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L’identità storica e culturale della Comunità di San Marco in Lamis

Nel lungo cammino attraverso i secoli, la città di San Marco in Lamis si è ritagliata pagine di storia e di cultura che, associate alla favorevole collocazione geografica, a nord della Puglia, ne fanno una comunità orgogliosa del suo patrimonio e meritevole delle attenzioni del visitatore. 
Adagiata in una conca del Gargano sud-occidentale, lungo la Via Francigena, San Marco in Lamis deve la sua origine, collocata fra il X° e l’XI° secolo,  alla presenza del Monastero di San Matteo (un tempo abbazia di San Giovanni in Lamis), alla cui ombra si sviluppa e cresce.

San Pietro in Lamis

Sabato 16 marzo alle ore 17.30 a Milano presso la Sede UNITRE, un convegno sull’identità storica e culturale della Comunità di San Marco in Lamis con illustri relatori.

Storia e mito nell’intrigante romanzo “Il velo di Iside” di Fiorella Franchini a cura di Goffredo Palmerini

Fiorella Franchini

Un romanzo storico racconta le vicende e i drammi personali di uomini e donne che, sebbene vissuti in un tempo remoto dalla nostra vita e dalla nostra memoria, ci sono tuttavia vicini con le loro emozioni, con i sentimenti, con i pensieri segreti. In fondo aveva proprio ragione Benedetto Croce nell’affermare che “La storia nostra è storia della nostra anima; e storia dell’anima umana è la storia del mondo”. Ne dà un evidente saggio Fiorella Franchini, giornalista e fine scrittrice napoletana, nel suo magnifico romanzo “Il Velo di Iside” (Homo Scrivens, Napoli, 2018).

Appassionata studiosa di storia e archeologia, ma anche di miti e leggende della classicità, nel suo romanzo Fiorella Franchini, con una scrittura intensa e coinvolgente, narra l’incontro di Cassia Livilla, sacerdotessa di Iside, con il Navarco della flotta di Miseno, Valerio Pollio Isidorus. Tra loro nasce una relazione intensa e proibita. Quando dall’intera flotta si era levato un saluto echeggiante in tutto il golfo di Miseno, il cuore del Navarco si era riempito di orgoglio e di malinconia: “Vederla fu amarla, amare solo lei, amarla per sempre”. Una relazione forte, tra i due, tale da indurre Cassia Livilla a confidare al Comandante della flotta un terribile segreto, ascoltato per caso a Puteoli (l’antica Pozzuoli) da alcuni stranieri che progettavano una strage.

La Classis Misenensis,la flotta imperiale di Roma di stanza a Miseno, che era lì a guardia del Mediterraneo occidentale, era sempre stata la ragione di vita di Valerio Pollio, prima d’esser ferito dagli strali di Cupido. I suoi classari avrebbero lasciato famiglie e amici, eppure egli mai aveva immaginato che potessero avere un’altra vita fuori dalla Schola Militum, laddove i legionari si formavano nelle tattiche della guerra navale e in quella campale. Il romanzo si dipana intrigante nella narrazione, tra un amore sacrilego e un complotto contro Roma.

Siamo nel 77 d.C. quando, alla vigilia del Navigium Isidis, alcuni stranieri progettano una strage di romani. Ma ben presto le indagini del Navarco condurranno a scoprire il vero obiettivo dell’attentato: non il popolo in festa per l’apertura della nuova stagione della navigazione, ma la Classis Praetoria Misenensis e l’imperatore Vespasiano in persona, venuto per ammirare la flotta imperiale in rada nel golfo di Miseno. Dunque una sanguinosa e tragica umiliazione per l’immenso potere imperiale di Roma. Iside, terribile e misericordiosa, potente dea proveniente dalla terra di Ra, sfida gli dei dell’Olimpo. Chi ha ordito la congiura? Chi ha rapito la fanciulla? L’amore viene travolto dalla sete di vendetta e dagli intrighi del potere. Chissà se Cassia Livilla avrebbe mai più rivisto Valerio Pollio: “Anch’io ti amo tanto” gli aveva confessato ricambiando quel bacio infinito.

L’ambientazione storica segue precise coordinate che s’incrociano tra le vie di Neapolis, il porto di Puteoli e la flotta imperiale romana in rada a Miseno, guarnita di ben 10 mila uomini armati. E poi il culto isiaco, sacro all’imperatore Vespasiano, largamente diffuso a Roma e in Campania. L’autrice imbastisce un racconto avvincente, con dovizia di particolari, con uno stile raffinato e scorrevole, in cui il senso del dovere si confronta con le ragioni del cuore, mentre le vicende individuali e collettive diventano mistero dell’anima che travalica i secoli.

Una storia d’amore e d’avventura, insomma, che intriga il lettore, coniugando il fascino dell’epopea romana con le suggestioni del patrimonio archeologico di Napoli e dei Campi Flegrei, stimolando attraverso la scrittura narrativa – davvero di notevole rango – una curiosità intellettuale e una riscoperta dei beni culturali e storici della terra del mito. Un palcoscenico eccezionale e una trama coinvolgente che discorre e si lega al lettore con una familiarità attiva e vivace, dilatando il tempo del vivere, per ritrovare dentro le parole le emozioni invisibili del cuore.

Fiorella Franchini è giornalista pubblicista. Collabora con il quotidiano Il Denaro e pubblica con riviste e periodici specializzati, tra cui Arte&arte e MardeiSargassi. Per oltre dieci anni è stata direttore editoriale del webmagazine napoliontheroad. Al romanzo d’esordio L’Orchidea Bianca (Il Girasole, 1995) hanno fatto seguitoI fuggiaschi di Lokrum(Marotta, 1998), Nanhai (Il Mezzogiorno editore, 2002), I Fuochi di Atrani (Kairòs, 2006)per i quali ha ricevuto importanti riconoscimenti in concorsi e premi letterari.Nel 2013ha pubblicato undici interviste nell’antologiaDonna è Anima(Savarese editore);nel 2014 il romanzo storicoKorallion (Kairòs edizioni),nel 2018 Il Velo di Iside (edizioni Homo Scrivens).E’ membro di Giuria di Premi letterari, svolge attività di ufficio stampa, conduce incontri culturali, presentazioni e lezioni di giornalismo. Il romanzo “Il velo di Iside” ha ottenuto il Premio internazionale “Città di Caserta”, il Premio Speciale “Megaris” XXVII edizione, il Premio Letterario Residenze Gregoriane 2019.

Goffredo Palmerini

I giovani emigrano: tutelarli all’estero, creare occupazione per farli tornare Written by Rino Giuliani

I più recenti dati sulla situazione economica del paese dal punto di vista produttivo e delle esportazioni e quelli sull’andamento del mercato del lavoro italiano non sembrano lasciare molto spazio ai giovani che, emigrati all’estero, vorrebbero oggi tornare per lavorare e vivere nel proprio paese.

D’altro canto le recentissime scelte del governo in tema di occupazione, legate al reddito di cittadinanza lasciano non pochi dubbi anche sulla possibilità a breve di dare risposte per i giovani inoccupati che non hanno lasciato l’Italia. .Contestualmente, a tutto campo, vi è la questione di come il governo intenda affrontare la questione delle centinaia di migliaia di giovani italiani, laureati e non, che sono emigrati all’estero per sfuggire alla inoccupazione e alla precarietà dei rapporti di lavoro e che trovano nei paesi di accoglienza più spesso lavori a bassa contenuto professionale, precarietà non solo determinata dai diseguali rapporti con gli imprenditori ma anche da normative che sfavoriscono i giovani immigrati anche in tema di diritti welfaristici.

Il fenomeno dei giovani “in movimento” alla ricerca del meglio nell’area Schenghen, i “cervelli in fuga” testimonianza di un ascensore sociale ad alta velocità per pochi bravi e fortunati, i giovani di “Erasmus plus”, sono una parte limitata di un fenomeno che nella fase attuale della globalizzazione e della rincorsa in atto alle chiusure nazionali e nazionalistiche, del “prima noi e poi gli altri” è rappresentato da tantissimi altri giovani di una emigrazione ”proletaria” che ha tratti e contorni simili a quella che li ha preceduti negli anni. Come dare tutele a questi italiani fuori dalla madrepatria che verosimilmente non torneranno presto in Italia è la domanda oggi senza sufficienti risposte. E’ questo un nodo che seguita ad aggrovigliarsi pur rappresentando una assoluta priorità della quale il governo non si fa carico.

Fra il 2006 e il 2016 sono stati quasi due milioni i nostri connazionali usciti per costruire il proprio futuro altrove. Giovani che all’interno dei confini nazionali si sono formati ma che poi sono stati costretti a emigrare per trovare una occupazione in linea con le loro aspirazioni. Una perdita secca per l’Italia e un vantaggio per i paesi di accoglienza (che sono soprattutto Germania, Regno Unito e Francia). L’obiettivo di far tornare i giovani in Italia resi anche più competitivi dopo un periodo all’estero nel quale, almeno alcuni, (quelli laureati e fortunati si sono potuti costruire una utile rete professionale internazionale) può essere perseguito se il sistema produttivo, di beni e servizi riprende a espandersi, se si allarga anzichè ridursi, cosa che sta avvenendo anche in questi primi mesi del 2019.

Questo obiettivo impegnativo deve essere assunto in primo luogo a livello nazionale dai protagonisti interessati, istituzioni, rappresentanze imprenditoriali e organizzazioni sindacali. Serve una proposta ed una programmazione ma anche vi è bisogno di un contesto favorevole in cui il paese sia messo in condizioni di crescere. Non si vedono a breve i segni di una volontà di tal genere né le forze politiche concentrate su prossimo voto europeo mostrano di prendersi in carico convintamente tale ragionevole obiettivo. Dalla legge 238 a altri successivi provvedimenti di legge sono stati dati bonus fiscali (crescenti) per avviare un processo di ritorno dei giovani. Il ruolo delle Regioni è stato ampio e diretto.

Negli ultimi 5 anni in specie si è provato a dare il via a borse di rientro, variamente denominate per finanziare proposte e progetti che potessero favorire il ritorno in patria, nella propria regione (ma anche di ritorno da altre regioni italiane) dei giovani lavoratori più qualificati con particolare attenzione ai giovani laureati e diplomati. E’ il caso di “torno subito” della R Lazio (4 volte riproposto dal 2014 al 2018), che ha finanziato attività di formazione fuori regione dedicata a laureandi o dottorandi che, arricchito il proprio curriculum con esperienze nuove, fossero intenzionati a mettere a frutto la loro esperienza ritornando nel territorio regionale. La decisione sul piano nazionale (quale quella presa con la legge di bilancio del 2017) di dare agevolazioni fiscali a chi, molto qualificato, riporta la propria residenza in Italia è un dato significativo ma non risolutivo del problema aperto.

Per i più la spinta a rientrare non è data soltanto da queste forme di agevolazioni o dai contributi a fondo perduto. Occorrono maggiori certezze che solo un quadro di ripresa del paese è in grado di determinare. Sarebbe interessante avere un bilancio comparato di tutte le esperienze regionali finanziate a tal fine per valutarne con i risultati le criticità spesso dichiarate o denunciate. La vera sfida tuttavia è che il governo sia in grado di promuovere un mercato del lavoro che funzioni con trasparenza e che sia aperto a tutti, con le stesse regole di accesso per chi è italiano e per chi italiano non è e che lo stesso prenda misure adeguate per dare slancio all’occupazione. Su questo punto i partiti di governo sono conviti di aver trovato la soluzione che non immediata arriverà con il tempo mentre le opposizioni al governo restano convinte della totale inefficacia della manovra finanziaria fatta rispetto al fine di far crescere l’occupazione.

Di certo i prossimi mesi di un paese in recessione non vedranno nuova occupazione. Oltre all’impegno delle istituzioni, che oggi è solo annunciato, serve anche un mutamento della qualità della domanda di lavoro da parte delle imprese, e condizioni più favorevoli per i giovani intenzionati a fare impresa. E’ il tema della innovazione e degli investimenti in innovazione. Quando una grande struttura territoriale della Confindustria critica fortemente il governo, quando quella emiliano- romagnola decide di manifestare contro il governo (cosa fatta da CGIL CISL UIL il 9 febbraio scorso ponendo al centro sviluppo e occupazione) significa che nel rapporto una volta fisiologico della ricerca di una intesa fra parti sociali e istituzioni qualcosa non funziona. Il che però è anche un indicatore dello stato di salute della democrazia.

Portavoce FAIM

DOM SERAFINI, DA UN ARTICOLO SERIO SU AMERICA OGGI È NATO UN DIVERTENTE LIBRO AUTOBIOGRAFICO

“Dieta? Ero gracile: la rivincita delle B12 con i ricordi dell’infanzia” venne pubblicato originalmente su Oggi7, l’inserto domenicale di America Oggi dell’8 luglio 2018. Dopo una gestazione di sette mesi, ne nasce un libro su suggerimento dei lettori del quotidiano, che sulla pagina Facebook dell’autore Dom Serafini richiesero di espandere l’articolo.
E così è nato “Ero Gracile: La rivincita della B12. I ricordi di un’epoca strana e divertente, che sembra lontana” del direttore di VideoAge e collaboratore di America Oggi da New York City, Dom Serafini, pubblicato da Artemia Nova Editrice di Mosciano (Teramo).Il libro tratta argomenti di vita quotidiana degli anni 60, alcuni da molti dimenticati e alcuni ancora attuali, come l’emigrazione, l’emergenza rifiuti e ciò che si è perso e/o guadagnato negli anni. Inoltre, traccia un filo di collegamento tra l’AbruzzoMilano e l’America. Il libro di per sé è piacevole e per alzare il livello ricreativo fa uso di aforismi pungenti e divertenti ogni qualvolta la narrativa rallenta.Per descriverlo basta riprodurre la sinossi che é sulla seconda di copertina: “Questo libro è indirizzato a tre generazioni: quella cresciuta negli anni 60, quella dei loro figli e quella dei loro nipoti. I primi ricorderanno con simpatia un periodo per cui il tempo ha trasformato i drammi in commedie; i secondi capiranno perché i loro genitori sono così “strani”, e i terzi scopriranno come si riesce ad essere magri.Gli anni 60 sono il periodo del miracolo economico italiano, ma chi lo ha vissuto non se n’è accorto, gliel’hanno detto dopo. Era il periodo a cavallo tra rimarginare le ferite della guerra e gli anni di piombo.Il filo conduttore del libro è come risolvere il problema della gracilità giovanile dell’autore, causa di molti problemi esistenziali. Poi ci sono le sotto-trame, come l’ossessione per l’America (ora rinnovata nei nipoti), la rassegna di una vita quotidiana oggi quasi dimenticata, un sistema scolastico antiquato ma funzionante nella sua sgangheratezza, e naturalmente l’importanza della cucina come fulcro famigliare, prima che questo si spostasse in salotto.Era un periodo essenzialmente semplice, quando gli americani ed i russi si prendevano a botte senza farsi male e le gare si facevano nello spazio per la conquista della luna. Era un periodo così semplice che oggi si fatica a ricordare come si potesse vivere senza dover fare la raccolta differenziata, senza piste ciclabili e i supermercati negli aereoporti”.

L’autore, Dom (Domenico) Serafini,abruzzese di Giulianova dove è nato nel 1949, emigrato nel 1968 negli States, ha scritto otto libri, di cui due digitali, tutti noiosi. Solo uno simpatico, questo. I libri noiosi hanno quasi tutti a che fare con la televisione, tra questi “La TV via Internet” del 1999. Il libro simpatico è autobiografico e descrive un’epoca quasi a dimostrare come il tempo trasformi i drammi in commedie.Tra i vari giornali e riviste con cui Serafini ha collaborato compaiono: Il Sole 24OreIl Corriere della Sera e il Corriere Adriatico. Oggi si cimenta in veste di tuttologo per America Oggi e Affari Italiani e in una rubrica domenicale sul dorso Abruzzo de Il Messaggero.Serafini è stato anche per tre volte candidato al Parlamento con il voto degli italiani all’estero (una volta con un partito da lui fondato), ma gli elettori non l’hanno trovato abbastanza simpatico, come invece l’altro abruzzese eletto all’estero, l’ex senatore Antonio Razzi.Per campare dirige a New YorkVideoAge, mensile da lui fondato nel 1981 e che, a sua insaputa, è diventata la principale rivista di Hollywood per la produzione e vendita di contenuti televisivi. Superando tante difficoltá, nel 1983 ha anche fondato VideoAgeDaily, un quotidiano fieristico che gli ha permesso poi di capire perché nessuno l’avesse fatto prima di lui. Sempre nel 1983 si è permesso di cambiare nome all’evento gioiello degli studios di Hollywood, da May Screenings a L.A. Screenings, la loro fiera principale. Nomeprima contrastato, poi accettato con entusiasmo.Per rilassarsi vorrebbe fare un lavoro utile: il contadino, ma per mancanza di sole fa invece il giardiniere nel suo giardinetto di città e invece dei pomodori deve far crescere pianteverdi, le felci in particolare. Tra i premi ricevuti vi è una denuncia per diffamazione da parte dell’aereoporto di Milano Malpensa per aver criticato in un suo articolo il fatto che lo scalo non avesse prese elettriche per ricaricare laptop e telefoni.


27 FEBBRAIO 2019 FESTA DI SAN GABRIELE, IN ITALIA E NEL MONDO

Mercoledì 27 febbraio numerosi pellegrini affolleranno il santuario in occasione della festa di San Gabriele dell’Addolorata.La chiesa universale in questo giorno ricorda la morte del giovane santo, avvenuta nel convento di Isola del Gran Sasso (Teramo) all’alba del 27 febbraio 1862. Pellegrinaggi organizzati arriveranno in particolare da Abruzzo, Molise, Puglia.
La giornata, che avrà solo carattere religioso, inizierà alle 6.30 del mattino con la celebrazione del transito di San Gabriele.
Alle ore 11 la solenne celebrazione eucaristica sarà presieduta da monsignor Lorenzo Leuzzi, vescovo di Teramo-Atri. Nel pomeriggio la messa delle ore 17 sarà animata dalle parrocchie della forania di Isola del Gran Sasso. In occasione della festa del santo sarà presente al santuario l’emittente nazionale Tv2000 per un servizio sul santo dei giovani che sarà trasmesso il 27 febbraio alle ore 9, nel corso del programma “Bel tempo si spera”.

La festa liturgica di San Gabriele segna, come ogni anno, l’inizio dei grandi pellegrinaggi al santuario, uno più frequentati in Europa, con circa 2 milioni di presenze annue.La devozione al santo dei giovani non conosce confini. Sono centinaia nel mondo le chiese a lui dedicate. Feste in onore di San Gabriele si celebrano ogni anno in molte parrocchie italiane e in varie nazioni, soprattutto in quelle dove è più forte la presenza di emigrati abruzzesi (in Australia, Canada, Usa, Venezuela, Cile, Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay, Panama, Belgio). Feste in onore del santo vengono celebrate anche nelle nazioni dove sono presenti i passionisti, in particolare in Spagna, Portogallo, Polonia, Indonesia, Corea del Sud, Giappone, Filippine, Vietnam.In Italia San Gabriele dell’Addolorata conta 22 chiese parrocchiali a lui intitolate, di cui 8 in Abruzzo. Ci sono inoltre numerose cappelline, edicole dedicate al santo, sparse in varie regioni italiane. 

** Il 27 febbraio al santuario, come in altre parrocchie italiane, saranno soprattutto i giovani a onorare il santo protettore. Altri giovani festeggeranno il loro santo ai primi di marzo. Infatti, migliaia di studenti delle scuole superiori abruzzesi e marchigiane si raduneranno al santuario lunedì 11 marzo per la festa dei 100 giorni agli esami di maturità. 

L’INTERVISTA A GOFFREDO PALMERINI di Giustino Parisse

Serve maggiore dedizione al bene comune

L’INTERVISTA A GOFFREDO PALMERINI

L’ex amministratore aquilano oggi scrittore: “Ho vissuto appassionate stagioni politiche”

di Giustino Parisse *

L’AQUILA – Goffredo Palmerini, 71 anni, dopo 30 anni in consiglio comunale ha lasciato la politica e oggi è uno scrittore, operatore culturale, con forti legami con le comunità abruzzesi all’estero e attento osservatore delle vicende aquilane.

Goffredo, lei è nato a Paganica, cosa ricorda della sua infanzia e come si viveva nel paese di Gioacchino Volpe ed Edoardo Scarfoglio?

Sono nato nel 1948. Mio padre Vinicio era tornato un anno e mezzo prima dalla prigionia in Germania, portato là dai tedeschi dall’Albania. Nel campo di prigionia pesava 39 chili, rischiò anche l’esecuzione. Al suo rientro a Paganica aveva conosciuto Graziana, sua figlia nata nel 1943, e riabbracciato sua moglie Lina, mia madre. Rimessosi in forze riprese l’attività di fabbro ferraio, come molti della stirpe Palmerini, arrivata a Paganica a metà Settecento. Aprì la sua bottega prima a Valle d’Ocre, dove ogni mattina si recava in bicicletta, poi nel ’52 a Paganica, l’anno in cui nacque mio fratello Corradino. Ho avuto un’infanzia felice, in una famiglia cementata da valori spirituali ed etici. Una famiglia umile come tante, in una Paganica di contadini e artigiani che viveva le ristrettezze del dopoguerra. In quegli anni si comprava al negozio d’alimentari portando un taccuino con la copertina nera dove Marietta annotava man mano la spesa. Si pagava due volte l’anno, dopo le fiere di Pasqua e Ognissanti. I contadini vendevano qualche animale e i raccolti e andavano a pagare il conto, anche al fabbro. E’ stato così per la mia famiglia, finquando mia sorella non entrò in fabbrica, alla Marconi poi Siemens. Solo allora, nei primi anni ’60, cominciò a girare qualche lira in più mentre l’Italia s’avviava al miracolo economico.

Quali sono stati i suoi studi e poi il percorso lavorativo?

Dopo le elementari a Paganica, frequentai all’Aquila le medie (Mazzini) e le superiori (Itis), diplomandomi nel 1967 chimico industriale. Furono d’aiuto le borse di studio che ebbi per meriti scolastici. Andai subito militare negli alpini per liberarmi dell’obbligo e poter cercare lavoro. Che presto arrivò, vincendo un concorso per Capo Gestione nelle Ferrovie. Mi assunsero a Verona nel 1972, poi andai a Trento. Vi restai un anno. Lavorai poi 3 anni a Roma, nel Servizio Sanitario presso la Direzione Generale FS, chimico nel laboratorio di bromatologia e igiene industriale. Girai tutta Italia in quegli anni, con compiti ispettivi negli impianti ferroviari sull’igiene degli alimenti e degli ambienti di lavoro. Intanto m’ero iscritto a Giurisprudenza alla Sapienza, ma nel 1975 lasciai Roma e gli studi universitari dopo l’elezione al Consiglio Comunale dell’Aquila e il trasferimento nella nostra città. Ho tuttavia sempre nutrito interesse per gli studi giuridici e umanistici, che da allora assiduamente curo. All’Aquila lavoravo in stazione e facevo il consigliere comunale con molto impegno. Ho concluso il percorso lavorativo come dirigente del Polo amministrativo dell’Aquila.

Lei è stato vicesindaco del Comune dell’Aquila e per quasi 30 anni in consiglio comunale. Come nasce la sua passione per la politica?

Fu precoce, a 20 anni ero già segretario della sezione Dc a Paganica.  L’impegno politico era nato dagli stimoli sociali del Concilio Vaticano II e dal pensiero di Maritain e Mounier. Furono mio riferimento figure come Dossetti, La Pira, Moro e altri esponenti della sinistra democristiana. Tutta la mia esperienza è stata ispirata ai valori del cattolicesimo democratico. Con altri della mia generazione abbiamo vissuto all’Aquila un’appassionata stagione politica, anche nelle istituzioni, insieme a Luciano Fabiani e Achille Accili. Al mio primo mandato consiliare nella sindacatura di Ubaldo Lopardi, durante il quale fui capogruppo Dc, ne sono seguiti altri 5, salvo l’interruzione dal 1990 al 1994. Intensi quegli anni e ancor più dal 1980, stretto collaboratore del sindaco Tullio de Rubeis e assessore per l’intero quinquennio. Ricordo con orgoglio la rinascita della Perdonanza, la scelta dell’Aquila per la Scuola Ispettori della Guardia di Finanza, le visite di Giovanni Paolo II e del Presidente Pertini, e altri importanti traguardi. Come pure ricordo della sindacatura di Enzo Lombardi, dopo un avvio travagliato, il proficuo lavoro per la città. Non ero consigliere negli anni difficili delle inchieste giudiziarie. Ma nel 1994, in sostegno di Attilio Cecchini candidato sindaco, tornai in consiglio nel Ppi. L’anno dopo, mutate le condizioni politiche, entrai vicesindaco nella giunta guidata da Antonio Centi. Ho avuto con Centi un forte rapporto di collaborazione. Importanti progetti in quegli anni e numerose le opere avviate. Non sempre però si raccolgono i frutti dell’impegno. Nel 1998 infatti vinse il centrodestra guidato da Biagio Tempesta. Con Tempesta sindaco sono sempre stato capogruppo d’opposizione, fino al 2007, quando decisi di chiudere la mia lunga esperienza a Palazzo Margherita. Sento i quasi 30 anni al servizio della comunità aquilana come il più grande onore. Dai banchi della maggioranza come della minoranza, senza spirito di fazione, ho cercato d’operare solo nell’interesse generale. Il giudizio sta agli aquilani. Credo però d’aver vissuto un’esperienza straordinaria, attento al dialogo costruttivo, nel rispetto degli avversari, nella ricerca del bene comune, in un confronto sempre leale.

Cosa trova di diverso fra la politica dei suoi tempi costruita su contatti umani, manifesti, volantini, comizi e quella di oggi che viaggia per lo più sui social.

Oggi è tutto “liquido”, come direbbe Baumann. Mi preoccupa il fatto che buona parte della classe politica ormai da anni non guardi al futuro, con scelte coraggiose di lunga prospettiva. Si preferiscono misure effimere, per raccogliere consensi immediati. I grandi riferimenti ideali sono smarriti, difetta il senso dello Stato e delle istituzioni, cresce l’imbarbarimento del linguaggio a scapito d’un serio confronto sui problemi del Paese. Nella società della comunicazione virtuale conta più vellicare gli istinti che rispondere alle difficili sfide del futuro. Ai contatti umani d’un tempo si preferiscono i social, importa apparire più che essere. Ma così la distanza tra paese reale e paese legale s’allarga, lo si vede dalle astensioni dal voto. Pur senza generalizzare e sperando il meglio, perché figure politiche di spicco pure ci sono, gira tuttavia tanto piccolo cabotaggio e pochi Statisti. Quelli di cui avremmo disperato bisogno per risalire la china e riportare l’Italia a crescere, ad assicurare un domani per i nostri figli.

Negli ultimi anni lei ha pubblicato molti libri che raccolgono reportage e articoli pubblicati da giornali di tutto il mondo, soprattutto quelli che fanno riferimento alle comunità italiane all’estero che lei ha visitato più volte. Come è percepita l’Italia dai nostri connazionali, cosa chiedono. C’è nostalgia?

Nel 2007, per servire in altro modo la nostra città, scelsi l’impegno giornalistico per comunicare singolarità e bellezze dell’Aquila e dell’Abruzzo. La passione per la scrittura, che avevo già da ragazzo, l’ho finalmente potuta esercitare nelle collaborazioni con le agenzie internazionali e con la stampa italiana all’estero. Diverse decine, in Italia e nel mondo, sono le testate con le quali collaboro. Oltre 50mila le pagine a mia firma uscite finora sull’Aquila, l’Abruzzo, l’Italia. Parlano di fatti, eventi, personaggi e tradizioni della provincia italiana. Molto presente il tema dell’emigrazione, le nostre comunità all’estero e il loro valore. Vado a conoscerle, racconto le loro storie, i successi, ma anche le sofferenze e le discriminazioni subite prima della loro integrazione. I nostri emigrati non sono più quelli partiti con la valigia di cartone descritti negli stereotipi. Hanno sofferto pregiudizi e stigmi nella prima generazione dell’emigrazione. Poi i loro figli si sono man mano integrati nelle società d’accoglienza, si sono fatti apprezzare, godono ora la stima e il prestigio che si sono meritati in ogni campo. Sono nelle università, nelle imprese, nel mondo dell’arte, dell’economia, della ricerca, nelle istituzioni e nei governi, talvolta con ruoli di preminenza. Chiedono di essere conosciuti e riconosciuti, perché in Italia spesso non si ha piena consapevolezza del valore delle nostre comunità all’estero. La storia della nostra emigrazione non è ancora entrata nella grande Storia d’Italia. Sovente la conoscenza del fenomeno migratorio, anche nelle istituzioni, si limita alla patina, con tutti gli equivoci che non aiutano a capire che i nostri connazionali all’estero sono una risorsa, i più motivati ambasciatori dell’italianità nel mondo. Se hanno nostalgia? No. Forse solo la prima generazione di emigrati ne ha sofferto, ma l’integrazione nei Paesi d’accoglienza l’ha ormai fortemente mitigata.

Lei è un attento osservatore della realtà locale oltre che un operatore culturale. A dieci anni dal sisma che idea si è fatta della ricostruzione materiale e sociale dell’Aquila?

Sulla ricostruzione materiale si può dare un giudizio nel complesso positivo, ma a due facce. Soddisfacente per la città, meno per le frazioni. Come alterno è il giudizio sulla ricostruzione privata e quella pubblica, quest’ultima assai lenta. Sulla qualità si sarebbe potuto correggere e migliorare, invece d’appendersi al “com’era e dov’era”. Ha ragioni da vendere monsignor Orlando Antonini. E’ infatti mancata un’idea complessiva di ridisegno urbano, anche con l’inserimento di architetture “firmate” fuori dal centro storico. L’unica eccezione, l’Auditorium di Renzo Piano, non è stata una scelta della città ma della Provincia di Trento. Non aggiungo parole sulla “abitazione equivalente”, consentita ovunque e dannosa, molti aquilani hanno lasciato L’Aquila per altre città. Mi auguro infine una rinascita sociale e morale della nostra comunità, che deve ritrovare il senso profondo del vivere insieme. Fraternità sociale, impegno civico, etica delle responsabilità, cultura, amore per la città, dedizione al bene comune: questo occorre per scrivere il futuro dell’Aquila nuova. Non solo più bella di prima, ma anche migliore di prima. A ciascun aquilano è affidata una parte di questo impegno.

Trent’anni in politica, riconoscimenti per l’attività editoriale

Goffredo Palmerini è nato a Paganica il 10 gennaio 1948. Sposato con Anna Maria Volpe, ha due figli: Alessandro e Federico (sacerdote). Per quasi trent’anni è stato amministratore comunale. Scrive su giornali e riviste in Italia e sulla stampa italiana all’estero. E’ in redazione presso numerose testate giornalistiche, collaboratore e corrispondente della stampa italiana all’estero: America Oggi (Usa), La Gazzetta (Brasile), i-Italy (Usa), La Voce (Canada), La Voce d’Italia (Venezuela), Mare nostrum (Spagna), L’altra Italia (Svizzera), La Voce alternativa (Gran Bretagna). Collabora inoltre con le Agenzie internazionali AiseInformComUnica. Ha pubblicato con One Group i volumi “Oltre confine” (2007), “Abruzzo Gran Riserva” (2008), “L’Aquila nel Mondo” (2010), “L’Altra Italia” (2012), “L’Italia dei sogni” (2014), “Le radici e le ali” (2016), “L’Italia nel cuore” (2017), Grand Tour a volo d’Aquila (2018). Nel 2008 gli è stato tributato il Premio Internazionale “Guerriero di Capestrano”. Nel 2014 ha ricevuto il premio speciale “Nelson Mandela” per i diritti umani. Vincitore del XXXI Premio Internazionale Emigrazione (sezione Giornalismo), gli sono poi stati conferiti, sempre per l’attività giornalistica, il Premio internazionale “Gaetano Scardocchia”, il Premio nazionale “Maria Grazia Cutuli”, il Premio internazionale “Fontane di Roma”. Da molti anni svolge un’intensa attività con le comunità italiane all’estero. Studioso di emigrazione, è componente del Comitato scientifico internazionale e uno degli Autori del “Dizionario Enciclopedico delle Migrazioni Italiane nel Mondo” (SER-Migrantes, 2014) e membro di prestigiose istituzioni culturali.

*pubblicata dal quotidiano il Centro il 16 febbraio 2019

ALLA CAMERA UN CONVEGNO SU LUIGI MORETTI, UN GRANDE DELL’ARCHITETTURA DEL NOVECENTO


Roma, 18 febbraio ore 16:30, Palazzo San Macuto, in via del Seminario 76

ROMA – La Fondazione Giuseppe Levi Pelloni promuove un convegno dedicato alla vita e all’opera di Luigi Moretti, una delle figure più rappresentative dell’Architettura del nostro Novecento. L’evento avrà luogo lunedì 18 febbraio presso la Sala del Refettorio di Palazzo San Macuto-Camera dei Deputati inRoma (ingresso ore 16,30, Via del Seminario, 76).

L’incontro, che fa parte degli appuntamenti che il sodalizio culturale diretto da Pino Pelloni dedica al “Novecento e alle sue Storie”, viene ospitato dal Vice Presidente della Camera Fabio Rampelli, con l’intento di fornire una lettura complessiva dell’opera e della storia professionale di Moretti, dagli esordi romani, nella seconda metà degli anni Venti del Novecento, alla piena maturità con progetti internazionali come la Borsa Valori di Montreal o del Complesso Watergate a Washington.

Introdotti da Pino Pelloni si avvicenderanno a raccontare la figura umana e professionale di Luigi Moretti: Clementina Barucci, docente di Storia dell’Architettura Contemporanea-La Sapienza Roma (Moretti, la sua opera ed il suo tempo), Guendalina Salimei, docente di Progettazione Architettonica-La Sapienza Roma (L’architettura e lo spazio “morettiano”), Tommaso Magnifico (Il privato di Luigi Moretti), Lucio Causa (“Testimonianze dallo “Studio Moretti”), Felice D’Amico eMassimiliano Celani (Il Novecento di Moretti e Fiuggi. L’architettura della Fonte Bonifacio VIII). Chiuderà i lavori del convegno l’Onorevole Federico Mollicone, Commissione Cultura della Camera dei Deputati). 

L’ABRUZZO TRADITO(RE) Riflessioni sul dopo il 10 febbraio

I risultati delle elezioni regionali del 10 febbraio non possono lasciare indifferenti con la solita giustificazione che la prossima volta la giunta sarà cambiata. Ma la prossima volta potrebbe essere peggiore. Come d’altronde è sempre stato finora. Si sono avvicendate giunte regionali dai vari e contrastanti colori politici. Sempre peggiori. Se l’essenza della politica, come sostiene Maurice Duverger, è l’ambivalenza, i nostri politici non sono che Giano bifronte. C’è, storicamente, un Abruzzo bifronte: l’Abruzzo tradito dagli abruzzesi e l’Abruzzo che tradisce. La conquista del potere come mezzo più efficace per ottenere vantaggi per sé, per il proprio gruppo, il proprio partito, la propria coalizione. La storia della regione Abruzzo è stata finora storia di fallimenti, storia di progetti non realizzati, di lotte intestine. Un’istituzione che nasce dagli scontri campanilistici tra L’Aquila e Pescara. Un Abruzzo che esce dal dramma della seconda guerra mondiale, battendosi per la libertà del proprio territorio e per quello dell’Italia centro-settentrionale. Un Abruzzo, dove nasce nel dicembre 1943 la Brigata Maiella. Abruzzesi che lottano e muoiono per la libertà di tutti. Per questo Presidenti della Repubblica come Carlo Azeglio Ciampi e Sergio Mattarella hanno ringraziato gli abruzzesi per la loro dedizione ai valori della libertà e della solidarietà.

Le vicende abruzzesi durante la seconda guerra mondiale sono così terribili che solo a ricordarle si resta frastornati. Subito dopo l’8 settembre, nell’ottobre del 1943, si verifica la partenza di un treno di 400 detenuti dall’abbazia-carcere di Santo Spirito al Morrone al campo di sterminio di Dachau, con la collaborazione di fascisti e delle autorità locali. Sul treno furono obbligati a salire anche nove cittadini di Roccacasale, dei quali cinque giovani e due di loro subito assassinati. Nel mese di novembre 1943 si verifica l’eccidio di Pietransieri con i 128 trucidati dai nazisti, donne e bambini, e poi quello di Gessopalena nel gennaio 1944 con 41 vittime innocenti. E ancora nell’aquilano: i giovani 9 Martiri fucilati all’Aquila, alle Casermette, le stragi di Onna, Filetto, la spedizione e la morte nei campi di sterminio di Annita Santomarroni, una povera donna che aveva sfamato i prigionieri di guerra, ritenendoli “cristiani come me”. Senza dimenticare le centinaia e quasi migliaia di vittime sotto i numerosi bombardamenti che colpirono per la prima volta in Abruzzo il 27 agosto, venerdì, la stazione di Sulmona, col grido delle migliaia di cittadini “Hanno zappato la stazione” e subito dopo Pescara e i tanti centri urbani abruzzesi fino alla partenza dei tedeschi nel giugno 1944. 


In Abruzzo, alla presenza di tre grandi campi di concentramento (Chieti, Sulmona, Avezzano), con un totale di circa diecimila prigionieri, si assistette ad una vera comunione di cuori e di beni, dividendo insieme “il pane che non c’era”. Gli ex-nemici non furono più tali, ma persone umane da accogliere, sfamare, nascondere, aiutare nella fuga. Una storia così vera ed esemplare da diventare modello di convivenza. Una resistenza definita dagli storici “Resistenza Umanitaria”, con la centralità pura e semplice dell’Uomo in quanto tale. E proprio in difesa di un simile principio, migliaia di persone comuni, povere e spesso analfabete, hanno sacrificato perfino la vita per realizzare questo tipo di amore disinteressato. È il caso di Michele Del Greco, pastore di Anversa degli Abruzzi, che viene fucilato al carcere di Badia di Sulmona il 22 dicembre 1943, confessando al parroco che lo assisteva prima di essere fucilato: “Sa perché mi ritrovo in questa situazione? Perché ho fatto quello che mi avete insegnato: dar da mangiare agli affamati”. E come Michele Del Greco, numerose persone, uomini e donne, hanno posto in pericolo la loro vita, pur di aiutare quelli che lo chiedevano. Una lunga lista: Maria Di Marzio di Campo di Giove, Elisa Silvestri di Introdacqua, Iride Imperoli Colaprete di Sulmona, le vecchiette di Scanno, la gente di Borgo Pacentrano a Sulmona. 


Una storia spesso sconosciuta, ma densa di insegnamenti. Una vera lezione di vita. Oggi con le elezioni del 10 febbraio, in cui politica e uomini emergono ignorando o addirittura misconoscendo queste storie, l’Abruzzo e gli abruzzesi si trovano di fronte a situazioni nuove e pericolose. Non più l’amore a base dei rapporti, ma l’individualismo, la sopraffazione a vari livelli, da quello economico a quello ideologico. Un ritorno al passato. Ad un conflitto storico tra bene e male, tra nazi-fascisti e patrioti della Maiella. Una specie di suicidio di massa. Mai come in questa situazione valgono le parole di George Santayana scritte sulla porta di Auschwitz: “Se non si ricorda il passato, si rischia di ripeterlo”.

 
In questo odierno panorama socio-politico italiano, la realtà abruzzese sembra intervenire a gambe tese delineando un futuro ambiguo ed enigmatico: l’eterogeneità tra maggioranza e minoranza, l’impossibile dialogo tra la politica di un governatore appartenente ad uno schieramento di destra per storia e scelta personale, sostenuta dall’egemonia della Lega, notoriamente attestata su posizioni falsamente rivoluzionarie, ma conservatrici e reazionarie e la linea politica della minoranza, costretta ad una seria e pacifica opposizione, ricercata a tutti i costi. Un fascismo che rinasce senza nome, ma che resta sempre identico. D’altronde, per dirla con Wilhelm Reich, il fascismo è soprattutto una concezione della vita e del mondo, come giustamente affermava in “Psicologia di massa del fascismo”. Un libro pubblicato nel 1933 e sempre di grande attualità, perché non condanna aprioristicamente la realtà, ma cerca di interpretarla, di analizzarla, di spiegarne le motivazioni profonde. Per Reich “il fascismo, nella sua forma più pura, è la somma di tutte le reazioni irrazionali del carattere umano”. Basta osservare gli atteggiamenti dei piccoli capi della politica italiana per capire che si tratta di omuncoli, di copie false di leader del passato. 


Un quadro oggettivamente difficile, a meno che non nasca la novità di accettarsi semplicemente come uomini. Uomini senza pregiudizi, aperti, liberi in nome di un vero bene comune. Purtroppo nei tempi recenti e in quelli attuali, in Italia, si sta pagando lo scotto procurato da quella serie infinita di personaggi che non intendono ritirarsi dalla vita politica e vivono come salme mummificate, ostacolando il rinnovamento della politica e della democrazia. Forse è un’utopia immaginare un futuro dal volto umano, ma è in atto un mutamento dei tempi che riguarda tutti. Tutti siamo inseriti in un contesto in continua evoluzione. Restano, al di là e oltre il tempo, come un programma universale di vita le parole di Alba De Céspedes, nell’Abruzzo dell’autunno 1943: «Io non so quale sentimento mi augurerei di veder rinascere più prontamente in noi; ma credo la dignità… Poiché la nostra dignità – la personale dignità di ogni individuo e, di conseguenza, la dignità di un popolo – era scomparsa nell’accettare la dittatura…»

E ricordando l’accoglienza della gente abruzzese, scrive: «Entravamo nelle vostre case timidamente: un fuggiasco, un partigiano, è un oggetto ingombrante, un carico di rischi e di compromissioni. Ma voi neppure accennavate a timore o prudenza: subito le vostre donne asciugavano i nostri panni al fuoco, ci avvolgevano nelle loro coperte, rammendavano le nostre calze logore, gettavano un’altra manata di polenta nel paiolo. […] Del resto attorno al vostro fuoco già parecchie persone sedevano e alcune stavano lì da molti giorni. Erano italiani, per lo più: ma non c’era bisogno di passaporto per entrare in casa vostra, né valevano le leggi per la nazionalità e la razza. C’erano inglesi, romeni, sloveni, polacchi, voi non intendevate il loro linguaggio ma ciò non era necessario; che avessero bisogno di aiuto lo capivate lo stesso. Che cosa non vi dobbiamo, cara gente d’Abruzzo? Ci cedevate i vostri letti migliori, le vesti, gratis, se non avevamo denaro». 


Mauro Tedeschini, nel libro “Benedetti Abruzzesi” scrive alla conclusione: “Quel che ti dà speranza dell’Abruzzo è che basterebbe così poco per farne veramente la Svizzera d’Italia… Insomma ce la farà l’Abruzzo? Io, nel mio piccolo, faccio il tifo, perché questo pezzo d’Italia che vive all’ombra della Majella e del Gran Sasso mi è rimasto nel cuore”. Ma, alla luce della ricerca scientifica e delle riflessioni del maggiore storico a livello mondiale, Yuval Noah Harari, nei suoi libri venduti a milioni di copie, si analizza la novità del mondo in cui viviamo, sotto la gestione dell’algoritmo. Un mondo che va verso la globalizzazione, rafforzando la pace mondiale, anche se la pace non è semplice assenza di guerra, ma comporta l’implausibilità della guerra. Cosa che in gran parte oggi è stata realizzata. Tuttavia, sostiene Harari, per evitare che la democrazia vada verso il declino, bisognerebbe reinventarla in una forma completamente nuova, evitando il rischio di finire nella “dittatura digitale”. Per questo l’uomo dovrà appellarsi all’intelligenza in quanto capacità di risolvere i problemi e alla coscienza in quanto capacità di provare sentimenti.

Mario Setta 
Mario Salzano 
Pasquale Iannamorelli 
Bruno Di Bartolo 
Raffaele Garofalo
Valentino Ceneri 
Carlo Troilo 
Roberto Carrozzo 
Antonio D’Annunzio

Sulmona, 14 febbraio 2019

“Grand Tour a volo d’Aquila” – l’intervista di Fiorella Franchini


Rocca Calascio (L’Aquila) 

   


Desenzano del Garda   

                                                                       

Lago di Garda – Salò

Salento – Gallipoli

«E come si potrebbe non amare Italia? – ha affermato Henryk Sienkiewicz, – Credo che ogni uomo abbia due patrie; l’una è la sua personale, più vicina, e l’altra: l’Italia»Non è la solita rivendicazione di una presunzione culturale, bensì la testimonianza di una matrice spirituale, una sorta di “carattere sacro” che risulta più evidente quando guardiamo questo paese da lontano, magari “a volo d’Aquila” come il Grand Tour di Goffredo Palmerini, edito da One Group. L’esplorazione del giornalista abruzzese ha precedenti famosi, basta pensare al “Viaggio in Italia” di Goethe e Piovene, ma la prospettiva è diversa. Dall’Abruzzo si raggiunge la Calabria attraversando il Gargano e il Salento, senza tralasciare il Garda e il Friuli, e lo sguardo si sofferma su luoghi storici e naturali meno noti con la leggerezza del narratore e la sagacia del reporter.

Quali sono le linee di lettura di questo volume?

“Grand Tour a volo d’Aquila” è un distillato di quanto solitamente scrivo nel corso d’un anno o poco più e che affido alla fitta rete di testate (quotidiani, periodici, riviste, giornali on line, magazine), in Italia e all’estero, e alle agenzie internazionali, con le quali collaboro. Questo mio ottavo libro, in particolare, prende il titolo dai racconti di viaggio che raccoglie, capitoli che narrano l’Italia profonda, quella meno conosciuta all’estero, un’eccezionale cornucopia di singolarità, bellezze artistiche e naturali, tradizioni intriganti, colori e sapori stupefacenti. E’ l’esito d’una collaborazione con il Network i-Italy di New York, diretto da Letizia Airos.

Un’inchiesta che non vuole ricavare una sequenza di cartoline laccate, ma un reportage ancorato alla realtà e ideologicamente non contaminato, né ottimista né pessimista, ispirato dalla spiazzante curiosità che gli detta il suo sesto senso. Un diario di bellezza e di realtà.

Che cosa racconta?

Il libro vuole essere lo specchio della più bella Italia, dentro e fuori i confini. Non solo per i racconti di viaggio, ma anche per i personaggi che incontra, per le storie di vita che racconta, per i fatti e gli eventi che descrive, che siano in Italia o all’estero. Fatti, persone e luoghi che raccontano la bellezza e l’ottimismo, il desiderio d’un Paese – la nostra Italia – che diventi migliore grazie al contributo, piccolo o grande, che ciascuno dei suoi figli di buona volontà riescono a dare con amore, dentro i confini e in ogni angolo del mondo. Nei miei libri c’è l’Italia e l’altra Italia all’estero. C’è la provincia italiana con le sue ricchezze. C’è molto L’Aquila, la città, dove sono nato e vivo, la città che ho avuto l’onore di servire per quasi trent’anni come amministratore civico. La città che sta risorgendo dalla lacerante tragedia del terremoto del 2009.

Prevale la provincia, non più “bella addormentata”, simbolo della decadenza di un mondo autoreferenziale e chiuso in se stesso, bensì un territorio variegato, che si rivela piena di energie e capacità sconosciute e insospettabili. Il capoluogo abruzzese diventa il punto di partenza di un’indagine ad ampio raggio dentro e fuori l’anima di questo paese.

L’Aquila come simbolo di cattiva gestione pubblica del territorio?

Sarebbe ingeneroso e ingiusto un giudizio così tranciante. L’Aquila è una delle più belle città d’arte d’Italia, una bomboniera di bellezze, con una storia importante e singolare fin dalla sua fondazione, a metà del Duecento. L’Aquila, la Regina degli Appennini, ha tuttavia la sua storia contrassegnata da terremoti ricorrenti, i più devastanti nel 1349, 1461, 1703 e il più recente del 6 aprile 2009. L’Aquila è però sempre risorta, grazie alla resilienza della sua gente. Dopo l’ultimo terremoto si è molto indagato sulla gestione pubblica del territorio. In via generale il giudizio non può essere più severo che nel resto d’Italia, come invece talvolta è apparso sui media, in un’informazione sovente gridata e poco fedele alla realtà. Con un sisma di quelle proporzioni le criticità si sono rivelate nei centri storici del cratere – e questo poteva essere comprensibile data l’età degli edifici e le tipologie costruttive – e in alcune zone dove nel secondo dopoguerra, con uno sviluppo edilizio poco attento alla natura del terreno, si è edificato laddove per secoli si era evitato.

Quanto è stata importante la solidarietà nella ricostruzione?

La solidarietà nell’emergenza post-terremoto è stata straordinaria. L’Italia ha mostrato il volto più bello e concreto, una prova che ha commosso il mondo. Il volontariato è un patrimonio umano eccezionale del nostro Paese, che nel campo della Protezione Civile è nelle posizioni di vertice nel mondo. Come pure è stata straordinaria la prova di generosità offerta dagli italiani e dalle nostre comunità all’estero. Il loro contributo nella ricostruzione della città è abbastanza significativo, sebbene la spesa per la ricostruzione approntata dallo Stato sia ingente proprio per la natura artistica dell’Aquila, che dentro le mura ha censite e vincolate oltre duemila emergenze artistiche e architettoniche, è il sesto in Italia tra i centri storici più estesi e artisticamente rilevanti.

Di cosa c’è ancora bisogno?

La ricostruzione privata sta andando avanti abbastanza bene, anche come speditezza, meno quella pubblica per le note pastoie burocratiche. E’ più avanzata nel capoluogo, meno nelle 64 frazioni dell’Aquila, uno dei comuni più vasti d’Italia. Complessivamente, tra luci e ombre, si può giudicare soddisfacente, anche per la qualità della ricostruzione che sta restituendo una città più bella di prima e soprattutto tra le città più sicure riguardo al rischio sismico, per le tecniche innovative che sono messe in campo, in questo che è il cantiere più grande d’Europa. Ora c’è bisogno che all’esaurimento dei fondi stanziati fino a tutto il 2019 il Governo sia previdente e sollecito a finanziare l’ulteriore fase della ricostruzione. L’attenzione che da tutto il mondo segue la rinascita della città è l’ulteriore elemento di garanzia per il futuro dell’Aquila, diventata città universale dopo il terremoto del 2009, per essere stata scoperta nella sua dimensione artistica e per l’affetto e la vicinanza riservatale dopo la tragedia.

La raccolta non è solo un inventario di paesi fisici ma una ricerca appassionata e curiosa di luoghi mentali, culturali e spirituali che offre riflessioni nuove sull’identità di un Paese che attraversa una grave crisi identitaria messa in discussione non tanto dall’incontro con le altre culture ma dall’omologazione dominante. Una chiave di comprensione psicologica e geografica delle ragioni profonde dell’attuale degrado paesaggistico e sociale.

La valorizzazione della bellezza dei nostri territori può bastare per costruire finalmente un senso civile negli italiani?

La valorizzazione del nostro patrimonio culturale, storico e artistico è una precondizione necessaria, come pure la cura e la protezione del paesaggio italiano, auspicando che negli italiani finalmente cresca la consapevolezza che tale patrimonio – due terzi dell’intero pianeta – è la nostra più grande risorsa per il presente e per il futuro, il cespite più affidabile dello sviluppo del Paese. Il senso civico degli italiani è un esercizio che si affina in concreto, con la cultura e con la coscienza di quanta ricchezza dispone l’Italia.

Da quest’ottica il volume diventa un documento letterario, antropologico e giornalistico, «scrupoloso come un censimento, fedele come una fotografia e circostanziato come un atto d’accusa». La scrittura sottile, disincantata e, allo stesso, partecipe di Palmerini ci avvicina a universo di emozioni nei confronti del nostro paese che spesso dimentichiamo, mentre dal di fuori tutto è più chiaro.

Quale è il vero rapporto con il nostro paese dei connazionali che vivono all’estero? C’è nostalgia o rancore per essere dovuti andar via?

Fuori dall’Italia c’è un’altra Italia persino più numerosa di quella dentro i confini. Sono 80 milioni gli italiani delle varie generazioni dell’emigrazione nel mondo. Ed amano l’Italia più di quanto l’amiamo noi. Forse solo nella prima generazione alla nostalgia per la terra d’origine ha fatto da contrappunto un qualche rancore verso il proprio Paese, che spesso è stato distratto verso i propri figli emigrati.

Cosa chiedono all’Italia?

I nostri connazionali nel mondo non sono più quelli partiti con la valigia di cartone, descritti negli stereotipi. Hanno sofferto pregiudizi e stigmi, nella prima generazione dell’emigrazione. Poi i loro figli si sono man mano integrati nelle società d’accoglienza, si sono fatti apprezzare, hanno ora la stima e il prestigio che si sono meritati in ogni settore di attività. Sono nelle università, nelle imprese, nel mondo dell’arte, dell’economia, della ricerca, nelle Istituzioni e nei Governi, talvolta con ruoli di preminenza. Chiedono di essere conosciuti e riconosciuti, perché sovente le classi dirigenti in Italia non hanno piena consapevolezza e conoscenza del valore delle nostre comunità all’estero. La storia della nostra emigrazione è estranea e non entra ancora nella grande Storia d’Italia. Spesso la conoscenza del fenomeno migratorio si limita alla patina, con tutti di equivoci paternalistici che non accompagnano invece un forte investimento del Paese sulle comunità dei connazionali all’estero, i più motivati ambasciatori dell’italianità nel mondo.

Hai affermato in un’intervista che all’estero amano il nostro stile di vita, in concreto cosa piace?

All’estero ammirano l’Italia per le sue bellezze e per il paesaggio, per l’arte e le tradizioni, per i sapori della sua gastronomia, per le meraviglie delle città e dei borghi, per la creatività e il gusto italiano. Amano persino la lingua italiana che, sebbene con scarsi investimenti e aiuti, è la quarta lingua più studiata nel mondo. E poi amano il nostro stile di vita – l’italian way of life – così legato alla comunicatività, al piacere e alla simpatia che gli italiani sanno spesso esprimere.

I nostri valori tradizionali potranno resistere alla globalizzazione?

Le piccole città e i centri minori della provincia italiana, spesso autentici scrigni d’arte e di tradizioni originali che affondano radici nella nostra storia millenaria, sono luoghi di autentica preservazione dai fenomeni di spersonalizzazione culturale e massificazione. Nella nostra provincia si può davvero coltivare il valore dell’eccezionale ricchezza del costume e delle abitudini ataviche della gente italiana, tessere d’un mosaico che in fondo esprime il gusto di vivere all’ “italiana”. Appunto l’italian life style che tanto intriga all’estero, dove l’anonimato urbano e un urbanesimo senza radici non coltiva un’identità, quella invece che l’Italia detiene grazie all’eccezionale fioritura di culture e tradizioni locali nel caleidoscopio di borghi e città dove si vive a dimensione umana.

L’operazione narrativa di Goffredo Palmerini è davvero una passeggiata durante la quale si conosconobene i borghi e le città, se ne respira l’aria, e quasi sembra di parlare con chi ci vive, ma la responsabilità del comunicatore è vigile, profonda senza sentimentalismi, solo l’energia della terra.

A RAINBOW OF COLOURFUL POETRY – Dr.K.C.Sethi and Mrs. Sunita Sethi

A LONG JOURNEY Of Dr.K.C.Sethi and  Mrs. Sunita Sethi from Daman, India to bring up their concept in an enchanting manner.

In may 2018 this sweet and sincere  Sethi Couple visited Galatone , Italy to attend a famous festival GALATONE-2018 and to judge the enteries of Art & Poetry received in  various  events organised by Verbamulundi Art & Poetry, Italy. 

Having been known as originators and parents of pictorial poetry concept  framed in  coffee table books in the world, and ahievers of Golden Book Of World Records, Asia Book Of Records and India book of records on this beautiful and novice concept, 

They were most capable and suitable judges for our grand event held during the festival for 4 days . 
Hence  they were invited from India to grace the occasion and announce the judgement  . 
During this grand festival they launched  a  beutiful binder of pictorial poetry, GALATONE-2018, which

highly  impressed the audience and participants with its  beautiful pictorial poems and quotes.Apart from that they launched  other five coffee table books and a binder framed with pictorial poetry. 

They exhibited their works with other art and literature enteries.Mr George Onsy  from Egypt also graced the occasion with his philophical presentation to the audience. 
Sethi couple’s Pictorial Poetry coffee table books were the main attraction of the event since they were experiencing such a beautiful concept of poetry and photography 
Combination first time in history of Italy during 21st century.  

Mr K.C.Sethi was honoured with Life Time Career Award which was presented by the Director of Pope’s Cabniet Vatican city and highly designated media personality in the great church of Galatone 

I feel pleased and to write that they have worked very hard to develop this concept worlwide and seeded it in the land of Italy, Germany, Parague, UAE and recently in  Nepal when in  India it has touched reachable heights and the poets have started publishibg  pictorial poetry books and anthologies in the frame of coffee table books. Sethi couple helps fellow poets in drafting their coffee table books free of charge to spread their concept. 
They have drafted five coffee table books for Dr Poonam Wadhwa & Ms. Jyotirmaya Thakur and acclaimed great appreciation in poetry world.

Their latest two  anthologies have establised new heights in pictorial poetry when they invited research papers from the poets and research scholars on the subject  of  “Pictorial poetry” to strengthen  its plinth/foundations.  Out of 49 papers 40 were selected  for publication in a grand  pictorial binder named, “PICTORIAL POETRY : EXPANDING HORIZONS”  first ime in the history of english literature during 21st century.First ever pictorial anthology in the world it came ti be. 
After this publication they thought of publishing a pictorial poetry anthology and invited poems from all over the world  to  compile a beautiful coffee table book naming  “SHAPES OF LOVE”  which also got to be first ever pictorial anthology of poetry in the world. My two poems also  beautify this coloured pictorial anthology.Sethi couple  awaits an approval of its world record  being the first pictorial anthology in  the world from Golden Book of World Records. 

Wish them more success and peace in their lives. 

Regina Resta 
President 
Verbamulubdi Art 
Galatone, Italy.