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Nel segno di un giornalismo sociale al servizio dell’Altro – TIZIANA GRASSI

Annotazioni sul Grand Tour a volo d’Aquila, il nuovo libro di Goffredo Palmerini

ROMA – Sulle convergenze ideali che nella stima profonda da moltissimi anni mi legano in un sodalizio culturale e professionale all’amico fraterno e collega stimatissimo Goffredo Palmerini, un’annotazione. Quando mi ha chiesto di curare la prefazione al volume Grand Tour a volo d’Aquila, questa sua nuova creatura, ho accettato subito con slancio e l’ho ringraziato per questo privilegio, ma non nascondo che ho avuto anche un sobbalzo di emozione. E molto mi sono interrogata sulle motivazioni della sua scelta nell’affidarmi un ruolo così prestigioso, tanto più se accompagnata, in apertura di questo volume, da una personalità come Hafez Haidar, pluricandidato al Nobel per la Pace e la Letteratura.

Riflettendo a lungo, mentre leggevo con l’ammirazione di sempre le bozze di questa antologia nel continuum con quelle precedenti, e ne penetravo i significati, i singoli contributi, le prospettive, le pregnanti immagini, emergeva una risposta che costantemente mi riconduceva a un punto, a quel modo che ci accomuna di aderire nel profondo alle questioni dell’Uomo, e dell’uomo migrante in particolare. Un’adesione profonda nata dall’incontro con Goffredo durante i miei dieci anni di lavoro come autrice di programmi di servizio per gli italiani all’estero a Rai International, nello storico “Sportello Italia”. Una tv di servizio pubblico di indiscusso valore.

Un programma di servizio – dimensione di un giornalismo sociale, al servizio dell’Altro, che mi avvicina a Goffredo – di irripetibile portata perché esperienza umana, prima ancora che professionale, davvero fuori dall’ordinario. “Sportello Italia” mi ha spalancato mondi sul patrimonio sconfinato di tutte le storie di vita che hanno scritto la Storia del nostro Paese: milioni di emigranti che con il loro essenziale contributo, oggi riflesso attraverso i discendenti, hanno assicurato lo sviluppo della Madre Patria e dei Paesi di arrivo. È a partire da questa trasmissione che ho sviluppato la necessaria sensibilità e la passione civile per il successivo interesse all’approfondimento e alla ricerca nel vissuto migratorio di tutti quei milioni di donne e uomini che, ieri come oggi, conoscono lo strappo della migrazione.

Conosco Goffredo Palmerini dal 2006, quando intervenne come ospite nel programma per rendere note le iniziative che la Regione Abruzzo, attraverso il Consiglio Regionale Abruzzesi nel Mondo – di cui era un componente – aveva intrapreso a favore dei propri corregionali all’estero. Colsi subito il forte carattere morale che era capace di imprimere a questi temi, quel senso di responsabilità così particolare nel farsi ponte tra le ‘due Italie’. E questo era perfettamente in sintonia con la mission di un programma Rai che ponte era in ogni sua espressione di informazione per tutti gli italiani nel mondo. Un programma che è stato per me humus per realizzare poi il Dizionario Enciclopedico delle Migrazioni Italiane nel Mondo di cui Goffredo è uno dei più prolifici autori oltre che membro del Comitato scientifico.

Abruzzesi e abruzzesità, significato profondo dell’appartenenza e delle radici, associazionismo, rimesse, oriundi, stage universitari e gemellaggi, accordi e convenzioni bilaterali, rapporti con la stampa estera, criticità della rete diplomatico-consolare, Musei e Feste dell’Emigrazione, viaggi della memoria e del ritorno: con quella sua pacata modalità, Goffredo affrontava questioni nodali di un senso di comunità e di un’italianità tutta da coltivare, valorizzare e amare. Lo ascoltava partecipe Francesca Alderisi, per molti anni al timone del programma come autrice e conduttrice, e dal marzo di quest’anno impegnata come Senatrice della Repubblica Italiana; una vita dedicata con il cuore agli italiani all’estero, a dar loro ascolto, voce e rappresentanza. E sempre lei determinata promotrice e madrina del Giardino Italiani nel Mondo, inaugurato a Roma nel 2013, la prima targa toponomastica d’Italia dedicata ai nostri connazionali all’estero.

Andando avanti nel tempo, ho ritrovato l’amico Goffredo col quale condividere attività performanti nel segno di un giornalismo sociale al servizio dell’Altro. A questo proposito non posso non ricordare il suo generoso sostegno nella condivisione con me della massima diffusione nel mondo delle molteplici attività di assistenza socio-sanitaria dell’INMP (Istituto Nazionale Salute Migrazioni e Povertà) a tutte le persone in difficoltà, italiane e immigrate, che cercano una vita migliore nel nostro Paese. Voglio qui ricordare il ‘viaggio spirituale’ della Croce di Lampedusa, realizzata con i resti dei barconi dei migranti morti nel Mediterraneo e benedetta da Papa Francesco. Una croce che proposi arrivasse da Roma fino a L’Aquila, da Goffredo, che la prese in custodia nelle tappe di Paganica, Pettino, Pizzoli e Vasto. Ancora oggi mi emoziona ricordare quella ‘strada’ che dal Lazio correva lungo le curve verso l’Abruzzo quale segno vivo del viaggio di tanti migranti alla ricerca di un futuro di speranza. Quella croce era ed è, nel suo viaggio che continua, testimonianza umana e spirituale di armonia tra fedi e culture diverse, di accoglienza e solidarietà compartecipativa.

Lampedusa vuol dire ormai “porta”: porta del dolore, porta della speranza. Porta che accoglie. Lampedusa ci convoca tutti. E rimanda le nostre coscienze a quelle tre Madri che, ieri come oggi, ogni persona migrante ha lasciato: la propria Madre naturale, la Madre terra, la Madre lingua. Di fronte a queste luttuose perdite, dovremmo lasciare spazio solo al silenzio. E invece, nella ribalda mollezza di princìpi che il nostro tempo registra, abbiamo ridotto il delicatissimo tema dell’accoglienza a questioni di controllo, facendo prevalere logiche securitarie e di ‘contenimento’ sull’onda strumentale delle paure. Ci siamo ritrovati – e mi si perdoni, qui, il plurale – sguarniti di valori fondativi ed eticamente condivisi.

Nella nuova storia sociale tutta da ricostruire, la domanda centrale è capire se l’Altro è per noi entità astratta e lontana o nucleo umano significante. Goffredo Palmerini, con la vigile consapevolezza che ritroviamo tra le pieghe di questo volume, ci consegna la risposta, unica e inequivocabile: i fatti sociali cui ognuno di noi può dare vita, ogni giorno, nel silenzio dei gesti più ordinari, sono ‘luoghi’ importanti di rigenerazione e ricchezza umana. Ecco perché tutti noi gli dobbiamo gratitudine profonda. Per il suo essere, in questo nostro tempo spaesato e spaesante, legame, punto di riferimento e aiuto al giusto porsi e giusto agire.

Tiziana Grassi

*studiosa di migrazioni, scrittrice.

“LA CHIESA HA FALLITO” di Mario Setta

LA CHIESA HA FALLITO

 

di Mario Setta *

 

Le parole di papa Francesco “La Chiesa ha fallito”, pronunciate in Irlanda lo scorso 25 agosto, in riferimento alla vastità della piaga della pedofilia nell’istituzione ecclesiastica, dimostrano la gravità del problema e l’impotenza nel trovare una soluzione. Da anni è stata sollevata la questione, attraverso i processi e le vie legali alle quali sono ricorse le vittime di un simile crimine, ma non c’è stato il benché minimo segnale di miglioramento. Tutt’altro. La situazione è andata peggiorando nella varie parti del mondo, dove la chiesa cattolica ha radici profonde e secolari.

Già nella prefazione al libro di Daniel Pittet, “La perdono, padre”, papa Francesco rilevava l’aberrazione del peccato di pedofilia nella Chiesa, dichiarando che quella testimonianza era “necessaria, preziosa e coraggiosa”. Oggi la piaga è andata sempre più espandendosi fino a diventare una specie di pandemia cattolico-ecclesiastica. Alla gravità della questione morale si aggiunge la polemica ai vertici della Chiesa Cattolica, sollevata dall’ex-nunzio a Washington Carlo

Maria Viganò, al quale replica, in una intervista, papa Francesco coinvolgendo, stranamente e fiduciosamente i giornalisti, con le parole: “Leggete voi attentamente e fatevi un giudizio… Avete la capacità giornalistica per fare le conclusioni. È un atto di fiducia in voi. Vorrei che la vostra maturità professionale facesse questo lavoro”. Parole che evidenziano come il problema assuma caratteri di aperta discussione, prescindendo dal ruolo dei vari protagonisti.

Di fronte ad una malattia, una specie di pandemia come è la pedofilia, occorre ricercare le cause per una diagnosi precisa ed efficace e proporre la terapia. Finora, nulla è stato realizzato in merito. Ci si è limitati alla descrizione, alla denuncia dei responsabili come nel report della Pennsylvania o nel film Spotlights, ma nessun intervento terapeutico. Alla luce del fatto che anche i preti-pedofili son persone malate che andrebbero curate. Senza ipocrisia e senza malevolenza, come invece sembra apparire dal comportamento dei due papi viventi, Benedetto XVI e papa Francesco. Papa Francesco ha addirittura pronunciato le parole “Userò il bastone contro i preti pedofili”, senza chiedersi il perché di tale atteggiamento deviante e peccaminoso e né riflettere sulle cause.

In Italia una inchiesta sul clero e sulle sue devianze non è stata realizzata né sembra possibile. Eppure problemi di pedofilia e casi di preti pedofili ce ne sono tanti. Anche clamorosi. D’altronde è sufficiente scrivere su google “preti pedofili” per avere davanti un elenco di preti processati per pedofilia. Ma il vero problema è alla radice. Perché la Chiesa ha usato e in gran parte continua ad usare la deformazione della persona umana. Se un prete pedofilo arriva al suicidio, e ci sono tanti casi, ci si deve chiedere qual è la causa di una simile tragedia. E la causa non è che la formazione giovanile. L’invenzione d’una vocazione per sempre. Il modello del “sacerdos in aeternum”, quando invece la vita di ogni uomo non è che un continuo divenire. L’Homo evolutivus.

La formazione di seminario è una aberrazione pedagogica. Un luogo chiuso, separato dal resto del mondo, in cui giovani maschietti, reclusi di giorno e di notte, restano prigionieri di un sistema che li addottrina e li schiavizza. Una violenza istituzionale che tende a distruggere la persona umana nelle sue dimensioni di libertà, di affettività, di relazione. Nel libro “Il volto scoperto” ho cercato di raccontare la mia vocazione di quindicenne che entra in seminario e vi resta nove anni. Una vita ascetica, interiorizzata, macerata fisicamente e moralmente. Una formazione a senso unico.

La grande colpa dell’istituzione ecclesiastica è privare i giovani della possibilità di scegliere altre vie, incatenandoli alla sola “professione” sacerdotale. L’impossibilità ad essere liberi diventa schiavitù.  Si resta prete come una condanna. Un prigioniero di se stesso. Con il peso enorme della crisi di coscienza che lacera interiormente, frutto d’una assurda fede-capestro. Solo abolendo i seminari e tornando all’antica formula della formazione in itinere o della elezione di preti e vescovi da parte del popolo, sarà eliminata la piaga della pedofilia. Suggerimenti e proposte che già nel 1832 venivano esposti in un famoso libro, condannato, dal titolo “Le cinque piaghe della Chiesa”, scritto dal prete filosofo Antonio Rosmini. Chissà se ci fosse qualcuno a suggerire a papa Francesco di riprenderlo tra le mani e riproporlo come una esortazione apostolica, in linea con la “Evangelii Gaudium” del 24 novembre 2013, per il rinnovamento del clero e della chiesa.

Purtroppo, finora solo parole di esortazione, di lamento, ma nessuno sconvolgimento del sistema clericale. Il modello non può che essere quello di Cristo: l’annientamento (kenosi). Su questa linea di povertà estrema e di testimonianza evangelica sarebbe auspicabile adottare alcune riforme radicali: annullare la curia, azzerare le diocesi e le parrocchie, fare del Vaticano un centro di spiritualità e di testimonianza evangelica. Una Chiesa veramente povera che non si affida al finanziamento statale, né alla sciagurata “Donazione di Costantino”, dimostrata falsa da Lorenzo Valla, ma al contributo libero e spontaneo dei fedeli.  È chiaro che tutto ciò non può essere preteso da un papa come Francesco, che solo da pochi anni ha le chiavi di Pietro, ma è certo che il cammino iniziato è irreversibile e che la Chiesa del futuro sarà sempre più l’immagine di Cristo nudo inchiodato sulla croce.

 

Mario Setta, ordinato sacerdote nel 1962, ha studiato e conseguita la licenza in Scienze Sociali alla Pontificia Università Gregoriana; si è laureato in Sociologia e Filosofia all’Università di Urbino; ha pubblicato articoli su “L’Osservatore Romano”; ha curato il libro sul periodo di vita a Scanno e in Abruzzo del Presidente della Repubblica Italiana, Carlo Azeglio Ciampi, “Il sentiero della Libertà, un libro della memoria con Carlo Azeglio Ciampi” (Laterza 2003); ha curato con Maria Rosaria La Morgia il libro “Terra di Libertà, storie di uomini e donne nell’Abruzzo della seconda guerra mondiale”.  

 

“NA K14314”, a Caserta Paolo Miggiano presenta il suo ultimo libro in memoria di Giancarlo Siani – Teresa Lanna

by https://informareonline.com/na-k14314-a-caserta-paolo-miggiano-presenta-il-suo-ultimo-libro-in-memoria-di-giancarlo-siani/

Giancarlo Siani era un ragazzo di 26 anni. Faceva il giornalista. Lo scrive più volte, Paolo Miggiano, nel suo ultimo libro NA K14314 – Le strade della Méhari di Giancarlo Siani, che narra la storia del giovane giornalista di Torre Annunziata, che fu barbaramente ucciso trentatré anni fa. Giancarlo raccontava la verità; questa era la sua unica colpa. Pagò per essere stato “scomodo”. Venne ucciso intorno alle nove di sera, sotto la propria abitazione, nel quartiere Vomero, a Napoli. Era il 23 settembre 1985. Aveva appena parcheggiato la sua Méhari; la macchina che, dal 23 settembre 2013, Paolo Miggiano* ha preso in consegna, custodendola gelosamente come se fosse un essere umano e che è diventato vessillo della legalità e della libertà di stampa. Quell’automobile gli fu affidata da Paolo Siani, fratello di Giancarlo, il quale sapeva che con Paolo Miggiano sarebbe stata al sicuro e avrebbe continuato a mantenere viva la memoria di un giovane giornalista che sognava un contratto stabile nel mondo che gli era sempre piaciuto.

C’è un qualcosa che va oltre la tristezza, nel pensare ad un ragazzo barbaramente assassinato. Ci sono le passioni comuni a molti giovani che in lui si riconoscono; c’è la voglia di raccontare. C’è un sogno che lui aveva già realizzato, in parte, e che fu messo per sempre a tacere. Quello di dar voce ai più deboli, di fare giustizia. Di lui, di quel ragazzo bello e sorridente con la Méhari verde, si è detto tanto, ma quel tanto non è mai troppo.

A Giancarlo Siani sono state intitolate scuole, aule, strade ed un premio giornalistico ne tiene viva la memoria. Se fosse ancora vivo, se ancora potesse scrivere i suoi articoli, forse alle sue inchieste e al suo impegno non verrebbe dato lo stesso valore che hanno ora. Perché a volte è così, nel mondo dei vivi.

Tuttavia, Giancarlo Siani è più vivo che mai. Vive in tutti i giovani che come lui hanno una passione e cercano di coltivarla, sperando diventi un lavoro. Vive in tutti i giornalisti che fanno il proprio dovere: scavare senza sosta tra le pieghe di quei fatti immersi nell’ombra. Vive in tutti coloro che amano la verità e aborriscono le menzogne.

Domani, 7 luglio, alle ore 19:00, Paolo Miggiano presenterà NA K14314 – Le strade della Méhari di Giancarlo Siani, un libro che ha molto da raccontare. L’appuntamento è fissato presso lo Chalet Genovese dal 1946, in Piazza Vanvitelli, a Caserta.

L’ingresso è libero, per tutti coloro che vorranno leggere una pagina della nostra storia ancora da chiarire.

*Paolo Miggiano (Minervino di Lecce, 1954). Laureato in Scienze dell’Investigazione, con un master in “Criminologia” e uno in “Valorizzazione e gestione dei beni confiscati alle mafie”, è giornalista pubblicista. Per molti anni elicotterista della Polizia di Stato. Già membro della Direzione Nazionale di CittadinanzAttiva Onlus e degli Organismi di rappresentanza dei lavoratori della Polizia di Stato. È stato coordinatore e responsabile dei progetti editoriali della Fondazione Pol.i.s., con la quale tutt’ora collabora. Tra i suoi libri: Morire a Procida (la Meridiana); I nuovi modelli di sicurezza urbana(Aracne); Qualcun altro bussò alla porta (Spot-zone); A testa alta (Di Girolamo Editore) – Premio Giancarlo Siani 2012; Premio Tulliola Filippelli 2014; Premio Fortuna 2017; Ali spezzate (Di Girolamo Editore) – Premio Nabokov 2015; Premio Nicola Zingarelli 2015; Premio Tulliola – Renato Filippelli 2015 – 2016; Premio Gran Prix 2016; Premio Medusa Aurea 2015 – 2016; Premio San (Remo) Amatori 2016; Premio Nazionale per la Legalità e la Sicurezza Pubblica 2016; Premio “Fortuna Dautore” 2015; Premio l’Iride 2016; Premio Essere donna oggi 2016; Premio L’Arcobaleno Napoletano 2016; Premio Salvatore Quasimodo 2016; Premio Città del Galateo 2017; PNIN – Antologia AA. VV. (Tra le righe libri) – Premio Nabokov 2016; La guerra di Dario (Tra le righe libri) – Premio Nabokov 2017; Fuori tutto, AA. VV. (L’Erudita).

Stefano Vitale – La saggezza degli ubriachi – Dario Capello

Stefano Vitale – La saggezza degli ubriachi

Edizioni La Vita Felice, Milano – Prefazione di Alfredo Rienzi, 2017

 Il tono, la spada, la preghiera

 

Nota su Stefano Vitale, “La saggezza degli ubriachi”

Primo viene il tono. Lo stesso termine indica un sistema di sostegno, una “langue”, una tonalità per il musicista e anche una disposizione volitiva, come “enèrgheia”, nel vivente.

Qui, nel libro in questione, “tono” è affermare una presenza e una sintonia col mondo, nonostante tutto, senza illudersi di voler capire. Dice bene Alfredo Rienzi quando ci ricorda la “veemenza concettuale” che innerva il mondo poetico di Vitale. E ciò comporta una concreta assunzione di responsabilità.

Sulla pagina questa energia prende frequentemente una direzione eroico-marziale, attestata da una discreta ricorrenza di lessemi quali “rabbia”, “ring”, “duro combattimento” e così via. Tutti indicatori metaforici di una tonalità yang dinamica e virile, qui e là persino eroica.

E’ la spada. Ma non combatte alla cieca. Resta forte, in inquietudine, una continua interrogazione di senso. Ecco la domanda che brucia, sempre scandita, insaziata, di una forma e di un senso. Ricerca di una forma che, economizzando, abiti e faccia vibrare tutta quella forza, quella verve, quella sovrabbondanza di energia. Il “punto fermo da cui ricominciare”, o ancora, in controcanto sull’ eco di Montale, “una parola certa e precisa \ che ci rassomigli una volta per tutte”.

Ma la stessa idea di perfezione, ci ricorda Stefano Vitale con bella concisione, è una “bestia della notte”. In questa immagine della bestia della notte si concentra l’inquietudine da insonne di chi sa, in piena consapevolezza, che ogni domanda posta deve (sottolineo questo deve) venire riassorbita da una penetrazione successiva.

Solo così, inghiottita dai suoi stessi rimbalzi (quante torsioni, quante rovesciate nella poesia di Vitale) la parola, guidata dal canto, rivela il suo essere preghiera. E per preghiera intendo parola che agisce, Quella parola che convoca forze, anche sconosciute. E sono le stesse forze già presenti in figura di spada, come indicatrici di una volontà, di una presenza. In fondo, la spada è anche la forza del distacco.

Nel farsi della poesia di Vitale ogni voce deve entrare in risonanza con altre voci interne e sottostanti, consegnate a una legge che non appartiene del tutto al singolo elemento. Sono voci in contrappunto. Così, ad apertura di pagina, avviene che ci sia una linea che permette al lettore di seguire la bella sonorità e il filo sintattico, e al tempo stesso che ci sia anche una distorsione, una scalfittura che prefigura varie direzioni del testo. E sull’onda di queste riflessioni “musicali” vorrei ricordare una poesia, fra le tante, che mi è parsa davvero cruciale. E’ quella ispirata dal quartetto di Mozart, “delle dissonanze”. Ne riporto soltanto la clausola profonda e suggestiva: gnomica.

“L’inquietudine nasce dalla leggerezza / non serve battere i pugni, strapparsi i capelli / basta l’incanto d’una carezza / per rendere terribile lo sguardo,”

Di fronte a versi come questi si può riprendere ciò che Victor Segalen scriveva a proposito delle Stele: “costringono alla sosta in piedi, faccia a faccia con loro”.                                                                                                                        Dario Capello

 

Stefano Vitale (1958), vive e lavora a Torino.

Nel 2003 ha pubblicato (con Bertrand Chavaroche e Andy Kraft) la plaquette Double Face (Ed. Palais d’Hiver, Gradingnan, Francia, nel 2005 Viaggio in Sicilia (Libro Italiano, Ragusa), Semplici Esseri (Manni Editore, Lecce).  Per le Edizione Joker ha pubblicato Le stagioni dell’istante (2005) e La traversata della notte (2007).  Nel 2012 ha pubblicato Il retro delle cose presso le edizioni Puntoacapo; nel 2013 per PaolaGribaudoEditore la raccolta di poesie “Angeli” (con illustrazioni di Albertina Bollati) che ha dato vita ad un importate spettacolo di teatro-danza andato in scena al Teatro Astra il 12 maggio 2014.

Nel 2015 ha curato (con Maria Antonietta Maccioccu) la raccolta di poesie “Mal’amore no” edito da Se Non Ora Quando. Nel 2016 ha partecipato alla mostra “del pittore Ezio Gribaudo “la figura a nudo” con una plaquette di 24 poesie pubblicate in mostra e sul catalogo.  Sue poesie sono pubblicate in riviste ed antologie tra cui ricordiamo “Poesia in Piemonte e Valle d’Aosta “ (2012) e “Il Fiore della poesia” (2016) entrambe da “Puntoacapo” edizione. Nel 2017 ha pubblicato presso l’editore “La Vita Felice” la raccolta “La saggezza degli ubriachi”.

 

«L’Archeologo di Dio» di Roberto De Giorgi – Nel romanzo un professore texano racconta la sua vita dalle avventure in Palestina a Megiddo per finire in Messico

Un tuffo surreale nell’archeologia biblica statunitense

«L’Archeologo di Dio» di Roberto De Giorgi

Col nome di fantasia di Nelson Bentham Mill un professore texano racconta la sua vita dalle avventure in Palestina a Megiddo per finire in Messico

La storia di questo romanzo (edizioni Streetlib, pag 272) di Roberto De Giorgi ha un precedente straordinario, che si rifà a quella stupenda frase che l’autore del «piccolo Principe» Antoine de Saint-Exupéry scrive alla fine del suo bellissimo romanzo: «non importa diventare grandi, l’essenziale è non dimenticare». Il nostro autore afferma di aver recuperato, pochi anni fa, degli appunti in una cartellina rosso scuro che scrisse a 18 anni, dieci paginette in parte compilate a mano con una penna rossa e in parte battute su pagine di un quaderno a quadretti con la macchina da scrivere Remington. Ciò che avviene è come se ci fosse un legame tra quello che c’era nella testa del giovinetto, fermatosi troppo presto perché capiva quanto fosse grande per lui e l’adulto sessantenne che venendo in suo soccorso continua la storia e la completa.
E va detto che quelle dieci paginette schierano sulla scena tutti i protagonisti degli scavi a partire dai due personaggi principali del romanzo: Nelson, all’inizio giovane geologo appassionato di archeologia che parla in prima persona – nel 1925 ha 30 anni – e il suo amico, concittadino, anche lui El Paso, Sam, di professione foto-reporter, di appena 23 anni. L’autore mantiene il tono narrativo dello studente liceale, ex seminarista che ricercava la tradizione dei grandi ricercatori biblici statunitensi che proprio tra il 1925 e il ’39 scavarono a Magiddo le scuderie di Re Salomone.
Da qui parte la storia che vede i due cominciare un viaggio fantastico, attraverso la caverna Paradiso che come un gioco dell’oca devono completare andando solo avanti e che li porterà al cospetto dei flagelli biblici al popolo che loro vivono seguendo i maghi del faraone egiziano. Con un salto di un ventennio i due amici si ritrovano nel 1945 a Napoli, come ufficiali di complemento alla fine del secondo conflitto e questo racconto ha un titolo emblematico: “La croce insanguinata” per le grandi efferatezze della guerra e quasi come una sorta di catarsi dell’anima l’archeologo cinquantenne deve scoprire che fine abbia fatto il tenente Sam misteriosamente scomparso dopo aver difeso una ragazza che veniva brutalizzata da loschi figuri. Scene rapide da thriller con l’incontro con la camorra e l’esoterismo nazista. Di ventennio in ventennio, come nella temporizzazione inserita dai Dumas nella trilogia dei Moschettieri, ci ritroviamo nel 1965 a El Paso. Qui il settantenne professore racconta l’ultimo episodio avventuroso della sua vita, dove la ricerca archeologica lo porta, insieme alla sua ex allieva Kate in Messico a scoprire un gesuita eremita scomparso nelle montagne che sovrastano Monterrey. Qui si sfocia nell’aldilà. Sarà questo l’ultimo arcano mistero che la piccola e indifesa professoressa Kate deve risolvere perché è arrivata la maledizione di un demone e la liberazione è impresa ardua.

Sinossi

Thriller, fantareligione, inchieste, ricerche, esoterismo, horror, viaggi nel tempo, c’è di tutto in questo romanzo che raccoglie 60 anni di vita di un professore texano con la passione dell’archeologia. Lo vediamo nel 1925 negli scavi a Megiddo per scoprire le scuderie del Re Salomone, nel 1945 a Napoli alla fine del secondo conflitto mondiale, nel 1965 in Messico in una sorta di ricerca sull’archeologia dell’esistenza. Per finire, l’ultimo racconto vede protagonista Kate, una sua ex allieva e ora professoressa nella sua stessa scuola di El Paso, che deve sconfiggere la maledizione della nipote di Belzebù. Nelson Bentham Mill, è un personaggio inventato che rispecchia la tradizione biblista dei ricercatori statunitensi, racconta in prima persona la sua vita nei primi tre racconti; la sua è una religione dei primordi, legata al mondo del mistero, calata dentro una realtà densa di sentimenti di amicizia, amore, passione, paura e sofferenze. Ma vi sono risvolti della camorra a Napoli e del narcotraffico in Messico, come fenomeni di contorno che entrano con la loro prepotenza e arroganza nelle storie.


L’autore

Editore di un giornale online, l’autore si alterna tra scrittura di cronaca, ecologia e racconti fantastici. Nato a Taranto nel 1953, Roberto De Giorgi ha vissuto tra vocazione religiosa, teatro giovanile di base, cooperazione sociale e associazionismo. Per otto anni ha vissuto tra Bari e Roma contribuendo alla nascita della Lega Ambiente come responsabile meridionale dell’ARCI. Si è battuto contro la tratta delle braccia nelle campagne del Sud scrivendo il suo primo romanzo “Cira e le altre, braccianti e caporali” che è un atto di denuncia contro la violenza sulle donne da parte della malavita organizzata. E’ stato redattore di un giornale politico e poi sindacalista e per 10 anni docente nella formazione professionale e poi da 20 anni esperto di post-consumo.

Il libro è già disponibile nell’edizione cartacea su Strettlib al seguente indirizzo

https://stores.streetlib.com/it/roberto-de-giorgi/larcheologo-di-dio

e fra qualche giorno su Amazon all’indirizzo

«Lamericaaa! Lamericaaa! 1916», l’emigrazione raccontata ai ragazzi – Goffredo Palmerini

Il volume illustrato di Roberto Giuliani inaugura la Collana ControVento delle Edizioni Menabò.

L’AQUILA – E’ uscito a fine dicembre 2017 il volume “Lamericaaa! L’Americaaa! 1916” di Roberto Giuliani, pubblicato da D’Abruzzo Edizioni Menabò, primo libro della Collana illustrata per ragazzi “ControVento”, ideato e realizzato dall’Associazione culturale “Tutti pazzi per Corvara”. “L’obiettivo principale dell’Associazione – ci dice Anna Pia Urbano, architetto, infaticabile animatrice e presidente del sodalizio – è quello di tutelare e valorizzare l’identità storica, culturale, artistica, architettonica, archeologica, paesaggistica e ambientale del territorio di Corvara, piccolo borgo in provincia di Pescara. Abbiamo pensato anche alla memoria della comunità di Corvara, che tanti dei suoi abitanti ha visto partire per le terre d’emigrazione. Lo abbiamo fatto soprattutto con e per i giovani, realizzando per loro un concorso a premio per l’illustrazione, che avesse come tema una storia d’emigrazione. E’ stato un grande successo, più grande d’ogni lusinghiera aspettativa.”

Il progetto “ControVento – Collana illustrata per ragazzi” prevede infatti una raccolta di storie vere, romanzate, di personaggi storici e gente comune dall’esistenza sconvolta. Percorsi di vita “controvento” obbligati dalla miseria e dalla guerra, o imposti dalla volontà di prepotenti, o ispirati da libera scelta per rincorrere un futuro migliore. Migrazioni indotte o spontanee legate da una comune sofferenza, ma soprattutto dalla speranza.Tutti i racconti riportano, in appendice, una sezione tematica di approfondimento e sono illustrati da giovani disegnatori diversi, con lo scopo di differenziare e valorizzare i testi rendendoli unici, esaltando inoltre la narrazione con una diversa interpretazione artistica, pur mantenendo gli stessi aspetti editoriali.

L’idea originale prese avvio all’inizio dello scorso anno quando l’Associazione “Tutti pazzi per Corvara” bandì il Premio CORVARAbruzzo per l’Illustrazione, concorso nato per promuovere e divulgare il patrimonio della cultura dell’emigrazione abruzzese attraverso l’illustrazione rivolta ai ragazzi. L’iniziativa, organizzata dall’Associazione in collaborazione con la Scuola Internazionale di Comics di Pescara e altri partner culturali e istituzionali, ha riscontrato una grande partecipazione di giovani di talento, con lavori di notevole creatività e pregio grafico. La Giuria professionale, tra le proposte in concorso, scelse gli elaborati grafici di Simona Pasqua, vincitrice della prima edizione del Premio, le cui illustrazioni corredano appunto “Lamericaaa! L’Americaaa! 1916” di Roberto Giuliani, primo racconto della Collana ControVento.

L’eco del Premio è giunta perfino in Rai, che sul canale dedicato agli italiani nel mondo (Rai Italia) ha dedicato un’intervista all’arch. Anna Pia Urbano nel seguitissimo programma Community, condotto da Benedetta Rinaldi e Alessio Aversa, in una delle puntate trasmesse del 2017. Ma veniamo ora alla storia raccontata in questo primo volume. E’ ancora Anna Pia Urbano a parlarne: “A cento anni dalla fine dei tragici eventi della Grande Guerra (1915-1918), come annota Goffredo Palmerini nella Presentazione al volume, viene pubblicata la storia di un ragazzo sedicenne abruzzese, Antonio Rosati, nato a Torre de’ Passeri, cheil padre nel 1916 costrinse ad emigrare a New York per sottrarlo al rischio di essere chiamato alle armi e inviato al fronte dove tanti suoi coetanei avrebbero perso la vita o sarebbero rimasti mutilati, come capitò ai “ragazzi del ‘99” dopo la tragica rotta di Caporetto dell’ottobre 1917. I racconti illustrati sono tutti contestualizzati nel territorio di Corvara, un piccolo comune della Provincia di Pescara di meno di trecento abitanti, oggetto del lavoro di valorizzazione portato avanti dalla nostra associazione attraverso molteplici iniziative, ma le storie narrate, nascoste nelle pieghe della cosiddetta “storia minore”, potrebbero appartenere a qualsiasi altro paese delle aree interne dell’Abruzzo e hanno lo scopo di sensibilizzare le nuove generazioni verso alcune importanti tematiche attraverso l’illustrazione”.

L’Associazione “Tutti pazzi per Corvara”, a tale scopo, appena dopo la pubblicazione del libro, ha promosso un progetto didattico legato al tema dell’emigrazione abruzzese, con l’obiettivo di svilupparlo con le scuole durante l’anno formativo. E’ di qualche giorno fa la notizia che la prima iniziativa è stata infatti realizzata, in collaborazione con Kiwanis Club Chieti Theate, con gli alunni della Scuola Secondaria di Primo Grado dell’Istituto Comprensivo 3 “Vincenzo Antonelli” di Chieti. Agli studenti che hanno partecipato all’incontro è stato illustrato, con l’apporto dei docenti, il contesto storico nel quale si colloca la vicenda narrata in “Lamericaaa! L’Americaaa! 1916”, sia riguardo la Grande Guerra che l’emigrazione italiana. A ciascuno studente, infine, è stata donata una copia del libro. A maggior chiarezza della storia raccontata e illustrata nel volume di Roberto Giuliani, e sul valore emblematico dell’iniziativa, qui di seguito si riporta il testo integrale della Presentazione che apre il volume.

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Con un’ala sola da Molfetta a tutto il mondo

Con un’ala sola
da Molfetta a tutto il mondo

MOLFETTA. Domenica 18 marzo 2018, nella zona industriale di Molfetta, l’Anfiteatro don Tonino Bello, alle ore 17,00, ospiterà la presentazione del libro di don Giuseppe de Candia “Con un’ala sola”.

L’iniziativa gode del patrocino del Comune di Molfetta e del sostegno di Network Contacts.

In occasione del 25° anniversario della morte di don Tonino Bello, l’Associazione Molfettesi nel Mondo non poteva esimersi dal rendere un tributo a un Vescovo che è stato particolarmente vicino alle comunità di molfettesi all’estero, cui ha lasciato ricordi indelebili.

E lo fa curando la stampa del libro “Con un’ala sola” di don Giuseppe de Candia, padre spirituale dell’associazione e stretto collaboratore di don Tonino.

Nel libro, don Giuseppe racconta, come in un vero e proprio diario di viaggio e non senza emozione, le visite pastorali di don Tonino in Australia, Argentina, Venezuela e Stati Uniti.

“Don Tonino – dice Angela Amato, presidente dell’Associazione Molfettesi nel Mondo – è stato tra i più convinti sostenitori dell’idea di mantenere e rafforzare i rapporti con i nostri concittadini emigrati e con i loro discendenti. Il libro di don Giuseppe rivela l’essenza e la forza dei suoi viaggi presso le nostre comunità d’oltreoceano. Viaggi che poco spazio lasciavano alle formalità e ai convenevoli per concentrarsi sull’incontro con le persone, con i loro problemi, con le difficoltà, con gli smarrimenti…”.

“Questo appuntamento non è casuale. Abbiamo voluto che i protagonisti del primo evento culturale ospitato dall’Anfiteatro don Tonino Bello, fossero proprio i molfettesi emigrati all’estero cui don Tonino non ha fatto mancare la sua vicinanza e la sua guida pastorale”, ha spiegato Maddalena Pisani, presidente dell’Associazione Imprenditori Molfetta che ha promosso la realizzazione dell’anfiteatro-monumento. “Idealmente, saranno qui con noi a ricordarlo nel giorno del suo 83esimo compleanno”.

Interverrà il professor Francesco Lenoci, docente presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, attento estimatore del pensiero e delle opere di don Tonino Bello.

L’evento è aperto a tutti e, in caso di avverse condizioni meteo, si svolgerà presso la Parrocchia Santa Famiglia, alla stessa ora.

“Cattivi dentro” di Lorenzo Spurio

Cattivi dentro di Lorenzo Spurio: analisi su opere di McEwan, Haddon, Golding, Burguess, Lorca, Ibsen e molti altri

Nelle scorse settimane è stato pubblicato per i tipi di Helicon Edizioni di Arezzo il volume saggistico Cattivi dentro. Dominazione, violenza e deviazione in alcune opere scelte della letteratura straniera del critico letterario e poeta marchigiano Lorenzo Spurio. Tale opera, presentata l’anno scorso come lavoro inedito, risultò meritoria del primo premio assoluto del primo Premio Letterario Casentino di Poppi (AR) intitolato al compianto Veniero Scarselli. Il volume appare come il frutto di anni di studi, ricerche e approfondimenti su testi narrativi della letteratura straniera: anglo-americana ma non solo, incentrati, a loro modo attorno al tema cardine della violenza, vista e percepita in varie forme e contesti. Spurio si occupa del non facile tema dell’infanzia nei capitoli dedicati a William Golding (Il signore delle mosche), Ian McEwan (L’inventore dei sogni) e Mark Haddon (Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte) e di intrecci dove la devianza di carattere sessuale fa il capolino come accade in Una settimana di vacanza della francese Christine Angot. L’hard power, impiegato ad ottenere forme di consenso con la minaccia e la violenza, è analizzato in Joseph Conrad (Cuore di tenebra), Anthony Burgess (Arancia meccanica) e Todd Strasser (L’onda). Attenzione viene posta anche nei confronti di atti auto-lesionistici come il suicidio, tanto dei personaggi (Le vergini suicide di Jeffrey Eugenides, Il piccolo Eyolf di Henrik Ibsen) che dei letterati stessi, con varie pagine dedicate a Virginia Woolf.
Il critico letterario Lucia Bonanni, che firma la breve nota iniziale e la quarta di copertina, ha scritto “L’analisi attenta e particolareggiata dei fatti e dei personaggi presenti nei testi in esame, verte su quella “malattia culturale” che investe adulti deviati e giovani disillusi il cui processo esistenziale evidenzia la diversità che assume una propria connotazione rispetto al tema del disagio e a quello del conflitto. Quella analizzata dal critico è una folla atipica, organizzata intorno a dinamiche relazionali che non seguono un ordine di regole prestabilite, ma le negano e le sovvertono fino a giungere a esiti estremi, reiterati nel tempo e all’interno di un ribellismo esasperato e pericoloso”.
Presso la Biblioteca “La Fornace” di Moie di Maiolati Spontini (AN) il critico ha organizzato un ciclo di quattro incontri legati alle tematiche e contenuti del nuovo libro durante le quali interverranno studiosi e professionisti ad ampliare le tematiche d’investigazione. Il calendario completo degli incontri può essere consultato qui.

L’autore

Lorenzo Spurio (Jesi, 1985), poeta, scrittore e critico letterario. Per la poesia ha pubblicato Neoplasie civili (2014), Tra gli aranci e la menta (2016) e Pareidolia (2018). Per la narrativa alcune raccolte di racconti; quale critico letterario si è occupato prevalentemente di letteratura straniera con vari saggi in monografia, volume, rivista e online. Amante e studioso del poeta Federico Garcia Lorca e uno dei maggiori studiosi dello scrittore britannico Ian McEwan nel nostro Paese. È Presidente di Giuria in vari premi letterari nazionali; ha fondato e presiede il Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” di Jesi.
SCHEDA DEL LIBRO


Titolo: Cattivi dentro
Sottotitolo: Dominazione, violenza e deviazione in alcune opere della letteratura straniera
Autore: Lorenzo Spurio
Editore: Helicon, Arezzo
Genere: Critica letteraria
Pubblicazione: gennaio 2018
Numero di pagine: 243
Costo: 15,00€
Link diretto all’acquisto

Contatti:
Editore – Helicon Edizioni
www.edizionihelicon.it
edizionihelicon@edizionihelicon.com

Autore:
www.lorenzospurio.com
www.blogletteratura.com
lorenzo.spurio@alice.it

8 MARZO MARIA DI MARZIO, LA DONNA CHE SFIDÒ LA FUCILAZIONE di Maria Rosaria La Morgia e Mario Setta

8 MARZO
MARIA DI MARZIO, LA DONNA CHE SFIDÒ LA FUCILAZIONE

di Maria Rosaria La Morgia e Mario Setta

SULMONA – Abruzzese, nata a Campo di Giove il 6 dicembre 1906, era una donna di paese, una di quelle donne del passato, che dovevano lavorare come gli uomini per “mandare avanti la casa”, perché i mariti stavano in guerra. Il marito di Maria, Matteo Di Marzio, era stato infatti richiamato. Avevano 4 figli, un maschio e tre femmine. Maria doveva lavorare la campagna, pascolare le pecore, eseguire le incombenze domestiche. Nell’autunno del 1943 incontra i prigionieri fuggiaschi.

«Venivano dalla montagna e arrivavano alla mia casa, – racconta – perché si trovava fuori dal paese, in cima al colle. Una volta vennero in sette. Dovetti trovare sette vestiti e dar da mangiare a sette bocche affamate. Li feci sistemare nella soffitta, dove c’era una terrazzina da cui potevano affacciarsi. Gli zaini che portavano li abbiamo nascosti sotto terra. Al mattino portavo loro il latte e si facevano la zuppetta. Stettero a casa quaranta giorni. Eravamo, a volte, una ventina a mangiare, perché arrivarono anche altre persone, che però volevano essere servite e riverite. Mi dicevano di mandar via i prigionieri, ma io rispondevo: “questi non li posso proprio cacciare”. Fu così che una di queste persone va a Sulmona e fa la spia. Il podestà, don Ciccio Puglielli, mi fa dire di allontanare i prigionieri. Mio figlio però li accompagna in una capanna, vicino a Fonte Romana e portavamo loro da mangiare. Arrivano i tedeschi e mi chiedono dove sono i prigionieri. Io rispondo che non so niente. Mi danno tre giorni di tempo per consegnarli. Vengono di nuovo e questa volta mi puntano in petto il fucile dicendomi di parlare e di dire dove sono i prigionieri. Mi dicono che bruceranno la casa e che mi ammazzeranno. Mentre mi tengono ancora il fucile puntato sul petto, rispondo: “ammazzatemi pure, ma io non ho visto nessuno”. La gente che stava vicino si era impaurita. Ma io continuavo a dire di non conoscere nessun prigioniero. Alla fine i tedeschi non spararono e mi lasciarono, andandosene via. Noi allora fummo costretti a sfollare e andammo alla “difesa”, una zona poco distante da Campo di Giove, dove restammo per tutta l’invernata. Feci poi un augurio a quei prigionieri: che tornassero a casa sani e salvi. Finita la guerra mi hanno dato un premio di quattromila lire. Non so se fosse quella la somma che mi spettava. D’altra parte io non so molte cose. I’ sacce fa’ sole la firme pe’ jì ‘ngalere (io so fare solo la firma per andare in galera)».

Maria Di Marzio ha ricevuto un attestato di benemerenza “perché fiera figlia della generosa terra d’Abruzzo durante l’occupazione nazista 1943-1944 con rischio della incolumità personale aiutò, incoraggiò e difese dal tedesco invasore sette ufficiali alleati evasi dal campo di concentramento di Fonte D’Amore”. Le è stata inoltre conferita la Médaille de la Reconnaissance Française, perché gran parte dei prigionieri salvati erano di nazionalità francese. Alcuni prigionieri sono tornati a rivederla.

(Terra di Libertà, a cura di Maria Rosaria La Morgia e Mario Setta)

A NAPOLI “L’ITALIA NEL CUORE”, L’ULTIMO LIBRO DI GOFFREDO PALMERINI

A NAPOLI “L’ITALIA NEL CUORE”, L’ULTIMO LIBRO DI GOFFREDO PALMERINI
Sarà presentato il 23 febbraio nello Spazio degli storici Editori Guida, in via Bisignano 11

L’AQUILA – “L’Italia nel cuore”, l’ultimo libro di Goffredo Palmerini (One Group Edizioni, 2017) sarà presentato a Napoli, venerdì 23 febbraio alle ore 18, presso lo Spazio degli storici Editori Guida, in via Bisignano11. Relatori saranno Carlo Roberto Sciascia, critico d’arte, Luciano Scateni, giornalista scrittore e pittore, Salvo Iavarone, presidente ASMEF, con indirizzi di saluto di Diego Guida, Ceo degli Editori Guida e già presidente nazionale del gruppo Piccoli Editori dell’AIE, Annella Prisco, vicepresidente del Centro Studi Michele Prisco. Coordinerà Regina Resta, presidente di VerbumlandiArt e poetessa. Nel nuovo volume dell’autore aquilano, il settimo dato alle stampe, 352 pagine di narrazione con storie coinvolgenti e 276 belle immagini. Personaggi, fatti significativi, eventi, racconti di viaggio, illustrano la più bella Italia, dentro e fuori i confini, facendo assaporare al lettore l’orgoglio per la nostra millenaria cultura, le meraviglie del Belpaese e le straordinarie personalità che con il loro talento rendono onore e prestigio all’Italia ovunque nel mondo.

Scrive, tra l’altro, Luisa Prayer nella pagina di Presentazione che apre il volume: “[…] Goffredo Palmerini è un testimone avido di positività: è un narratore di storie esemplari che hanno come protagonisti quegli italiani e quelle italiane che hanno vissuto la condizione di migranti e emigrati come una opportunità, e grazie al loro impegno e al loro talento hanno vinto una sfida difficile ma importante. E’ innamorato delle storie che racconta, delle persone che incontra, perché è capace di una meravigliosa disposizione interiore, aperta, disinteressata, pronta a gioire dei successi dei protagonisti dei suoi reportage, e soprattutto a rappresentare con intelligenza e sincera adesione il senso profondo di quelle esistenze, viste nella prospettiva della migrazione. […]”.
Così, tra le argomentazioni della bella Prefazione al volume, annota Carla Rosati: “[…] Goffredo Palmerini, in questo suo ultimo lavoro, ci prende per mano e ci accompagna in giro per il mondo ma, senza andare lontano, ci fa anche attraversare la sua terra, ci presenta paesi caratteristici e a volte poco noti che ognuno di noi ha così il piacere di scoprire o di riscoprire. Ci descrive paesaggi magici, ci fa attraversare i vicoli e le strade di antichi borghi arricchendo la descrizione precisa, minuziosa, realistica e insieme poetica che ne fa, con note storiche e culturali che presuppongono uno studio e un approfondimento continuo. […] Tra un viaggio e l’altro, tra una conferenza e l’altra, tra un trasferimento da un posto all’altro, egli annota con finezza di scrittura le sue sensazioni ed emozioni, descrivendo luoghi, paesaggi, persone, con uno stile così appassionante e coinvolgente che il lettore ha l’impressione di stargli accanto e di viverle con lui. […]”.
“L’Italia nel cuore” è “una collezione di emozioni”, scrive nel risvolto di copertina Francesca Pompa, presidente della casa editrice che ha pubblicato gli ultimi cinque libri di Goffredo Palmerini. “C’è chi colleziona farfalle e chi pietre preziose. Chi vecchi francobolli e chi, come i lettori di Goffredo Palmerini, opere d’arte. Perché gli scritti di questo autore sono vere e proprie opere d’arte della scrittura. Se ne hai uno non puoi non avere tutti i volumi firmati Goffredo Palmerini. L’Italia nel cuore è esattamente il settimo della straordinaria collana. Sono capolavori della narrazione del nostro vivere quotidiano, di ciò che avviene dentro e fuori i nostri confini, che più ci interessa ed emoziona. Fatti di politica, personaggi, eventi, cultura, tradizioni, storia… e storie. Emerge da ogni pagina dei suoi libri il cuore vero dell’Abruzzo e dell’Italia intera. Come un pittore restituisce, anno per anno, immagini che solo chi ha grande sensibilità riesce a catturare e che nel tempo assumono valore di testimonianza.”


Goffredo Palmerini è nato a L’Aquila nel 1948. Per quasi trent’anni è stato amministratore della Città capoluogo d’Abruzzo, più volte assessore e vice sindaco. Lasciata la politica attiva nel 2007, ha iniziato un’intensa attività giornalistica su agenzie internazionali e sulla stampa italiana all’estero. Suoi articoli sono pubblicati su numerose testate in Argentina, Australia, Belgio, Brasile, Canada, Cile, Danimarca, Francia, Germania, Gran Bretagna, Lussemburgo, Messico, Perù, Repubblica Dominicana, Spagna, Stati Uniti, Svezia, Svizzera, Sud Africa, Uruguay e Venezuela. Ha pubblicato i volumi Oltre confine (2007), Abruzzo Gran Riserva (2008) L’Aquila nel mondo (2010), L’altra Italia (2012), L’Italia dei sogni (2014), Le radici e le ali (2016), L’Italia nel cuore (2017). Numerosi i riconoscimenti ricevuti per la sua attività giornalistica e culturale. I più recenti, nel 2017, sono stati il Premio internazionale di giornalismo “Gaetano Scardocchia” con medaglia del Presidente della Repubblica, e il Premio giornalistico nazionale “Maria Grazia Cutuli”. Studioso di migrazioni, è componente del Comitato scientifico del Dizionario Enciclopedico delle Migrazioni Italiane nel Mondo (ed. SER e Fondazione Migrantes, 2014), per la quale opera è anche uno degli autori. Esponente di diversi enti ed organismi nazionali che operano nel campo dell’emigrazione, è tra i più impegnati ambasciatori dell’Abruzzo nel mondo.