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“Racconti di viaggio spigolando il Grand Tour”. Il 7 maggio conversazione di Goffredo Palmerini all’Università per la Terza Età dell’Aquila

L’AQUILA – Martedì 7 maggio, alle ore 16, presso la Sala Benedetto Croce del Consiglio Regionale d’Abruzzo (L’Aquila, via Michele Iacobucci), nell’ambito delle attività dell’Università per la Terza Età, Goffredo Palmerini terrà la conferenza “Racconti di viaggio spigolando il Grand Tour“. Quella dello scrittore e giornalista aquilano, che dell’Università per la Terza Età nel 1982 fu uno dei soci fondatori, sarà una conversazione sul suo ultimo libro “Grand Tour a volo d’Aquila” (One Group Edizioni, 2018) nel quale numerosi sono i racconti di viaggio alla scoperta del Belpaese (Capitanata e Gargano, Basilicata e Matera, Calabria jonica, Garda bresciano, Salento leccese, Trieste e Gorizia, Piemonte occitano,) i reportage di missioni all’estero (New York e il Columbus day, Washington, Mons e Marcinelle) e soprattutto le annotazioni sugli intriganti borghi e le meraviglie del nostro Abruzzo. Nel corso della conferenza scorreranno sullo schermo le belle immagini che corredano le 352 pagine del volume.

Uscito in dicembre 2018, il libro sta conoscendo un significativo apprezzamento dei lettori, in Italia e all’estero, e già si va esaurendo la prima ristampa. Francesca Pompa, presidente One Group, annota nel risvolto di copertina: “Grand Tour a volo d’Aquila, un invito ad attraversare territori, a visitare luoghi e borghi, a scoprire scrigni d’arte, a conoscere persone, a vivere gli avvenimenti fino a sentirsi parte di questo universo in continuo divenire con al centro una città non più semisconosciuta, ma evocata in tutto il mondo e diventata patrimonio universale dopo quanto le accadde nel 2009. E’ l’abilità del vero narratore quella di farti viaggiare, come fa Goffredo Palmerini, attraverso la scrittura che diventa racconto e, pagina dopo pagina, apre a nuovi scenari. Le storie prendono forma e lasciano scorrere immagini che riflettono il tempo di cui sono protagoniste, oggi ma ancor più domani. Infatti, è nel tempo che libri come questo acquistano sempre più valore, quando la memoria diventa patrimonio della propria identità e restituisce, come un fiume in piena, l’apice di una Italia tratteggiata nelle sue peculiarità, nella sua capacità di meravigliare e di essere un’eterna avvincente scoperta”.

Goffredo Palmerini (L’Aquila, 10 gennaio 1948) scrive su giornali e riviste in Italia e sulla stampa italiana all’estero. E’ in redazione presso numerose testate giornalistiche in Italia e, come collaboratore e corrispondente, su diverse testate all’estero: America Oggi (Usa), La Gazzetta (Brasile), i-Italy (Usa), La Voce (Canada), La Voce d’Italia (Venezuela), Mare nostrum (Spagna), L’altra Italia (Svizzera), La Voce alternativa (Gran Bretagna). Collabora inoltre con le Agenzie internazionali AiseInformComUnicaHa pubblicato i volumi “Oltre confine” (2007), “Abruzzo Gran Riserva” (2008), “L’Aquila nel Mondo” (2010), “L’Altra Italia” (2012), “L’Italia dei sogni” (2014), “Le radici e le ali” (2016), “L’Italia nel cuore” (2017), “Grand Tour a volo d’Aquila” (2018). Nel 2008 gli è stato tributato il Premio internazionale “Guerriero di Capestrano” per il contributo reso alla diffusione della cultura abruzzese nel mondo. Nel 2014 ha ricevuto a Lecce il Premio Speciale “Nelson Mandela” per i Diritti Umani. Vincitore nel 2007 del XXXI Premio Internazionale Emigrazione per la sezione Giornalismo, gli sono poi stati conferiti, sempre per l’attività giornalistica, il Premio internazionale “Gaetano Scardocchia” (2017) con Medaglia del Presidente della Repubblica, il Premio nazionale “Maria Grazia Cutuli” (2017), il Premio internazionale “Fontane di Roma” (2018). 

Daniel Defoe e il suo Robinson Crusoe: trecento anni e (non) li dimostra di Nicola F. Pomponio

Il 25 Aprile del 1719 veniva pubblicato quello che tutt’oggi è considerato uno dei capolavori della letteratura inglese e occidentale: “The life and strange surprising adventures of Robinson Crusoe”. A così tanto tempo dalla pubblicazione questo romanzo continua ad essere un ineliminabile momento nella costruzione dell’immaginario e della coscienza della modernità e quindi, al di là delle ragioni commemorative, vale ancora la pena di sobbarcarsi la in verità lieve fatica di rileggerlo: la profondità, la potenza visionaria, la capacità di analisi e l’apertura al futuro di questo libro sono semplicemente stupefacenti. Daniel Defoe ha creato uno dei pochi miti moderni che, secondo Ian Watt, si affianca a Don Giovanni, Don Chisciotte e Faust (la modernità è molto avara di miti paragonata ad altre epoche storiche).


Daniel Defoe

Questa capacità mitopoietica di Defoe ha radici ben salde in una visione del mondo profondamente influenzata tanto dal pensiero religioso quanto dalla situazione socioeconomica inglese del XVIII secolo. Per questo val la pena rileggere questa opera, talvolta relegata nella letteratura per l’infanzia (come la potentissima, corrosiva, salace, misantropa satira del quasi contemporaneo, è pubblicato nel 1726, swiftiano Gulliver), in quanto pietra miliare del processo di costruzione del moderno individualismo. Una pietra miliare saldamente posta su quella strada regia a cui appartengono, venendone fortemente influenzata, capolavori quali “The Pilgrim’s Progress” di Bunyan e il meraviglioso “The Paradise Lost” di Milton.

La trama del Robinson Crusoe è così nota da non dover essere riassunta, ma sono i particolari che innervano l’opera a dover essere ricordati. Crusoe è un affermato mercante che parte alla volta dell’Africa per commerciare in schiavi e quando si ritrova unico sopravvissuto su un’isola deserta riesce a recuperare molti dei beni che la sua nave trasportava. Su questo aspetto della solitudine è bene soffermarsi. Defoe proviene da una famiglia puritana e dissenziente. E’ un convinto protestante in anni di crudele lotta civile contro il cattolicesimo e da buon puritano non può che trovare nella luce interiore, nella solitudine (cosa di più solitario di un uomo su un’isola deserta?) la forza a partire dalla quale operare nel mondo. La Riforma ebbe il grande merito di sottolineare l’interiorità umana e ciò anche in polemica con un cattolicesimo visto come pura esteriorità di riti e Defoe, che espresse comunque sempre opinioni di tolleranza nei confronti di altre posizioni religiose cattolicesimo compreso, ben traspone nel suo romanzo questa situazione di abbandono in un mondo in cui a brillare è da un lato la coscienza del singolo e la divinità che in esso si trova, dall’altro una Divina Provvidenza che regola verso il meglio il corso degli avvenimenti (cosa di più “provvidenziale” del recupero di oggetti dalla nave naufragata che verranno a costituire la sua accumulazione originaria che, ben utilizzata, gli consentirà di sopravvivere?).

Riecheggiano così temi calvinisti e luterani e la loro interpretazione del concetto di illuminazione di Agostino (non a caso Lutero era un frate agostiniano); dietro Robinson si ergono quindi le figure dei grandi della Riforma e forse solo all’interno del protestantesimo era possibile pensare non tanto, ovviamente, il concetto di solitudine (su cui scrisse una penetrante riflessione il nostro Pavese nella “Letteratura americana e altri saggi” parlando proprio di Robinson) quanto l’effetto che esso è in grado di imprimere all’attività umana. Questa solitudine, questa laboriosa solitudine è il fondamento di un agire che vede nel raggiungimento del successo – nel caso di Crusoe la sua sopravvivenza – la cifra della salvezza individuale oltremondana. Viene utile rileggere Defoe alla luce dell’analisi che Max Weber, ne “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”, fa del pensiero di uno dei Padri fondatori degli Stati Uniti: Benjamin Franklin. In ambedue i casi la razionale utilizzazione dei beni, l’industriosa attività del singolo, il rigore morale che proviene da una retta coscienza e un deciso individualismo di stampo illuministico sono alla base dei due pensatori. La identificazione dell’umano con l’Homo oeconomicus è uno dei caratteri fondamentali dell’antropologia dei due autori e ambedue sono espressione di quella nuova “middle class”, esplicitamente citata all’inizio del romanzo, che veniva a porsi tra i ricchi e i poveri.

Così ciò che caratterizza l’agire di Robinson è proprio una logica ormai moderna in cui, per esempio, l’isola diviene suo possesso perché è da lui dissodata, valorizzata e lavorata. Oggi può forse sembrare scontato ma abbiamo appunto trecento anni di distanza dall’opera; le acquisizioni coloniali ispano-portoghesi del nuovo mondo erano atti notarili in cui venivano registrati luogo e data della scoperta e quindi annessi al re di cui lo scopritore era rappresentante. Nella riflessione anglosassone, soprattutto quella che si riferisce al liberalismo di John Locke attentamente studiato da Defoe, è il lavoro a giustificare il possesso, non tanto la scoperta e l’autorizzazione regale e/o papale. Robinson, da buon allievo di questo filosofo, diviene padrone della nuova terra in quanto la valorizza utilizzando al meglio ciò che possiede (ben poco a parte una “retta coscienza”) e ciò che trova (praticamente tutto), questo è il suo capitale iniziale che saprà far fruttare con “il sudore della fronte”.

Da questo atteggiamento religioso discende inevitabilmente la superiorità nei confronti dei “selvaggi” (fiumi d’inchiostro sono stati versati su Venerdì) i quali, non avendo la coscienza illuminata dalla Rivelazione, sono condannati all’inferiorità verso il protagonista che, ricordiamolo, era in viaggio per questioni schiavistiche, ma, forse, la nave naufraga proprio perché compie un viaggio empio? Il testo non lo dice, ma la nota tolleranza di Defoe verso le altre confessioni potrebbe essersi ampliata, e qui seguiamo un’interpretazione ottimistica dell’autore, anche in direzione antischiavista. Altro elemento che richiamiamo, ma se ne potrebbero richiamare molti ancora, è una visione della natura completamente scevra da qualsiasi animismo o panteismo. Robinson agisce già dopo la rivoluzione scientifica, la natura è diventata una grande macchina e non ha più gli scrupoli o i timori che solo un secolo prima il grande John Donne (“And new Philosophy cals all in doubt”) esprimeva; con atteggiamento pragmatico, se non utilitaristico, la natura diventa un semplice oggetto su cui esercitare il proprio potere plasmatore e una fonte di ricchezza se ben sfruttata. Robinson, il nuovo Adamo, si appropria della sua isola e la utilizza ai suoi fini.

Il romanzo risulta essere una grande, ampia, profonda allegoria in cui il singolo, l’individuo forgia un mondo a sua immagine e somiglianza in cui il collettivo è espunto e i rapporti tra gli uomini sono regolati essenzialmente da contratti (si veda la lunga discussione al riguardo che Robinson tiene con gli altri marinai approdati sull’isola). Il mondo del passato con i suoi rapporti naturali (la prima ribellione di Robinson è verso il padre), con le sue gilde, corporazioni, “stati” (nel senso prerivoluzionario del termine) è tramontato; l’interiorità è l’unica norma di riferimento e il successo dell’individuo (non del ceto, non del gruppo di appartenenza, non della società stessa) diventa, calvinisticamente, la prova di far parte della comunità dei salvati.

Resta una domanda: se Robinson è un parto della fantasia e contemporaneamente un modello di comportamento, la vita reale si muove in questo modo? Già Marx aveva mostrato i limiti di quelle che chiamava “robinsonate” e cioè la pretesa di scambiare un fittizio e immaginario “stato di natura” per una realtà storica, ma oltre ciò, oggi, quanto è rimasto di quell’individualismo così compiaciuto di sé e talvolta così sospettoso verso il “diverso”? E cosa resta di individuale una volta che i moderni mezzi di comunicazione hanno frantumato quella identità così orgogliosamente fondata solo sulla coscienza interiore? Cosa rimane oggi del soggetto che si pensa in eterna contrapposizione all’oggetto e vede in esso sempre e solo qualcosa da addomesticare e ricondurre ai propri desideri, bisogni, brame? Ovvero, in altre parole, la grandezza del romanzo di Defoe sta nel consegnarci una figura mitica sorta tre secoli fa e che nel corso di questi anni si è usurata; ha dato grandi contributi allo sviluppo umano ma ha anche prodotto, senz’altro al di là delle intenzioni del suo autore, modelli per ideologie ancor oggi sbandierate come quella del “self made man” o quella del “destino manifesto” o quella del “fardello dell’uomo bianco”.

Forse, però, oggi l’ottimistico individualismo anglosassone settecentesco mostra la corda da più punti di vista. E forse proprio nella sua fondazione religiosa. Rescindere i legami tra individuo e comunità di appartenenza (necessario per liberare le nuove forze emergenti) è senz’altro utile ma anche pericoloso nel momento in cui la “retta” voce interiore diviene l’unico termine di riferimento dell’agire; Robinson agisce da individuo libero da vincoli e legami sociali – per tacere della totale assenza di aspetti sentimentali o erotici – con una morale quasi stoica, la sua etica lavorativa ha qualcosa di eroico e ammirevole, ma ormai si è assistito da tempo alla più profonda divaricazione tra agire e “voce interiore”. Non solo. Nelle moderne società individualiste l’etica del lavoro da un lato si è sganciata dall’illuminazione interiore (quindi da un fondamento morale) e dall’altra riduce l’individuo a semplice consumatore (di cose e persone); in tal modo la solitudine degli individui diventa una gabbia da cui, avendo soppresso ogni legame sociale, si corre il rischio o di non uscire o di proporre come vie d’uscita fantomatiche appartenenze alle più svariate, talvolta fortemente sospette, “comunità”. L’individualismo mostra così un volto predatorio i cui germi, assolutamente non voluti né previsti, si annidano già nell’avventura sull’isola deserta. Cosa ci resta dopo trecento anni di individualismo? Quell’individualismo che, applicato in tutti i campi, dalla morale all’economia, dalla politica ai sentimenti è diventato talmente aggressivo da non riconoscere più nulla al di sopra di sé se non il soddisfacimento di pulsioni e desideri, magari più espressione di leggi economiche che di reale necessità dell’individuo, e che nel momento della realizzazione rinnovano il bisogno? Già solo per questo vale la pena rileggere le avventure di Robinson Crusoe. Buona lettura

La Catena della Pace

L’associazione VerbumlandiArt, ha realizzato il Progetto “Costruiamo la Catena della Pace, della difesa dell’Ambiente, della Giustizia con la Poesia, l’Arte, la Scrittura, la Musica, il Teatro, il Cinema, il Giornalismo” per unire poeti, artisti, musicisti, attori/ci, giornalisti, registi di tutto il mondo per costruire una civiltà dell’amore, un progetto che ha cercato di diffondere e farsi portavoce dei valori culturali delle varie nazioni, a sentimenti di collaborazione e di solidarietà che, pur nel rispetto della propria identità etnica e culturale, possono nascere soltanto dall’empatia con ciò che è diverso e dal confronto con l’altro. Abbiamo dimostrato che si può parlare di questi temi scottanti con il linguaggio della poesia e di tutte le arti, diretto e immediato che diventa un modo per migliorare la convivenza democratica a tutti i livelli sociali. Il Progetto aveva scopi educativi e sociali, riuscire a raccogliere poesie, racconti, opere d’arte, musiche, articoli, corti, per costruire una catena senza fine che sensibilizzasse l’opinione collettiva e chi governa.
L’Associazione per realizzare il Progetto ha utilizzato come strumento di diffusione ogni evento realizzato a partire dall’anno 2015, sviluppando incontri, reading, raccolte tematiche e mostre con la partecipazione di poeti, scrittori e artisti nazionali ed internazionali, l’anno 2019 ha inaugurato la terza tappa del percorso progettuale con il tema della giustizia, approfondendo soprattutto quelle che sono le criticità legate alle barriere architettoniche e culturali nei confronti dei disabili e dell’altro diverso da noi, considerato come tale per pregiudizio e non conoscenza, con un’attenzione anche a tutte le Vittime della giustizia, per troppa burocrazia e un sistema giudiziario lento e faraginoso.
Quanta gente cerca giustizia, pace, libertà, solidarietà! 
Per gettare le fondamenta di una giustizia il nostro primo compito è riscoprirci popolo, passando dal “non mi riguarda” al “mi preoccupo dell’altro” perciò serve l’impegno per una rivoluzione relazionale che ci permetta di riscoprire l’appartenenza a un comune destino. 
C’è un grande desiderio del vivere pacifico che nasce dal superamento delle ingiustizie, del vivere nella concordia che si realizzi quando la verità non sia offuscata da ideologie o menzogne e anche un’emergenza nella difesa dell’Ambiente che è anch’essa un tema di giustizia che riguarda tutti.
Abbiamo cercato tutti insieme di amplificare questo processo di comunicazione letteraria e artistica, come con altre discipline, e parlare a più voci a tanti interlocutori, in particolare ai giovani, soprattutto per costruire un’attitudine al dialogo interculturale e valorizzare i temi della Pace, della Giustizia, approfondendo l’essenza delle problematicità attuali. Insomma, un impegno poliforme per essere portavoci di messaggi universali con il linguaggio artistico, letterario, musicale, sicuramente più immediato e comprensibile.
La IV Edizione del Premio Internazionale “La Voce dei Poeti” ha inteso:

• far conoscere le esigenze di giustizia e pace nelle varie situazioni in cui viviamo.
• promuovere nuovi stili di vita.
• sensibilizzare ad una cittadinanza mondiale e ai problemi del pianeta.

Un mondo pacificato, formato da società inclusive, in cui tutti abbiano uguali diritti e ugual accesso alla giustizia, con istituzioni governative efficienti ed efficaci, raggiungere una pace mondiale, eliminando i conflitti, combattendo il terrorismo e riducendo la criminalità ad ogni livello, è indispensabile per permettere uno sviluppo sostenibile che includa tutti. 
Ma si tratta di un obiettivo difficile da raggiungere: uno dei principali ostacoli è la corruzione. La violenza, l’ingiustizia e l’insicurezza possono essere presenti anche dove non sono in atto conflitti e nei Paesi più avanzati…lavoriamo insieme per 
• l’eguaglianza: società del diritto eguale tra le differenze (a partire dalla differenza tra maschile e femminile);
• la nonviolenza;
GRAZIE A QUANTI HANNO COLLABORATO PER IL SUCCESSO DEL PROGETTO. 
Con questa edizione si chiude il Progetto.

Il diritto alla felicità, secondo Roberto Tiberi Il volume sarà presentato a Jesi, il 30 marzo, presso il Palazzo della Signoria di Goffredo Palmerini

ANCONA – Jesi è una bella città in provincia di Ancona, situata sul lato settentrionale del corso del fiume Esino. E’ il centro più importante della Vallesina. Una leggenda racconta che la città venne fondata da Esio, re dei Pelasgi, qui giunto dalla Grecia nel 768 a.C. Lo stesso leone rampante del blasone cittadino si dovrebbe al fondatore greco, come si legge anche su un’iscrizione presente sotto l’edicola recante lo stemma civico, sulla facciata del Palazzo della Signoria. Questo mitologico re fu ritenuto il capostipite degli Etruschi, dei Sabini e dei Piceni, tre popoli italici di grande civiltà e valore. Tuttavia uno degli eventi più significativi nella storia di Jesi fu certamente la nascita, il 26 dicembre 1194, in una tenda imperiale nella piazza centrale della città – l’antico Foro romano – di Federico II di Svevia. Il grande l’imperatore, lo Stupor mundi, colui che donerà poi a Jesi il titolo di “Città Regia”, con rilevanti diritti di piena autonomia, consistenti privilegi sul dominio del Contado e ampie libertà comunali che la Chiesa, con il suo alterno dominio, non poté più abrogare.

Il Palazzo della Signoria è la sede originaria della Magistratura civica di Jesi, dove il Gonfaloniere e i Priori tenevano il governo della città. Progettato da Francesco di Giorgio Martini, insigne architetto senese, venne edificato tra il 1486 e il 1498. Parte interessante del Palazzo è il cortile porticato interno, su disegno di Andrea Sansovino, con tre ordini di logge, sebbene l’ultimo non sia mai stato completato. L’edificio insiste sulle fondamenta dell’antico teatro romano. E’ uno dei più imponenti palazzi pubblici delle Marche. La sua possente mole quadrata affaccia su Piazza Colocci, nell’area più alta della città. Nel 1586 il Palazzo della Signoria fu ceduto al Magistrato Pontificio e da allora divenne il Palazzo del Governatore, fino all’Unità d’Italia. Dopo il 1861 divenne sede della Pretura della città.

Nella Sala Maggiore del magnificente Palazzo della Signoria, il 30 marzo prossimo (sabato) alle ore 17:30, verrà presentato il volume “Il diritto alla felicità” di Roberto Tiberi, avvocato e giurista, che a Jesi è nato e vive. All’evento parteciperanno Massimo Bacci, sindaco di Jesi, Renato Balduzzi, professore ordinario di Diritto costituzionale presso l’Università Cattolica di Milano, e l’autore. L’incontro sarà moderato da Flavia Fazi, giornalista Rai. Ripercorrendo il significato di felicità, dalla filo­sofia greca e latina ai pensatori dei nostri tempi, Tiberi giunge a ricomprendere la felicità tra i diritti naturali e inalienabili dell’uomo. Ad ogni modo questo diritto alla felicità individuale è possibile solo a patto che si realizzi anche una felicità collettiva. A tutti gli uomini è riconosciuto il diritto alla felicità”, viene enunciato nella Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America, votata a Philadelphia il 4 luglio 1776, mentre Epicuro asseriva “Mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità”.

Su tali riferimenti di fondo, accennati nella sinossi appena riportata, l’interessante testo di Roberto Tiberi si dispiega in puntuali argomentazioni, che per ora non si vuole qui recensire. Ma un richiamo certamente va fatto alla Prefazione, vergata da Franco Venarucci, magistrato, che nell’incipit svolge queste considerazioni: “La nuova opera dell’Avvocato Roberto Ti­beri induce a stupore già dal suo titolo. Abbandonati gli argomenti inerenti la tu­tela penale dell’ambiente con in quali si è in precedenza confrontato, l’Autore ci trasporta con linguaggio mai pomposo e compiaciuto, ma singolarmente agile e profondo, nella re­gione della essenza della felicità. Finendo con il travolgerci con le multiformi de­clinazioni con le quali il pensiero umano ha tentato di teorizzarla e definirla nel corso dei secoli. […]”.

Di estremo interesse è peraltro l’Introduzione, scritta da Pierfranco Bruni – archeologo, saggista e scrittore insigne – uno degli intellettuali italiani più raffinati e fecondi, candidato al Premio Nobel per la Letteratura. Proprio per l’articolata compiutezza del contributo del prof. Bruni, introduttivo al volume, con il consenso dell’autore qui di seguito se ne riporta integralmente il testo.

Introduzione

La felicità come premessa alla vita

Il diritto alla felicità è un diritto o viverlo come un dovere? Questo straordinario libro di Roberto Tiberi ci pone davanti a degli in­terrogativi forti. La felicità ci rende sognanti. O il sogno ci regala briciole di felicità? Una vita contamina­ta da parole in un tempo in transizione diven­ta un tempo traslocato.

Discordanze

Dalla discordanza può nascere la felicità? Che cos’è la felicità? Mai dire che la felicità è una leggerezza dell’anima o una dissolvenza che attraversa il dolore e lo supera. Mai dire che la felicità ha la serenità tra le pieghe. Roberto Tiberi tocca il nodo di Gordio della fe­licità oltre il modello epicureo. Si ha diritto alla felicità. Oppure no? In que­sto senso il modello greco e poi latino hanno richiesto una sopportazione del quotidiano. La felicità è un assentarsi dalle difficoltà che di­ventano conflittualità. O forse è riuscire a con­vivere con le infedeltà della propria anima? Si abita la vita per infelicità e per mito si cer­ca di armonizzarla pur sapendo che è difficile incontrare il contrario. Si ha diritto alla felici­tà. Bisogna essere in armonia con il proprio sé, con il proprio senso, con il proprio orizzonte. Non credo che si possa dire che la felicità sia un eterno o che la felicità sia un indelebile infinito che accarezza la linea degli orizzonti, quando gli occhi diventano custodi di memo­ria. Una memoria che attraversa lo sguardo… Tiberi scava nelle parole della discordanza umana della felicità-serenità. La felicità è saper attraversare il buio pur sapendo che nel bosco è difficile trovare la luce o è difficile sapere che ci possa essere una luna che faccia da faro. Ognuno di noi vive la propria felicità. O forse la condanna alla ricerca della felicità? Esiste un immaginario di felicità che si cerca di tratteggiare attraverso il senso del mistero. Ma la felicità è anche conoscere il superamen­to del naufragio delle vite.

Questo mare infinito che diventa esistenza

La felicità è una cognizione del sapere e non della conoscenza. Sapere o conoscenza. Io conosco perché so, oppure so perché co­nosco. Essere felice è cercare il viaggio verso la felicità. Una tentazione della armonia nel­la propria disarmonia. Esistono dicotomie nella vita di ognuno di noi. Discordanze che fanno del tempo perduto una misura della memoria e in questa memoria tutto ha un senso. Si incontra la felicità? È possibile incon­trarla, legarla, perderla. È necessario trovarla. È impossibile non viverla. È impossibile non attraversarla. La non felicità è l’ombra della morte? Il di­ritto ad essere felice è dato giuridico. La felici­tà in ricerca è una metafisica. La linea che separa la meditazione contem­plante verso la felicità innocente è un viaggio spirituale, interiore che ci permette di cattu­rare il senso del quotidiano nel senso dell’in­terminabile. Noi dobbiamo sempre illuderci del termi­nabile della fine, anche se pensiamo di essere interminabili e tutto ciò che facciamo ci sem­bra interminabile. Ma tutto ciò è parte integrante di una feli­cità che detta le regole al nostro essere uomini e donne, in un processo che è mitico in cui le voci del destino disegnano la struttura del nostro essere nel tempo.

Già… essere nel tempo è raccogliere i segni della felicità

Confrontarsi con il tempo e restare nell’ar­monia della serenità significa conquistare, granello dopo granello, la sabbia della felicità che entra nella clessidra che conta il racconto di una vita. La felicità è fatta di granelli di sabbia che scendono lentamente trasformandosi in vento e tempo. La felicità è ciò che potremmo non avere, ma è anche ciò che, a volte, abbiamo e che non riusciamo a comprendere, ad afferrare, a catturare. La felicità vive di sublime. Poi si vive il di­stacco, la lontananza. Il dimenticato che ha la verità del sublime nel vento. La felicità è an­che saper riconoscere che c’è stata, che è stata vissuta, abitata e che non è andata perduta. Questo libro di Tiberi, infatti, è un mes­saggio autorevole che tocca il diritto e la me­tafisica. Esistere nella felicità e nella memoria della felicità. Il tutto per non perdere il sen­so della vita nel tempo. Un libro da leggere e consigliare come lettura per scavare nel nostro profondo.

Roberto Tiberi è nato a Jesi il 3 maggio 1965. Laureato in Giurisprudenza all’Università di Macerata, con specializzazione in Diritto e Procedura penale presso l’Università di Roma La Sapienza, è avvocato cassazionista. Già docente di Master presso l’Università di Urbino e già componente della Commissione tecnica di Valutazione dell’Impatto Ambientale presso il Ministero dell’Ambiente. E’ consulente giuridico della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad essi correlati. L’avv. Tiberi è esperto di inquinamento ambientale e su tali tematiche, in particolare sugli aspetti giuridici, ha scritto e pubblicato numerosi volumi e articoli.

IL TEATRO DELLE MASCHERE E IL CARNEVALE DELLA VITA di Giuseppe Lalli

C’è una frase, in un celebre romanzo di Luigi Pirandello, che suona così: “Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti”. Nelle società moderne il Carnevale è la festa di tutto l’anno: indossiamo la maschera tutti i giorni. Ognuno ha la sua, anzi le sue, da quando inizia l’età della…ragione. La maschera non ce la togliamo nemmeno quando andiamo a letto. Mostriamo il volto nudo solo nel sogno; ma al mattino, insieme al vestito, prima di fare colazione, rimettiamo la maschera sul volto.

Di maschere, per la verità, ne abbiamo a disposizione più di una, come i vestiti e le scarpe. Abbiamo la maschera per i colleghi di lavoro, quella per i conoscenti, quella per gli amici, e perfino quella per i familiari… Spesso sbagliamo maschera o dimentichiamo di indossarne una, e allora le persone che credevano di conoscerci ci dicono: “Ma che ti è successo? Non ti riconosco.”  E invece era uno dei rari momenti in cui eravamo noi stessi… Ognuno crede di recitare la sua parte nel ruolo che si è ricavato, salvo, ogni tanto, cambiare ruolo e cambiare parte.

E’ una legge, e una tentazione, questa del Carnevale permanente, alla quale pare che nessuno possa sfuggire nelle nostre società evolute. Non vi sfuggiva nemmeno Pirandello, che pure pretendeva di farci la morale. Infatti, c’è da chiedersi: qual era il vero volto di Pirandello? Quello dell’esploratore spregiudicato dell’anima umana, o quello dell’intellettuale conformista fedele al regime? Quello del compassato e serioso accademico vincitore del premio Nobel, o quello dell’attempato maestro che perde la testa per la prima attrice del suo teatro e le scrive centinaia di lettere appassionate?

La vita sociale è il grande teatro dell’ipocrisia, che va in onda sul proscenio. Dietro le quinte, c’è il vero teatro: quello dell’invidia e dell’orgoglio. Ogni tanto si sente qualcuno che grida, perché non riesce più a reggere la parte. Per avere un’idea di quanto rarefatti siano i nostri rapporti sociali, basta riflettere su quella convezione sociale che è il saluto. Nel salutarci, quando ci conosciamo poco, assumiamo sempre un atteggiamento… commisurante. Ciascuno, rispetto all’altro, si chiede: «che ruolo svolge?»; «quanto mi può essere utile?»; «è più o meno importante di me?».

E una volta stabilite le misure, ci regoliamo. Siamo disposti a salutare noi per primi solo le persone che reputiamo molto più importanti di noi. E se qualcuno con il quale avevamo stabilito un saluto reciproco, una mattina, magari perché distratto, ci toglie il saluto, apriti cielo! Subito pensiamo: «e chi si crede di essere?»; «non facciamo un lavoro simile…»; «non abbiamo la stessa cilindrata di macchina…», e ce ne facciamo una malattia.

Nel grande teatro delle maschere, gli “altri” finiscono per essere per noi un piccolo inferno, come ci ricorda Jean Paul Sartre in una sua celebre commedia. Gli “altri” ci giudicano, e spesso ci feriscono con il solo sguardo. Abbiamo voglia a dire: «Io sono sempre me stesso». Senza volerlo ammettere, quasi sempre siamo quello che vogliamo che gli “altri” credano che siamo.

Ci facciamo amici importanti affinché gli “altri” credano che anche noi siamo importanti. Mentiamo continuamente a noi stessi. Indossiamo gli occhiali da sole anche quando non c’è il sole: li usiamo come una maschera, per poter guardare gli “altri” senza essere visti. Gli attori li indossano nei funerali, forse per non guardare in faccia la morte, con la quale non si può recitare.

Parliamo senza comunicare: sguazziamo sempre alla superficie del nostro “io”, dove ristagnano poltiglia e rottami dell’anima. D’altra parte, degli “altri” non possiamo fare a meno, perché, per quanto possiamo coltivare un sogno di autosufficienza, siamo per costituzione degli animali sociali. Lo sapevano bene gli eremiti del passato, che più si ritiravano in solitudine, più gli “altri” li cercavano.

Capita però spesso che, quando accantoniamo la maschera, ci rendiamo conto che al fondo del nostro essere coltiviamo un desiderio metafisico, che non vogliamo confessare a noi stessi: dare un senso alla vita. Una volta che abbiamo mangiato e bevuto. I cattivi maestri della modernità, nel decretare la morte di Dio, ci hanno voluto far credere che ciascuno di noi può essere Dio per gli altri. Ma, per poco che rientriamo in noi stessi, ci accorgiamo di quanto grande sia questa menzogna.

In questo modo, il desiderio metafisico, che non possiamo sopprimere, diventa un piccolo inferno, che però dobbiamo nascondere agli “altri”, i quali devono continuare a vederci come tanti “Dio”: ciascuno vuole essere “Dio” per l’“altro”. Da qui la fiera dello snobismo: vogliamo far credere, ciascuno all’“altro”, di essere autosufficienti, di non avere bisogno di nessuno. Ma è proprio in questa mancanza di comunione, in questa forzata solitudine, che consiste il nostro piccolo inferno.

Ma quello che Pirandello e Sartre non sapevano, o forse non ricordavano, è che dopo il Carnevale viene la Quaresima. Ho sempre sospettato che i cristiani debbano conoscere la medicina per questo male metafisico. Dovrebbero averla appresa dal loro maestro, il quale si ritirò per quaranta giorni nel deserto (da qui la Quaresima) per meditare sul senso profondo della sua missione, e alla fine respinse tutte le maschere che un grande esperto di menzogne gli offriva: il potere sugli uomini e sulla natura. Solo una maschera accettò, non dal padre della menzogna, ma da suo Padre: quella del dolore e della compassione, come unica via di accesso alla vita vera.

Ecco: i cristiani dovrebbero conoscere la medicina. Solo che il più delle volte non sanno comunicarla agli… “altri”, non sanno rinunciare, nemmeno loro, alla maschera. I veri cristiani però sanno che Dio non si dimostra, si mostra: è quello che sta appeso, nudo, per tutti, sulla croce.

K.C.Sethi-An Originator of Pictorial Poetry concept in 21st century

A Trend Maker of 21st Centuru

K.C.Sethi-An Originator of Pictorial Poetry concept in 21st century, from Daman, India becomes joins the family of member of Verbumundi Art, Italy.

We are pleased to welcome his valuable partnership in our Art and Poetry organization.

Mr.KCSethi

‘Efforts undoubtedly seed success’ are beautiful words and belief of Mr K.C.Sethi, a contemporary poet, writer, artist and photographer from India. A man blessed with an inspiration behind his success, Mrs Sunita Sethi, a loving wife. What a wonderful pair they have been; without one other is of no value.

Sunita Sethi & K C Sethi

This genius man has really proved to be a great initiator and originator of pictorial poetry where in poetry and photography work together to make beautiful compositions. While going through his research paper ,I find Mr Sethi speaks, “Sometimes I feel pictures though being silent, speak much more than the words, lines and poems do. “His compositions framed beautifully in coffee table books seem as if their characters involved in pictures are swinging, enjoying, sometimes sobbing, weeping and crying in their poems silently.The pictures represent their moods and expressions which compel him to behave similarly in his words and poems.

First coffee table book

2nd coffee table book

Mr Sethi along his wife Mrs Sunita Sethi has compiled seven coffee table books on this new concept of pictorial poetry and made a history.Their coffee table book , “Passion” became first coffee table book with pictorial poetry in the world and begged Golden Book Of World Records, Asia Book Of Records and India Book Of Records.

Golden book of tecords

 

 

3 India book of records

 

 

Dashboard of our records

It will be a well deserving gift to Mr Sethi if I call him “Father of Pictorial Poetry” in 21st century. During his visit to Galatone Italy with his wife in may 2018, their works were main attraction of the eve and their album Galatone -2018 was master piece of photography and literature. The elite of Galatone and other dignatories from overseas were highly impressed by their new concept ,which left an impression on their head and heart.

Galatone -2018

Life time career award from Galatone,

Italy Mr Sethi further speaks on his concept, “A close description of a picture reveals its own story which is converted into verses those speak through the characters involved in the pictures. This untiring couple has struggled a lot to make this concept a fashion for the Pictorial poetry lovers and compilers. We were happy and honoured to confer upon him A Life Time Career Award in the great church of Galatone , Italy in presence of inhabitants of Galatone and other delegates from overseas . Honoured by State home Minister of India in daman Launching of historical coffee table book

This untiring couple has struggled a lot to make this concept a fashion for the Pictorial poetry lovers and compilers. We were happy and honoured to confer upon him A Life Time Career Award in the great church of Galatone, Italy in presence of inhabitants of Galatone and other delegates from overseas .

 

Honoured by State home Minister of India in daman Launching of historical coffee table book

 

Father of pictirial poetry

Mr K C Sethi Honoured by Prime Minister of Portugal.

in goa With president of Gujrat Sahitya Academy

Life time career award plaque from Italy

 

I am happy to know that he has been awarded a Life Time Achievement

Award at his home town Malout In Punjab. Life time achievement award from home town Malout Punjab Verbamulandi Art , Italy wishes him more success in life .

Regina Resta President verbumlandi Art & poetry Forum , Galatone, italy

Sethi Krishan Chand

4th paper of the day received from Ms. Anu Chatterjee on pictorial poetry which reads as under:-

Pictorial Poetry:
Taking one step forward in realm of celebrating Modern Literature

Abstract

Pictorial Poetry is a treasure of wisdom which captures the mood hidden behind photographs. Photographs are expressive when it focuses on activities which can lead to transformation in the society. When poetry is resurrecting and emphasizing on feelings which cannot be explained through words, then pictorial poetry can magnify angles which remain hidden. Pictorial poetry can lead to change in outlook of literature. Thus, it is important to discuss whether pictorial poetry might help in shaping society for acknowledging its humanitarian principles.
Keywords: Poetry, Pictorial Poetry, Humanity, Society, Literature

Poets can get inspiration from photographs and photographers can find their muse in poetry. Every form of art requires certain amount of visualization along with foresightedness. Often, poetry and photography come under visual-spatial intelligence. Visual spatial intelligence focuses on a person’s ability to understand, remember, and recall spatial relations among objects, and forming vivid images to explain something lucidly. Pictorial poetry can emphasize on describing images while looking at photographs and amplifying the strengths of poetry by using photographs as a tool to make readers aware about essence of the poetry. Pictorial poetry has enormous capacity to project a poet’s feeling via using various angles to view a photograph.

Visual poetry is not just about describing vivid images in poetic form. But, photographs can help poets to explain ‘feelings with no name’. Hereby, photographs are often used as a tool of expression which gets its description from a poem. Photographs may help poets to visualize various angles which might help them in composing unique poetry which can reclaim space in contemporary literature. This new mode of composing poetry can bring literary revolution and can help in transforming essence of poetry.

Review of Literature

Johanna Drucker examined visual poetry as ‘a vocal score of tone or personality’. Visual poetry focuses on representing themes, subjects, or sentiments of words in a variety of shapes and forms. In pictorial poetry, pictures act as imagery and a poet simply describes those images in a poetic form. It is a simplified version of visual poetry which can seek reader’s attention without failing.
John Keats has been using pictorial poetry via blending poetry and visual arts. According to Sharma (2017), Keats is a pictorial artist who gave concrete shape to abstract ideas and objects. Keats’s interest in pictorial poetry developed when he studied poets like Spenser, who had pictorial appeal. Also, he found his poetic muse from several paintings of Titian, Raphael, etc. Hunt was Keats’s mentor and he guided him to appreciate pictures. Keats visited art galleries and gave shape to poems via using pictures displayed in art galleries. Thus, visualization can help in seeking inspiration and every form of art is based on visualizing and appreciating other forms of art.
The pictures of Cupid and Psyche painted by eminent painters like Raphael, Romano etc. helped him to compose his renowned work “Ode to Psyche” wherein he described mythological characters like Cupid and Psyche in his verses. In the “Ode on a Grecian Urn”, Keats presented pictures which were carved on urn. The pictorial description of ‘bold lover’, ‘fair youth’, the ‘happy boughts’ and of the
Little town by river or sea-shore,
Or mountain-built with peaceful citadel.
are transcripts which added hues to the poetic language. Thus, a poetic impression created by a pictorial poetry is ever-lasting as a poet can select significant details by looking at the pictures and bring them together to compose a poem.

By reviewing aforementioned literature, it is important to notice the impact a pictorial poetry can have on readers as pictorial poetry is about mingling images with words to explain what cannot be explained through words. Pictorial poetry can help literature to develop content which is visually powerful and effective. Pictures grab more attention when they reflect a phenomenon but these pictures are often misinterpreted as they have various angles. Thus, a poetry which is able to capture and describe pictures in a well-informed manner can transcend boundaries which may lead to reinforcement of humanity and social justice.

Analysis and Conclusion

A pictorial poetry can reform poetic forms because a picture can express itself while a reader may interpret it. But, it is difficult to understand photographs as perspectives might differ from one person to another. But, a poet can pick up an angle and weave words which can explain his/her untold story about the selected picture. Thus, pictorial poetry is an art of embracing our weaknesses and using them as our strengths to reach our destination. Pictorial poetry is similar to a life-lesson which highlights the importance of believing in our own strengths and knowing our weaknesses so that world cheers up for a leader who stands for humanity and social justice.
Any form of artistic venture helps a person to become a holistic human. Pictorial poetry can lead to change in outlook of literature and it has capability to bring transformations in our social lives. Elements of pictorial poetry can help us express our feelings in fewer words which can create an ever-lasting impact and change the discourse in literature.

A pictorial poem reflects what remains unsaid in pictures. It is about mingling strengths of two artistic ventures to compose a poem which will become a milestone in literature.

References
Sharma, P. (2017). Keats as a Pictorial Poet. In Literary Herald: An international peer- reviewed English journal. Accessed on 9th July, 2018 at http://tlhjournal.com/uploads/products/49.pankaj-sharma-article.pdf

Poetry through the ages. (2008). Visual Poetry. Accessed on 9th July, 2018 at http://www.webexhibits.org/poetry/explore_21_visual_atglance.html

Biography: Anupreeta Chatterjee is a published poet hailing from Chhattisgarh, India. She has pursued her post-graduation in Women’s Studies from Tata Institute of Social Sciences, Hyderabad. Her poems have been published in various National and International anthologies and magazines like, Complexion based Discrimination, ParaSva, Queen: Global Voices of 21st century Women Writers, Deepest Obsession, Symphony of Souls, From Autumn to Spring, Ink Drift Magazine, The Quiet Letter, etc.

Un Trionfo Made in Italy a Tashkent – Franco Mancinelli

Un Trionfo Made in Italy a Tashkent

GRANDE SUCCESSO A TASHKENT CAPITALE DELL’UZBEKISTAN PER IL PRIMO FESTIVAL INTERNAZIONALE DELLE ARTI DECORATIVE ED APPLICATE 2017
Dal 6 all’11 di novembre si è svolto nella capitale dell’Uzbekistan, a Taskent, il I Festival Arti Decorative e Arti Applicate, organizzato dall’Accademia d’Arte, con la partecipazione dei Ministeri della Cultura, degli Esteri, dei Traporti, della Salute e l’ambasciata a Roma. Vi hanno preso parte 70 artisti di 11 nazioni, 11 provenienti dall’Italia, tra i quali Daniela Gilardoni, artista del vetro e Adriana Monaco, costumista. Numerosissimi sono stati i visitatori in tutti i giorni dell’apertura. La manifestazione comprendeva un ricco calendario di eventi. La partecipazione italiana fa parte del progetto Angeli ideato e organizzato da Aida Abdullaeva ed ha registrato un notevole successo: la costumista Adriana Monaco è stata presente con costumi storici dal medioevo agli inizi Novecento, particolare successo di pubblico e di critica ha ottenuto il costume di Cenerentola realizzato con 50 metri di tessuto in organza azzurro e completato con 500 rose realizzate completamente a mano; nello stesso ambito sono stati esposti tre costumi della costumista Catia Mancini; Daniela Gilardoni ha esposto lavori con quadri in vetro e nuove tecniche sulle quali esperimenta da anni e la rende unica in questa ricerca; nel campo del vetro erano esposti anche i vasi floreali di Sabrina Golin; nel settore della seta, con foulard, erano presenti lavori artistici di Davide Cristofaro, Paola Zannone e Miguel Angelo Acosta Lara che hanno suscitato in tutti un grande interesse; per la ceramica sono stati presentati i lavori di Rubboli Arte e Vecchia Gualdo di Fiorella Mariotti provenienti da Gualdo Tadino; nel campo del legno sono stati esposti i lavori di Gianfranco Ghibelli; di Fano è stata presente Arte Moda con quattro abiti da sera realizzati dagli allievi della scuola; questa presenza si era già fatta notare al festival d’Arte e Amicizia Italia – Uzbekistan a Pesaro nel 2016.
Il festival si è concluso con una grande serata di gala in cui si sono celebrati i venti anni dell’Accademia con assegnazioni di premi e diplomi ai partecipanti e nella quale Aida Abdullaeva ha consegnato i l premio Angeli al presidente dell’Accademia di Belle arti, Akmal Nur per il contributo dato al legame di amicizia e agli scambi dell’arte e della cultura tra Italia e Uzbekistan. Aida Abdullaeva ha espresso la sua soddisfazione per la presenza italiana e per tutta la manifestazione che sarà ripresa tra due anni con cadenza biennale e per la quale sta già lavorando per dare all’Italia e agli artisti italiani la possibilità di conoscere questa nuova realtà di Taskent e dell’Uzbekistan in grande crescita. Viva l’Arte, viva la vita.
Franco Mancinelli

Invito