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“Il giorno del giudizio”, di Andrea Tornielli e Gianni Valente di Nicola F. Pomponio

TORINO – Questo testo è un instant book che di questa categoria ha tutti i pregi, ma non i difetti. “Il giorno del giudizio”, di Andrea Tornielli e Gianni Valente (ed. Piemme, 2018), è infatti la ricostruzione precisa, puntuale, informatissima, coraggiosa dell’accusa mossa il 26 agosto 2018 dall’ex Nunzio in USA Carlo Maria Viganò a Papa Francesco di aver coperto lo scandalo sessuale in cui è coinvolto il Cardinale McCarrick, arrivando a chiedere le dimissioni del Papa stesso. Gli autori, nella prima parte del testo, ricostruiscono le accuse formulate vagliandole ad una ad una e, smontandole con ammirevole precisione, ne dimostrano l’infondatezza. La mole di informazioni usate e l’autorevolezza delle fonti rendono la lettura di estremo interesse per conoscere il vero e proprio tentativo di impeachment del Pontefice. Un instant book si sarebbe fermato qui, dando comunque un’ottima prova di sé, ma il libro va oltre il fenomeno del dossier Viganò allargando lo sguardo ad orizzonti ben più ampi e collocando l’affaire all’interno di una dettagliata ricostruzione del progressivo “<mutamento genetico> in una parte del cattolicesimo statunitense” (p. 136).

Questa seconda parte del libro rende conto dei diversi ambienti culturali che, pur professandosi cattolicissimi, hanno dichiarato pubblicamente (mai successo che ben 24 vescovi nordamericani appoggiassero un così violento attacco al Successore di Pietro) il loro sostegno a un dossier costruito su falsità all’unico scopo di attaccare il Papa. Sono circoli che da anni operano contro Francesco e Benedetto XVI ma che anche dell’insegnamento di Giovanni Paolo II hanno ritenuto valido solo ciò che faceva loro comodo. Scorrono così sotto i nostri occhi episodi che, apparentemente slegati, sono invece profondamente interconnessi prefigurando il tentativo di ribaltare dall’interno la Chiesa Cattolica trasformandola in una sorta di grande corporation.

In precise, illuminanti pagine emergono i tentativi di “arruolamento” di Benedetto XVI alla crociata antibergogliana, i maneggi per assicurarsi i berretti cardinalizi a favore di esponenti neoconservative, i fastidi per le riforme di Papa Francesco (come ha detto a Firenze il 10 novembre 2015: la Chiesa è semper reformanda), gli ostacoli frapposti all’accordo raggiunto con la Repubblica Popolare Cinese e così via. Sono pagine dense, amare per chi ha a cuore il Cattolicesimo e il Cristianesimo tutto (l’espressione latina usata dal papa è stata molto utilizzata dalla Riforma), ma sono anche pagine, come abbiamo detto, coraggiose perché davanti allo scandalo degli abusi sessuali non fanno alcuno sconto a chi è coinvolto e non arretrano nella denuncia di chi, nonostante fosse a conoscenza dei fatti, ha coperto per anni i colpevoli. Questo coraggio è in diretto rapporto con l’operato papale che proprio in relazione al caso McCarrick ha tolto al cardinale sia la porpora sia il titolo onorifico con un’azione che non avveniva sin dal lontano 1927.

Appare quindi del tutto pretestuoso l’attacco del Nunzio Viganò a un Papa che, nel solco di quanto già iniziato da Benedetto XVI, ha attivamente agito contro questo fenomeno bollato come manifestazione di “clericalismo” in quanto il predatore non solo commette un abuso sessuale ma sfrutta una propria posizione di forza nei confronti della vittima derivante dal suo essere membro della gerarchia (sbalorditiva da questo punto di vista è la tripla, non doppia, vita del fondatore dei Legionari di Cristo, Marcial Maciel a pag. 170). “Ma su questo punto, gli accusatori di Papa Francesco che commentano dai pulpiti della galassia mediatica antibergogliana appaiono sfuggenti, perché dovrebbero ammettere che rigorismo morale, affermazione pubblica dei valori della vita e della famiglia, omelie di fuoco contro l’omosessualità e battaglie culturali identitarie non hanno rappresentato una garanzia che i loro autori con la mitria episcopale e persino con la porpora non avessero condotto doppie vite, avendo relazioni omosessuali, molestando seminaristi, abusando di minori” (p.108). Questo è uno dei punti cruciali del libro e non a caso compare l’espressione “battaglie culturali” che è la traduzione quasi letterale di quelle cultural wars in cui il Cattolicesimo diventa un’arma contundente da usarsi contro il nemico di turno (omosessuali, musulmani, liberal, ebrei, neri, cinesi, cattolici non allineati ecc.).

Ciò che è davvero in gioco nel dossier Viganò e in quello che gli autori chiamano “scisma amerikano” è, attraverso l’attacco al Papa, il contenuto stesso dell’annuncio evangelico, il Cristianesimo tout court che viene piegato ad una vera e propria “teologia del capitalismo” che fa del “cristianismo” la propria ideologia. Il tutto condito dai collaudati meccanismi di character assassination utilizzanti i metodi dello spionaggio e del dossieraggio (illuminante e preoccupante la volontà pubblicamente espressa di redigere dei dossier su ogni singolo cardinale elettore, vedi pag. 148). Queste tattiche intimidatorie fanno in modo che “le dinamiche della vita ecclesiale vengono rimodellate sui meccanismi predatori della finanza speculativa” (p. 132). C’è da chiedersi cosa resta a questo punto di Gesù il Cristo.

Un’ultima annotazione per chiarire sia la portata della posizione papale sia la prospettiva degli autori del libro. “Il giorno del giudizio” (titolo dal sapore apocalittico) si apre e si chiude facendo riferimento all’esortazione papale rivolta ai fedeli di recitare il Rosario tutti i giorni del mese mariano di Ottobre per chiedere “alla Santa Madre di Dio e a San Michele Arcangelo di proteggere la Chiesa dal diavolo, che sempre mira a dividerci da Dio e tra di noi” (p.271). Se all’inizio della lettura di questo libro si può pensare a un po’ di eccessiva preoccupazione (San Michele è colui che sconfigge il demonio, sotto forma di drago, nell’Apocalisse), pagina dopo pagina ci si rende conto che siamo davanti ad avvenimenti talmente nuovi e preoccupanti da non poter essere affrontati solo con strumenti temporali (indagini, commissioni, provvedimenti disciplinari ecc.).

Papa Francesco, invitando a pregare contro le divisioni (=scismi!), ribadisce che “anche oggi la Chiesa deve chiedere a qualcun Altro di essere liberata dal male…non si autoredime dai mali…non è autosufficiente. Non brilla di luce propria” (p.275). Se la Chiesa dimentica che solo “dalla virtù del Signore risuscitato trova forza per vincere con pazienza e amore le sue interne ed esterne afflizioni e difficoltà” (Lumen gentium, 8) smette di essere Chiesa; a questo punto il cristianismo della teologia del capitalismo neoconservative può trionfare mostrando il suo vero volto: la completa secolarizzazione del Cristianesimo.

Goffredo Palmerini, viaggiatore instancabile e curioso, ansioso di scoprire le perle del mondo di Franco Presicci

A Milano la presentazione del suo libro “Grand Tour a volo d’Aquila”, giovedì 17 gennaio, con Hafez Haidar

di Franco Presicci *

MILANO, 13 gennaio 2019 – Un nuovo libro del giornalista e scrittore giramondo Goffredo Palmerini. S’intitola “Grand Tour a volo d’Aquila”, ed è ricco di cronache, commenti, personaggi, storie. Un libro interessante come i precedenti. Palmerini non delude mai. Le sue opere catturano l’attenzione e la tengono viva fino all’ultima pagina. L’ho sfogliato con l’intenzione di rimandare la lettura al giorno successivo, ma già i primi capitoli mi hanno preso e non mi sono più fermato: “L’Aquila, sette anni dopo il terremoto”; “Constantin Udroiu all’Accademia di Romania: la retrospettiva del grande artista scomparso”; “Una Radio per gli italiani a Londra”…; e poi le pagine su San Severo. Adoro quella città in provincia di Foggia, avendovi frequentato il liceo classico Matteo Tondi, che aveva pilastri come i docenti Casiglio, De Rogatis, Stoico, Ceci, e preside Mancini. Conoscevo bene figure, strade, monumenti, palazzi gentilizi, cinema, conventi, soprattutto quello confinante con la villa, rallegrata dagli urli di gioia dei bambini, che invadevano la cella di padre Matteo, che trascorreva le giornate tra meditazione e letture.

   Erano gli anni in cui Tommaso Fiore vinceva il Premio Viareggio con “Un popolo di formiche” e tempo dopo il figlio Vittore, giornalista e poeta, a San Severo, il Fraccacreta con “Ero nato sui mari del tonno”; Fernando Palazzi smaltiva la delusione per l’esito del Premio Viareggio, dove aveva partecipato con il romanzo “Rosetta”, senza essere sostenuto da quelli che lo avevano incoraggiato ad affrontarlo, e pubblicava la nuova edizione del suo vocabolario; a San Giovanni Rotondo prendeva corpo la “Casa Sollievo della Sofferenza,” tenacemente voluta da San Pio… Erano gli anni del miracolo economico, il Sud si salassava e la popolazione di Milano cresceva del 24,1 per cento e quella di Torino del 42,6.

   Con il suo stile scorrevole, efficace e godibile Palmerini delinea San Severo con brevi pennellate: “Un pregevole centro storico con importanti monumenti, che l’hanno fatta riconoscere città d’arte. San Severo è una bella città posta nel margine settentrionale della Puglia, tra il Gargano e il fiume Fortore, nella Capitanata – della quale a suo tempo fu capoluogo – laddove confluivano gli antichi tratturi della transumanza. Il centro storico, perimetrato dalle antiche mura urbiche, conserva l’intricato impianto viario medievale”…  E prosegue: “Bella e ampia la Cattedrale, con fonte battesimale duecentesco e notevoli tele del Settecento, d’influenza napoletana. Altro vanto della città è il Teatro municipale…”, dove quando c’ero io si esibirono fra i tanti il cantante partenopeo Giacomo Rondinella, che allora per molti era un divo; l’attore Guglielmo Inglese, gli studenti del locale liceo classico con “Mister Brandi”, una commedia scritta da un maestro elementare del luogo.

   In un capitolo di “Grand Tour” l’autore ricorda la XV edizione (svoltasi, come sempre a San Severo, nel 2016) del Premio giornalistico ispirato a Maria Grazia Cutuli, l’inviata del “Corriere della Sera” assassinata in Afghanistan il 19 novembre del 2001, sulla strada da Jalalabad a Kabul, assieme al collega del “Mundo” Julio Fuentes e a due inviati della Reuters. Ricorda il profilo professionale della giornalista, laurea in filosofia con il massimo dei voti e lode all’università di Catania, e del Premio, che, organizzato dal Centro culturale “Luigi Einaudi”, del luogo, ha il patrocinio dell’Unesco, dell’Unicef e della Regione Puglia; elenca i giornalisti che di quel riconoscimento sono stati insigniti, tra cui Hafez Haidar,” candidato al Premio Nobel per la Pace, giornalista, poeta e romanziere, docente di Lingua e Letteratura Araba presso l’università di Pavia, considerato uno dei maggiori studiosi delle religioni, libanese per nascita e italiano d’adozione…

   Suggerisco a tutti “Grand Tour”, che porta per mano il lettore attraverso più di 300 pagine. Nella sua presentazione Hafez Haidar dice che Goffredo “riesce a cogliere i benevoli frutti delle vicende degli uomini e delle donne e a mettere in risalto le loro opere di vita e di pensiero. In veste di ambasciatore della propria terra e di convinto sostenitore della necessità del dialogo e della benefica contaminazione culturale tra i popoli, ci presenta un’altra Italia, sorgente di luce e conoscenza per tutti coloro che amano il dialogo e credono nei valori fondanti della pace e dell’amore…”. Viaggiatore instancabile ed entusiasta, avido, curioso, ansioso di scoprire le bellezze del mondo e di esaltare la tenace volontà degli uomini di affermarsi ovunque si siano trapiantati, superando sacrifici e ostilità, ignorando insulti, il rifiuto, spesso il disprezzo. Palmerini ama andare verso l’altro.

Tiziana Grassi

“E’ uno dei figli più affermati e prestigiosi di quella terra meravigliosa, che è l’Abruzzo – parole di Tiziana Grassi nella prefazione -, coraggiosa e indomita verso cui lo scrittore riversa tutto il suo amore a partire dall’Aquila… Quel sentimento lo estende a tutto il nostro Paese, anzi il Belpaese, come lui lo chiama. “Con grande gioia esprimo, da aquilano, plauso ed emozione per l’Oscar conferito a Ennio Morricone dall’Academy of Motion Picture Arts and Sciences a Los Angeles per le musiche del film “The Hatefun Height” di Quentin Tarantino…Diverse volte Morricone è stato all’Aquila per dirigere applauditissimi concerti, nel giorno memorabile della cittadinanza onoraria, come nell’immediatezza del tragico terremoto del 2009 la sua visita alla città ferita”. Oltre che scrittore di grande qualità, Goffredo Palmerini è un cronista avvincente.

Galatone

   Dall’Aquila al Salento: colori, sapori e grazia di una terra di cultura. “Lasciato con mia moglie Metaponto, un mare di perla, e la vasta pineta litoranea alle nostre spalle, la superstrada jonica ci porta a Taranto, città ricca di storia, purtroppo ferita dai guasti ambientali di una grande industria siderurgica non ancora risanati…”. Durante il percorso, tra ulivi, vigneti, frutteti, avverte l’odore del mare già quando la strada sta per sfiorare la costa intorno a Porto Cesareo. Destinazione finale, Galatone. E’ stata la cultura a spingerlo sin lì: il Premio Galatone Arte e il Premio letterario “Città del Galateo”. Le espressioni dell’anima stimolano Palmerini a intraprendere viaggi vicini e lontani, oltre alle condizioni delle persone che per necessità hanno abbandonato la propria culla, pur rimanendogli legate come ricci allo scoglio. E per un’edizione speciale del Premio Antonio Zimei per agli Abruzzesi dell’anno all’estero, “a personalità che si sono particolarmente distinte onorando la propria terra d’origine”, corre a Pescara, e racconta la manifestazione e l’emozione che prova ogni volta che entra nella sala “La figlia di Jorio”, al primo piano del Palazzo “che insieme a quello del Comune fa da quinta a piazza Italia”.

United States Capitol Building, Washington, D.C. Aerial. The United States Capitol is the meeting place of the United States Congress, the legislature of the Federal government of the United States. Located in Washington, D.C., it sits atop Capitol Hill at the eastern end of the National Mall.

   I “reportages”, come quello dagli Stati Uniti (le tre intense giornate di Washington) sono il tessuto di “Grand Tour” di Palmerini, uomo colto, sensibile, generoso; giornalista scrupoloso, rispettoso dei dettagli; scrittore delicato, che si fa leggere con molto piacere. Pensa in auto, scrive in aereo, nella camera di un albergo, abbozza mentre pranza o cena al ristorante, a Little Italy o altrove, ovunque vada per un congresso, per incontri con letterati, pittori, scultori, politici, gente comune, raccogliendo storie da snocciolare in riviste e giornali anche esteri, come “La Gazzetta” brasiliana, “La Voce” canadese, “America Oggi” di New York ed altri ancora. Ha contatti con direttori di quotidiani e settimanali, capi di governo, luoghi… E’ ricco di esperienze e competenze; ha una gran voglia di fotografare i paradisi terrestri in cui s’imbatte mettendoli a disposizione degli amici e non solo. E’ abile come fotografo: usa l’obiettivo come un cacciatore d’immagini professionista.

   “Il libro è qui davanti a me – scrive Gianfranco Giustizieri – a pagina 322 di ‘Grand Tour’. La sensazione derivante dal fruscio delle pagine, l’odore della carta, il piacere personale di ritrovare la scrittura di Goffredo Palmerini nel suo ‘Italia nel cuore’, One Group Edizioni, l’Aquila 2017 in aggiunta alla bella manifestazione per la presentazione e l’occhio che si sofferma subito sulle pagine 181 e 182, prima di ogni altra lettura: il ricordo di Adolfo Calvisi. E’ un coinvolgimento immediato, emotivo e razionale…”. Scomparso a 98 anni all’Aquila, Calvisi era “un maestro nella scuola, nella politica e nelle istituzioni… Rigoroso, determinato nelle scelte… spiccata sensibilità nel campo sociale. Fu sindaco di Fossa, sua città natale, amministratore dell’Ospedale San Salvatore…”. Figura esemplare, come le altre che Goffredo Palmerini espone nelle sue opere. “Grand Tour a volo d’Aquila”, One Group Edizioni, verrà presentato a Milano il 17 gennaio, alle 18, presso la sala incontri dell’antica Caffetteria Passerini in via Spadari, in un evento dove oltre all’autore interverranno Angelo Dell’Appennino, Francesco Lenoci, Valentina Di Cesare, Hafez Haidar, scrittore e poeta, candidato al Premio Nobel per la Letteratura e già candidato al Nobel per la Pace. 

Franco Presicci

*giornalista

LE MIE VACANZE DI NATALE DI TANTI ANNI FA IN UN VILLAGGIO AI PIEDI DEL GRAN SASSO D’ITALIA di Giuseppe Lalli

ASSERGI (L’Aquila) – Quando frequentavo le scuole elementari, al paese, all’approssimarsi delle festività natalizie, la maestra ci faceva preparare per tempo il presepe in classe, insieme all’albero di Natale. All’addobbo dell’albero e alla collocazione delle statuine sul presepe provvedevano le bambine sotto la supervisione della maestra, mentre noi bambini, nelle giornate precedenti, andavamo a raccogliere nel bosco il muschio e il vischio, e a tagliare un piccolo abete (in quel tempo di minore sensibilità ecologica, si faceva). Era una piccola festa. Insieme alla prima neve, che in genere scendeva copiosa fin dai primi di dicembre ad imbacuccare le cime delle nostre montagne, segnava l’inizio dell’inverno e di un periodo dell’anno che, complice la spensieratezza infantile, mi appariva pieno d’incanto. Prima delle vacanze, le maestre, in sinergia con il parroco del paese (erano altri tempi!), ci facevano imparare a memoria le poesiole che molti di noi avrebbero poi recitato in chiesa la sera dell’Epifania, il 6 gennaio, accanto alla statuina del Bambin Gesù e alla presenza dei fedeli accorsi per il tradizionale bacio del Bambinello.

Ricordo che un anno, in terza o quarta classe, vinsi una piccola gara per aver fatto il miglior tema di Natale, e la maestra, l’indimenticabile Signora Irma Castri Vespa, come premio mi fece scegliere tra un piccolo mappamondo e una confezione di datteri. Stetti molto in dubbio, ma alla fine preferii il frutto esotico, che non avevo mai assaggiato e che immaginavo chissà quanto dovesse essere prelibato. Restai deluso, perché il gusto fu inferiore alle attese e il palato lo dimenticò subito; e così realizzai che il mappamondo mi sarebbe stato molto più utile. Forse presentivo già d’allora ciò che più tardi avrei appreso dal poeta francese Charles Baudelaire, cioè che i più bei viaggi sono quelli che si fanno sulla carta geografica a cavallo della fantasia.       

Durante le vacanze capitava spesso che le strade del paese fossero ricoperte di neve. Allora, nei tratti in pendenza – vicino alla piazza della Chiesa, alla “Porta del Colle”, alla “PiazzettaForno” o lungo “la Costa” – con i coetanei ci ingegnavamo a fare le “scivolarelle”. La frase di rito per dare inizio all’operazione era sempre la stessa: “Quatrà, volem accordà na sciuflarèlla?” Battevamo con i piedi per lunghi tratti la neve ancora fresca e poi, con gli scarponcini, cercavamo di lisciarla fino a renderla scivolosa e compatta. Quando volevamo essere più professionali, alla sera riempivamo d’acqua alcuni recipienti di latta recuperati in una vicina discarica di immondizia a cielo aperto (“u carvonàr”) e la gettavamo sul percorso designato, al fine di trovare il giorno dopo la neve gelata e già predisposta a diventare una duratura “scivolarella”; rendendo però difficile il percorso alle persone anziane, che a volte ce ne dicevano di tutti i colori. Per scivolare meglio ricorrevamo a volte ai bandoni di latta. Molto divertente era il trenino: tutti attaccati, in piedi o seduti, fino alla fine della discesa, con molta allegria e qualche rovinosa caduta.

Rammento anche che una volta, nel cortile vicino alla cantina di casa, con un mio amichetto ci costruimmo artigianalmente degli sci con i legni delle botti e con attacchi a dir poco improvvisati. Una delle mete preferite per sciare, o per meglio dire, in questo caso, per… scivolare, era una località poco lontana dal centro abitato, di fronte all’edificio scolastico: si chiamava “la Césela”, una discesa piuttosto lunga dove si esercitavano anche giovani molto più grandi di noi, muniti di sci veri, anche se molto meno tecnologici di quelli attuali. Capitava spesso che nell’atmosfera rarefatta di quei giorni invernali risuonassero nell’aria le grida dei maiali che stavano per essere uccisi. Noi bambini accorrevamo curiosi e spesso davamo una mano, come potevamo, a reggere le zampe del porco. Faceva un certo effetto lo spettacolo del sangue che imbrattava il candore della neve…

Perdurava, ancora allora, una simpatica tradizione: quella della “ciùcela vecchia” e della “ciùcela gnòvaIl pomeriggio dell’ultimo giorno dell’anno si andava, noi bambini, in giro per le case in cerca di qualche dolce o frutto (“ciùcela vecchia”) e si ripeteva la stessa cosa la mattina del giorno dopo, primo giorno dell’anno nuovo (“ciucela gnòva”). A pensarci bene, era la versione antica dell’attuale “dolcetto-scherzetto” che usano i bambini nella festa di Halloween. Chiudeva le vacanze il giorno della recita, la sera del 6 gennaio.

Come già detto, recitavamo in chiesa, vicino all’altare e a fianco del Bambinello, le poesie imparate a memoria a scuola nei giorni precedenti. L’attesa era grande per queste piccole esibizioni. Due scene mi sono rimaste impresse nella mente. Quella di una bambina un po’ più piccola di me, forse della prima elementare, che doveva recitare una celebre poesiola che iniziava con queste parole: “Suonate, squillate, campane beate del Santo Natale…”.  Con aria simpatica, la bimba si presentò sulla pedana, di fronte al microfono, con le braccia lungo i fianchi e la testa protesa in avanti, gridando: “Suonate !,.. sgguillàte! Campane…”. La gente rideva divertita, il prete la interruppe suggerendole la pronuncia esatta (si dice “s-q-u-i-l-l-a-t-e); ma lei, per nulla imbarazzata, ripartì sicura: “Suonate!,… sgguillàte! campane…”. Non ci fu verso di correggere l’imperfezione fonetica, che denunciava, nella bambina ancora poco abituata alla lingua letteraria, il carattere già abbastanza napoletaneggiante del nostro dialetto.

L’altra riguarda invece l’esibizione di una ragazza già grandicella della quinta classe, che non era del paese. Spigliata e con ottima dizione, con voce stentorea, recitava con l’espressione e l’attitudine dell’attrice in erba. Anche a scuola ricordo che veniva complimentata da tutte le maestre. Era dovuto alla sua bravura, ma anche al fatto che era la figlia del comandante della stazione dei carabinieri del paese. Perfino Don Demetrio, parroco esemplare e molto rimpianto, pareva non indifferente a queste piccole attenzioni…sociali. Al rientro a scuola, il tema da svolgere in classe era sempre lo stesso: “Descrivi come hai trascorso le vacanze di Natale”. Io, molto raccontavo e molto inventavo…

Di maestre ce n’erano di molto brave, come la mia, la signora Vespa, dianzi nominata, madre di un noto “volto” televisivo, che meriterebbe ben altra e circostanziata memoria. C’era poi, verso la fine della sua carriera d’insegnante, la maestra Sara Lalli, che per via di stretti ed intrecciati legami parentali io chiamavo “zia Sara”. Donna ligia al dovere e fortemente motivata, si concedeva giusto il tempo di sorbire un caffè preparato dalla bidella, Anna Fedele (“Nnafitèla”) a metà mattinata, e subito la si vedeva rientrare in classe, lasciando le sue colleghe a scambiare qualche altra chiacchiera. Ce n’era anche un’altra, di maestra, che invece alle chiacchiere indulgeva volentieri. Una volta che stavo cantando insieme a tutti gli alunni delle altre classi, mi disse seccamente: “Perché canti se sei stonato?”. Mi sarebbe tanto piaciuto, rincontrandola, dirle: “E tu perché hai fatto la maestra se non ne avevi la vocazione?”. Piccole glorie e piccole miserie di un piccolo angolo di provincia, che la memoria riannoda, il sentimento accarezza e l’intelligenza riporta alla sua reale dimensione. Segue, come giusto corollario, una simpatica poesia dialettale di Angelo Acitelli, dedicata a quello sport povero ed improvvisato, di cui ho parlato, praticato dai bambini all’interno delle mura del villaggio: Assergi, ai piedi del Gran Sasso d’Italia.

SCIUFELARELLA

Nfosse, rabbelàte, (Bagnato, sporco,)

ma tante divertìte. (ma tanto divertito.)

Accordéie le sciufelarèlle, (Giochiamo a scivolarella)

co’ le scarpe resolàte, (con le scarpe risuolate,)

da “nna-porta” pe’ nnabbàlle, (da una porta per la discesa)

co’ la nèva e le jelàte, (con la neve e la gelata)

da sore o co’ na spénta, (da solo o con una spinta,)

sciufelènne sott’u-mure, (scivolando sotto il muro)

tra i strilli de’ la gènta (tra le sgridate della gente)

e na mazza sott’u-cure. (e una tavola sotto al sedere.)

ne-n penzéie all’òssa rotte (non pensavi alle ossa rotte)

se caschéie alle conétte. (se cadevi alle cunette.)

GOFFREDO PALMERINI IN RAI, POI A TORINO, MILANO E DESENZANO CON IL SUO ULTIMO LIBRO “Grand Tour a volo d’Aquila”: a Milano tra i relatori Hafez Haidar, candidato al Premio Nobel per la Letteratura

“Grand Tour a volo d’Aquila”

L’AQUILA – Il giornalista e scrittore Goffredo Palmerini, ambasciatore d’Abruzzo nel mondo, con il suo ultimo libro “Grand Tour a volo d’Aquila” (One Group Edizioni) presentato “in prima” a L’Aquila il 5 dicembre scorso nell’Aula Magna del Gran Sasso Science Institute, inizia il giro di presentazioni, dapprima in RAI e poi a Torino, Milano e Desenzano del Garda. Mercoledì 9 gennaio Palmerini sarà infatti ospite a “L’Italia con voi”, il programma di RAI Italia per gli italiani nel mondo, per una intervista con la conduttrice Monica Marangoni proprio sugli argomenti trattati nel volume. La puntata del programma sarà trasmessa all’estero secondo la consueta programmazione: Rai Italia 1 (Americhe) New York e Toronto ore 17, Buenos Aires ore 19, San Paolo ore 20; Rai Italia 2 (Australia – Asia) Pechino e Perth ore14, Sydney ore 17; Rai Italia 3 (Africa) Johannesburg ore 18:45.

Il 16 gennaio prossimo lo scrittore aquilano sarà quindi a Torino in un evento organizzato dalla Famiglia Abruzzese e Molisana in Piemonte e Valle d’Aosta (FAMPV). L’incontro si terrà alle ore 21 presso la Sala Conferenze del famoso Collegio “Artigianelli”, in Corso Palestro 10. Insieme all’autore, saranno relatori Carlo Di Giambattista, presidente della FAMPV e stimato manager nel settore ospedaliero, e Nicola Felice Pomponio, responsabile della sezione Cultura del medesimo sodalizio. Il Collegio universitario si trova nel cuore di Torino. Intriso di arte e di storia, vi visse e operò il fondatore della Congregazione dei Giuseppini, San Leonardo Murialdo. Al suo interno un museo e il teatro Juvarra.

II 17 gennaio Goffredo Palmerini sarà a Milano, in un evento organizzato dall’Associazione Abruzzesi in Lombardia Raffaele Mattioli” che si svolgerà alle ore 18 presso la Sala Meeting dell’antica Caffetteria Passerini (un tempo chiamata Caffè Victor Hugo), in Via Spadari, a quattro passi dal Duomo. Alla presentazione del volume, oltre all’autore, saranno relatori Angelo Dell’Appennino, presidente dell’Associazione “Raffaele Mattioli” e componente del Consiglio Regionale Abruzzesi nel Mondo (CRAM), Francesco Lenoci, docente all’Università Cattolica e vicepresidente dell’Associazione Pugliesi di Milano, e Hafez Haidar, docente all’Università di Pavia, poeta e scrittore, candidato al Premio Nobel per la Letteratura e già candidato al Nobel per la Pace. Il prof. Haidar ha scritto la pagina di Presentazione che apre il volume “Grand Tour a volo d’Aquila”, mentre la Prefazione è di Tiziana Grassi, studiosa di migrazioni e scrittrice. Di origine libanese ma da molti anni cittadino italiano, Hafez Haidar è tra le personalità più insigni al mondo nella promozione della Pace e del valore del dialogo tra Culture e Religioni. Coordinerà gli interventi Valentina Di Cesare, docente di Letteratura italiana e scrittrice. Angelo Dell’Appennino, su incarico del CRAM, sta in questi giorni coordinando una significativa campagna di raccolta fondi tra le associazioni abruzzesi in Italia per la spedizione di medicinali in Venezuela, dove saranno inviati a cura dell’Associazione “ALI per il Venezuela” guidata dal medico dr. Edoardo Leombruni, e consegnati a destinazione a chi ne ha urgente bisogno dalla Fondazione Abruzzo Solidale, presieduta da Amedeo Di Ludovico.

Ultima tappa, il 18 gennaio, a Desenzano del Garda. Nel libro un capitolo è proprio dedicato alla costa bresciana del Lago di Garda, un intrigante racconto di viaggio che narra storia e bellezze di Sirmione, Desenzano, Manerba, Salò, Gardone Riviera e il Vittoriale degli italiani, dove Gabriele D’Annunzio trascorse gli ultimi 17 anni della sua vita e dove si spense il 1° marzo 1938. La presentazione del volume, un “aperitivo letterario”, si terrà alle 18 presso lo storico bar Bosio in Piazza Malvezzi, cuore del centro storico di Desenzano. Interverranno, insieme allo scrittore, Vito Mosca, presidente dell’Associazione culturale L’Amaranto”, e l’avv. Andrea Palmerini, già presidente del Consiglio Comunale e assessore della splendida cittadina gardesana.

Nel risvolto di copertina così annota Francesca Pompa, presidente delle Edizioni One Group: “Grand Tour a volo d’Aquila, un invito ad attraversare territori, a visitare luoghi e borghi, a scoprire scrigni d’arte, a conoscere persone, a vivere gli avvenimenti fino a sentirsi parte di questo universo in continuo divenire con al centro una città non più semisconosciuta, ma evocata in tutto il mondo e diventata patrimonio universale dopo quanto le accadde nel 2009. E’ l’abilità del vero narratore quella di farti viaggiare, come fa Goffredo Palmerini, attraverso la scrittura che diventa racconto e, pagina dopo pagina, apre a nuovi scenari. Le storie prendono forma e lasciano scorrere immagini che riflettono il tempo di cui sono protagoniste, oggi ma ancor più domani. Infatti, è nel tempo che libri come questo acquistano sempre più valore, quando la memoria diventa patrimonio della propria identità e restituisce, come un fiume in piena, l’apice di una Italia tratteggiata nelle sue peculiarità, nella sua capacità di meravigliare e di essere un’eterna avvincente scoperta”.

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Goffredo Palmerini è nato a L’Aquila nel 1948. E’ stato dirigente delle Ferrovie dello Stato nel settore commerciale dell’esercizio e per quasi trent’anni amministratore della Città capoluogo d’Abruzzo, più volte assessore e Vice Sindaco dell’Aquila. Scrive su giornali e riviste in Italia e sulla stampa italiana all’estero. Suoi articoli sono ospitati su molte testate in Argentina, Australia, Belgio, Brasile, Canada, Cile, Danimarca, Francia, Germania, Gran Bretagna, Lussemburgo, Messico, Perù, Repubblica Dominicana, Spagna, Stati Uniti, Svezia, Svizzera, Sud Africa, Uruguay e Venezuela. E’ in redazione presso numerose testate giornalistiche in Italia e, come collaboratore e corrispondente, sulla stampa italiana all’estero: America Oggi (Usa), La Gazzetta (Brasile), i-Italy (Usa), La Voce (Canada), La Voce d’Italia (Venezuela), Mare nostrum (Spagna), L’altra Italia (Svizzera), La Voce alternativa (Gran Bretagna). Collabora inoltre con le Agenzie internazionali AiseInformComUnica.

Ha pubblicato i volumi “Oltre confine” (2007), “Abruzzo Gran Riserva” (2008), “L’Aquila nel Mondo” (2010), “L’Altra Italia” (2012), “L’Italia dei sogni” (2014), “Le radici e le ali” (2016), “L’Italia nel cuore” (2017), Grand Tour a volo d’Aquila (2018). Nel 2008 gli è stato tributato il Premio Internazionale “Guerriero di Capestrano” per il suo contributo alla diffusione della cultura abruzzese nel mondo. Nel 2014 ha ricevuto a Lecce il Premio Speciale “Nelson Mandela” per i Diritti Umani. Vincitore nel 2007 del XXXI Premio Internazionale Emigrazione per la sezione Giornalismo, gli sono poi stati conferiti, sempre per l’attività giornalistica, il Premio internazionale “Gaetano Scardocchia” (2017) con Medaglia del Presidente della Repubblica, il Premio nazionale “Maria Grazia Cutuli” (2017), il Premio internazionale “Fontane di Roma” (2018). Da alcuni anni svolge un’intensa attività con le comunità italiane all’estero. Studioso di emigrazione, è componente del Comitato scientifico internazionale e uno degli Autori del “Dizionario Enciclopedico delle Migrazioni Italiane nel Mondo” (ed. SER-Migrantes, 2014) e membro di prestigiose istituzioni culturali.

GIAN LUIGI PICCIOLI, UN FINE SCRITTORE DA RISCOPRIRE

Ripubblicato il romanzo dell’autore abruzzese “Tempo grande”, a cura di Simone Gambacorta

di Goffredo Palmerini


L’AQUILA – Gian Luigi Piccioli è uno scrittore d’origine abruzzese fecondo e raffinato, da riscoprire in tutta la sua dimensione nel panorama letterario italiano. Ad un lustro dalla sua scomparsa, va sicuramente in tale direzione la recente ripubblicazione del suo romanzo Tempo grande – uscito in prima battuta nel 1984 per l’editore Rusconi – per i tipi delle Edizioni Galaad, a cura di Simone Gambacorta che ne ha vergato una corposa e puntuale Presentazione. La sinossi del romanzo: in un grande studio televisivo romano, il conduttore Marco Apudruen e lo scrittore Gigi Insolera trasmettono in tempo reale immagini che arrivano da ogni parte del mondo sotto forma di servizi giornalistici. I due non potrebbero essere più diversi: freddo, ambizioso, dispotico il primo, sensibile e introverso il secondo. L’irrompere sulla scena di Marianna Estensi, un’affascinante fotoreporter, mette in crisi il loro sodalizio, innescando un crescendo di situazioni incandescenti e drammatiche in cui si riflettono le contraddizioni e i retroscena del mondo televisivo e il cinismo della “società dello spettacolo”. Fa da sfondo alla vicenda una Roma maestosa e svagata, capace di esaltare chi la vive oppure di schiacciarlo, mentre nei capitoli finali l’azione si trasferisce nel cratere di Ngorongoro, in Tanzania, dove un evento imprevedibile segnerà una svolta nella storia.

Scrive Simone Gambacorta nella sua Presentazione: “Tempo grande parla di paure, passioni, speranze, dolori, ipocrisie, tradimenti. E contempla, non a caso, il topos del triangolo amoroso: ne sono coinvolti lo scrittore Gigi Insolera, la fotografa Marianna Estensi e il conduttore televisivo Marco Apudruen, i tre personaggi principali. Ma Tempo grande, uscito originariamente per Rusconi nell’orwelliano 1984, è anche un romanzo sui media, e nel caso specifico il medium è la televisione (verrebbe da dire: è un romanzo sui media appunto perché è un romanzo sull’uomo). […] Il villaggio globale di McLuhan, la società dello spettacolo di Debord, la tv “assassina” di Baudrillard: Tempo grande racconta la bulimia di una televisione sempre più aggressiva e sempre più «cattiva maestra» – secondo la lettura di Popper e Condry –, un gigantesco tubo digerente a ipertrofico tasso tecnologico che aggredisce e sbrana l’attualità su scala globale per trasformarla e rendere l’informazione e l’intrattenimento (la loro sintesi) merce da consumo, nell’oltranza produttiva del live e del reality (entrambi illusori)”. […]

Dei personaggi del romanzo Gambacorta analizza relazioni, interdipendenze, soggezioni e condizionamenti nel loro mondo della comunicazione, nel vissuto quotidiano con il mezzo televisivo e nel “risucchio della macchina tv”, un coacervo di sentimenti nel quale si dipana la trama del romanzo che è bene lasciare per intero alla scoperta del lettore. “Il tempo grande del titolo – annota ancora Simone Gambacorta – è un tempo che si è ingrandito, è il tempo di una mutazione in atto, di una frontiera che si sposta, come un perimetro che scoscende e sfuma nell’evoluzione continuata (e anche metamorfica) di se stesso. È un tempo ignoto che porta in sé altro. È il tempo della contendibilità dei duplicati audiovisivi del reale, è il tempo di un nuovo potere che si afferma. Non manca nel romanzo una parte più spiccatamente avventurosa, dove la scelta del pericolo (con quel tanto di suspense che ne discende) fa tutt’uno con la scommessa assai rischiosa che porta Marianna Estensi a immolarsi in un sacrificio dove la vita diventa la contropartita di un esperimento a fini di audience.” […].

E aggiunge: “Tempo grande segna il momento della pienezza creativa di Piccioli (qui forse non estraneo da alcuni accenti neobarocchi) e si apre con una lezione di sapienza scrittoria: «Da Porta Pinciana Gigi Insolera scese via Veneto lasciandosi alle spalle Villa Borghese, pensile sui muriccioli e appena bagnata dal sole. All’ingresso della metropolitana esitò; il divertente tapis roulant in pochi minuti lo avrebbe lasciato davanti agli studi televisivi della TDN, dove lavorava, a piazza di Spagna. Proseguì nell’aria trasparente tra i tavolini appena lavati di Harry’s. La libreria era aperta, e il suo ultimo romanzo non era più in vetrina». L’accenno all’esitare di Insolera e all’assenza del libro dalle vetrine sono allusioni per nulla casuali che prefigurano tanto il carattere quanto lo stato e il destino del personaggio. In quelle righe incipitali Piccioli suggerisce molto senza però rivelare nulla: ma il lettore avrà pian piano modo di appurare quante tracce siano già nascoste in quelle parole. Insolera è un intellettuale che cammina con grazia e fragilità tra i corpi contundenti di un presente pragmatico e cinico. È nella sua indole una disarmata assenza di ogni forza antagonistica, e tuttavia è un uomo capace di resistere (di resistere più che opporsi alle cose) e questo impedisce di considerarlo – almeno in senso stretto – un debole, tanto più che la sua capacità di resistere pare anche derivare dal suo essere un uomo sempre un poco discosto da tutto il resto, anche quando pare esservi più ampiamente coinvolto; in realtà il suo coinvolgimento più intimamente vero – quello irrevocabile, quello radicale – sarà quello per Marianna. Prende in ogni caso da lì avvio un romanzo tutto calato nell’ «era elettrica» di McLuhan, ma anche profondamente e drammaticamente italiano.”

Gianluigi Piccioli

“[…] Esiste in Piccioli una vena civile netta e fortissima che de facto ne informa ogni opera e che torna a mostrarsi con non minore chiarezza nel romanzo anch’esso romano che sarà dato alle stampe dopo Tempo grande, ossia Il delitto del lago dell’Eur. […] Tempo grande ha interrogato il presente – conclude Gambacorta nella sua Presentazione – e ha dato risposte anticipatorie sul futuro. Quando uscì, Piccioli, che era nato nel 1932, era cinquantenne. La sua generazione era “naturalmente” lontana dall’orizzonte immaginato nel libro: perciò, più ancora che dai suoi interessi e dalle sue letture, Tempo grande è frutto del suo intuito della contemporaneità; quell’intuito che agiva come un istinto e che tuttora – nei suoi esiti – rappresenta una delle peculiarità più spiccate e sorprendenti di questo sorprendente narratore. Uno scrittore non è uno stregone né un indovino e tanto meno un mago, ma una forza critica che agisce dentro un’epoca. Questo ricorda Tempo grande”.

Nato a Firenze il 24 settembre 1932, Gian Luigi Piccioli trascorre l’infanzia in Abruzzo, che lascerà solo ventenne. Con l’Abruzzo conserverà un forte legame, in particolare grazie ai frequenti ritorni a Chieti, Navelli e Francavilla al Mare, dove trascorrerà sempre le vacanze estive. Laureato in Giurisprudenza all’Università di Bologna, inizia a scrivere da ragazzo. Roma diventa la sua città adottiva: vi vive con la moglie Anna Di Nicola, anche lei abruzzese, e con i loro tre figli. Lavora all’Eni con Enrico Mattei e per anni scrive reportage per le riviste «Ecos» (dell’Eni) e «Synchron» (dell’Agip) raccontando l’Europa, l’Africa, le Americhe e l’Oriente. Innamorato del viaggio, è un osservatore inesausto e attento della sua epoca e non manca di riunire scelte dei suoi reportage in libri: da Una Cina per il 2000 (Ecos, 1980) a Viaggio nel mestiere Saipem (Kappagraph, 1980), per arrivare al più recente Africa vivi. Taccuini di un reporter (Galaad Edizioni, 2012). L’Africa è un suo grande polo d’interesse: a fornirne testimonianza è, fra l’altro, l’ampia conversazione con Alberto Moravia che Piccioli pubblica nella rivista «Synchron» nel 1985.

Come narratore esordisce nel 1966 con il romanzo Inorgaggio (Mondadori), cui seguono Arnolfini (Feltrinelli, 1970), Epistolario collettivo (Bompiani, 1973), Il continente infantile (Editori Riuniti, 1976), Sveva (Rusconi, 1979, Premio Villa San Giovanni), Viva Babymoon (Bompiani, 1981, Premio internazionale Trento per la letteratura giovanile) e Tempo grande (Rusconi, 1984), con cui vince il Premio Scanno. Nel 1987 vince il Premio Flaiano per la narrativa con Il delitto del lago dell’Eur, edito da Camunia. Nel 1990 dà invece alle stampe Cuore di legno (Rizzoli); successivamente vedono la luce altri due romanzi: La Pescarina. L’età del cambiamento (Esa, 2005) e Tesi di laurea (Carabba, 2010). Del 1978 è la favola Olofìn e la tribù dei cacciatori (Lisciani e Zampetti), del 1998 Favole proibite (Arlem), del 2000 L’erba di Auschwitz cresce altrove (Arlem) e del 2007 Safari alla bambola rossa. Racconti paralleli e racconti reportage di persone e animali (Carabba). Del 2012 è Tempi simultanei. Libri e viaggi di uno scrittore (Galaad Edizioni), il libro-intervista firmato con Simone Gambacorta. Gian Luigi Piccioli muore a Roma il 21 aprile 2013.

Riferimenti all’opera di Gian Luigi Piccioli, oltre che nella Storia della letteratura italiana contemporanea (1940-1996) di Giuliano Manacorda (Editori Riuniti, 1996), si trovano nel Dizionario della letteratura italiana contemporanea (Vallecchi, 1973), nell’Autodizionario degli scrittori italiani (a cura di Felice Piemontese, Leonardo, 1990) e nel Dizionario della letteratura italiana del Novecento (diretto da Alberto Asor Rosa, Einaudi, 1992). Cenni sono presenti nel compendio di Walter Pedullà La narrativa italiana contemporanea 1940/1990 (Newton Compton, 1995). Un primo inquadramento critico, in gran parte incentrato su Epistolario collettivo, è invece offerto da Renato Minore nel saggio Sul “gusto” della critica militante raccolto in Mass-media intellettuali società (Bulzoni, 1976). Su Epistolario collettivo non manca di fornire cenni Carlo De Matteis nel suo volume Civiltà letteraria abruzzese (Textus, 2001). A Piccioli dedica inoltre attenzione Lucilla Sergiacomo nel suo saggio La narrativa abruzzese del Novecento, un percorso tematico, che può leggersi nel volume L’Abruzzo del Novecento, a cura di Umberto Russo ed Edoardo Tiboni (Ediars, 2004). Di Lucilla Sergiacomo è inoltre assai utile la scheda critica che introduce una scelta delle pagine di Epistolario collettivo nell’antologia Narratori d’Abruzzo, curata dalla stessa Sergiacomo per Mursia nel 1992. Una precedente antologia dove Piccioli compare con un breve racconto è Narratori dell’Abruzzo e del Molise, edita anch’essa da Mursia nel 1971 per la cura di Giovanni Titta Rosa e Giuseppe Porto.  «La sua opera attende ancora un risarcimento che gli è dovuto. Piccioli è stato uno dei più grandi scrittori del secondo Novecento, non si può lasciare il suo nome nel dimenticatoio», ha scritto Massimo Pamio.

Tempo grande di Gian Luigi Piccioli

Galaad Edizioni, Teramo, dicembre 2018, pag. 348, € 18

Viaggio nei sentimenti dell’emigrazione, tra storie e ricordi

“Un oceano di carta” e “La famiglia in 100 scatti”, pubblicate in due libri lettere e foto recuperate dagli studenti del Liceo G.B. Vico di Sulmona

di Domenico Logozzo, già caporedattore TGR Rai

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SULMONA – Giovani liceali di Sulmona recuperano dai cassetti, dai comò dei nonni e dalle impolverate scatole in cantina, centinaia di lettere e foto che raccontano la grande emigrazione, gli anni tristi della fuga alla ricerca di una terra promessa. Testimonianze di ieri che oggi diventano preziosi libri di storia. Da leggere e rileggere. E questo grazie alle ragazze e ai ragazzi delle quinte classi del Liceo delle Scienze Umane “Giambattista Vico” di Sulmona. Un esempio emblematico di buona scuola, alla fine di un percorso formativo coinvolgente sull’emigrazione e sulla famiglia tra l’800 e il ‘900, avviato alcuni anni fa. Le idee e i progetti diventano realtà. Freschi di stampa “Un oceano di carta” e “La famiglia in 100 scatti” nonché il calendario 2019 “Un viaggio nel tempo”, che fanno seguito alla pubblicazione del libro “LA MERICA” del 2013. Ricordi preziosi. Quando bastava un niente per essere felici. Come testimoniano le commoventi lettere natalizie inviate negli Anni Quaranta-Cinquanta ai famigliari. “Per il Santo Natale ricevete questo penziero per comprare un fiasco di vino e brindare alla mia salute con tutti in famiglia”. Pochi dollari e tanti doni di cuore. “Carissima Annina e famiglia, la ruota del tempo gira siamo di nuovo alla vigilia di Natale…Unisco venti dollari per un brindisi alla nostra salute”.

 

Lettere e foto del passato che non può essere dimenticato ma va raccontato, studiato ed onorato. “Sono lettere che consentono di ristabilire un punto di continuità con il passato e con la comunità di origine”, evidenzia la prof.ssa Carolina Lettieri nell’Introduzione al libro che ringrazia “le alunne della classe V F che nei due anni di lavoro al testo sono state le prime, con domande, dubbi e perplessità, a contribuire a mettere chiarezza al nostro lavoro. Senza di loro questo libro non sarebbe stato possibile”. E poi spiega: “Ogni storia d’emigrazione inizia con una partenza, con un distacco, è la lontananza che produce il bisogno di comunicazione e la comunicazione a distanza, in quell’epoca poteva solo essere scritta”. E sì, erano difficili le comunicazioni telefoniche.

 

Sfogliamo il libro e leggiamo. “Ieri chiamai per telefono – scrive amareggiato un emigrato alla moglie -, però la comunicazione non me la diedero. Chiamai ieri per fare gli auguri a nostra figlia, però non mi fu possibile”. Documenti e storie di vita. “Il 27 aprile 1955 partii da Napoli per l’America sulla Cristoforo Colombo, una nave piena di italiani che cercavano la fortuna in un nuovo paese. Ci confrontammo con l’enormità delle nostre aspirazioni solo nove giorni più tardi, il 5 maggio 1955, quando ci assiepammo, come fossimo un’unica persona, su un lato della nave per goderci la vista della Statua della Libertà, con la sua torcia tenuta alta, quasi a salutarci. Era giunta l’ora. L’ora di godersi la libertà”.

 

Così scriveva Vittorio Palumbo dietro una foto che lo ritraeva con altri emigranti il 4 maggio 1955 sulla Cristoforo Colombo. Scavare, portare alla luce il maggior numero di testimonianze scritte e fotografiche, raccontare bene il passato, significa far capire compiutamente il presente e contribuire a costruire un futuro con prospettive certamente migliori, senza più barriere, né pregiudizi e né odiose discriminazioni. “Il laboratorio di ricerca – spiega la prof.ssa Caterina Fantauzzi, dirigente scolastica del Polo Liceale “Ovidio” di Sulmona -, è stato progettato affinché gli allievi approfondissero le conoscenze sul tema dell’emigrazione, legate nell’ambito più generale dell’intercultura, e analizzassero gli stereotipi che fra l’800 e il ‘900 gli emigranti italiani si trovarono ad affrontare nei paesi d’arrivo”.

 

Un intelligente “avvicinamento” dei ragazzi al fenomeno migratorio. Esaminati dati e documenti, per “facilitare la comprensione del fenomeno stesso ed evitare una lettura distorta della realtà e una definizione di immigrato che risponda solo a diffusi stereotipi”, sottolinea   ancora la prof.ssa Fantauzzi nella Premessa al libro “Un oceano di carta, viaggio nei sentimenti dell’emigrazione”. E si sofferma su alcuni incontri che giudica “significativi”. Come quello con il prof. Franco Ricci, originario di Sulmona, docente nella Facoltà delle Arti dell’Università di Ottawa, che nella Presentazione evidenzia l’ottimo risultato dello studio realizzato da quelli che definisce “i miei allievi (se posso adottarli intellettualmente) della quinta del Liceo delle Scienze umane”. Elogio ai docenti e “ai valorosi ricercatori” che “hanno conservato e riverito la memoria collettiva dei loro lontani avi”. Aggiunge con orgoglio: “Anche io conservo nel cassetto dei ricordi più belli questa esperienza, per me unica ed indimenticabile”.

 

Impegno collettivo e autorevoli contributi come quello del Console onorario negli Usa, Quintino Cianfaglione, originario di Pratola Peligna. “Ha concluso questa fase di formazione, fondamentale per la ricostruzione della memoria storica e della memoria collettiva”, scrive la prof.ssa Fantauzzi. Sogni, sacrifici, successi. Cianfaglione si sofferma sulle positività, con l’orgoglio delle radici: “Un popolo di lavoratori, un popolo intelligente che con niente ha cresciuto una famiglia, ha creato tante imprese; un popolo molto apprezzato nel mondo della scuola, della scienza e della medicina”. Un tempo emigravano le braccia più forti, ora i migliori cervelli: “Oggi negli Stati Uniti arrivano ricercatori, medici, architetti che danno solo orgoglio a noi che viviamo in America. Sono molto preparati”.

 

Un oceano di carta” e il rispetto della memoria. Un aspetto che viene opportunamente evidenziato. “Non avrei immaginato che dei ragazzi, i nostri ragazzi di Sulmona e del territorio, potessero riconsegnarci uno scrigno così prezioso quale è questo libro”, scrive nella Presentazione l’avvocatessa Luisa Taglieri, presidente dell’Associazione “Voci di donne”. La ricchezza della ricerca. “Con questo lavoro gli studenti vengono a conoscenza di una realtà che è quanto più moderna. La storia dei migranti nel 2018 è la stessa dei migranti italiani che pensando di trovare lavoro, ricchezza, libertà e dignità partivano su navi per l’America, l’Australia; viaggiavano, la maggior parte, ammassati nelle stive, esposti alle intemperie sui ponti: donne e uomini con i propri bambini a volte spauriti, con il dolore nel cuore per dover abbandonare i propri luoghi, i propri familiari, ma con tanta speranza di conquistare una vita migliore”. Viaggi indimenticabili per tanti nostri connazionali: “Sono stati 9 giorni di nave. Io ero con una donna di Canzano che si chiamava Angelina. Sbarcai a una città che si chiama Halifax. Dal mare Atlantico siamo attraversato il mare Pacifico. Il 18 agosto 1948 qui per gli Stati Uniti e un viaggio che non dimenticherò mai”.  In tanti c’era la speranza di fare fortuna e poi ritornare in Italia.

 

Un emigrante della Valle Peligna: “Cari Genitori o ricevuto il salame che mi avete mandato e lo trovato molto buonissimo e mi e proprio piaciuto sono a ringraziarvi del bene che avete verso il vostro figlio…Cara mamma sento pure nella tua letterina che mi dici che ti dica se non cio più intensione di venire in Italia vedrai che io in america non ci starò tanto tempo perché amè l’america a me non piace mica troppo”. Ed un altro abruzzese da New York: “Cara madre se il buon Signore cidà una buona attraversata così ci potremo riabbracciare”. La mamma in cima ai pensieri di tutti: “Carissima mamma oramai comincio a contare i giorni che mi rimangono da rimanere qua in America dato che ho già prenotato il viaggio per la fine di aprile. Ho una grande voglia di tornare a casa per poter abbracciare tutti…”

 

Le lettere d’amore per le mogli lontane: “Carissima moglie tu devi avere pazienza, di essere segreta, di starti contenta e di avere fede al tuo marito che sta facendo tanto per te e ora abbiamo una buona speranza non passerà tanto lungo che tu verrai a riabbracciare il tuo caro marito che palpita per te”. Un altro: “Cara moglie per laffare di stare separate non è colpa mia è colpa della miseria perché se uno cia aveva la robba assai non ci faceva bisogne di venire qua ci stavamo in sieme e gotavamo e così io soffre qua e tu soffre la”. E i dubbi d’amore, provocati dalla lontananza: “Cara Sposa non farti voltare le cervelle da nessune ca ve la passate bene e per me non vi mettete nessuno pensiere che io vi ame proprio con vero cuore e voglio sapere se voi mi amate con vero cuore”.

 

Le lettere ritrovate e con l’aiuto dei parenti pazientemente trascritte dagli studenti   “permettono di osservare le situazioni vissute dagli scriventi, nella loro spontaneità ed espressività costituendo così un valore documentario di grande importanza”, osserva la prof.ssa Annalucia Cardinali. “L’emigrato pensa e parla in dialetto molto più spesso che in lingua – prosegue – e quando si accinge a scrivere una lettera ad un parente, lo fa con il sincero desiderio di redigere una bella lettera senza errori e con la colloquialità tipica del parlato popolare. La scoperta di questa “umanità” ha consentito agli alunni di comprendere il forte legame che traspare con il paese natio, gli affetti, le tradizioni, gli usi da trasferire ed inserire in un altro contesto nel quale ricreare una nuova identità sempre sulle orme di un legame con la nostra storia”.

 

Sfogliando poi il libro “La famiglia in 100 scatti” realizzato dagli studenti della V G con il coordinamento dalla prof.ssa Carolina Lettieri, emerge in maniera molto chiara “l’interesse che studentesse e studenti hanno mostrato nella conoscenza che accomuna ognuno di noi: il passato e la famiglia”. Scrivono gli autori del validissimo lavoro storico, culturale, sociologico ed antropologico: “Oggi, cresciuti nell’epoca della realtà virtuale attraverso la ricerca vogliamo riscoprire la magia dell’album fotografico, sfogliando pagine e pagine, sentendone l’odore e percependo la ruvidità della carta sotto le nostre dita. Ci siamo immersi in frammenti di vita, della vita vera, ben diversa dalla realtà degli schermi”. Riflettono e sostengono convintamente: “Ci siamo resi conto che le centinaia di foto registrate sui cellulari non hanno nulla a che vedere con la particolarità e le folgoranti emozioni che ci suscitano le realtà cartaceeAttraverso l’album “La famiglia in 100 scatti” parliamo di memoria, senza la quale non siamo nulla”. E senza memoria non si può progettare un buon futuro.

Sono foto che fanno sognare e commuovono. Foto da leggere, una ad una, pagina dopo pagina. Scorre il tempo. Epoche diverse. Personaggi, eventi, luoghi che suscitano emozione e ammirazione. “Ogni foto è un racconto a sé – scrive la prof.ssa Caterina Fantauzzi – in cui emerge in primo luogo la verità delle persone ritratte, delle famiglie, delle abitazioni e delle strade in cui hanno vissuto”. Davvero bravi gli studenti che “ci consegnano un’opera storica che rende eterni i volti ma anche i sentimenti e i valori delle nostre famiglie”, sostiene nella Premessa l’avvocatessa Luisa Taglieri. Elogia pure docenti e dirigente scolastica che “operano instancabilmente insieme agli studenti per la loro crescita, che di riflesso è anche la crescita della società”.

 

 

La presentazione ufficiale dei libri “Un oceano di carta” e “La famiglia in cento scatti” del Liceo “Giambattista Vico” di Sulmona è in programma per martedì 18 dicembre alle ore 9,30 nella Sala Consiliare della Comunità Montana Peligna. Dopo i saluti della prof.ssa Caterina Fantauzzi, dirigente scolastico del Polo Liceale “Ovidio”, sono previsti gli interventi di Luisa Taglieri, presidente dell’associazione “Voci di donne”, del giornalista e scrittore Goffredo Palmerini, di Mauro Cianfaglione, Rosita Cianfaglione, Carolina Lettieri e Annalucia Cardinali.   

 

 

 

 

 

 

 

A NEW YORK, UNA CASA A MOTT STREET E IL RICORDO DEL NONNO di Nicola Felice Pomponio

A NEW YORK, UNA CASA A MOTT STREET E IL RICORDO DEL NONNO

di Nicola Felice Pomponio

 

 

Fulgenzio Pomponio scese dalla naveAmerica” a Ellis Island il 26 luglio 1921.

All’età di soli 22 anni aveva alle spalle esperienze tutt’altro che simpatiche. Nato in uno sperduto paesino dell’Appennino abruzzese era uno dei “ragazzi del ‘99” ovvero di quella leva straordinaria arruolata nonostante la giovanissima età e spedita al fronte per arrestare l’avanzata austriaca – anzi “austroungarica”, come diceva sempre lui – dopo Caporetto. Si trovò così catapultato nella guerra di trincea a fare il portaordini sul monte Grappa e di questa esperienza avrebbe raccontato a me, suo piccolo nipote, a distanza di più di mezzo secolo, episodi la cui crudeltà ancor oggi mi fa rabbrividire. Anche a lui, come a tutti gli altri umili fanti-contadini, fu promessa la terra dopo la vittoria, ma, a parte un ricco medagliere di cui andava fierissimo (era Cavaliere di Vittorio Veneto), non arrivò nient’altro e così, dopo essersi sposato, andò a Napoli, trovò un lavoro sull’America, si pagò il passaggio e sbarcò una prima volta negli USA.

Di lui sono rimaste tracce precise e dettagliate sui moduli riempiti dagli addetti della dogana statunitense e, al riguardo, è da sottolinearsi l’ammirevole lavoro svolto dalla Ellis Island Foundation che ha messo in rete le registrazioni dei circa 12 milioni di migranti passati ad Ellis Island tra il 1892 e il 1954. Mio nonno risulta con occhi e capelli marroni, alto circa m. 1,65, di professione contadino, senza malattie né segni particolari, proveniente da Liscia – in provincia di Chieti, nel cosiddetto “alto vastese” – di nazionalità italiana e, particolare di un certo interesse, alla voce “People or Race” indicato come “Italian South”, una definizione significativa dell’approccio americano. Ma di tutto ciò non so cosa comprese quel giovanotto che non sapeva nemmeno l’inglese; probabilmente il suo obiettivo era quello di trovarsi al più presto con il cognato che lo aspettava e che risiedeva al 147 di Mott Street, una via che allora era in piena Little Italy e ora fa parte di Chinatown.

 

Posso solo immaginare la scena dell’incontro e la vita trascorsa a New York ma senz’altro doveva essergli piaciuta molto se tre anni dopo, il 30 marzo 1924 circa quattro mesi prima che gli nascesse il secondo di sette figli, mio padre trovò un nuovo passaggio, sempre pagatosi lavorando, a Ellis Island. Stavolta dal transatlantico “Conte rosso” che avrà un tragico destino finendo affondato il 24 maggio 1941 dal siluro di un sommergibile inglese al largo di Siracusa e causando la morte di 1297 soldati diretti in Libia.

L’America, comunque, rimase nel cuore di mio nonno. Imparò l’inglese e ammirò sempre i paesi anglosassoni; a me, piccolo bambino che guardava affascinato quest’uomo con tanta storia alle spalle, raccontava di un luogo dalle grandi realizzazioni, edifici enormi, tantissime persone provenienti da tutto il mondo, una lingua strana ma bella da parlare, con modi di dire assenti nell’italiano e poi la libertà. Non solo le “grandi libertà” di stampa, parola, espressione ma anche la tolleranza in cose che oggi ci fanno sorridere ma che in minuscolo paesino, rinchiuso in se stesso, misero e arretrato era impossibile avere. In America poteva, nelle feste, giocare a nascondino e a mosca cieca e, come raccontava a mia cugina, era bello poter ridere e scherzare nei giardini newyorkesi sbattendo anche contro gli alberi, come gli era capitato.

Ma, come sempre, la vita dei “piccoli” è in balìa di forze ben maggiori. Probabilmente avrebbe voluto trasferirsi negli USA, ma proprio gli USA da tempo avevano assunto una politica restrittiva verso l’immigrazione italiana, accusata di tener bassi i salari e con accenti anche razzisti (i “white negroes”); a ciò si aggiunse la politica fascista che dal 1927 rese quasi impossibile l’emigrazione negli Stati Uniti, ma non risolse il problema della mancanza di lavoro costringendo così le persone a continuare ad emigrare ma verso il Sud America, mentre la generazione successiva si orientò anche verso l’Australia e l’Europa.

 

Mio nonno dopo il 1924 non tornò più a New York; gli rimasero tanti bei, affettuosi ricordi e la conoscenza dell’inglese. Conoscenza che gli venne utilissima quando, dopo una fugace esperienza di colono in Etiopia, che nelle fantasie mussoliniane doveva costituire lo sbocco dell’emigrazione italiana, venne militarizzato, si trovò di nuovo a combattere (stavolta contro gli inglesi, da lui ammiratissimi) e venne fatto prigioniero nel 1941 a Cheren. A questo punto gli anni trascorsi a New York gli vennero in soccorso perché conoscendo l’inglese svolse un ruolo di “collegamento” tra soldati inglesi e italiani nel campo di prigionia in India dove venne internato fino al 1946. Ma questa è un’altra storia.

 

Sono andato a Mott Street non molto tempo fa. Una specie di pellegrinaggio personale in quella via e in quella New York di cui, affascinato, sentivo parlare da lui. Non so se la casa che ho visto è la casa in cui abitava – in un secolo cambiano molte cose – ma quei finestroni ampi e rettangolari, quei fitti mattoni rossi, quelle scale di emergenza poste in diagonale tra un piano e l’altro mi hanno dato la sensazione di una storia e di un vissuto che mi appartengono perché, indirettamente, attraverso sottilissimi fili, l’emigrazione di mio nonno, come quella di mio padre in Germania o dei miei zii in Belgio e Svizzera ha contribuito a formare il mio carattere e quello dei miei figli.

 

Tutto ciò mi fortifica, mi plasma, mi fa comprendere meglio sia l’attuale, enorme migrazione di popoli verso il Nord del pianeta, sia il destino personale mio e dei miei figli i quali, a loro volta, per realizzare i propri progetti di vita si dirigono l’uno verso la Germania e l’altra verso gli…….USA; sono passati cento anni e la storia si ripete, ma noi, gli “effimeri” (come ci chiama Eschilo), traiamo valore e dignità anche, ma non solo, dal nostro passato e dal passato delle collettività di cui facciamo parte.

 

Di mio nonno ho vivissimi ricorsi personali, ma purtroppo nessuna fotografia; c’è però un’opera di un incisore svizzero che ritrae un “Contadino abruzzese”. L’autore, Giuseppe Haas Triverio, era amico del grande artista olandese Maurits Cornelius Escher e negli anni ’30 del Novecento percorsero insieme il Sud Italia fermandosi a lungo in Abruzzo (qui Escher incise una bellissima litografia di Castrovalva, paesino abbarbicato su uno sperone roccioso vicino ad Anversa degli Abruzzi in provincia dell’Aquila).

Questo “Contadino abruzzese” possiede tratti somatici incredibilmente simili a quelli di mio nonno. Non per i folti baffoni e la barba, ma per le profonde trincee scavate dal tempo sulla fronte, per l’austera magrezza del volto e del corpo, per gli occhi vivaci e penetranti, per il largo cappello nero indossato. Un ritratto che evoca una calma e serena consapevolezza di se stesso come quando, ormai anziano e io con l’età che lui aveva sul Grappa, gli chiedevo come stava e, invariabilmente, tra una partita di scopa e l’altra, sempre sorridente mi rispondeva che aspettava la morte e leggeva il Vangelo.

 

Consegnati a due aquilani attestati di Benemerenza dal Brasile

1 novembre 2018

 

Maurizio Cirillo, Giuseppe Arnò, Goffredo Palmerini, Paolo Trotta.

Consegnati a due aquilani attestati di Benemerenza dal Brasile

Maurizio Cirillo e Goffredo Palmerini premiati come Personaggi dell’Anno 2017


1 – da sinistra: Maurizio Cirillo, Paolo Trotta, Guido Liris, Goffredo Palmerini, Giuseppe Arnò.

 

L’AQUILA – E’ stato il vicesindaco Guido Quintino Liris – il sindaco dell’Aquila Pierluigi Biondi era in missione a Milano – a rappresentare la Municipalità nella cerimonia di consegna degli Attestati di Benemerenza a Maurizio Cirillo e Goffredo Palmerini, svoltasi a mezzogiorno di mercoledì 31 ottobre nella splendida Sala Rivera di Palazzo Fibbioni.  I riconoscimenti di merito sono giunti dal Brasile, recati dall’avv. Giuseppe Arnò, direttore ed editore della rivista La Gazzetta di Rio de Janeiro, che ogni anno, in collaborazione PT Group Salute – Società Generale Cristiana Mutuo Soccorso con sedi in Italia e anche all’estero (Brasile e Repubblica Moldova) – e il suo presidente, dr. Paolo Trotta, organizza la manifestazione che premia Personaggi dell’Anno distintisi in Brasile nel campo della cultura, dell’imprenditoria, della solidarietà. L’evento solitamente si tiene presso l’Ambasciata del Brasile a Roma. Quest’anno, d’intesa con il sindaco Biondi, eccezionalmente si è tenuta all’Aquila proprio perché i due insigniti sono entrambi aquilani.

2 – Un momento dell’evento a Palazzo Fibbioni.

 

Il vicesindaco dell’Aquila Guido Liris, nel suo intervento.

Non formale l’intervento di saluto del vicesindaco Guido Liris, che aprendo la manifestazione ha calorosamente ringraziato Giuseppe Arnò e il presidente Trotta per aver scelto L’Aquila per la consegna dei riconoscimenti. “Goffredo Palmerini, per tanti anni stimato amministratore della Città, – ha detto tra l’altro Liris – continua ancora il suo prezioso servizio verso la comunità aquilana in veste di giornalista e scrittore, promuovendo con i suoi articoli e con i viaggi tra le comunità italiane nel mondo l’immagine dell’Aquila e dell’Abruzzo all’estero. La Municipalità, che si è onorata del suo lungo servizio come consigliere assessore e vicesindaco, gli è grata per la meritoria opera che oggi viene giustamente riconosciuta e apprezzata anche in Brasile. Altrettanta gratitudine la dobbiamo a Maurizio Cirillo, dirigente di valore in grandi società di telecomunicazioni in Italia, in Brasile e in Angola, ed imprenditore nella nostra città e all’estero. Con il suo talento egli ha reso e rende onore a L’Aquila, la sua città. Sono dunque fiero, a nome dell’amministrazione comunale tutta, di poter esprimere a Maurizio Cirillo e Goffredo Palmerini l’orgoglio della città e la soddisfazione per il riconoscimento che viene loro conferito. Alla presenza, peraltro, di tante persone così qualificate, tra le quali voglio in particolare citare gli ex amministratori civici Giampaolo Arduini, Pasquale Corriere e Gianfranco Giustizieri che hanno dato un significativo contributo alla crescita della città.”

Maurizio Cirillo, Paolo Trotta, Guido Liris, Goffredo Palmerini, Giuseppe Arnò.

Il direttore della Gazzetta italo-brasiliana Giuseppe Arnò, riferendo come una giuria indipendente abbia scelto Maurizio Cirillo e Goffredo Palmerini quali Personaggi dell’Anno 2017, ne ha illustrato i meriti e il valore. Maurizio Cirillo quale manager di primarie società di telefonia, ma anche operoso e generoso mecenate a sostegno delle iniziative sociali e culturali promosse dalla comunità italiana in Brasile; Goffredo Palmerini per l’incessante e qualificata opera di comunicazione culturale con le comunità italiane in Brasile e in tutto il sud America, soprattutto attraverso la straordinaria attività giornalistica sulla stampa italiana all’estero. “Ne sono ancor più lieto ed onorato – ha aggiunto il direttore Arnò – perché la sua prestigiosa opera giornalistica in Brasile la svolge soprattutto attraverso La Gazzetta, egli Corrispondente dall’Italia con suoi articoli e servizi di pregevole fattura. Dunque è per me un piacere davvero grande poter rendere onore a due personalità di tale valore qui all’Aquila, nella loro città. Ringrazio pertanto il sindaco Pierluigi Biondi, per l’ospitalità prontamente garantita alla manifestazione, e il vicesindaco Guido Liris per la sensibilità e le magnifiche parole espresse nel suo intervento.”

 

Molto sentito anche l’intervento di Paolo Trotta, sottolineando la collaborazione all’evento di PT Group Salute e il sostegno che la Società Generale Cristiana di Mutuo Soccorso da molti anni assicura alla manifestazione che vede insigniti Personaggi di grande spessore. Ha rimarcato inoltre come la sua presenza vada intesa anche sotto l’egida del Kiwanis, ente filantropico mondiale per il quale egli è presidente nel Club service di Cosenza. Dopo le dichiarazioni degli insigniti, sono state lette le motivazioni del conferimento.

 

Premio Imprenditore dell’Anno 2017

Attestato di Benemerenza a

MAURIZIO CIRILLO

Eletto da una giuria indipendente miglior Personaggio dell’Anno 2017, nella categoria “Social Work”, per le importanti iniziative volte a favore della Comunità italiana in Brasile.

 

Premio Giornalistico dell’Anno 2017

Attestato di Benemerenza a

GOFFREDO PALMERINI

Eletto da una giuria indipendente migliore Personaggio dell’Anno 2017, nella categoria “Literary Activity”, per le instancabili e pregiate attività giornalistiche e letterarie molto apprezzate nelle Americhe.

 

Giuseppe Arnò e il vicesindaco Guido Liris hanno quindi consegnato a Maurizio Cirillo e Goffredo Palmerini le Targhe d’argento recanti le motivazioni del conferimento della Benemerenza, mentre Paolo Trotta ha consegnato al vicesindaco e agli insigniti i gagliardetti del Kiwanis e lo scudetto dell’IP Group. Dopo la cerimonia la delegazione ospite ha fatto una breve visita nel centro storico dell’Aquila, ammirandone le meraviglie architettoniche esaltate dagli accurati restauri della ricostruzione post terremoto, che è assai avanzata sui beni immobiliari privati, molto meno sul patrimonio pubblico. La visita è stata favorita da una bella giornata con sprazzi di sole, per fortuna non guastata dalle piogge che in questo scampolo d’ottobre ha implacabilmente flagellato tutta la penisola.

 

***

 

Maurizio Cirillo, manager ed imprenditore, per molti anni ha vissuto ed operato in Brasile, poi in Angola. Attualmente è in Italia per dirigere un’azienda che produce materiali e protesi ortodontiche. Nato a L’Aquila il 22 aprile 1959, si è laureato all’Università di Teramo, specializzato a Milano e all’estero. La sua attività dirigenziale nel campo delle Telecomunicazioni si è svolta dal 1982 dapprima a L’Aquila e a Pescara, poi presso la direzione generale della Telecom e TIM di Roma, quindi a Torino come direttore vendite del Nord Ovest. Successivamente, a Roma, è stato direttore di HQ Tim. Nel 2001 si è trasferito in Brasile dove ha svolto la sua attività manageriale come direttore commerciale della TIM-Sul, a Curitiba, e per due anni è stato Presidente start up della TIM del Nord Brasile e Rio de Janeiro. Dal 2009 al 2014 ha diretto il settore commerciale di Timbrabile e Intelig Brasile. Dal 2016 in Angola è stato per due anni direttore commerciale di Movicel. Rientrato in Italia, dal 1° ottobre scorso è direttore generale della Wilocs, primaria azienda italiana nella produzione di protesi ortodontiche. Dopo il terremoto del 2009 ha deciso d’investire all’Aquila, avviando il B&B Celestino V, mentre altre iniziative imprenditoriali ha in corso in Brasile, tra le quali una fabbrica di birra artigianale nel Maranhão.

Goffredo Palmerini, per quasi 30 anni amministratore al Comune dell’Aquila, dal 2007, lasciati gli impegni istituzionali, ha fortemente ampliato la sua attività in campo giornalistico, specie attraverso la stampa italiana all’estero. Attualmente è collaboratore di numerose testate estere – La Gazzetta (Brasile), America Oggi (Usa), La Voce (Canada), i-Italy (Usa), Voce d’Italia (Venezuela), Mare Nostrum (Spagna), L’altra Italia (Svizzera), La Voce alternativa (Gran Bretagna) – e in Italia delle agenzie internazionali Aise, Inform, Com.Unica, il Corriere Nazionale, Italiani nel mondo, Politicamente corretto.  Scrive inoltre su molte riviste e giornali on line, in Italia e all’estero. I suoi articoli sono pubblicati in Argentina, Australia, Brasile, Canada, Cile, Francia, Germania, Gran Bretagna, Lussemburgo, Messico, Perù, Repubblica Dominicana, Spagna, Stati Uniti, Svizzera, Sud Africa, Uruguay, Venezuela. Numerosi i riconoscimenti per l’attività culturale, mentre per il giornalismo gli sono stati conferiti il XXXI Premio internazionale Emigrazione (2007), il Premio internazionale “Gaetano Scardocchia” e il Premio nazionale “Maria Grazia Cutuli” (2017), nel 2018 il Premio internazionale “Fontane di Roma”. Ha pubblicato diversi libri ed è imminente l’uscita del volume “Grand Tour a volo d’Aquila” per le Edizioni One Group. Intensa la sua attività di relazione con le comunità italiane all’estero, che incontra nei suoi frequenti viaggi, infaticabile ambasciatore dell’Abruzzo nel mondo.

 

COLUMBUS DAY A DETROIT, L’ORGOGLIO DELLA COMUNITA’ ITALIANA IN MICHIGAN di Goffredo Palmerini

 

 

COLUMBUS DAY A DETROIT, L’ORGOGLIO DELLA COMUNITA’ ITALIANA IN MICHIGAN

Insigniti “Personaggi dell’Anno” Enzo Paglia, Sandra Tornberg, Angelo Grillo e Elio Ripari 

 

di Goffredo Palmerini

 

DETROIT – Si sono concluse domenica 7 ottobre con un Gala Banquet presso l’Italian American Cultural Society (IACS) a Clinton Township, una delle citta’ residenziali dell’area metropolitana di Detroit, le manifestazioni del Columbus Day 2018 programmate dal Committee Celebration presieduto da Tony Vivona. Gremitissima di ospiti, oltre cinquecento, l’ampia Sala Meeting della magnificente struttura dove hanno sede tutte le Federazioni regionali, punto d’incontro della comunita’ italiana per iniziative sociali e culturali. Presenti Autorita’ civili e religiose, ha portato il suo saluto il Console d’Italia a Detroit, Maria Manca, da un anno e mezzo alla guida del Consolato, molto apprezzata ed amata dalla nostra comunita’ per il suo impegno sempre attento ed operoso. Nata ad Ozieri, in provincia di Sassari, studi e laurea in Relazioni internazionali presso l’Universita’ per Stranieri di Perugia, la Console ha ringraziato il Comitato per l’impegnativo programma delle celebrazioni del Columbus Day – espressione dell’orgoglio per il contributo reso agli States dagli italiani del Michigan -, alle quali ella con sensibilita’ ha partecipato agli eventi piu’ significativi.

Nel suo intervento la dr. Manca ha ringraziato Ramo Salerno, l’imprenditore che venti anni fa promosse e organizzo’ il primo Columbus Day a Detroit, continuando negli anni successivi a farlo crescere fino all’attuale dimensione. Ha voluto inoltre sottolineare, con un gesto di vera cortesia, l’apprezzamento per la presenza di chi scrive, venuto dall’Aquila a Detroit in visita alla comunita’ abruzzese in occasione del Columbus Day.  Aperta con gli inni nazionali americano e italiano, eseguiti dal Coro dell’IACS, dopo i saluti la serata ha avuto il suo apice emozionale con la consegna delle onorificenze alle Personaggi dell’Anno. Sono stati insigniti Enzo Paglia, Sandra Tornberg e Angelo Grillo con la consegna dell’artistica Caravella in ferro battuto, e con un trofeo Elio Ripari, quest’anno Grand Marshall della Parata, purtroppo cancellata sabato scorso a causa della pioggia.

Enzo Paglia, onorato come Uomo dell’Anno (Man of the Year), e’ nato ad Opi, in provincia dell’Aquila. Nel 1958, all’eta’ di 5 anni, con la sua famiglia emigro’ negli Stati Uniti. A Detroit ha fatto gli studi, laureandosi in Economia presso la Central Michigan University, dove ha seguito anche un master in Management  delle Risorse Umane. Ha lavorato 36 anni nella gestione del Personale della Chrysler, ora FCA dopo l’acquisto da parte di Fiat. Uomo di punta nella comunità italiana, attualmente vice Presidente dell’IACS, membro del direttivo del Comites ed esponente di numerose istituzioni sociali e culturali, dal 2010 e’ presidente della Federazione Abruzzese del Michigan (FADM), componente del CRAM e percio’ nominato Ambasciatore d’Abruzzo nel mondo. Eccellente operatore culturale  nella promozione della lingua e della cultura italiana e di eventi di rilievo, musicali teatrali letterari e cinematografici, Enzo Paglia coltiva una grande passione per la settima arte, per la quale ogni anno promuove Rassegne del Cinema italiano quale membro dell’Italian Film Festival USA-Detroit.

Sandra Di Natale Tornberg, onorata quale Donna dell’Anno (Woman of the Year), e’ nata e vissuta a Detroit, ma d’origine abruzzese con genitori emigrati da Aielli (L’Aquila). Una laurea in Lingue e un master in Scienze della Formazione presso la Michigan University, ha lavorato per oltre trent’anni alla General Motors nel settore commerciale. Tenace e volitiva, impegnata nell’associazionismo e nella diffusione della lingua e della cultura italiana, per 8 anni nel Consiglio di Amministrazione di IACS con funzioni di tesoriere, è stata la prima donna in 60 anni di storia ad assurgere alla presidenza dell’Italian American Cultural Society, guidando l’ente per 2 anni con eccellenti risultati gestionali e con un forte impulso ai corsi di lingua italiana. Da sempre esponente di punta nella Federazione Abruzzese del Michigan, si occupa di formazione e cultura. Recentemente e’ stata eletta alla presidenza dell’American Italian Professional and Business Women’s Club (AMIT).

 

Angelo Grillo, onorato quale Umanitario dell’Anno (Humanitarian of the Year), origini siciliane di Terrasini (Palermo), e’ un imprenditore impegnato da oltre 50 anni nell’industria delle costruzioni, con societa’ specializzata nelle strutture in ferro e acciaio. Le sue imprese hanno rilevante reputazione nel settore. L’attivita’ imprenditoriale si e’ poi espansa anche nel campo della ricettivita’ e nell’assistenza agli anziani. Impegnato nell’associazionismo, ha promosso il gemellaggio tra la citta’ di Warren, dove vive, con Terrasini. Attento alle questioni sociali, e’ un generoso nella solidarieta’. Elio Ripari, onorato come Grand Marshall, e’ emigrato nel 1949 negli States da Fontecchio (L’Aquila). A Detroit si e’ fortemente impegnato in seno alla comunita’ italiana e nella Federazione Abruzzese, dove da molti anni e’ membro del consiglio direttivo. Stimato per la sua bonomia e disponibilita’, con la passione per la fotografia, e’ un insostituibile “storico” della comunita’ italiana attraverso le immagini e fotoreporter del periodico The Italian American.

Tornando agli eventi celebrativi, in mattinata, nella storica Chiesa della Sacra Famiglia, costruita dagli italiani nel downtown di Detroit, e’ stata celebrata dal parroco Padre Pino la Messa per il Columbus Day, presente il Console Maria Manca, il Comitato delle Celebrazioni al completo e una forte presenza della nostra comunita’. Dopo la celebrazione eucaristica una delegazione del Comitato si e’ recata presso il monumento a Cristoforo Colombo, che nel centro della citta’ affaccia in prossimita’ al Detroit River, guardando Windsor e il Canada sull’altra sponda del fiume. E’ stata deposta una corona di fiori ai piedi del monumento, rilevandosi tuttavia come le lastre in pietra bianca del basamento siano state danneggiate su tre lati. Forse un incidente automobilistico – il monumento si trova sull’aiuola che separa le due carreggiate di Randolph Street – o piu’ probabile un gesto incivile alimentato dal clima di protesta verso la Giornata dedicata a Colombo, tanto che l’anno scorso il Consiglio comunale della citta’ di Detroit ne ha abrogato la celebrazione, come purtroppo accaduto anche in altre citta’ degli Stati Uniti. Un’abborracciata e presunta revisione storica, che nulla ha di fondato con la Storia, vorrebbe Cristoforo Colombo non scopritore del nuovo mondo ma spietato “genocida” dei Nativi. Ancora piu’ motivata, dunque, la passione della comunita’ italiana nel celebrarne la Giornata come una manifestazione dell’orgoglio degli italo-americani per quanto hanno dato al grande Paese che li ha accolti, diventando la loro seconda Patria.

Un orgoglio ed una determinazione ben presenti a Lensing, capitale del Michigan, bella citta’ a 150 km. circa da Detroit, dove il 3 ottobre mattina, nella sede del Parlamento dello Stato, si e’ svolta la Celebration Ceremony che ha aperto le manifestazioni del Columbus Day. Nel Michigan State Capitol, al magnifico atrio del primo piano contornato dalle antiche bandiere di guerra dei Reggimenti del Michigan custodite nelle vetrine, si e’ e’ tenuta la cerimonia d’apertura delle celebrazioni colombiane, aperte dall’intervento di Ramo Salerno e di altri esponenti. Sono state quindi consegnate le onorificenze conferite dallo Stato del Michigan ad Enzo Paglia, Sandra Tornberg, Angelo Grillo, Elio Ripari, quindi una pergamena alla Console d’Italia, Maria Manca, ed omaggi ad altri rappresentanti della comunita’ italiana. Nel primo pomeriggio, alla ripresa dei lavori, il Parlamento ha dedicato mezz’ora d’attenzione al Columbus Day con la lettura della Proclamazione della Giornata dedicata a Colombo, il suo significato per la comunita’ italiana e per la storia degli Stati Uniti. Importante segnale di rispetto e considerazione verso il Columbus Day attestato dalla piu’ alta istituzione dello Stato del Michigan, qual e’ il Parlamento. Una bella giornata quella passata a Lansing, dove la rappresentanza italiana partita alle 8 dall’IACS si e’ recata con due autobus, rientrando a Clinton Twp alle 4 del pomeriggio, potendo ammirare in una magnifica giornata di sole i cangianti e  stupendi colori dei boschi del Michigan.

Legittima, dunque, la soddisfazione del Comitato per le Celebrazioni del Columbus Day per l’esito delle manifestazioni, come con giusta enfasi ha sottolineato nel suo intervento al Gala conclusivo il presidente Tony Vivona, nato a Detroit ma d’origini siciliane (Alcamo). Chi scrive ha voluto quest’anno vivere appunto con la comunita’ italiana di Detroit il Columbus Day 2018, tralasciando per una volta la consuetudine di partecipare alle manifestazioni colombiane di New York e alla celebre Parata sulla Quinta Avenue. Non casualmente, pero’, anche per rendere onore alla Federazione Abruzzese del Michigan, della quale per molti anni chi scrive e’ stato membro onorario nel Board of Directors, collaborando con i presidenti della Federazione che si sono succeduti dalla sua fondazione nel 1999 (Natalino Bucciarelli, Rinaldo Rotellini, Gino Di Carlo, Anthony Fioritto ed Enzo Paglia). Meglio ancora e’ motivata la visita nel 2018, quando vede insigniti come Personaggi dell’Anno proprio tre abruzzesi di valore: circostanza davvero straordinaria che piu’ d’ogni altra considerazione esprime quale sia il ruolo e il prestigio conquistati in Michigan dalla comunita’ proveniente dall’Abruzzo, in un’area nevralgica per l’economia americana.

 

Tale e’ quella di Detroit, definita The Motor City, dove hanno sede le piu’ importanti Corporations dell’industria automobilistica americana e mondiale – Ford, General Motors, Chrysler, Chevrolet, Cadillac, Lincoln, Dodge, ed altre ancora – e dove da alcuni anni e’ arrivata la Fiat con l’acquisto di Chrysler, avviando con FCA (Fiat Chrysler Automobiles) il grande progetto di rinascita grazie all’opera di Sergio Marchionne, recentemente scomparso, manager di eccezionale valore, figlio di abruzzesi emigrati in Canada, che ha impresso la svolta alle due aziende automobilistiche, Fiat e Chrysler, portando FCA a diventare l’ottavo gruppo al mondo nel settore dell’automotive. Le performance dell’industria automobilistica, anche con l’impronta italiana, stanno fortemente incidendo nella ripresa dell’economia americana. La stessa rinascita nelle architetture e nella vita economica e culturale della citta’ di Detroit,  che negli ultimi decenni era molto decaduta per l’abbandono e il degrado delle sue periferie, sta pure in parte a dimostrare quale sia stato e attualmente sia il contributo di laboriosita’ e talento messo in campo dalla presenza italiana in quest’area significativa degli Stati Uniti d’America.

 

 

Foto

1a – Enzo Paglia, Sandra Tornberg, il Console d’Italia Maria Manca, Goffredo Palmerini.

1- Sandra Tornberg con la Caravella, accanto Tony Vivona e Elio Ripari.

2-Enzo Paglia con la Caravella, accanto Tony Vivona.

3-Elio Ripari, Grand Marshall, ringrazia per il riconoscimento.

4-Angelo Grillo, nel suo intervento di ringraziamento.

5-Sandra Tornberg, Donna dell’Anno.

6- Detroit: Enzo Paglia, Sandra Tornberg, Elio Ripari davanti il Monumento a Cristoforo Colombo.

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8-Enzo Paglia con il vessillo del Columbus Day

9-Ramo Salerno, Tony Vivona, Enzo Paglia, Sandra Tornberg, Elio Ripari.

10-Detroit, Renaissance Center.

11-Lansing, davanti al Michigan State Capitol.

12-La consegna dei riconoscimenti, in Parlamento del Michigan.

13-l’Aula del Parlamento del Michigan.

14-Il fiume Detroit e Windsor la sponda canadese, visti dalla finestra del Console d’Italia.

15-La partenza per Lansing dalla sede dell’IACS a Clinton Twp.

 

Nel segno di un giornalismo sociale al servizio dell’Altro – TIZIANA GRASSI

Annotazioni sul Grand Tour a volo d’Aquila, il nuovo libro di Goffredo Palmerini

ROMA – Sulle convergenze ideali che nella stima profonda da moltissimi anni mi legano in un sodalizio culturale e professionale all’amico fraterno e collega stimatissimo Goffredo Palmerini, un’annotazione. Quando mi ha chiesto di curare la prefazione al volume Grand Tour a volo d’Aquila, questa sua nuova creatura, ho accettato subito con slancio e l’ho ringraziato per questo privilegio, ma non nascondo che ho avuto anche un sobbalzo di emozione. E molto mi sono interrogata sulle motivazioni della sua scelta nell’affidarmi un ruolo così prestigioso, tanto più se accompagnata, in apertura di questo volume, da una personalità come Hafez Haidar, pluricandidato al Nobel per la Pace e la Letteratura.

Riflettendo a lungo, mentre leggevo con l’ammirazione di sempre le bozze di questa antologia nel continuum con quelle precedenti, e ne penetravo i significati, i singoli contributi, le prospettive, le pregnanti immagini, emergeva una risposta che costantemente mi riconduceva a un punto, a quel modo che ci accomuna di aderire nel profondo alle questioni dell’Uomo, e dell’uomo migrante in particolare. Un’adesione profonda nata dall’incontro con Goffredo durante i miei dieci anni di lavoro come autrice di programmi di servizio per gli italiani all’estero a Rai International, nello storico “Sportello Italia”. Una tv di servizio pubblico di indiscusso valore.

Un programma di servizio – dimensione di un giornalismo sociale, al servizio dell’Altro, che mi avvicina a Goffredo – di irripetibile portata perché esperienza umana, prima ancora che professionale, davvero fuori dall’ordinario. “Sportello Italia” mi ha spalancato mondi sul patrimonio sconfinato di tutte le storie di vita che hanno scritto la Storia del nostro Paese: milioni di emigranti che con il loro essenziale contributo, oggi riflesso attraverso i discendenti, hanno assicurato lo sviluppo della Madre Patria e dei Paesi di arrivo. È a partire da questa trasmissione che ho sviluppato la necessaria sensibilità e la passione civile per il successivo interesse all’approfondimento e alla ricerca nel vissuto migratorio di tutti quei milioni di donne e uomini che, ieri come oggi, conoscono lo strappo della migrazione.

Conosco Goffredo Palmerini dal 2006, quando intervenne come ospite nel programma per rendere note le iniziative che la Regione Abruzzo, attraverso il Consiglio Regionale Abruzzesi nel Mondo – di cui era un componente – aveva intrapreso a favore dei propri corregionali all’estero. Colsi subito il forte carattere morale che era capace di imprimere a questi temi, quel senso di responsabilità così particolare nel farsi ponte tra le ‘due Italie’. E questo era perfettamente in sintonia con la mission di un programma Rai che ponte era in ogni sua espressione di informazione per tutti gli italiani nel mondo. Un programma che è stato per me humus per realizzare poi il Dizionario Enciclopedico delle Migrazioni Italiane nel Mondo di cui Goffredo è uno dei più prolifici autori oltre che membro del Comitato scientifico.

Abruzzesi e abruzzesità, significato profondo dell’appartenenza e delle radici, associazionismo, rimesse, oriundi, stage universitari e gemellaggi, accordi e convenzioni bilaterali, rapporti con la stampa estera, criticità della rete diplomatico-consolare, Musei e Feste dell’Emigrazione, viaggi della memoria e del ritorno: con quella sua pacata modalità, Goffredo affrontava questioni nodali di un senso di comunità e di un’italianità tutta da coltivare, valorizzare e amare. Lo ascoltava partecipe Francesca Alderisi, per molti anni al timone del programma come autrice e conduttrice, e dal marzo di quest’anno impegnata come Senatrice della Repubblica Italiana; una vita dedicata con il cuore agli italiani all’estero, a dar loro ascolto, voce e rappresentanza. E sempre lei determinata promotrice e madrina del Giardino Italiani nel Mondo, inaugurato a Roma nel 2013, la prima targa toponomastica d’Italia dedicata ai nostri connazionali all’estero.

Andando avanti nel tempo, ho ritrovato l’amico Goffredo col quale condividere attività performanti nel segno di un giornalismo sociale al servizio dell’Altro. A questo proposito non posso non ricordare il suo generoso sostegno nella condivisione con me della massima diffusione nel mondo delle molteplici attività di assistenza socio-sanitaria dell’INMP (Istituto Nazionale Salute Migrazioni e Povertà) a tutte le persone in difficoltà, italiane e immigrate, che cercano una vita migliore nel nostro Paese. Voglio qui ricordare il ‘viaggio spirituale’ della Croce di Lampedusa, realizzata con i resti dei barconi dei migranti morti nel Mediterraneo e benedetta da Papa Francesco. Una croce che proposi arrivasse da Roma fino a L’Aquila, da Goffredo, che la prese in custodia nelle tappe di Paganica, Pettino, Pizzoli e Vasto. Ancora oggi mi emoziona ricordare quella ‘strada’ che dal Lazio correva lungo le curve verso l’Abruzzo quale segno vivo del viaggio di tanti migranti alla ricerca di un futuro di speranza. Quella croce era ed è, nel suo viaggio che continua, testimonianza umana e spirituale di armonia tra fedi e culture diverse, di accoglienza e solidarietà compartecipativa.

Lampedusa vuol dire ormai “porta”: porta del dolore, porta della speranza. Porta che accoglie. Lampedusa ci convoca tutti. E rimanda le nostre coscienze a quelle tre Madri che, ieri come oggi, ogni persona migrante ha lasciato: la propria Madre naturale, la Madre terra, la Madre lingua. Di fronte a queste luttuose perdite, dovremmo lasciare spazio solo al silenzio. E invece, nella ribalda mollezza di princìpi che il nostro tempo registra, abbiamo ridotto il delicatissimo tema dell’accoglienza a questioni di controllo, facendo prevalere logiche securitarie e di ‘contenimento’ sull’onda strumentale delle paure. Ci siamo ritrovati – e mi si perdoni, qui, il plurale – sguarniti di valori fondativi ed eticamente condivisi.

Nella nuova storia sociale tutta da ricostruire, la domanda centrale è capire se l’Altro è per noi entità astratta e lontana o nucleo umano significante. Goffredo Palmerini, con la vigile consapevolezza che ritroviamo tra le pieghe di questo volume, ci consegna la risposta, unica e inequivocabile: i fatti sociali cui ognuno di noi può dare vita, ogni giorno, nel silenzio dei gesti più ordinari, sono ‘luoghi’ importanti di rigenerazione e ricchezza umana. Ecco perché tutti noi gli dobbiamo gratitudine profonda. Per il suo essere, in questo nostro tempo spaesato e spaesante, legame, punto di riferimento e aiuto al giusto porsi e giusto agire.

Tiziana Grassi

*studiosa di migrazioni, scrittrice.