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GOFFREDO PALMERINI IL 24 GIUGNO OSPITE DELLA FEDERICIANA UNIVERSITÀ

Il volume “Grand Tour a volo d’Aquila” sarà presentato da Annella Prisco, Regina Resta e Fabrizio De Jorio

ANNELLA PRISCO
REGINA RESTA
FABRIZIO DE JORIO

L’AQUILA – “Grand Tour a volo d’Aquila”,l’ultimo libro di Goffredo Palmerini edito da One Group,verrà presentato lunedì 24 giugno alle ore 16 a Roma – Via Tevere 20, 4° piano – nel corso della seduta del Consiglio Programmatico dell’Università Popolare Federiciana, su invito del Presidente prof. Salvatore Maria Mattia Giraldi.

SALVATORE MARIA MATTIA GIRALDI

Dopo i lavori del Consiglio, che saranno moderati dal giornalista Rai Fabrizio De Jorio, il volume dello scrittore aquilano sarà presentato con gli interventi delle scrittrici Annella Prisco(presidente del Centro Studi “Michele Prisco” di Napoli) e Regina Resta (presidente dell’associazione VerbumlandiArt di Lecce) e con domande rivolte all’autore da Fabrizio De Jorio (giornalista Rai News 24 e Televideo). L’evento, organizzato dalla Federiciana Università Popolare, con sedi a Roma e Cosenza, ha il patrocinio del Sindacato Libero Scrittori Italiani e della Confederazione Nazionale Università Popolari Italiane (CNUPI).

I lavori della Federiciana Università Popolare avranno inizio alle ore 16:00 con l’intervento di apertura della prof. Maria Pia Turiello (direttore dipartimento Criminologia), cui seguiranno le relazioni dell’avv. Carla Stancati (direttore generale Federiciana Università Popolare), del prof. Vincenzo Isabella Valenzi (direttore dipartimento Medicina integrata e Biofisica di Firenze), del prof. Giuseppe Trieste(direttore dipartimento Scienze della Diversità), del Gen. CA dr. Serafino Liberati(direttore dipartimento Scienze della Sicurezza e Intelligence), della prof. Simona De Francesco (direttore Scienze Urologiche e Biomediche di Chieti), dell’avv. Gianluca Fava(direttore dipartimento Politiche sociali e Disabilità di Napoli). Concluderà i lavori il prof. Salvatore Maria Mattia Giraldi, presidente della Federiciana Università Popolare. Seguirà l’intervista a Goffredo Palmerini del giornalista Fabrizio De Jorio di Rai News 24 e la presentazione del volume “Grand Tour a volo d’Aquila”.

Anche questo ottavo libro di Goffredo Palmerini, un vero ambasciatore della più bella Italia nel mondo, si apre con due straordinari contributi: la pagina di Presentazione è dello scrittore e poeta Hafez Haidar, insigne personalità impegnata nel mondo sui temi della Pace e del dialogo tra religioni, già candidato al Premio Nobel per la Pace ed attualmente al Premio Nobel per la Letteratura, e la Prefazione di Tiziana Grassi, giornalista e scrittrice, per molti anni autrice per la Rai di programmi culturali e di servizio. Su “Grand Tour a volo d’Aquila” ha recentemente scritto una recensione Franco Presicci, già autorevole firma del quotidiano Il Giorno ed ora attento critico letterario. “[…] I reportage – come quello dagli Stati Uniti – sono il tessuto di “Grand Tour” di Palmerini, uomo colto, sensibile, generoso; giornalista scrupoloso, rispettoso dei dettagli; scrittore delicato, che si fa leggere con molto piacere. Pensa in auto, scrive in aereo, nella camera di un albergo, abbozza mentre pranza o cena al ristorante, a Little Italy o altrove, ovunque vada per un congresso, per incontri con letterati, pittori, scultori, politici, gente comune, raccogliendo storie da snocciolare in riviste e giornali anche esteri, come “La Gazzetta”brasiliana, “La Voce” canadese, “America Oggi” di New York ed altri ancoraHa contatti con direttori di quotidiani e settimanali, capi di governo, luoghi… È ricco di esperienze e competenze; ha una gran voglia di fotografare i paradisi terrestri in cui s’imbatte,mettendoli a disposizione degli amici e non solo. È abile come fotografo: usa l’obiettivo come un cacciatore d’immagini professionista […]”.


Goffredo Palmerini è nato a L’Aquila il 10 gennaio 1948. Della città capoluogo d’Abruzzo è stato consigliere, assessore e vicesindaco per quasi trent’anni. Scrive su numerose testate giornalistiche, in Italia e all’estero, e sulle agenzie internazionali. È peraltro in redazione per molti giornali e agenzie in Italia e, come collaboratore e corrispondente, su diverse testate all’estero: America Oggi(Usa),La Gazzetta(Brasile),i-Italy(Usa),La Voce(Canada),La Voce d’Italia(Venezuela),Mare nostrum(Spagna),L’altra Italia(Svizzera),La Voce alternativa(Gran Bretagna). Collabora,inoltre, con le Agenzie internazionali AiseInformComUnica. Ha pubblicato i volumi “Oltre confine” (2007), “Abruzzo gran Riserva” (2008), “L’Aquila nel mondo” (2010), “L’Altra Italia” (2012), “L’Italia dei sogni” (2014), “Le radici e le ali” (2016), “L’Italia nel cuore” (2017), “Grand Tour a volo d’Aquila” (2018). Tra i vari riconoscimenti ricevuti, per il Giornalismo gli sono stati conferiti nel 2007 il Premio internazionale Emigrazione, nel 2017 il Premio internazionale “Gaetano Scardocchia” e il Premio nazionale “Maria Grazia Cutuli”, infine nel 2018 il Premio internazionale “Fontane di Roma”.

MATERA I SASSI

MATERA. Dal 23 al 30 giugno 2019, La Lopa Matera (Via Bruno Buozzi 13) ospiterà la Mostra fotografica di Cataldo Albano “MATERA I SASSI”, che illuminerà successivamente la Città di Taranto (dal 24 agosto) e la città di Verona (dal 25 ottobre).

La Mostra è organizzata da Cataldo Albano, con il Patrocinio del Comune di Matera, Comune di Taranto, Provincia di Verona, Lucana Film Commission; e con la partnership di La Lopa Matera, Vitis in Vulture, Cantine Ruggieri Lizzano, Casa Vestita Grottaglie, Simeoni Arti Grafiche Verona, Dolci Colori S.r.l. Verona.

Si tratta di un’esposizione multimediale, foto e video, frutto del reportage nel mese di ottobre 2017 di Cataldo Albano in compagnia dei Sassi, di tre Artigiani e due Modelle.

All’inaugurazione prevista per domenica 23 giugno ore 18,00, ai saluti di Antonella Passione (La Lopa) faranno seguito gli interventi di Mariella Cuoccio (poetessa), Mimmo Vestita (ceramista), Francesco Lenoci (docente Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano).

Saranno ospiti e protagonisti della serata inaugurale: Mario Daddiego (Il Bottegaccio), Massimo Casiello (Tornitura Artistica Atelier del Legno), Eustachio Rizzi (Sassi in Miniatura), il Pane di Matera del Panificio Cifarelli e l’Aglianico del Vulture di Vitis in Vulture.

L’ingresso è libero.


Giustizia nei Balcani troppo difficile da raggiungere

Drago Kraljević

Karadžić condannato, ma il suo progetto no

Con la sentenza di primo grado il leader dei serbi di Bosnia, Radovan Karadžić, era stato riconosciuto colpevole e condannato a 40 anni di reclusione. In seguito la Corte d’appello del Meccanismo per i Tribunali penali internazionali ha emanato la sentenza definitiva con la quale Karadžić è stato condannato all’ergastolo. Il leader dei serbi di Bosnia è stato processato per genocidio, crimini contro l’umanità, pulizia etnica ai danni dei musulmani e dei croati. La sentenza però ci parla anche di quello per cui Karadžić non è stato condannato, ma che è strettamente legato ai crimini che ha commesso. Dopo quest’ultima sentenza si pongono alcune questioni importanti: era possibile processare Karadžić per aver commesso i crimini più gravi in Bosnia, e nello stesso tempo sottacere completamente e amnistiare il progetto per il quale si era battuto? Com’è possibile che la Repubblica di Serbia quale Stato venga esclusa dal contesto delle responsabilità? È indicativo il fatto che nel corso del lungo procedimento giudiziario contro Karadžić, non sia stata posta la questione dell’Accordo di Dayton, che di fatto ha legalizzato ciò che Karadžić e i suoi collaboratori hanno conseguito. In quest’ambito non dobbiamo dimenticare che la Serbia è diventata uno Stato sovrano e indipendente in base alla sua Costituzione del 28 settembre 1990, un anno prima della proclamazione dell’indipendenza della Slovenia e della Croazia. Da quella data l’Armata popolare jugoslava è diventata di fatto un esercito serbo, che ha offerto poi un sostegno importantissimo dall’ottica militare, finanziaria e logistica ai serbi di Bosnia. La Bosnia ed Erzegovina, oggi, a 23 anni dalla firma dell’Accordo di Dayton (1996) continua a essere ostaggio delle circostanze internazionali degli anni Novanta, che definirono il carattere del Trattato di pace. Gli Stati Uniti e l’UE fin dall’inizio della guerra in Bosnia basavano tutti i piani di pace sul principio etnico e “risolvevano” i problemi richiamandosi alla situazione di fatto, frutto della politica di Karadžić e dei suoi più stretti collaboratori. Quello che Karadžić rilevava negli anni Novanta, ossia che “il carattere del nuovo Stato serbo sarebbe stato esclusivamente etnico”, coincide pienamente con il comportamento tenuto dalla comunità internazionale. L’Accordo di Dayton contempla un elemento pericoloso per tutti, ossia il fondamentale pomo della discordia per il quale è scoppiata la guerra: la questione se la Bosnia ed Erzegovina sarà uno Stato unitario o diviso. Proprio per tale motivo l’attuazione di questo documento si configura spesso oggi come la continuazione della guerra con altri mezzi.
Proprio l’accordo di Dayton ha creato una struttura di potere che ha permesso ai nazionalisti di restare in sella fino a oggi e di impedire l’ulteriore sviluppo dei processi democratici in Bosnia ed Erzegovina. Per tale motivo appare illogica la sentenza del Tribunale penale internazionale dell’Aia con la quale Radovan Karadžić è stato, giustamente, condannato all’ergastolo, senza però che in questo contesto sia stato menzionato il progetto per il quale egli ha commesso i crimini. Tutto questo può essere compreso da un punto di vista logico? Ben difficilmente. Il presidente del Comitato Helsinki per i diritti umani in Serbia, Sonja Biserko, chiede alle autorità della Republika Srpska (RS) di cambiare i nomi delle scuole e delle istituzioni chiamate criminali di guerra. Lo psicologo di Banja Luka (RS) Miodrag Živanović, afferma che l’influenza di Karadžić sulla popolazione è “il prodotto del dominio del populismo da cui è direttamente seguito il nazionalismo e tutto ciò che appartiene alla coscienza ottenebrata“. “La giustizia richiede che la RS sia abolita”, ha detto Francis Boyle, professore alla Harward, ex avvocato della B&H davanti al Tribunale dell’Aia.  In un commento alla televisione N1, Boyle aggiunge che il „Tribunale dell’Aja nascondeva il ruolo della Serbia, perché l’Occidente vuole includere la Serbia nella NATO e nell’Unione Europea“. Questo intervento del professore Boyle viene  durramente respinto da quelli che ancora oggi difendendo i risultati della pulizia etnica in B&H. Come raccontare la storia di un uomo condannato per i crimini di guerra, quando molti politici di spico e molta gente lo stimano come eroe? I criminali di guerra sono tra l’altro molto popolari anche in Croazia. La cultura conservatrice che sta’ dominando sempre di più in quest’area d’Europa, non può accettare la giustizia in base ai criteri del diritto internazionale, per un semplice motivo; La verita’ e la giustizia  sono dalla „nostra parte“, mentre i colpevoli e cattivi sono „gli altri“. Quindi, da una parte, con il verdetto del Tribunale internazionale R. Karadžić risulta un criminale. Purtroppo per la politica  non è cosi. Tempo fa, quando in Bosnia succedeva la „pulizia etnica“ e il genocidio, Karadžić era una persona importante per la politica internazionale, disposta a collaborare e ideare una nuova carta politica della B&H. Mentre, per molti politici di spico e tanta gente, ancora oggi affascinati dal suo progetto, Karadžić rimarra’  „un grande eroe sacrificandosi per gli interessi della Patria“. Dov’è in tutto questo la giustizia e il diritto internazionale? E’ dificilissimo rispondera a questa domanda. Per cui la cosa migliore è forse chiedere aiuto a George Orwell: “…Ma come posso fare a meno di vedere quel che ho dinanzi agli occhi? Due e due fanno quattro. Qualche volta, Winston. Qualche volta fanno cinque. Qualche volta fanno tre. Qualche volta fanno quattro e cinque e tre nello stesso tempo. Devi sforzarti di più. Non è facile diventare normale”.

Drago Kraljević (Croazia)

‘Il Genio italiano delle onde : il nuovo documentario su Guglielmo Marconi

Londra: 1897, il giovane Marconi arrivò come emigrato a Londra per realizzare la sua idea non capita dall’Italia

Londra (Rosita Dagh) – “Il Genio Italiano delle onde” è il nuovo documentario scritto e condotto da Philip Baglini, editore di London One Radio e ItaloEuropeo. Ora visibile su Youtube, a breve il documentario sarà anche presentato presso le scuole italiane.

Prodotto durante l’anno 2017-2018, ‘Il Genio italiano delle onde” nasce dall’esigenza di far conoscere più da vicino, in particolare ai giovani di oggi, la storia di Gugliemo Marconi, la cui invenzione ha rivoluzionato l’era delle telecomunicazioni.

Su Guglielmo Marconi sono stati fatti molti film e documentari, questa produzione, però, racconta una storia inedita, poco nota. Dopo un’ attenta analisi storica, LondonONEradio in collaborazione con Radio coltano Marconi, hanno ripercorso un viaggio  di un giovanissimo Italiano, un genio di altri tempi, che per primo capì come domare un’onda elettromagnetica.

Philip Baglini, editore dell’unica radio italiana ufficiale in Gran Bretagna, ha voluto riportare alla luce la storia di Marconi, ricordandone le difficoltà che sin da ragazzo ha dovuto affrontare per rendere le sue idee realtà.

Così, attraverso una narrazione semplice ci accompagna in un viaggio tra Italia e Inghilterra, alla scoperta di luoghi ancora esistenti, seppur abbandonati e mangiati dalla natura, nei quali il giovane  inizio’ i sui studi fino alla realizzazione della radio ma dovette andare in Gran Bretagna per brevettare la sua invenzione. L’Italia al tempo non lo capi’.

Credit London ONE Radio / Philip Baglini, presso il museo di Sanford Mill, accanto ad una fedele ricostruzione della cabina del Titanic dove il telegrafista mandò il segnale S.O.S

Ed ecco che si parte da una localita’ in Toscana ,chiamata Coltano, fino ad arrivare a Chelmsford, la cittadina dove è nata la radio e dove un giovane Marconi costrui’ la sua prima “Factory”.

Nel Regno Unito, Marconi è ancora molto stimato e tutti  lo ricordano come il grande genio italiano e a lui è stato  dedicato uno dei musei piu’ importanti sulla radio e non solo: il museo di Chelmsford situato in Oaklands Park e  nel museo di Sanford Mill,  dove Philip Baglini con Tim Wander (autore giornalista e consulente storico) ripercorrono la storia che ha poi condotto gli inglesi alla nascita della BBC.

Ma perché l’Italia, quella dell’epoca fascista, non lo aveva capito? Il documentario analizza anche questo pezzo di storia, facendo riemergere gli aneddoti e gli ostacoli che Marconi ha dovuto superare molto spesso in un angolo della sua stanza in totale depressione.

In questo modo, si inizia a varcare i limiti dell’apparenza, viaggiando nei vicoli più bui della vita di questo giovane e capire chi era l’uomo che si celava dietro le vesti di uno scienziato, di cui esperti e professionisti ne parlano ancora oggi sui libri di storia e scienza.

Riscoprendo documenti del passato e i racconti degli storici, sulla vita e sulle dispute circa l’invenzione delle onde elettromagnetiche analizzata anche dal documentario stesso, non  poteva mancare un aspetto fondamentale di Marconi, senza il quale forse non sarebbe riuscito a diventare lo scienziato che noi tutti oggi ammiriamo: ovvero la famiglia.

Dal supporto di sua madre, all’amore verso il suo stesso nucleo familiare, Marconi deve la sua perseveranza all’amore e alla fedeltà di alcune persone che lo hanno sostenuto, dandogli l’energia giusta per credere sempre nelle sue idee sulle quali ha lavorato sin da ragazzo.

Cosi Philip Baglini incontra una delle persone più care a Guglielmo Marconi, sua figlia, la Principessa Elettra che racconta, presso la sua dimora a Roma, il rapporto instaurato con suo padre, i valori che quell’uomo le regalava ogni giorno  e grazie ai quali è riuscita a diventare un vero e proprio essere umano.

“Come padre era molto affettuoso, molto intelligente, mi trattava sempre non come una bambina piccola, ma mi faceva sempre dei ragionamenti e discorsi da grande […] voleva che sapessi tutto, che gli domandassi il ‘perché’ delle cose […]”

Il documentario percorre cosi un viaggio negli angoli che hanno segnato la vita del genio italiano, tra l’Italia e l’Inghilterra che ricordano ancora quel ragazzo intraprendente,  dall’aspetto “British” ma di temperamento italiano

“Il genio italiano delle onde” è una produzione di LondonOne Radio, Italoeuropeo e Radio Coltano Marconi, diretto da Fabio Cosci. Parte del materiale utilizzato è stato concesso dall’Istituto Luce e dalla BBC.

Il documentario è disponibile su youtube a scopo didattico per le scuole italiane e italiane in Gran Bretagna. 

se interessati per presentazioni o eventi contattate office@londononeradio.com

Una Stella a Milano per Matera 2019

MILANO. Città Silenti è la mostra di Michele Volpicella con il patrocinio di Matera 2019 Open Future a cura di Avangart di Sebastiano Pepe e Nicolò Giovine, esposta a Matera, presso la Fondazione Sassi, Via San Giovanni Vecchio 24. La mostra è un omaggio alla città di Matera in occasione del suo riconoscimento a Capitale Europea della Cultura 2019.

La mostra, inaugurata domenica 14 aprile 2019, resterà aperta al pubblico fino al 30 settembre 2019.

Quella domenica, il professor Francesco Lenoci, docente Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ha concluso il suo intervento con le seguenti parole:

“L’opera pittorica di Michele Volpicella crea linguaggi universali, fa poesia, produce bellezza.

Matera 2019 deve essere costruttore di bellezza, portatore sano di bellezza, per contagiare il mondo.

Ebbene, il silenzio che aleggia sui sassi dipinti da Michele Volpicella amplifica il suo messaggio pittorico, aumenta la valenza del suo messaggio pittorico e, quindi, i confini del contagio in termini di bellezza operato da Matera 2019”.

Ciò premesso, uno dei segni più eloquenti della cultura è quello dell’andare incontro. Al riguardo Avangart porterà in esclusiva una selezione di opere del maestro Volpicella che rendono omaggio a Matera 2019 anche a Milano, dal 23 maggio 2019, presso “Felix Lo Basso Restaurant”, il ristorante stellato che illumina Piazza Duomo.

Vernissage d’inaugurazione: giovedì 23 maggio 2019, ore 18:00.

 
Durante la serata il maestro Michele Volpicella e lo chef Felix Lo Basso interagiranno fondendo l’arte pittorica con quella culinaria, proponendo delle originali creazioni. Nei piatti dello Chef molfettese, ma ormai conosciuto in tutto il mondo, si potranno ritrovare i colori delle eccellenze enogastronomiche pugliesi, rivisitate in una chiave moderna, al passo con i tempi. Un mix di colori, sapori e saperi da gustare prima con gli occhi poi con il palato. L’arte nel piatto, nel bicchiere e sulla tela in una prestigiosa location.

Il tutto sarà accompagnato dall’estro del barman Devis D’Ercole, che mixerà i colori delle bevande riproducendo le tonalità delle opere del maestro Volpicella.

CENNI BIOGRAFICI MICHELE VOLPICELLA

Michele Volpicella ha approfondito la sua formazione artistica presso l’Accademia di Belle Arti di Bari. Ha frequentato le lezioni di Hector Saunier direttore dell’Atelier Contrepoint de Paris e del maestro cinese Zhang Huinan direttore del Beijing Chinese Character e del City Calligraphy Institute. Descritto dai critici come soggetto dotato di realistica e spiccata sensibilità cromatica, per cui le sue tele tendono a staccarsi dalla figurazione abituale, acquistando pregio nei colori come nelle stesse sceneggiature ricche di echi nordici, avvolte e sospese in un’atmosfera silente che potremmo definire metafisica. È presente in collezioni pubbliche e private.

Dal 2018, a cura di Avangart di Nicolò Giovine e Sebastiano Pepe, ha iniziato un percorso per la realizzazione del progetto per Matera Capitale della Cultura 2019 dal titolo “Le Città Silenti – Racconti a Colori”.

La selezione di opere del maestro Volpicella raffigura il paesaggio materano nelle sue diverse sfaccettature cromatiche in chiave Neo Metafisica, con una particolare attenzione alla tecnica di lavorazione delle tele, trattate con polvere di tufo e di pietra e successivamente dipinte con accurata prospettiva geometrica ed un’armonia cromatica che caratterizza la loro peculiarità.

La cifra stilistica di Michele Volpicella è ormai diventata una firma inconfondibile: la sequenza quasi aritmetica dei tetti, la peculiare tavolozza cromatica, le finestre mute, l’assenza di figure umane, sono alcuni degli elementi che caratterizzano le sue opere, capaci di attirare un sempre maggior successo di pubblico e critica.

Si meraviglia l’occhio dell’ammiratore osservando le compiture, l’architettura patinata, le giravolte di luce proiettandosi, quasi di soppiatto, in quell’orizzonte tipicamente volpicelliano fatto di colori e sensi, di fiducia e amori d’abisso, di case e casette che parlano, salendo, le une sulle altre, da un fondo tinta universale verso l’immensità della volta celeste.

Sensibilità e pietas distinguono queste tele, come pure c’è misticismo e fede, quella dell’eternità e quella dell’arte. Ecco perché, ora, lo sguardo di chi ammira s’infila nei meandri delle case color del pane, color del mare, color del pettirosso.

Le case, le pareti, i tetti, ancora le giravolte, le porte, le finestre, gli angoli dipinti da Michele Volpicella sono così intrisi di umanità, che immediatamente lasciano percepire la presenza della comunità che contempla. È questa la forza dell’artista, di questo poeta dell’immagine, che sogna e dipinge con l’ispirazione di uno celestiale di coscienza.

CENNI BIOGRAFICI FELIX LO BASSO

Felice Lo Basso nasce a Molfetta nel 1973 e compie il suo apprendistato in grandi ristoranti gourmet in Italia e all’estero. Nel 2011 viene insignito della prestigiosa stella Michelin. Dotato di uno stile raffinato, sempre in gioco tra creatività e ricerca, fà della qualità e del rispetto delle materie prime il suo punto di partenza.

La sua cucina è nata al mare ed è cresciuta in montagna: il trait d’union è la ricerca dei prodotti di qualità, la voglia di sperimentare forme e colori, di mixare i gusti. Nel suo ristorante Felix Lo Basso offre una cucina di alto livello, sofisticata nell’elaborazione dei piatti ma con forti ancoraggi alla tradizione e alle materie prime italiane. Intuizione, fantasia, innovazione e creatività sono i pilastri della sua proposta enogastronomica.

FELIX LO BASSO RESTAURANT

Felix Lo Basso Restaurant è situato all’ultimo piano della Galleria Vittorio Emanuele II, che si affaccia sul simbolo per eccellenza della città di Milano: il Duomo.

Felix Lo Basso Restaurant incanta con una delle fotografie più magiche del capoluogo lombardo, avvolgendo in un’atmosfera creata per accogliere e stupire con finiture curate in ogni dettaglio.

Felix Lo Basso ha scelto questo luogo come casa per la sua cucina, che ospita 60 posti a sedere (35 interni, 25 in terrazza), proprio al fine di esaltarla con un’esperienza che coinvolga tutti i sensi.

La mostra è accompagnata da un catalogo monografico con un vasto repertorio di immagini e testi a cura di Francesco Lenoci, Fiorella Fiore, Maurizio Nocera, Enzo Quarto e Paolo Levi.

La Catena della Pace

L’associazione VerbumlandiArt, ha realizzato il Progetto “Costruiamo la Catena della Pace, della difesa dell’Ambiente, della Giustizia con la Poesia, l’Arte, la Scrittura, la Musica, il Teatro, il Cinema, il Giornalismo” per unire poeti, artisti, musicisti, attori/ci, giornalisti, registi di tutto il mondo per costruire una civiltà dell’amore, un progetto che ha cercato di diffondere e farsi portavoce dei valori culturali delle varie nazioni, a sentimenti di collaborazione e di solidarietà che, pur nel rispetto della propria identità etnica e culturale, possono nascere soltanto dall’empatia con ciò che è diverso e dal confronto con l’altro. Abbiamo dimostrato che si può parlare di questi temi scottanti con il linguaggio della poesia e di tutte le arti, diretto e immediato che diventa un modo per migliorare la convivenza democratica a tutti i livelli sociali. Il Progetto aveva scopi educativi e sociali, riuscire a raccogliere poesie, racconti, opere d’arte, musiche, articoli, corti, per costruire una catena senza fine che sensibilizzasse l’opinione collettiva e chi governa.
L’Associazione per realizzare il Progetto ha utilizzato come strumento di diffusione ogni evento realizzato a partire dall’anno 2015, sviluppando incontri, reading, raccolte tematiche e mostre con la partecipazione di poeti, scrittori e artisti nazionali ed internazionali, l’anno 2019 ha inaugurato la terza tappa del percorso progettuale con il tema della giustizia, approfondendo soprattutto quelle che sono le criticità legate alle barriere architettoniche e culturali nei confronti dei disabili e dell’altro diverso da noi, considerato come tale per pregiudizio e non conoscenza, con un’attenzione anche a tutte le Vittime della giustizia, per troppa burocrazia e un sistema giudiziario lento e faraginoso.
Quanta gente cerca giustizia, pace, libertà, solidarietà! 
Per gettare le fondamenta di una giustizia il nostro primo compito è riscoprirci popolo, passando dal “non mi riguarda” al “mi preoccupo dell’altro” perciò serve l’impegno per una rivoluzione relazionale che ci permetta di riscoprire l’appartenenza a un comune destino. 
C’è un grande desiderio del vivere pacifico che nasce dal superamento delle ingiustizie, del vivere nella concordia che si realizzi quando la verità non sia offuscata da ideologie o menzogne e anche un’emergenza nella difesa dell’Ambiente che è anch’essa un tema di giustizia che riguarda tutti.
Abbiamo cercato tutti insieme di amplificare questo processo di comunicazione letteraria e artistica, come con altre discipline, e parlare a più voci a tanti interlocutori, in particolare ai giovani, soprattutto per costruire un’attitudine al dialogo interculturale e valorizzare i temi della Pace, della Giustizia, approfondendo l’essenza delle problematicità attuali. Insomma, un impegno poliforme per essere portavoci di messaggi universali con il linguaggio artistico, letterario, musicale, sicuramente più immediato e comprensibile.
La IV Edizione del Premio Internazionale “La Voce dei Poeti” ha inteso:

• far conoscere le esigenze di giustizia e pace nelle varie situazioni in cui viviamo.
• promuovere nuovi stili di vita.
• sensibilizzare ad una cittadinanza mondiale e ai problemi del pianeta.

Un mondo pacificato, formato da società inclusive, in cui tutti abbiano uguali diritti e ugual accesso alla giustizia, con istituzioni governative efficienti ed efficaci, raggiungere una pace mondiale, eliminando i conflitti, combattendo il terrorismo e riducendo la criminalità ad ogni livello, è indispensabile per permettere uno sviluppo sostenibile che includa tutti. 
Ma si tratta di un obiettivo difficile da raggiungere: uno dei principali ostacoli è la corruzione. La violenza, l’ingiustizia e l’insicurezza possono essere presenti anche dove non sono in atto conflitti e nei Paesi più avanzati…lavoriamo insieme per 
• l’eguaglianza: società del diritto eguale tra le differenze (a partire dalla differenza tra maschile e femminile);
• la nonviolenza;
GRAZIE A QUANTI HANNO COLLABORATO PER IL SUCCESSO DEL PROGETTO. 
Con questa edizione si chiude il Progetto.

Palmerini: il nostro grazie a 10 anni dal terremoto dell’Aquila

Goffredo Palmerini –

L’AQUILA – «Immota manet. Così è scritto sul gonfalone della città. “L’Aquila resta ferma, immobile”. Almeno questo avviene nello spirito della sua gente, riservata e dignitosa anche di fronte al disastro che la colpisce. Da secoli questa la sua indole, aliena dall’ostentazione del dolore, intima nell’elaborazione dei propri lutti. Invece non sono rimasti fermi palazzi e monumenti, case e chiese, alle scosse del serpe che il 6 aprile si è agitato terribilmente nel suo ventre, che si agita ancora. Quella notte del 6 aprile, nel cuore d’una notte stellata e chiara di luna, L’Aquila ed i meravigliosi borghi del suo circondario sono stati squassati dal terremoto per lunghissimi, interminabili secondi, oltre venti. L’ho vissuta l’esperienza, meglio non descriverla. Mi resta nel profondo la sensazione dei primi minuti, delle prime ore della sopravvivenza. Mi si è impressa nella mente l’atmosfera irreale, sospesa, allucinata, che aleggiava sulle case distrutte nel centro storico della mia Paganica, un bel paese di oltre cinquemila abitanti a 9 km dall’Aquila. Lì sono nato e vivo. L’hanno indicato subito come l’epicentro del sisma. Abito in periferia. La mia casa è stata costruita trent’anni fa, in cemento armato. E’ davvero strano che la tua casa, per antonomasia rifugio che ti dà sicurezza, d’improvviso diventi una minaccia. Ti si sovverte il mondo, la vita. Dopo la scossa delle 3 e 32, la corrente elettrica mancata, guadagnata l’uscita calpestando oggetti e stoviglie rotte, con i miei di famiglia siamo andati subito via da casa, per luoghi più aperti. Abbiamo transitato accanto al centro antico di Paganica. La settecentesca chiesa della Concezione con la facciata in bilico, squarciata, in parte crollata, ha fatto il giro del mondo, in quello stato. Lì vicino la parrocchiale di Santa Maria Assunta, impianto duecentesco riadattato nel Seicento, dall’esterno non sembra aver avuto grossi traumi, ma sarà solo un’impressione. Contrastano con il cielo, d’un colore livido, il profilo delle case e la fuga scomposta dei tetti che s’inerpicano verso il Colle, quartiere alto dove imponente domina la chiesa di Santa Maria del Presepe costruita sul sito del castello distrutto nel 1424 nella guerra dell’Aquila che sconfisse Fortebraccio da Montone. […] »

Fu questo fu l’incipit del lungo racconto che scrissi all’indomani del terremoto del 6 aprile 2009, una testimonianza raccolta da molte testate della stampa italiana all’estero. Dieci anni sono passati da allora. Oggi è il giorno del ricordo di quella notte sconvolgente, quando il terremoto squassò L’Aquila e 55 altri comuni, sconvolgendo le vite delle popolazioni del cratere sismico. La città capoluogo d’Abruzzo fu lacerata, paralizzata nei suoi servizi, mutilata e ferita nel suo straordinario patrimonio d’arte e d’architetture, uno dei centri storici più preziosi e vasti d’Italia.  309 le vittime. Di loro faremo sempre memoria. A loro va il nostro raccoglimento, la nostra preghiera muta, rispettosa dei familiari rimasti con la lacerazione perenne del cuore.


In questo primo decennale molti saranno i bilanci, le analisi, i giudizi. Sulle condizioni dell’Aquila, sullo stato della ricostruzione materiale e sociale, sugli obiettivi raggiunti, su quelli ancora lontani, sui ritardi, sui problemi, sulle criticità. Com’è comprensibile, molte saranno le voci che giudicheranno questi 10 anni, tanti i servizi giornalistici e gli speciali televisivi, le testimonianze, gli approfondimenti scientifici sui terremoti e sulla prevenzione sismica. Le analisi certamente riferiranno sui risultati finora raggiunti nella ricostruzione dell’Aquila e degli altri centri, sulle innovazioni ardite e sulle tecniche d’avanguardia che stanno restituendo una città sicura – caso di studio per molte università italiane e straniere -, tra le più sicure d’Europa. E tra le più belle città d’arte, diventata sin da quel 6 aprile di dieci anni fa città patrimonio del mondo, come universale è il messaggio di pace e di perdono che da otto secoli essa custodisce nel dono della Perdonanza, il primo giubileo della cristianità, e nell’eccezionale magistero di papa Celestino V.

Ma l’attenzione dei media si concentrerà soprattutto sugli errori, sui ritardi e sulle occasioni mancate nei dieci anni trascorsi dal quel tragico 6 aprile del 2009. E’ giusto che sia così. Ho grande rispetto e gratitudine per questa attenzione scrupolosa verso la nostra città. Aiuta a tenere accesa sempre una luce su ogni aspetto della nostra rinascita. Molte le analisi già svolte in questi giorni che precedono il 6 aprile, alcune rigorose, altre meno per il retaggio di consumati stereotipi, sovente lontani dalla realtà. Mi asterrò, in questa circostanza, da valutazioni e da personali giudizi nei confronti dei governi che si sono succeduti e delle amministrazioni che hanno guidato la Regione, gli enti locali e in particolare la Città capoluogo. Ho avuto l’onore di servire L’Aquila per quasi un trentennio, nelle funzioni di consigliere, assessore e vicesindaco, fino al 2007. So quanto peso gravi sulle spalle di ogni amministratore civico che con serietà e coscienza si mette al servizio della propria comunità. Figurarsi quale sia la responsabilità e l’immane onere di doverlo fare in situazioni tragiche ed eccezionali, dopo un terremoto come quello del 2009, i cui precedenti similari per gravità, nella storia della città che tanti ne ha subìti, furono quelli del 1703, 1461 e 1349.

Vorrei invece tornare oggi con il pensiero, quantunque nella tristezza degli eventi di cui facciamo memoria – le cui immagini restano nitide come fossero di qualche giorno fa -, non solo al ricordo del dolore di quei giorni tremendi, ma anche dell’affetto immenso che ci circondò. Non possiamo non rammentare, con profonda gratitudine, l’abnegazione, la solidarietà, l’impegno straordinario e generoso dei Vigili del Fuoco e delle decine di migliaia di Volontari giunti da ogni parte d’Italia, organizzati nelle associazioni che resteranno per sempre nel nostro cuore (Alpini dell’ANACroce RossaProtezione Civile delle varie Regioni italiane, MisericordieCaritas, e tante altre ancora), delle Forze dell’Ordine (CarabinieriPolizia di StatoGuardia di Finanza), dell’Esercito. Una gara di affettuosa premura verso la popolazione dell’Aquila e dei borghi colpiti dal sisma.


Non potremo mai dimenticare questa che è stata una pagina splendida, l’immagine della più bella Italia, quella del Volontariato e della Solidarietà. Come pure non dimenticheremo mai l’amore e la solidarietà di tutti gli Italiani nel mondo – in particolare degli Abruzzesi e delle loro associazioni -, espresse con innumerevoli gesti di grande valore morale e di significativa generosità. In questi anni, visitando le nostre comunità all’estero nelle Americhe, in Australia, in Africa e in tutta Europa, il mio primo e preminente pensiero è stato sempre quello di ringraziare tutti i nostri connazionali dal profondo del cuore, come semplice cittadino ma anche a nome dell’intera comunità aquilana (quando si è stati amministratori civici lo si rimane moralmente per sempre). Li ho ringraziati per l’affetto, la vicinanza, la tenerezza profonda dei gesti d’aiuto e di solidarietà nei giorni e nei mesi del dopo terremoto. Tantissimi italiani sono venuti a soccorrerci. Un numero impressionante a trovarci nei mesi e negli anni successivi al sisma. Tanti ci hanno poi accolti ed ospitati, per qualche giorno di serenità, dal Trentino alla Sicilia, dal Piemonte alla Puglia, dalla Lombardia alla Sardegna, dal Friuli alla Calabria. Un’Italia premurosa e materna, fortemente unita nei suoi abitanti dalle Alpi fino a Lampedusa. In ogni dove sempre con il cuore aperto, come aperto e generoso è sempre il cuore dell’Italia in occasione delle calamità che ci colpiscono, esaltando in ciascuno il senso della comunità nazionale e della fratellanza tra italiani. Serve ricordare queste fatti, sono davvero educativi per i tempi complicati che stiamo ora vivendo, quando sembrano affermarsi i messaggi più beceri, egoisti e lontani dalla nostra umanità.

Vorrei anche qui ricordare l’attenzione di tanti Paesi del mondo di fronte alla nostra tragedia, alcuni dei quali ebbero occasione di verificare direttamente le lacerazioni inferte dal sisma al patrimonio architettonico e artistico dell’Aquila nel luglio del 2009, quando la città ospitò i capi di Stato e di governo nelle riunioni del G8 e G20. Alcuni degli Stati più potenti al mondo s’impegnarono meritoriamente a restaurare dei monumenti, altri hanno generosamente contribuito con donazioni a comuni, università e ospedali, per costruire opere di pubblica utilità o ricostruire importanti emergenze architettoniche. Qualche Stato non ha dato seguito alla promessa solennemente assunta. Orbene, grazie alle risorse assicurate dal governo nel 2013 con un impegno pluriennale, i centri colpiti dal terremoto stanno risorgendo dalle macerie, la ricostruzione sta andando avanti. L’Aquila tornerà più bella di prima.

In questi anni difficili la comunità aquilana ha dato un grande esempio di dignità e di resilienza. Come nei secoli passati, dopo gli altri terremoti che sconvolsero L’Aquila, anche questa volta ce la faremo. Nella tragedia è emersa la parte migliore della nostra gente, l’indole forte e tenace. Ma non possiamo tuttavia nasconderci che ha messo in luce, in una ridotta minoranza, anche i lati peggiori del comportamento umano, piccole e grandi miserie morali. C’è pure da registrare che sul “cantiere più grande d’Europa”, come è stato definito, hanno girato e girano anche altri interessi poco chiari, che tuttavia Magistratura e reparti dedicati della polizia giudiziaria, con un assiduo efficace e penetrante controllo, vanno man mano scoprendo, inquisendo i sospettati, rinviando a giudizio e condannando i responsabili dei reati. Fenomeni contenuti, tuttavia, rispetto alla dimensione economica della ricostruzione. Non aggiungo altre considerazioni su questa parte un po’ squallida delle vicende legate alla gestione dell’emergenza post sismica e alla ricostruzione.

Un pensiero ancora sento di esprimere sulla ricostruzione morale, sulla rinascita d’un nuovo senso della comunità degli aquilani. La ricostruzione materiale è in corso, andrà comunque avanti con tempi più o meno soddisfacenti. Ma la cura che più ci preme riguarda la ricostruzione morale delle lacerazioni interiori delle persone, poco o per nulla apparenti, conseguenti al terremoto. Tralasciamo riferimenti più puntuali a studi scientifici e sociali, che pure in questi anni sono stati prodotti. Mi sembrano illuminanti al caso alcuni spunti che traggo dal messaggio per il decennale dell’arcivescovo dell’Aquila, Cardinale Giuseppe Petrocchi, ieri uscito sulla stampa.


Inizia con queste parole l’intenso messaggio agli aquilani del Cardinale Petrocchi: «Per la decima volta, quest’anno, sentiremo i rintocchi della campana che ricordano i 309 “martiri” del terremoto. Facciamo memoria di tutte le vittime di quella immane tragedia; le stringiamo a noi con un unico abbraccio e, al tempo stesso, le chiamiamo per nome: una ad una. La “notte crocifissa” del sisma ha suscitato lunghi giorni di dolore, ma anche ha acceso la luce di una graduale “risurrezione”, più forte della furia devastante del sisma. Le lacrime versate si sono rivelate feconde, ed hanno generato una abbondante fioritura di fraternità e solidarietà. La ricorrenza – che celebriamo con raccoglimento e volontà di ricostruzione “integrale” – ci obbliga a fare, insieme, una seria revisione. Per questo, non parlerei di “terremoto”, ma di “terremoti”, non solo perché abbiamo avuto nuove repliche telluriche (nel 2016 e 2017), ma anche perché il sisma è un evento complesso e multiforme, difficile da cogliere nella sua distruttiva “globalità”. Quando sono venuto a contatto con gli effetti demolitivi delle scosse, mi sono accorto che, accanto alle macerie “visibili” (materiali), c’erano pure quelle “invisibili” (spirituali); allora ho cominciato a parlare di “terremoto dell’anima, che costituisce l’altra faccia (quella meno esplorata) della storia del sisma. […]».

Sarà questo l’impegno più arduo cui dover assolvere, pensando alla parte più fragile della nostra gente. E ancora l’altro rilevante impegno di pensare anzitutto al futuro delle nostre giovani generazioni, che nella città ricostruita e nel suo territorio debbono poter trovar modo d’esprimere il loro talento, in opportunità di lavoro e di costruzione di nuove famiglie. L’Aquila ricostruita nelle sue case, nei suoi palazzi, nei suoi monumenti, negli uffici e nelle fabbriche, dovrà riaccogliere la sua gente, che vi torna a vivere con la speranza di un futuro. Nel decimo anniversario del sisma, quindi, oltre alla gratitudine per la vicinanza affettuosa che abbiamo avvertito, vogliamo essere aperti alla speranza di futuro per la nostra comunità. Certo augurandoci una più sollecita ricostruzione materiale, che sconta più d’un ritardo specie nella ricostruzione pubblica, ma soprattutto nella speranza operosa d’una forte ricostruzione sociale e morale della nostra comunità. Una comunità che deve ritrovare il senso profondo del vivere insieme con i valori antichi del Bene comune, quello che nei secoli ha fatto e mantenuto grande L’Aquila. Fraternità sociale, rispetto, impegno civico, etica delle responsabilità, cultura, creatività, attaccamento alla propria terra, amore per la propria storia e gratuita dedizione al Bene comune sono i riferimenti per disegnare il nostro futuro, il futuro dell’Aquila nuova, non solo più bella di prima, ma anche migliore di prima. Questo ricordo, con il forte senso di speranza e di futuro, è il modo migliore per ricordare le 309 vittime del terremoto dell’Aquila.

QUELLA NOTTE DEL 6 APRILE 2009 SENTII URLARE IL MOSTRO di Giuseppe Lalli

L’AQUILA – Ho serbato, come tanti aquilani, un vivido ricordo dei giorni che precedettero la tragedia di quel 6 aprile di dieci anni fa. L’idea che la catastrofe fosse imminente mi accompagnava da qualche giorno. Verso la fine di marzo, una mattina, mentre mi recavo al lavoro, mi ero intrattenuto a parlare con un amico, professore di storia all’Università dell’Aquila. Si era aggiunto un conoscente che aveva rievocato come nel terremoto di Avezzano, circa un secolo prima, la terribile scossa finale che avrebbe raso al suolo la città marsicana, e causato migliaia di vittime, era stata preceduta da uno sciame sismico simile a quello che si stava verificando in quei giorni nel nostro territorio. Verità storica o suggestione della memoria? Sta di fatto che l’eco di quella conversazione me la sono portata dietro come un piccolo fardello, che sarebbe diventata una piccola ossessione dopo la scossa del pomeriggio del 30 marzo.

La sera del 5 aprile, l’avvisaglia delle 22,45 mi trova a guardare un film su Suor Giuseppina Bakita, la suora canossiana ex schiava canonizzata da Papa Wojtyla. Penso che sia il caso di uscire, ma la figura della santa un po’ mi rassicura. Eppure l’idea della catastrofe imminente mi perseguita. Dopo la scossa successiva, quella dopo la mezzanotte, penso che sì, si debba proprio uscire, e lo dico a mia moglie. Ma poi desisto, per non allarmare i miei. Indosso però una tuta e delle scarpe da ginnastica: così, per scaramanzia, e per trovarmi pronto alla fuga. Decido di dormire sul divano, sotto una pesante libreria che di lì a poco sarebbe venuta giù con tutti i libri e la cristalleria. Mi decido alla fine ad andare a letto solo mezz’ora prima della tragedia (chissà, un suggerimento di Suor Bakita…).

Alle 3,32, da poco assopito, sono svegliato da quelle che sulle prime mi paiono cento mandrie di bisonti che per interminabili secondi passano al galoppo sotto la camera da letto, che mi aspetto debba schiantarsi da un momento all’altro insieme a tutto il palazzo. «Oddio!!! Il terremoto!!!», grida mia moglie. Appena prendo coscienza di quello che sta succedendo, mi pare di udire la voce di un gigantesco mostro che urla: «Mi avete provocato? Ecco la mia risposta!!!». Confesso che per un’eternità di attimi tutto il mio universo mentale ha tremato molto più della casa. In quegli istanti, non ho sentito Dio nel quale credo, ma solo il mostro che urlava, e io che desideravo… – terribile! – di non essere nato.

Mi precipito nella stanza di mio figlio: entro, non lo vedo…ho un tonfo al cuore, poi guardo meglio: sta sotto una scrivania, faccio un respiro di sollievo. La figlia invece, nella sua stanza, subito la scorgo: è sotto una scrivania, anche lei. «I ragazzi hanno eseguito alla lettera – ho pensato – quello che hanno raccomandato a scuola».  Cerchiamo di guadagnare in fretta l’uscita, con le mani e con i piedi, attraversando, come in un fiume in piena, i vetri di quella che fino a pochi minuti prima era la grossa libreria che arrivava fino al soffitto. «L’ho scampata bella», mi viene da pensare.

Una volta sul pianerottolo, è tutto un urlo, un grido, un precipitarsi sulla rampa delle scale. Giusto il tempo di guardarsi nei volti terrorizzati e mia moglie, lucida nonostante tutto, mi mette tra le braccia il bambino di circa due anni di una vicina del piano di sopra. Vorrei fare le scale due a due, ma c’è il piccolo fardello che me lo impedisce. «Oddio – penso – e se lo faccio cadere?». Quando poi, dopo qualche minuto, una volta giù nella strada, lo restituisco alla madre, mi scopro, per qualche istante, di serrare ancora le braccia al petto…

Aspettiamo l’alba insieme a tanti vicini del quartiere, riscaldati da un fuocherello acceso sotto una baracca nell’orto di una signora, a sorbire un caffè che sa di tristezza e di speranza. Sotto quella fiamma che ci accomuna le piccole beghe condominiali sembrano lontane anni luce e i sorrisi dei visi appena appena rilassati si lasciano alle spalle il ricordo di piccoli screzi. Attorno a noi, mentre i primi elicotteri solcano il cielo, si comincia ad intravedere, tra i primi bagliori di sole, rossi come il fuoco che ci riscalda, tutta una geometria nuova, come in un quadro di pittura astratta: palazzi sfregiati da linee regolari come se una lama gigantesca vi fosse passata (mi torna alla mente il… mostro), altri che sembrano parallelepipedi inclinati pronti a cadere alla minima spinta. «Tutti i sudori di una vita…», sussurra una vicina di casa. «Ma no, vedrai – le dico – le case ce le rifaranno in pochi mesi»: cosa non s’inventa il cuore per sbarrare la strada alla ragione….

Passa una pattuglia della polizia. Dalla macchina ci chiedono come stiamo. Si farfuglia qualcosa, ci informano che al centro storico è un disastro: si prevedono molti morti. «Là il mostro è stato davvero impietoso», mi viene di pensare ancora. Ci fanno raccomandazioni. Quei ragazzi in divisa sembrano più assistenti sociali che forze dell’ordine. Insieme ad un altro vicino andiamo a fare una passeggiata attorno per capire le dimensioni del disastro e mentre torniamo, con le macerie negli occhi e nel cuore, con spontaneo e reciproco gesto, ci mettiamo sotto braccio, come due fratelli: «Ecco – ho pensato – forse Dio a volte lascia libero il mostro per ricordare agli uomini che devono tenersi per mano».

Nei giorni che vennero subito dopo, lontano dalla mia città, credetti di comprendere due verità elementari, ma che non si imparano sui libri. «Alle cose bisogna passarci», diceva mia nonna. Insieme alla casa, è tutto un mondo che ti crolla. Capii che la casa non è solo mura di calce e mattoni, dove si abita: è un universo, una strada, un vicolo, sono i colori delle persiane, è la luce riflessa nelle pietre, è la vicina che ti dice «Buon giorno», è il raggio del sole che trapela attraverso le tapparelle.

Per esprimere il nostro benessere, non troviamo espressione migliore che dire che ci sentiamo a casa nostra.             Nella quiete forzata di quel piccolo esilio, sentii risuonare, come per la prima volta, nomi come PaganicaOnnaVilla Sant’AngeloCastelnuovo di San Pio: tutta una geografia dell’anima che quella notte la gigantesca lama del mostro aveva squarciato. Il senso comune ci ripete che siamo figli dei tempi. Il buon senso ci ricorda che siamo, forse ancor più, figli dei luoghi.

L’identità storica e culturale della Comunità di San Marco in Lamis

Nel lungo cammino attraverso i secoli, la città di San Marco in Lamis si è ritagliata pagine di storia e di cultura che, associate alla favorevole collocazione geografica, a nord della Puglia, ne fanno una comunità orgogliosa del suo patrimonio e meritevole delle attenzioni del visitatore. 
Adagiata in una conca del Gargano sud-occidentale, lungo la Via Francigena, San Marco in Lamis deve la sua origine, collocata fra il X° e l’XI° secolo,  alla presenza del Monastero di San Matteo (un tempo abbazia di San Giovanni in Lamis), alla cui ombra si sviluppa e cresce.

San Pietro in Lamis

Sabato 16 marzo alle ore 17.30 a Milano presso la Sede UNITRE, un convegno sull’identità storica e culturale della Comunità di San Marco in Lamis con illustri relatori.

Storia e mito nell’intrigante romanzo “Il velo di Iside” di Fiorella Franchini a cura di Goffredo Palmerini

Fiorella Franchini

Un romanzo storico racconta le vicende e i drammi personali di uomini e donne che, sebbene vissuti in un tempo remoto dalla nostra vita e dalla nostra memoria, ci sono tuttavia vicini con le loro emozioni, con i sentimenti, con i pensieri segreti. In fondo aveva proprio ragione Benedetto Croce nell’affermare che “La storia nostra è storia della nostra anima; e storia dell’anima umana è la storia del mondo”. Ne dà un evidente saggio Fiorella Franchini, giornalista e fine scrittrice napoletana, nel suo magnifico romanzo “Il Velo di Iside” (Homo Scrivens, Napoli, 2018).

Appassionata studiosa di storia e archeologia, ma anche di miti e leggende della classicità, nel suo romanzo Fiorella Franchini, con una scrittura intensa e coinvolgente, narra l’incontro di Cassia Livilla, sacerdotessa di Iside, con il Navarco della flotta di Miseno, Valerio Pollio Isidorus. Tra loro nasce una relazione intensa e proibita. Quando dall’intera flotta si era levato un saluto echeggiante in tutto il golfo di Miseno, il cuore del Navarco si era riempito di orgoglio e di malinconia: “Vederla fu amarla, amare solo lei, amarla per sempre”. Una relazione forte, tra i due, tale da indurre Cassia Livilla a confidare al Comandante della flotta un terribile segreto, ascoltato per caso a Puteoli (l’antica Pozzuoli) da alcuni stranieri che progettavano una strage.

La Classis Misenensis,la flotta imperiale di Roma di stanza a Miseno, che era lì a guardia del Mediterraneo occidentale, era sempre stata la ragione di vita di Valerio Pollio, prima d’esser ferito dagli strali di Cupido. I suoi classari avrebbero lasciato famiglie e amici, eppure egli mai aveva immaginato che potessero avere un’altra vita fuori dalla Schola Militum, laddove i legionari si formavano nelle tattiche della guerra navale e in quella campale. Il romanzo si dipana intrigante nella narrazione, tra un amore sacrilego e un complotto contro Roma.

Siamo nel 77 d.C. quando, alla vigilia del Navigium Isidis, alcuni stranieri progettano una strage di romani. Ma ben presto le indagini del Navarco condurranno a scoprire il vero obiettivo dell’attentato: non il popolo in festa per l’apertura della nuova stagione della navigazione, ma la Classis Praetoria Misenensis e l’imperatore Vespasiano in persona, venuto per ammirare la flotta imperiale in rada nel golfo di Miseno. Dunque una sanguinosa e tragica umiliazione per l’immenso potere imperiale di Roma. Iside, terribile e misericordiosa, potente dea proveniente dalla terra di Ra, sfida gli dei dell’Olimpo. Chi ha ordito la congiura? Chi ha rapito la fanciulla? L’amore viene travolto dalla sete di vendetta e dagli intrighi del potere. Chissà se Cassia Livilla avrebbe mai più rivisto Valerio Pollio: “Anch’io ti amo tanto” gli aveva confessato ricambiando quel bacio infinito.

L’ambientazione storica segue precise coordinate che s’incrociano tra le vie di Neapolis, il porto di Puteoli e la flotta imperiale romana in rada a Miseno, guarnita di ben 10 mila uomini armati. E poi il culto isiaco, sacro all’imperatore Vespasiano, largamente diffuso a Roma e in Campania. L’autrice imbastisce un racconto avvincente, con dovizia di particolari, con uno stile raffinato e scorrevole, in cui il senso del dovere si confronta con le ragioni del cuore, mentre le vicende individuali e collettive diventano mistero dell’anima che travalica i secoli.

Una storia d’amore e d’avventura, insomma, che intriga il lettore, coniugando il fascino dell’epopea romana con le suggestioni del patrimonio archeologico di Napoli e dei Campi Flegrei, stimolando attraverso la scrittura narrativa – davvero di notevole rango – una curiosità intellettuale e una riscoperta dei beni culturali e storici della terra del mito. Un palcoscenico eccezionale e una trama coinvolgente che discorre e si lega al lettore con una familiarità attiva e vivace, dilatando il tempo del vivere, per ritrovare dentro le parole le emozioni invisibili del cuore.

Fiorella Franchini è giornalista pubblicista. Collabora con il quotidiano Il Denaro e pubblica con riviste e periodici specializzati, tra cui Arte&arte e MardeiSargassi. Per oltre dieci anni è stata direttore editoriale del webmagazine napoliontheroad. Al romanzo d’esordio L’Orchidea Bianca (Il Girasole, 1995) hanno fatto seguitoI fuggiaschi di Lokrum(Marotta, 1998), Nanhai (Il Mezzogiorno editore, 2002), I Fuochi di Atrani (Kairòs, 2006)per i quali ha ricevuto importanti riconoscimenti in concorsi e premi letterari.Nel 2013ha pubblicato undici interviste nell’antologiaDonna è Anima(Savarese editore);nel 2014 il romanzo storicoKorallion (Kairòs edizioni),nel 2018 Il Velo di Iside (edizioni Homo Scrivens).E’ membro di Giuria di Premi letterari, svolge attività di ufficio stampa, conduce incontri culturali, presentazioni e lezioni di giornalismo. Il romanzo “Il velo di Iside” ha ottenuto il Premio internazionale “Città di Caserta”, il Premio Speciale “Megaris” XXVII edizione, il Premio Letterario Residenze Gregoriane 2019.

Goffredo Palmerini