti, un po’ logici e ragionevoli, un po’ imprevisti ed incontrollabili. Per esempio, nel dipinto dal titolo “Luci nel firmamento”, del 2005, il messaggio trasmesso dall’autore può essere invisibile, e nello stesso tempo può arrivare alla mente di diverse persone in modo simultaneo, creando un universo di energie nuove e più potenti, dell’energia iniziale pensata da un unico soggetto. In questo caso mi azzardo a dire che l’artista è riuscito ad amplificare l’energia iniziale, solo con il fatto di portare all’attenzione dei diversi osservatori il suo dipinto.

Volendo poi fare un paragone con artisti del passato, a differenza dell’arte astratta di Mark Rothko (1903-1970), ad esempio, i dipinti di Michele Nicolè sono astratti ma non geometrici, non hanno divisione netta dei toni; la sua poetica artistica, richiama altri artisti appartenenti al gruppo di pittori americani come Gottlieb, de Kooning, Still, Kline, Newman e Motherwell, anche se non esiste realmente un vero legame  fra l’arte pittorica di questo artista e quella degli altri pittori. Nell’arte di Nicolè si percepisce una forte influenza dell’arte di Pollock. Infatti, nonostante la libertà di questo artista nel modo di mostrare la propria realtà intrinseca, nella sua arte si riesce a cogliere l’influenze di questa corrente pittorica. Per questo, mi permetto di affermare, che questo artista italiano rientra, nella corrente dell’espressionismo astratto anche se in modo non puro .

La pittura astratta ci ha dato opere importanti. Se noi pensiamo, ad esempio, a Paul Klee, al primo cubismo; se pensiamo a Braque, Picasso, a Morandi considerati i maestri del cubismo, possiamo dire che con l’astrattismo contemporaneo c’è stata una grande evoluzione, ma poiché le tracce nell’arte non si perdono, esse servono per nuove ricerche di stile. Ed è questo che sta avvenendo con l’arte di Michele Nicolè, un artista che gode di piena maturità espressiva , un grande indagatore di se stesso, pensatore lucido, che ci guida attraverso le proprietà associative dei colori, in cui l’espressionismo astratto è quasi surreale, e ci consente, d’immaginare, con un po’ di fantasia, immagini naturali note. Michele come altri artisti, osserva immagini che potrebbero definirsi astrattamente costruzioni ma che, di volta in volta, a seconda delle associazioni mentali richiamate, possono assumere forme concretamente reali. Ogni raffigurazione nei suoi quadri crea infinite combinazioni. Da ogni combinazione si evincono nuove espressioni costruttive. Uso la frase di Klee per meglio definire l’arte di Nicolè: “mobilità lungo le vie naturali della creazione”. Attraverso un’osservazione attenta si possono cogliere nell’arte di Michele Nicolè “il senso del divenire”, “la natura dei pensieri liberi”, “la creazione di nuove unità di senso”.

Gli studi di Michele, da quello che lui stesso racconta, si sono negli anni intensificati e specializzati, tanto che si può cogliere un salto evolutivo verso la ricerca interiore, la libertà innocente dei pensieri. Non si può ignorare, avvicinandosi alla sua arte e leggendo i suoi libri, che l’artista abbia una profonda cultura e che sia dotato da un’insaziabile curiosità per le più svariate manifestazioni del pensiero. Solidissime sono le sue basi culturali a carattere filosofico, musicale e letterario. Di ciò, bene ne dà testimonianza il suo libro da me divorato “ PensArte” (La danza della mente).

Ci si potrebbe però, fare un’altra domanda: Quale può essere considerato il fondamento della sua cultura d’immagine?

L’arte visiva di Nicolè è ricca, con linee che sembrano fluttuare e ricongiungere altri elementi, e onde che uniscono immagini come pensieri. I suoi dipinti sono il riflesso della sua introspezione, guidata da un appassionato sguardo, lucido e caparbio, che rivela i frutti di una mente coltivata da segni e gesti pronti ad esplodere,  in un tempo senza tempo, dove il tempo stesso viene cancellato dal ponte che mette in connessione realtà parallele.

Osservando poi il dipinto di Nicolè dal titolo “Ventola”, del 2012, si colgono forze centrifughe nella disposizione dei colori, un vortice che, se paragonato al pensiero, è come se inseguisse un modello fisico disordinato attraverso una dispersione che tende all’entropia. Invece no! La traiettoria dei colori viene corretta in ogni momento ed è soltanto condizionata dalla spinta verso il centro. Perché è proprio nel centro di noi stessi che si trovano le congiunzioni fra i nostri pensieri e i pensieri che arrivano dall’universo.

Nulla è illogico nel pensiero. Esistono aggregazioni infinite che influiscono sulla qualità del pensiero ed è in questo mondo delle infinite possibilità dove questo artista si muove per fornire al pensiero il proprio ordine, la propria storia di ripartenze continue, che dà al vortice la profondità nodale della psiche. L’intensità del pensiero diventa l’unica verità che autorizza il gesto pittorico, che benda i tanti occhi della ragione, fornendo alle pennellate spazi onirici, già teorizzate da Freud, nello spostamento e nelle condensazioni. Il fattore che accomuna i vari dipinti di Nicolè è un moto inconsulto e involontario del profondo. In ogni dipinto emerge l’inconscio con la sua energia, l’immaginario vola in tutte le direzioni, disseminato a tutte le altezze e le bassezze, che il pittore decide quando aggiunge materia su materia.

L’immaginario è un’energia mentale che non tocca solamente il livello corticale ma attraversa tutto il corpo dell’artista, inteso come contenitore di un campo energetico che genera catene di pensieri, che scatena emozioni come un magma luminoso dell’inconscio. La forma nei dipinti di Michele è data da percorsi, materia e sperimentazioni con oggetti che creano nuovi riflessi e nuove visioni. L’immaginario dunque sprigiona energia, che poi l’arte si incarica di condensare diversamente.  Guardando questi dipinti, si apprende una doppia strada che attraversa sia il simbolico sia l’onirico, usando i colori, per creare illusioni materiche.

In ragione di tutto questo sin qui argomentato, ritengo che osservare dal vivo i quadri di Michele Nicolè, sia un appuntamento da non perdere, un avvenimento capace di aggiungere emozioni a emozioni, non solo perché si tratta di un artista di straordinario talento nel  panorama artistico attuale, ma perché  si può avere osservando i suoi quadri, una più chiara lettura del suo percorso artistico in continua evoluzione. Pertanto vi invito alla Mostra personale di Michele Nicolè dal titolo “Contaminazione estetica fra arte e web”  nel Palazzo Eugenio Maestri/ Selvazzano Dentro/ Padova

La mostra va dal 29 settembre al 28 ottobre.

Il 28 ottobre alle ore 11,00 ci sarà uno Special Guest con la mia critica poetica e letture interpretate di poesie tratte dal libro “Fotogrammi di confine”, pubblicato con la Casa editrice Laura Capone Editore .

Vi aspettiamo numerosi!

VISITATORI

L’ora colorata,

Per questo siete venuti;

Per tutte queste anime giunte

Alla loro unica fine

Che inizia con un creare

Un sogno che non finisce

In se stesso.

Yuleisy Cruz Lezcano

Yuleisy Cruz Lezcano

L’ARTE DI TOMMASO COLONNELLO – Un artista ortonese sulla via della seta

L’ARTE DI TOMMASO COLONNELLO – Un artista ortonese sulla via della seta

Palazzo Farnese di Ortona dal 30 luglio al 30 settembre 2017

Promossa dalla Associazione Romano Canosa per gli studi storici sarà inaugurata il 29 luglio 2017 ore 18,00 a Palazzo Farnese di Ortona, la mostra dedicata a Tommaso Colonnello (1896 – 1975) artista ortonese di formazione e fama internazionale, che visse la sua fase professionale più importante in India dove affrescò, negli anni Trenta, il Palazzo dei Vicerè a New Delhi.

Oggi questo maestoso palazzo di pietra rosa, più vasto della reggia di Versailles, si chiama Rashtrapati Bhavan ed è la residenza ufficiale del Presidente della Repubblica dell’India. Costruito all’inizio del secolo scorso su progetto di Sir Edwin Luytens, ritenuto il più grande architetto inglese dell’epoca, per ospitare i Vicerè inglesi, può essere definito l’ultima grande espressione del potere coloniale inglese.

All’inaugurazione della mostra Tommaso Colonnello, un ortonese sulla via della seta  interverranno: Lucia Arbace, Direttore del Polo Museale dell’Abruzzo, Franco Farinelli, Università di Bologna, Aman Nath critico d’arte, Andrew Hopkins Università dell’Aquila, Andrea Rapini, Università di Modena e Reggio Emilia, Gaetano Basti, Editore e Isabella Colonnello ideatrice della mostra oltre ai saluti del Sindaco di Ortona, Leo Castiglione, di Vincenzo D’Ottavio, già Sindaco di Ortona e di Aldo D’Anastasio, Presidente dell’istituzione Palazzo Farnese.

Tommaso Colonnello nasce da una famiglia di viaggiatori o meglio di naviganti di Ortona con rapporti costanti con l’India. Il nonno aveva fondato nel 1887 la società The Italian Stores con magazzini aperti a Bombay, Singapore e Hong Kong per rifornire di generi alimentari i piroscafi delle grandi compagnie di navigazione che collegavano l’Italia con l’estremo oriente.

Per quasi tutta la sua produzione artistica realizzata a New York a Buenos Aires e a Milano, Colonnello si ispira ai grandi maestri dell’arte cinese, giapponese (Hokusai, Hiroshige, Hutamaro) ed ai grandi miniaturisti persiani e indiani, declinandola in varie forme, affreschi, decorazione sui mobili, ceramiche, acquerelli creando piccoli e grandi capolavori, espressione della fluttuante leggerezza e sensualità del mondo orientale. A seguito degli entusiastici encomi della stampa internazionale il Re d’Italia Vittorio Emanuele nel 1936, gli riconosce l’onorificenza di cavaliere per “i suoi importanti lavori artistici specialmente quelli eseguiti all’estero”.

La mostra ripercorre le opere e le tappe della sua avventurosa e affascinante vita riproducendo immagini degli affreschi di Delhi, corredati da pannelli, paraventi e mobili decorati. Tommaso Colonnello ci ha lasciato nella sua amatissima Ortona, dipingendo fino all’ultimo suo giorno il 20 giugno 1975.

 

Ufficio Stampa: Francesca Rapini    cell. 347 701 9545

AL MAESTRO CARLO IACOMUCCI ONORI AL MERITO DELLA REPUBBLICA ITALIANA di Patrizia Minnozzi

AL MAESTRO CARLO IACOMUCCI  ONORI AL MERITO DELLA REPUBBLICA ITALIANA

di Patrizia Minnozzi

Su proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri, il Presidente della Repubblica, con suo decreto in data 13 gennaio 2017, ha conferito all’incisore urbinate Carlo Iacomucci, l’onorificenza di Ufficiale dell’Ordine “Al merito della Repubblica Italiana”.

La cerimonia di consegna si svolgerà il 2 giugno prossimo alle ore 11 presso il Palazzo Buonaccorsi di Macerata, alla presenza del Sig. Prefetto Dott.ssa  Roberta  Preziotti .

L’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, istituito con la Legge 3 marzo 1951, n. 178, è il primo fra gli Ordini nazionali ed è destinato a “ricompensare benemerenze acquisite verso la Nazione nel campo delle lettere, delle arti, della economia e nel disimpegno di pubbliche cariche e di attività svolte a fini sociali, filantropici ed umanitari, nonché per lunghi e segnalati servizi nelle carriere civili e militari”.

Il Maestro Iacomucci vanta un nutrito curriculum artistico come pittore e, in particolar modo, come incisore. L’acquaforte e la punta secca sono state infatti per Iacomucci, inserito nel novero degli incisori italiani, una passione costante e mai interrotta pur nella molteplicità delle tecniche sperimentate e praticate. Carlo Iacomucci nasce nel 1949 a Urbino, dove studia presso la prestigiosa Scuola del Libro. Nel corso della sua lunga carriera artistica si è spostato frequentemente tra Roma, Lecce e Varese, approdando infine a Macerata, città dove vive e opera.

– Dal 1972 ad oggi, numerose sono le sue mostre personali e collettive, in Italia e all’estero.

– Nel 2011 gli è stata conferita l’onorificenza di Cavaliere.

– Nel 2014 ha ricevuto presso il Campidoglio il “Marchigiano dell’Anno” per le arti visive, Centro Studi Marche (CESMA), Roma.

– Recentemente ha realizzato un libro d’arte in digitale dal titolo “Segno, Colore, Forma in Poetica Visione” a cura della dott.ssa Patrizia Minnozzi.

– Attualmente è in corso una mostra, assieme ad altri cinque incisori marchigiani, presso il Centro Studi Marche CESMA di Roma a cura della dott.ssa Pina Gentili.

Un riconoscimento pubblico di notevole importanza per Carlo Iacomucci che, con le sue opere e il suo meticoloso lavoro di incisore, ha reso un grande contributo alla collettività in termini di dedizione, sensibilità artistica e sapiente conoscenza della materia. Egli è riuscito nell’intento di comunicare con l’arte, attraverso l’interpretazione della realtà, mettendo in evidenza la propria interiorità. Nelle opere proposte da Iacomucci, l’attenzione dell’osservatore è volutamente portata a considerare, in modo particolare, l’aspetto formale dell’immagine, cioè la composizione, i colori, la luce, o semplicemente il bianco e nero. E’ come se in lui convivessero due facce: da un lato l’anima colorata e sgargiante dei suoi numerosi dipinti; dall’altro lato, l’anima in bianco e nero delle incisioni. L’arte di Iacomucci è un’arte “comunicativa”, nell’accezione più moderna del termine, proiettata verso la continua ricerca di immagini nuove, nell’intento di creare un’arte astratta e trascendente, ma reale e concreta allo stesso tempo.

La città di Macerata, pur non avendo dato i natali a Iacomucci, dovrebbe essere fiera di essere stata scelta dall’artista urbinate come luogo di elezione del suo vivere ed operare, ricevendo lustro ed onore da un personaggio tanto eclettico, quanto rigoroso nel suo percorso artistico e umano.

 

Patrizia  Minnozzi (339.4248857)