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I migliori teatri per “Grand Tour a volo d’Aquila” di Francesco Lenoci

di Francesco Lenoci

Docente Università Cattolica del Sacro Cuore – Milano

Sono felice della decisione di Goffredo Palmerini di presentare il suo libro “Grand Tour a volo d’Aquila” a Milano, presso l’antica Caffetteria Passerini e oltremodo felice che abbia pensato a Angelo Dell’Appennino, Valentina Di Cesare, Hafez Haidar e al sottoscritto per rendere indimenticabile la presentazione.

Ho avuto la fortuna di conoscere Goffredo Palmerini otto anni fa, il 28 giugno 2011, all’Aquila.

Riesco ad essere così preciso, perché Goffredo ha menzionato il mio intervento di quella sera relativo al mitico Ristorante Aquilano “Tre Marie”, in un suo pezzo, poi collocato in “L’Altra Italia”, il secondo dei suoi libri con One Group Edizioni.

Senza quel preciso riferimento, a chi di voi mi avesse chiesto da quanto tempo conosci Goffredo avrei risposto, senza alcuna esitazione . . . . “Ci conosciamo da sempre”.

Non credo di sbagliare affermando che anche Goffredo avrebbe dato la stessa risposta . . . . “Ci conosciamo da sempre” con riguardo al suo amico Francesco.

Perché . . . . Semplicemente perché sono tanti i temi ci accomunano, che ci appassionano.
L’ultima volta che ho incontrato Goffredo è stato il 27 maggio 2018 all’Aquila, per “Start up weekend L’Aquila”, meraviglioso evento che si è svolto presso l’Università degli Studi dell’Aquila, Dipartimento di Scienze Umane.

La penultima volta che ho incontrato Goffredo è stato il 13 marzo 2018, sempre all’Aquila, presso la Sala Conferenze ANCE. Ho parlato per quattro ore di rendiconto finanziario a tanti dottori commercialisti e a Goffredo.

Ovviamente, dopo due mie “discese” all’Aquila, toccava a lui “salire” a Milano ed eccoci qua, presso la Caffetteria Passerini, che quest’anno compie 100 anni, festeggia il centenario.

Tra le tante parole chiave del libro di Goffredo Palmerini “Grand Tour a volo d’Aquila”, quella che ho scelto per illuminare questo incontro è “Teatro”.

L’AQUILA E NEW YORK

Ne libro si parla di un Aquilano che vive a New York, che il 5 luglio 2017 ha festeggiato 18 lustri. Il suo nome è Mario Fratti.

All’Aquila, il 5 luglio 2017, il giorno del suo novantesimo compleanno, toccato dall’emozione, ma con il grande sorriso aperto, disse:

“Sono felicissimo di essere tra la mia gente, nella mia città dove sono nato 90 anni fa. Mi sento amato e rispettato, forse per la mia cordialità e positività. Cerco di costruire un futuro migliore.

Nelle mie opere, contrariamente a certi film o drammi teatrali dove non si capisce mai come finiscono, c’è sempre una conclusione positiva e chiara. Secondo me il dovere principale di un autore è proprio questo.
Il sorriso mi ha aiutato tutta la vita a parlare con tutti. Rompe la diffidenza, aiuta a dialogare anche con chi ha un’avversione.

Io credo nell’Uomo, nonostante l’uomo. Credo nell’uomo nonostante . . . .
La mia qualità è l’essere sempre ottimista e persistente. Quando parlo con i giovani, li invito ad essere persistenti. Anche quando si hanno sconfitte bisogna persistere, perché arriverà il momento del trionfo. Bisogna essere ottimisti, impegnarsi e le cose miglioreranno.

Sono anche felice perché ho visto che L’Aquila sta rinascendo. L’Aquila rinascerà avremo una città molto più bella di prima”. (Cfr. pagg. 290-291)

Quel giorno parlò anche Goffredo:

“Voglio annotare come Mario Fratti, con la sua semplicità e bonomia, dia il senso di come stare bene nel mondo.

Chiunque l’abbia visto nel suo ambiente, a New York, ha avuto la percezione immediata della considerazione e del prestigio di cui gode questo straordinario ambasciatore dell’Abruzzo, dell’Aquila e della cultura italiana nel mondo.

Lì a New York basta solo dire “Mario”, perché si sappia già che si parla di Mario Fratti.

Lui ha una relazione non costruita e senza orpelli con le più alte personalità, ma anche con il senzatetto che chiede per strada l’elemosina, cui non solo dà il suo aiuto, ma anche una parola di saluto e d’incoraggiamento.

Mario rende migliore il mondo e l’Umanità con le sue opere. C’è un quid in più nelle sue opere e nella sua scrittura teatrale, ma soprattutto nel suo modo di vivere, sempre con l’attenzione rivolta verso ogni essere umano. C’è un nuovo umanesimo in tutta la quotidianità della sua esistenza. Mario accende speranze. Ha entusiasmato l’Aquila e il Consiglio Regionale. È  uno dei più straordinari figli d’Abruzzo.

Ha ragione Mario quando dice che tutti possiamo migliorare un po’ il mondo e l’umanità, facendo ciascuno con amore e passione la propria parte. C’è da credergli”. (Cfr. pag. 292)


SAN MARCO IN LAMIS E NEW YORK

Nel prossimo libro di Goffredo Palmerini (lui non lo sa ancora: è una sorpresa che gli preannuncio adesso) si parlerà di un Sammarchese che, per il combinarsi delle combinazioni, vive a New York, che il 14 gennaio 2019 ha festeggiato 19 lustri. È un grande amico di Mario Fratti. Il suo nome è Joseph Tusiani.

Ho incontrato Joseph Tusiani il 30 settembre 2010 presso il Teatro del Giannone a San Marco in Lamis: uno dei giorni indimenticabili della mia vita. Quella sera conclusi il mio intervento pronunciando le parole che stavolta colloco all’inizio.

Con riguardo alla monumentale opera di Joseph Tusiani ho capito una cosa fondamentale e mi piace rivelarla presso un Teatro collocato in una Scuola.

Non è importante la lingua in cui scrive (inglese, latino, italiano o dialetto garganico), non è importante il posto in cui ambienta la vicenda (San Marco in Lamis, New York, una nave . . . .): l’essenza del tutto è che ciò che scrive proviene da un “Professore”, vale a dire da un Uomo che ha coniugato attitudine, istruzione, preparazione e determinazione per “professare”, al meglio, la sua materia.

E la sua materia è la vita:

  • quella che c’è dentro secoli di fatti, conoscenze, poesie;
  • quella che non smette mai di stupire, perché rinnova senza soluzione di continuità lo stupore sia nel docente che nei discepoli;
  • quella che rende possibile avere i piedi nel borgo e la testa nel mondo;
  • quella che consente al docente e ai discepoli di fare strada insieme;
  • quella che va incontro a “l’infinito” che sta oltre “la siepe” dei banchi, delle cattedre, dei computer.

Ho reso omaggio a Joseph Tusiani anche a Milano, presso il meraviglioso Centro Filologico Milanese, in occasione della presentazione della sua autobiografia edita da Rizzoli “In una casa un’altra casa trovo”, il 30 novembre 2016.

Quella sera lessi una sua poesia intitolata “La Scienza”.

Nascere è il primo e l’ultimo mistero:

vale per me e per ogni universo

creato a splendere e spegnersi,

dopo cento miliardi di secoli

o appena dopo una minima vita di giorni.

Ecco, già nati non per nostro merito,

per un motivo siam parte del mondo

e per un altro motivo siam gli uni

dagli altri esseri vivi assai diversi,

più che pietra da pietra, erba da erba,

e da galassia altra galassia errante.

Ed è nata così l’umana scienza,

che dei remoti sovrumani mondi

non saprà nulla mai, e sol di questi,

a noi vicini, può scrutare nuove

cellule e nuove molecole arcane.

Ora lo so: altro non è la scienza

che il balbettio di un’umile preghiera,

eterna e giornaliera, alla ricerca

di un Dio che umanamente si diverte

nel farsi, giorno dopo giorno, ancora

comprender sempre più dal Suo creato.

Oltre all’amore per l’insegnamento, ci sono altre due cose che accomunano me e Joseph Tusiani.

La prima: due meravigliose mamme sarte.

Più che sarta eri allora. . . .

ed anche più che madre. . .  .

Erano ali le tue dita,

le tue dita erano canti. . . .

(Mother’s Last Dress)

La seconda: la lontananza dalla terra natia. La lontananza, come cantava Domenico Modugno, “è come il vento: spegne i fuochi piccoli . . . . accende quelli grandi”. È strano a dirsi. La lontananza ci ha permesso di apprezzare meglio luoghi e personaggi che, altrimenti, non avremmo neppure notato e di provare sentimenti, che altrimenti ci sarebbero stati sconosciuti.

Chiedo aiuto a Joseph Tusiani, per spiegare al meglio questo concetto.

Chi non ha mai messo piede fuori d’Italia

non sa cosa sia udire all’improvviso

un canto del paesello natio in terra straniera.

Ti si inumidiscono gli occhi;

ti passano davanti, come su uno schermo magico,

tutti i volti dei vecchi amici,

rivedi ogni pendio erboso, ogni vicoletto ripido,

senti e distingui le campane delle chiese

e passi il dito sull’occhio

per asciugare una lacrima senza vergognartene.

A New York, ogni giorno, Joseph Tusiani bacia la terra del suo Gargano, che conserva in un umile ma preziosissimo astuccio. E poi guarda il Gargano attraverso il telescopio della poesia.

Il subconscio le coglie 

una per una o tutte insieme 

le stupende onde del cosmo

che incomincia e in noi sconfina?

Non avrei altrimenti all’improvviso,

o mio Gargano, angelico Monte, 

voluto essere uccello e a te volare, 

io che rivederti non speravo.

Il telescopio della poesia che guarda anche San Marco in Lamis.

Se all’improvviso a San Marco apparissi

e in quel momento i conterranei miei,

tutti, ma proprio tutti, ancor dormissero,

cosa farei alle due del mattino,

anzi di notte, in una città morta?

“Ma sono all’improvviso morto anch’io,”

mi chiederei, “o sono forse il solo

superstite, mortale fortunato

ancora vivo dopo un gelo immane

che tutto sulla terra ha congelato?”

Non saprei a me stesso che rispondere

quando, ad un tratto, ad un cenno d’intesa,

balconi si aprirebbero e finestre

e porte e porticine di sottani,

e mille e mille voci udrei gridare:

“Joseph è qui! È arrivato Tusiani!”

E invece sono qui nella mia stanza,

come ogni giorno incapace di volo,

buono soltanto a sognare, a sognare.

MILANO E MARTINA FRANCA

Nel prossimo libro di Goffredo Palmerini (lui non lo sa ancora: è una sorpresa che preannuncio adesso a lui e al maestro Alberto Triola, direttore artistico del Festival della Valle d’Itria, che saluto) si parlerà di un figlio di un Martinese che, per il combinarsi delle combinazioni, visse a Milano, di cui ricorrerà il centenario il 30 ottobre 2019.

La mostra a lui dedicata illuminerà il Palazzo Reale dal 26 gennaio al 24 marzo 2019. Il suo nome è Paolo Grassi, fondatore del Piccolo Teatro di Milano insieme a Giorgio Strehler.

Paolo Grassi – che oltre a dirigere il Piccolo Teatro di Milano per 25 anni, fu sovrintendente della Scala dal 1972 al 1977, e presidente della RAI dal 1977 al 1980 – aveva una profonda cultura umanistica, “era democratico a misura europea…aveva mutuato dall’ambiente milanese la larghezza di vedute, il senso dell’organizzazione, la laboriosità, il timbro europeo dell’esistere e dell’operare…”. (Cfr. Michele Pizzigallo)

Paolo Grassi – carattere vigoroso, tenace nella realizzazione dei progetti, signorile nei modi – era figlio di un Martinese e legatissimo alla città dei trulli e al Festival della Valle d’Itria.

Vi leggo lo straordinario monito di Paolo Grassi al Festival della Valle d’Itria:

“Un’idea di fare teatro, in un modo diverso dagli altri, non vi servirà molto. Anzi, vi farà soffrire di più. Ma sarà anche il segno del vostro orgoglio. Portate con voi l’esempio di una moralità teatrale per un mondo migliore e più buono. Non dimenticatevi: in epoche oscure anche le luci più tenui brillano come stelle. E ricordatevi anche che, nonostante tutto, il Mondo non finisce qui. Che il Teatro non finisce qui”.

Vi leggo lo straordinario intento di Paolo Grassi:

“Io devo fare il teatro per cambiarlo, per farlo diventare un fatto d’arte, di civiltà, di cultura”.

MILANO E VINCI . . . . E MARTINA FRANCA

Teatro . . . . saluto il regista Marco Fragnelli. In occasione dei 500 anni di Leonardo da Vinci, che illumineranno Milano e Vinci con tantissimi eventi, ha progettato un meraviglioso spettacolo teatrale “LionArdo – dannatamente genio”. Per il combinarsi delle combinazioni, la prima rappresentazione andrà in scena a Martina Franca, il 6 aprile 2019, durante il Festival dell’Immagine.

“LionArdo – dannatamente genio” è un progetto che riguarda la “Nave-Mondo”, che sta andando alla deriva.

La sensazione di catastrofe imminente ci accompagna come uno zaino invisibile aggrappato alle spalle della civiltà. Ma non tutto è perduto, come ricordano l’arte, la poesia e la musica.

E, non solo un genio, uno dannatamente genio come LionArdo, ha il dovere di salvare la Nave-Mondo, ma anche noi.

“LionArdo – dannatamente genio” è un progetto pensato e realizzato interamente da giovani artisti, che non hanno paura di sporcarsi le mani raccontando i dolori del genere umano, che non smetteranno mai di cercarne l’anima raccontando la bellezza di ogni volto e indagando il timido incedere di un mezzo sorriso.

Concludo.

Sia lode e gloria a Goffredo Palmerini.

Sia lode e gloria a Goffredo Palmerini . . . . e mi approprio della definizione coniata dal nostro comune amico Franco Presicci . . . . viaggiatore instancabile, viaggiatore curioso, viaggiatore ansioso di scoprire le perle del mondo.

Goffredo Palmerini, viaggiatore instancabile e curioso, ansioso di scoprire le perle del mondo di Franco Presicci

A Milano la presentazione del suo libro “Grand Tour a volo d’Aquila”, giovedì 17 gennaio, con Hafez Haidar

di Franco Presicci *

MILANO, 13 gennaio 2019 – Un nuovo libro del giornalista e scrittore giramondo Goffredo Palmerini. S’intitola “Grand Tour a volo d’Aquila”, ed è ricco di cronache, commenti, personaggi, storie. Un libro interessante come i precedenti. Palmerini non delude mai. Le sue opere catturano l’attenzione e la tengono viva fino all’ultima pagina. L’ho sfogliato con l’intenzione di rimandare la lettura al giorno successivo, ma già i primi capitoli mi hanno preso e non mi sono più fermato: “L’Aquila, sette anni dopo il terremoto”; “Constantin Udroiu all’Accademia di Romania: la retrospettiva del grande artista scomparso”; “Una Radio per gli italiani a Londra”…; e poi le pagine su San Severo. Adoro quella città in provincia di Foggia, avendovi frequentato il liceo classico Matteo Tondi, che aveva pilastri come i docenti Casiglio, De Rogatis, Stoico, Ceci, e preside Mancini. Conoscevo bene figure, strade, monumenti, palazzi gentilizi, cinema, conventi, soprattutto quello confinante con la villa, rallegrata dagli urli di gioia dei bambini, che invadevano la cella di padre Matteo, che trascorreva le giornate tra meditazione e letture.

   Erano gli anni in cui Tommaso Fiore vinceva il Premio Viareggio con “Un popolo di formiche” e tempo dopo il figlio Vittore, giornalista e poeta, a San Severo, il Fraccacreta con “Ero nato sui mari del tonno”; Fernando Palazzi smaltiva la delusione per l’esito del Premio Viareggio, dove aveva partecipato con il romanzo “Rosetta”, senza essere sostenuto da quelli che lo avevano incoraggiato ad affrontarlo, e pubblicava la nuova edizione del suo vocabolario; a San Giovanni Rotondo prendeva corpo la “Casa Sollievo della Sofferenza,” tenacemente voluta da San Pio… Erano gli anni del miracolo economico, il Sud si salassava e la popolazione di Milano cresceva del 24,1 per cento e quella di Torino del 42,6.

   Con il suo stile scorrevole, efficace e godibile Palmerini delinea San Severo con brevi pennellate: “Un pregevole centro storico con importanti monumenti, che l’hanno fatta riconoscere città d’arte. San Severo è una bella città posta nel margine settentrionale della Puglia, tra il Gargano e il fiume Fortore, nella Capitanata – della quale a suo tempo fu capoluogo – laddove confluivano gli antichi tratturi della transumanza. Il centro storico, perimetrato dalle antiche mura urbiche, conserva l’intricato impianto viario medievale”…  E prosegue: “Bella e ampia la Cattedrale, con fonte battesimale duecentesco e notevoli tele del Settecento, d’influenza napoletana. Altro vanto della città è il Teatro municipale…”, dove quando c’ero io si esibirono fra i tanti il cantante partenopeo Giacomo Rondinella, che allora per molti era un divo; l’attore Guglielmo Inglese, gli studenti del locale liceo classico con “Mister Brandi”, una commedia scritta da un maestro elementare del luogo.

   In un capitolo di “Grand Tour” l’autore ricorda la XV edizione (svoltasi, come sempre a San Severo, nel 2016) del Premio giornalistico ispirato a Maria Grazia Cutuli, l’inviata del “Corriere della Sera” assassinata in Afghanistan il 19 novembre del 2001, sulla strada da Jalalabad a Kabul, assieme al collega del “Mundo” Julio Fuentes e a due inviati della Reuters. Ricorda il profilo professionale della giornalista, laurea in filosofia con il massimo dei voti e lode all’università di Catania, e del Premio, che, organizzato dal Centro culturale “Luigi Einaudi”, del luogo, ha il patrocinio dell’Unesco, dell’Unicef e della Regione Puglia; elenca i giornalisti che di quel riconoscimento sono stati insigniti, tra cui Hafez Haidar,” candidato al Premio Nobel per la Pace, giornalista, poeta e romanziere, docente di Lingua e Letteratura Araba presso l’università di Pavia, considerato uno dei maggiori studiosi delle religioni, libanese per nascita e italiano d’adozione…

   Suggerisco a tutti “Grand Tour”, che porta per mano il lettore attraverso più di 300 pagine. Nella sua presentazione Hafez Haidar dice che Goffredo “riesce a cogliere i benevoli frutti delle vicende degli uomini e delle donne e a mettere in risalto le loro opere di vita e di pensiero. In veste di ambasciatore della propria terra e di convinto sostenitore della necessità del dialogo e della benefica contaminazione culturale tra i popoli, ci presenta un’altra Italia, sorgente di luce e conoscenza per tutti coloro che amano il dialogo e credono nei valori fondanti della pace e dell’amore…”. Viaggiatore instancabile ed entusiasta, avido, curioso, ansioso di scoprire le bellezze del mondo e di esaltare la tenace volontà degli uomini di affermarsi ovunque si siano trapiantati, superando sacrifici e ostilità, ignorando insulti, il rifiuto, spesso il disprezzo. Palmerini ama andare verso l’altro.

Tiziana Grassi

“E’ uno dei figli più affermati e prestigiosi di quella terra meravigliosa, che è l’Abruzzo – parole di Tiziana Grassi nella prefazione -, coraggiosa e indomita verso cui lo scrittore riversa tutto il suo amore a partire dall’Aquila… Quel sentimento lo estende a tutto il nostro Paese, anzi il Belpaese, come lui lo chiama. “Con grande gioia esprimo, da aquilano, plauso ed emozione per l’Oscar conferito a Ennio Morricone dall’Academy of Motion Picture Arts and Sciences a Los Angeles per le musiche del film “The Hatefun Height” di Quentin Tarantino…Diverse volte Morricone è stato all’Aquila per dirigere applauditissimi concerti, nel giorno memorabile della cittadinanza onoraria, come nell’immediatezza del tragico terremoto del 2009 la sua visita alla città ferita”. Oltre che scrittore di grande qualità, Goffredo Palmerini è un cronista avvincente.

Galatone

   Dall’Aquila al Salento: colori, sapori e grazia di una terra di cultura. “Lasciato con mia moglie Metaponto, un mare di perla, e la vasta pineta litoranea alle nostre spalle, la superstrada jonica ci porta a Taranto, città ricca di storia, purtroppo ferita dai guasti ambientali di una grande industria siderurgica non ancora risanati…”. Durante il percorso, tra ulivi, vigneti, frutteti, avverte l’odore del mare già quando la strada sta per sfiorare la costa intorno a Porto Cesareo. Destinazione finale, Galatone. E’ stata la cultura a spingerlo sin lì: il Premio Galatone Arte e il Premio letterario “Città del Galateo”. Le espressioni dell’anima stimolano Palmerini a intraprendere viaggi vicini e lontani, oltre alle condizioni delle persone che per necessità hanno abbandonato la propria culla, pur rimanendogli legate come ricci allo scoglio. E per un’edizione speciale del Premio Antonio Zimei per agli Abruzzesi dell’anno all’estero, “a personalità che si sono particolarmente distinte onorando la propria terra d’origine”, corre a Pescara, e racconta la manifestazione e l’emozione che prova ogni volta che entra nella sala “La figlia di Jorio”, al primo piano del Palazzo “che insieme a quello del Comune fa da quinta a piazza Italia”.

United States Capitol Building, Washington, D.C. Aerial. The United States Capitol is the meeting place of the United States Congress, the legislature of the Federal government of the United States. Located in Washington, D.C., it sits atop Capitol Hill at the eastern end of the National Mall.

   I “reportages”, come quello dagli Stati Uniti (le tre intense giornate di Washington) sono il tessuto di “Grand Tour” di Palmerini, uomo colto, sensibile, generoso; giornalista scrupoloso, rispettoso dei dettagli; scrittore delicato, che si fa leggere con molto piacere. Pensa in auto, scrive in aereo, nella camera di un albergo, abbozza mentre pranza o cena al ristorante, a Little Italy o altrove, ovunque vada per un congresso, per incontri con letterati, pittori, scultori, politici, gente comune, raccogliendo storie da snocciolare in riviste e giornali anche esteri, come “La Gazzetta” brasiliana, “La Voce” canadese, “America Oggi” di New York ed altri ancora. Ha contatti con direttori di quotidiani e settimanali, capi di governo, luoghi… E’ ricco di esperienze e competenze; ha una gran voglia di fotografare i paradisi terrestri in cui s’imbatte mettendoli a disposizione degli amici e non solo. E’ abile come fotografo: usa l’obiettivo come un cacciatore d’immagini professionista.

   “Il libro è qui davanti a me – scrive Gianfranco Giustizieri – a pagina 322 di ‘Grand Tour’. La sensazione derivante dal fruscio delle pagine, l’odore della carta, il piacere personale di ritrovare la scrittura di Goffredo Palmerini nel suo ‘Italia nel cuore’, One Group Edizioni, l’Aquila 2017 in aggiunta alla bella manifestazione per la presentazione e l’occhio che si sofferma subito sulle pagine 181 e 182, prima di ogni altra lettura: il ricordo di Adolfo Calvisi. E’ un coinvolgimento immediato, emotivo e razionale…”. Scomparso a 98 anni all’Aquila, Calvisi era “un maestro nella scuola, nella politica e nelle istituzioni… Rigoroso, determinato nelle scelte… spiccata sensibilità nel campo sociale. Fu sindaco di Fossa, sua città natale, amministratore dell’Ospedale San Salvatore…”. Figura esemplare, come le altre che Goffredo Palmerini espone nelle sue opere. “Grand Tour a volo d’Aquila”, One Group Edizioni, verrà presentato a Milano il 17 gennaio, alle 18, presso la sala incontri dell’antica Caffetteria Passerini in via Spadari, in un evento dove oltre all’autore interverranno Angelo Dell’Appennino, Francesco Lenoci, Valentina Di Cesare, Hafez Haidar, scrittore e poeta, candidato al Premio Nobel per la Letteratura e già candidato al Nobel per la Pace. 

Franco Presicci

*giornalista

GOFFREDO PALMERINI IN RAI, POI A TORINO, MILANO E DESENZANO CON IL SUO ULTIMO LIBRO “Grand Tour a volo d’Aquila”: a Milano tra i relatori Hafez Haidar, candidato al Premio Nobel per la Letteratura

“Grand Tour a volo d’Aquila”

L’AQUILA – Il giornalista e scrittore Goffredo Palmerini, ambasciatore d’Abruzzo nel mondo, con il suo ultimo libro “Grand Tour a volo d’Aquila” (One Group Edizioni) presentato “in prima” a L’Aquila il 5 dicembre scorso nell’Aula Magna del Gran Sasso Science Institute, inizia il giro di presentazioni, dapprima in RAI e poi a Torino, Milano e Desenzano del Garda. Mercoledì 9 gennaio Palmerini sarà infatti ospite a “L’Italia con voi”, il programma di RAI Italia per gli italiani nel mondo, per una intervista con la conduttrice Monica Marangoni proprio sugli argomenti trattati nel volume. La puntata del programma sarà trasmessa all’estero secondo la consueta programmazione: Rai Italia 1 (Americhe) New York e Toronto ore 17, Buenos Aires ore 19, San Paolo ore 20; Rai Italia 2 (Australia – Asia) Pechino e Perth ore14, Sydney ore 17; Rai Italia 3 (Africa) Johannesburg ore 18:45.

Il 16 gennaio prossimo lo scrittore aquilano sarà quindi a Torino in un evento organizzato dalla Famiglia Abruzzese e Molisana in Piemonte e Valle d’Aosta (FAMPV). L’incontro si terrà alle ore 21 presso la Sala Conferenze del famoso Collegio “Artigianelli”, in Corso Palestro 10. Insieme all’autore, saranno relatori Carlo Di Giambattista, presidente della FAMPV e stimato manager nel settore ospedaliero, e Nicola Felice Pomponio, responsabile della sezione Cultura del medesimo sodalizio. Il Collegio universitario si trova nel cuore di Torino. Intriso di arte e di storia, vi visse e operò il fondatore della Congregazione dei Giuseppini, San Leonardo Murialdo. Al suo interno un museo e il teatro Juvarra.

II 17 gennaio Goffredo Palmerini sarà a Milano, in un evento organizzato dall’Associazione Abruzzesi in Lombardia Raffaele Mattioli” che si svolgerà alle ore 18 presso la Sala Meeting dell’antica Caffetteria Passerini (un tempo chiamata Caffè Victor Hugo), in Via Spadari, a quattro passi dal Duomo. Alla presentazione del volume, oltre all’autore, saranno relatori Angelo Dell’Appennino, presidente dell’Associazione “Raffaele Mattioli” e componente del Consiglio Regionale Abruzzesi nel Mondo (CRAM), Francesco Lenoci, docente all’Università Cattolica e vicepresidente dell’Associazione Pugliesi di Milano, e Hafez Haidar, docente all’Università di Pavia, poeta e scrittore, candidato al Premio Nobel per la Letteratura e già candidato al Nobel per la Pace. Il prof. Haidar ha scritto la pagina di Presentazione che apre il volume “Grand Tour a volo d’Aquila”, mentre la Prefazione è di Tiziana Grassi, studiosa di migrazioni e scrittrice. Di origine libanese ma da molti anni cittadino italiano, Hafez Haidar è tra le personalità più insigni al mondo nella promozione della Pace e del valore del dialogo tra Culture e Religioni. Coordinerà gli interventi Valentina Di Cesare, docente di Letteratura italiana e scrittrice. Angelo Dell’Appennino, su incarico del CRAM, sta in questi giorni coordinando una significativa campagna di raccolta fondi tra le associazioni abruzzesi in Italia per la spedizione di medicinali in Venezuela, dove saranno inviati a cura dell’Associazione “ALI per il Venezuela” guidata dal medico dr. Edoardo Leombruni, e consegnati a destinazione a chi ne ha urgente bisogno dalla Fondazione Abruzzo Solidale, presieduta da Amedeo Di Ludovico.

Ultima tappa, il 18 gennaio, a Desenzano del Garda. Nel libro un capitolo è proprio dedicato alla costa bresciana del Lago di Garda, un intrigante racconto di viaggio che narra storia e bellezze di Sirmione, Desenzano, Manerba, Salò, Gardone Riviera e il Vittoriale degli italiani, dove Gabriele D’Annunzio trascorse gli ultimi 17 anni della sua vita e dove si spense il 1° marzo 1938. La presentazione del volume, un “aperitivo letterario”, si terrà alle 18 presso lo storico bar Bosio in Piazza Malvezzi, cuore del centro storico di Desenzano. Interverranno, insieme allo scrittore, Vito Mosca, presidente dell’Associazione culturale L’Amaranto”, e l’avv. Andrea Palmerini, già presidente del Consiglio Comunale e assessore della splendida cittadina gardesana.

Nel risvolto di copertina così annota Francesca Pompa, presidente delle Edizioni One Group: “Grand Tour a volo d’Aquila, un invito ad attraversare territori, a visitare luoghi e borghi, a scoprire scrigni d’arte, a conoscere persone, a vivere gli avvenimenti fino a sentirsi parte di questo universo in continuo divenire con al centro una città non più semisconosciuta, ma evocata in tutto il mondo e diventata patrimonio universale dopo quanto le accadde nel 2009. E’ l’abilità del vero narratore quella di farti viaggiare, come fa Goffredo Palmerini, attraverso la scrittura che diventa racconto e, pagina dopo pagina, apre a nuovi scenari. Le storie prendono forma e lasciano scorrere immagini che riflettono il tempo di cui sono protagoniste, oggi ma ancor più domani. Infatti, è nel tempo che libri come questo acquistano sempre più valore, quando la memoria diventa patrimonio della propria identità e restituisce, come un fiume in piena, l’apice di una Italia tratteggiata nelle sue peculiarità, nella sua capacità di meravigliare e di essere un’eterna avvincente scoperta”.

***

Goffredo Palmerini è nato a L’Aquila nel 1948. E’ stato dirigente delle Ferrovie dello Stato nel settore commerciale dell’esercizio e per quasi trent’anni amministratore della Città capoluogo d’Abruzzo, più volte assessore e Vice Sindaco dell’Aquila. Scrive su giornali e riviste in Italia e sulla stampa italiana all’estero. Suoi articoli sono ospitati su molte testate in Argentina, Australia, Belgio, Brasile, Canada, Cile, Danimarca, Francia, Germania, Gran Bretagna, Lussemburgo, Messico, Perù, Repubblica Dominicana, Spagna, Stati Uniti, Svezia, Svizzera, Sud Africa, Uruguay e Venezuela. E’ in redazione presso numerose testate giornalistiche in Italia e, come collaboratore e corrispondente, sulla stampa italiana all’estero: America Oggi (Usa), La Gazzetta (Brasile), i-Italy (Usa), La Voce (Canada), La Voce d’Italia (Venezuela), Mare nostrum (Spagna), L’altra Italia (Svizzera), La Voce alternativa (Gran Bretagna). Collabora inoltre con le Agenzie internazionali AiseInformComUnica.

Ha pubblicato i volumi “Oltre confine” (2007), “Abruzzo Gran Riserva” (2008), “L’Aquila nel Mondo” (2010), “L’Altra Italia” (2012), “L’Italia dei sogni” (2014), “Le radici e le ali” (2016), “L’Italia nel cuore” (2017), Grand Tour a volo d’Aquila (2018). Nel 2008 gli è stato tributato il Premio Internazionale “Guerriero di Capestrano” per il suo contributo alla diffusione della cultura abruzzese nel mondo. Nel 2014 ha ricevuto a Lecce il Premio Speciale “Nelson Mandela” per i Diritti Umani. Vincitore nel 2007 del XXXI Premio Internazionale Emigrazione per la sezione Giornalismo, gli sono poi stati conferiti, sempre per l’attività giornalistica, il Premio internazionale “Gaetano Scardocchia” (2017) con Medaglia del Presidente della Repubblica, il Premio nazionale “Maria Grazia Cutuli” (2017), il Premio internazionale “Fontane di Roma” (2018). Da alcuni anni svolge un’intensa attività con le comunità italiane all’estero. Studioso di emigrazione, è componente del Comitato scientifico internazionale e uno degli Autori del “Dizionario Enciclopedico delle Migrazioni Italiane nel Mondo” (ed. SER-Migrantes, 2014) e membro di prestigiose istituzioni culturali.

GIAN LUIGI PICCIOLI, UN FINE SCRITTORE DA RISCOPRIRE

Ripubblicato il romanzo dell’autore abruzzese “Tempo grande”, a cura di Simone Gambacorta

di Goffredo Palmerini


L’AQUILA – Gian Luigi Piccioli è uno scrittore d’origine abruzzese fecondo e raffinato, da riscoprire in tutta la sua dimensione nel panorama letterario italiano. Ad un lustro dalla sua scomparsa, va sicuramente in tale direzione la recente ripubblicazione del suo romanzo Tempo grande – uscito in prima battuta nel 1984 per l’editore Rusconi – per i tipi delle Edizioni Galaad, a cura di Simone Gambacorta che ne ha vergato una corposa e puntuale Presentazione. La sinossi del romanzo: in un grande studio televisivo romano, il conduttore Marco Apudruen e lo scrittore Gigi Insolera trasmettono in tempo reale immagini che arrivano da ogni parte del mondo sotto forma di servizi giornalistici. I due non potrebbero essere più diversi: freddo, ambizioso, dispotico il primo, sensibile e introverso il secondo. L’irrompere sulla scena di Marianna Estensi, un’affascinante fotoreporter, mette in crisi il loro sodalizio, innescando un crescendo di situazioni incandescenti e drammatiche in cui si riflettono le contraddizioni e i retroscena del mondo televisivo e il cinismo della “società dello spettacolo”. Fa da sfondo alla vicenda una Roma maestosa e svagata, capace di esaltare chi la vive oppure di schiacciarlo, mentre nei capitoli finali l’azione si trasferisce nel cratere di Ngorongoro, in Tanzania, dove un evento imprevedibile segnerà una svolta nella storia.

Scrive Simone Gambacorta nella sua Presentazione: “Tempo grande parla di paure, passioni, speranze, dolori, ipocrisie, tradimenti. E contempla, non a caso, il topos del triangolo amoroso: ne sono coinvolti lo scrittore Gigi Insolera, la fotografa Marianna Estensi e il conduttore televisivo Marco Apudruen, i tre personaggi principali. Ma Tempo grande, uscito originariamente per Rusconi nell’orwelliano 1984, è anche un romanzo sui media, e nel caso specifico il medium è la televisione (verrebbe da dire: è un romanzo sui media appunto perché è un romanzo sull’uomo). […] Il villaggio globale di McLuhan, la società dello spettacolo di Debord, la tv “assassina” di Baudrillard: Tempo grande racconta la bulimia di una televisione sempre più aggressiva e sempre più «cattiva maestra» – secondo la lettura di Popper e Condry –, un gigantesco tubo digerente a ipertrofico tasso tecnologico che aggredisce e sbrana l’attualità su scala globale per trasformarla e rendere l’informazione e l’intrattenimento (la loro sintesi) merce da consumo, nell’oltranza produttiva del live e del reality (entrambi illusori)”. […]

Dei personaggi del romanzo Gambacorta analizza relazioni, interdipendenze, soggezioni e condizionamenti nel loro mondo della comunicazione, nel vissuto quotidiano con il mezzo televisivo e nel “risucchio della macchina tv”, un coacervo di sentimenti nel quale si dipana la trama del romanzo che è bene lasciare per intero alla scoperta del lettore. “Il tempo grande del titolo – annota ancora Simone Gambacorta – è un tempo che si è ingrandito, è il tempo di una mutazione in atto, di una frontiera che si sposta, come un perimetro che scoscende e sfuma nell’evoluzione continuata (e anche metamorfica) di se stesso. È un tempo ignoto che porta in sé altro. È il tempo della contendibilità dei duplicati audiovisivi del reale, è il tempo di un nuovo potere che si afferma. Non manca nel romanzo una parte più spiccatamente avventurosa, dove la scelta del pericolo (con quel tanto di suspense che ne discende) fa tutt’uno con la scommessa assai rischiosa che porta Marianna Estensi a immolarsi in un sacrificio dove la vita diventa la contropartita di un esperimento a fini di audience.” […].

E aggiunge: “Tempo grande segna il momento della pienezza creativa di Piccioli (qui forse non estraneo da alcuni accenti neobarocchi) e si apre con una lezione di sapienza scrittoria: «Da Porta Pinciana Gigi Insolera scese via Veneto lasciandosi alle spalle Villa Borghese, pensile sui muriccioli e appena bagnata dal sole. All’ingresso della metropolitana esitò; il divertente tapis roulant in pochi minuti lo avrebbe lasciato davanti agli studi televisivi della TDN, dove lavorava, a piazza di Spagna. Proseguì nell’aria trasparente tra i tavolini appena lavati di Harry’s. La libreria era aperta, e il suo ultimo romanzo non era più in vetrina». L’accenno all’esitare di Insolera e all’assenza del libro dalle vetrine sono allusioni per nulla casuali che prefigurano tanto il carattere quanto lo stato e il destino del personaggio. In quelle righe incipitali Piccioli suggerisce molto senza però rivelare nulla: ma il lettore avrà pian piano modo di appurare quante tracce siano già nascoste in quelle parole. Insolera è un intellettuale che cammina con grazia e fragilità tra i corpi contundenti di un presente pragmatico e cinico. È nella sua indole una disarmata assenza di ogni forza antagonistica, e tuttavia è un uomo capace di resistere (di resistere più che opporsi alle cose) e questo impedisce di considerarlo – almeno in senso stretto – un debole, tanto più che la sua capacità di resistere pare anche derivare dal suo essere un uomo sempre un poco discosto da tutto il resto, anche quando pare esservi più ampiamente coinvolto; in realtà il suo coinvolgimento più intimamente vero – quello irrevocabile, quello radicale – sarà quello per Marianna. Prende in ogni caso da lì avvio un romanzo tutto calato nell’ «era elettrica» di McLuhan, ma anche profondamente e drammaticamente italiano.”

Gianluigi Piccioli

“[…] Esiste in Piccioli una vena civile netta e fortissima che de facto ne informa ogni opera e che torna a mostrarsi con non minore chiarezza nel romanzo anch’esso romano che sarà dato alle stampe dopo Tempo grande, ossia Il delitto del lago dell’Eur. […] Tempo grande ha interrogato il presente – conclude Gambacorta nella sua Presentazione – e ha dato risposte anticipatorie sul futuro. Quando uscì, Piccioli, che era nato nel 1932, era cinquantenne. La sua generazione era “naturalmente” lontana dall’orizzonte immaginato nel libro: perciò, più ancora che dai suoi interessi e dalle sue letture, Tempo grande è frutto del suo intuito della contemporaneità; quell’intuito che agiva come un istinto e che tuttora – nei suoi esiti – rappresenta una delle peculiarità più spiccate e sorprendenti di questo sorprendente narratore. Uno scrittore non è uno stregone né un indovino e tanto meno un mago, ma una forza critica che agisce dentro un’epoca. Questo ricorda Tempo grande”.

Nato a Firenze il 24 settembre 1932, Gian Luigi Piccioli trascorre l’infanzia in Abruzzo, che lascerà solo ventenne. Con l’Abruzzo conserverà un forte legame, in particolare grazie ai frequenti ritorni a Chieti, Navelli e Francavilla al Mare, dove trascorrerà sempre le vacanze estive. Laureato in Giurisprudenza all’Università di Bologna, inizia a scrivere da ragazzo. Roma diventa la sua città adottiva: vi vive con la moglie Anna Di Nicola, anche lei abruzzese, e con i loro tre figli. Lavora all’Eni con Enrico Mattei e per anni scrive reportage per le riviste «Ecos» (dell’Eni) e «Synchron» (dell’Agip) raccontando l’Europa, l’Africa, le Americhe e l’Oriente. Innamorato del viaggio, è un osservatore inesausto e attento della sua epoca e non manca di riunire scelte dei suoi reportage in libri: da Una Cina per il 2000 (Ecos, 1980) a Viaggio nel mestiere Saipem (Kappagraph, 1980), per arrivare al più recente Africa vivi. Taccuini di un reporter (Galaad Edizioni, 2012). L’Africa è un suo grande polo d’interesse: a fornirne testimonianza è, fra l’altro, l’ampia conversazione con Alberto Moravia che Piccioli pubblica nella rivista «Synchron» nel 1985.

Come narratore esordisce nel 1966 con il romanzo Inorgaggio (Mondadori), cui seguono Arnolfini (Feltrinelli, 1970), Epistolario collettivo (Bompiani, 1973), Il continente infantile (Editori Riuniti, 1976), Sveva (Rusconi, 1979, Premio Villa San Giovanni), Viva Babymoon (Bompiani, 1981, Premio internazionale Trento per la letteratura giovanile) e Tempo grande (Rusconi, 1984), con cui vince il Premio Scanno. Nel 1987 vince il Premio Flaiano per la narrativa con Il delitto del lago dell’Eur, edito da Camunia. Nel 1990 dà invece alle stampe Cuore di legno (Rizzoli); successivamente vedono la luce altri due romanzi: La Pescarina. L’età del cambiamento (Esa, 2005) e Tesi di laurea (Carabba, 2010). Del 1978 è la favola Olofìn e la tribù dei cacciatori (Lisciani e Zampetti), del 1998 Favole proibite (Arlem), del 2000 L’erba di Auschwitz cresce altrove (Arlem) e del 2007 Safari alla bambola rossa. Racconti paralleli e racconti reportage di persone e animali (Carabba). Del 2012 è Tempi simultanei. Libri e viaggi di uno scrittore (Galaad Edizioni), il libro-intervista firmato con Simone Gambacorta. Gian Luigi Piccioli muore a Roma il 21 aprile 2013.

Riferimenti all’opera di Gian Luigi Piccioli, oltre che nella Storia della letteratura italiana contemporanea (1940-1996) di Giuliano Manacorda (Editori Riuniti, 1996), si trovano nel Dizionario della letteratura italiana contemporanea (Vallecchi, 1973), nell’Autodizionario degli scrittori italiani (a cura di Felice Piemontese, Leonardo, 1990) e nel Dizionario della letteratura italiana del Novecento (diretto da Alberto Asor Rosa, Einaudi, 1992). Cenni sono presenti nel compendio di Walter Pedullà La narrativa italiana contemporanea 1940/1990 (Newton Compton, 1995). Un primo inquadramento critico, in gran parte incentrato su Epistolario collettivo, è invece offerto da Renato Minore nel saggio Sul “gusto” della critica militante raccolto in Mass-media intellettuali società (Bulzoni, 1976). Su Epistolario collettivo non manca di fornire cenni Carlo De Matteis nel suo volume Civiltà letteraria abruzzese (Textus, 2001). A Piccioli dedica inoltre attenzione Lucilla Sergiacomo nel suo saggio La narrativa abruzzese del Novecento, un percorso tematico, che può leggersi nel volume L’Abruzzo del Novecento, a cura di Umberto Russo ed Edoardo Tiboni (Ediars, 2004). Di Lucilla Sergiacomo è inoltre assai utile la scheda critica che introduce una scelta delle pagine di Epistolario collettivo nell’antologia Narratori d’Abruzzo, curata dalla stessa Sergiacomo per Mursia nel 1992. Una precedente antologia dove Piccioli compare con un breve racconto è Narratori dell’Abruzzo e del Molise, edita anch’essa da Mursia nel 1971 per la cura di Giovanni Titta Rosa e Giuseppe Porto.  «La sua opera attende ancora un risarcimento che gli è dovuto. Piccioli è stato uno dei più grandi scrittori del secondo Novecento, non si può lasciare il suo nome nel dimenticatoio», ha scritto Massimo Pamio.

Tempo grande di Gian Luigi Piccioli

Galaad Edizioni, Teramo, dicembre 2018, pag. 348, € 18

“La Violenza declinata” di Anna Silvia Angelini


Presidente provinciale AIDE Nettuno associazione indipendente donne europee associazione di promozione sociale no profit. Direttore artistico con delega alle pubbliche Relazioni presso il poloespositivo “Juana romani” comune di Velletri Organizzatore di eventi.
Direttore artistico Premio Donna D’Autore.

Questo libro è dedicato alle tante “donne che non possono più vedere, sentire, parlare a causa delle violenze subite dentro le mura domestiche dai loro compagni” E’ un invito al lettore tecnico o semplicemente curioso, viene accompagnato ad attraversare i vari capitoli , passando dalla “nascita di una svolta” e cioè il perche nasce lo sportello “Uscita Di Sicurezza” per poi entrare nel vivo del libro con storie di violenza declinata relazionate dalla voce delle donne che l’hanno vissuta. Dopo essersi inoltrato nell’argomento, il lettore può continuare il suo viaggio attraverso la realtà dei fatti per trovare soluzioni e approfondimenti , partendo sin dalla relazione tra delitto d’onore e femminicidio. Viene a questo punto da chiedersi : quali sono i bisogni pratici delle donne che vengono a chiedere aiuto ad uno sportello? Cosa serve per dare un aiuto concreto?

Dal capitolo 4 la violenza declinata viene osservata da diversi esperti : una criminologa, una counselor un’avvocato e un istruttore di Difesa Personale permettono al lettore di approfondire la conoscenza dei campanelli d’allarme della violenza, dell’itinerario delicato dell’accoglienza allo sportello, dell’assistenza e difesa legale per le donne vittime di violenza, fino ad arrivare ai nuovi concetti della difesa personale. Il prodotto finale risulta essere lo” sportello affidabile “: una sicurezza per le donne che vogliono cambiare la loro condizione. E con questa risorsa che il libro si conclude grazie alle le voci di altri collaboratori che ogni giorno, sul campo, affrontano la realtà di questo fenomeno. viene osservata da diversi esperti : una criminologa, una counselor un’avvocato e un istruttore di Difesa Personale permettono al lettore di approfondire la conoscenza dei campanelli d’allarme della violenza, dell’itinerario delicato dell’accoglienza allo sportello, dell’assistenza e difesa legale per le donne vittime di violenza, fino ad arrivare ai nuovi concetti della difesa personale. Il prodotto finale risulta essere lo” sportello affidabile “: una sicurezza per le donne che vogliono cambiare la loro condizione. E con questa risorsa che il libro si conclude grazie alle le voci di altri collaboratori che ogni giorno, sul campo, affrontano la realtà di questo fenomeno.

Grand Tour a volo d’Aquila Viaggio come memoria per il nostro presente di Gianfranco Giustizieri *

Goffredo Palmerini

Nel ricevere il libro per l’ormai consolidato e atteso appuntamento con Goffredo Palmerini, siamo all’ottavo, il titolo nobile Grand Tour a volo d’Aquila (One Group Edizioni, L’Aquila, novembre 2018), immediatamente cattura la nostra attenzione con due forti richiami. Il primo, immediato, fulmineo, non poteva non andare ai secoli dei grandi viaggiatori che dalla fine del Seicento si riversarono in Italia assetati di cultura e conoscenza, viaggi tramandati dalla storia con l’appellativo di Grand Tour.

“Il Grand Tour ha una identità sovranazionale che riluce soprattutto negli spiriti più alti che vissero questa esperienza e tale carattere cosmopolita è un dato costitutivo fin dalle origini […], l’Italia è la terra di Dante, Petrarca, Machiavelli, di Michelangelo e Raffaello, di Vivaldi, di Galileo […], l’Italia è a un tempo Parnaso e Campi Elisi e terra delle Esperidi. E Roma costituisce il centro di questo viaggio” (Cesare De Seta, Vedutisti e viaggiatori in Italia tra Settecento e Ottocento).

Il secondo richiamo riguarda il termine Aquila, vocabolo dal valore polisemico e metaforico. Alfredo Cattabiani (1937-2003), valente scrittore e studioso delle tradizioni popolari, nel suo libro Volario sulla mitologia degli esseri alati, riportò diverse leggende sull’uccello/aquila e le sue capacità di rigenerarsi, riprese soprattutto dagli indiani del Nord America. Una di queste narra la necessità, quando è giunta la vecchiaia, di abbandonare i propri luoghi e di volare su in alto fino al sole che brucia le penne e oscura la vista per poi tuffarsi in picchiata per tre volte nell’acqua, rigenerarsi e volare verso nuovi incontri. E L’Aquila, la città di Goffredo, la nostra terra!

Così da queste annotazioni il pensiero si sposta ad altri viaggi, ad un’altra Italia, a quell’Italia che ha avuto Le ali per andare, le radici per restare, come da un’intervista concessa dal nostro autore alla giornalista Valentina Di Cesare, a quelle donne e a quegli uomini orgogliosi della loro terra d’origine, fuori e dentro confine, dove nella quotidianità esprimono storie di rigenerazione e di ricchezza umana, di eccellenza e di cultura, di dialogo nei valori fondanti della pace e dell’amore secondo la significativa Presentazione di Hafez Haidar, di speranza e di accoglienza come dalla profonda Prefazione di Tiziana Grassi per “ quegli occhi ci riguardano” riferita a Josefa e a tutti gli emigranti che giungono sulle nostre coste. Quindi un Grand Tour a volo d’Aquilache si dispiega in oltre 350 pagine e che ci porta a viaggiare con l’autore per conoscere, per riflettere, per legare il nostro tempo con il nostro passato e il nostro futuro.

Questo ed altro ancora è il libro davanti a noi nel quale si dipana il filo della vita con narrazioni di oggi e di ieri, di persone e di luoghi, di gioie e di tragedie, di successi e di resilienze, un lungo percorso di attualità e di memoria nel quale il ricordo è il nostro presente, per richiamare una frase del grande poeta messicano Octavio Paz, Premio Nobel per la letteratura nel 1990. Allora apriamo il volume e con attenta lettura seguiamo le pagine che ci conducono in terre lontane e vicine Alla scoperta delle meraviglie del Belpaese dentro e fuori confine, come recita il titolo di ogni capitolo e nel quale confluiscono personaggi, avvenimenti, luoghi.

Significativamente, le prime pagine riportano il discorso che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella tenne agli Italiani d’Argentina nel maggio del 2017 durante la sua visita. Oltre a ricordare pezzi di storia dell’emigrazione, dei sacrifici affrontati, “dell’altro oggi”, Mattarella parlò di “una nazione fuori dalla nazione” nel considerare i circa 26 milioni emigrati dal 1875 al 1975 che arrivano a 80 milioni tra i pionieri, i figli, i nipoti e i pronipoti di diretta appartenenza e discendenza italiana (“sangue italiano” specificato da Palmerini nell’intervista rilasciata a Valentina Di Cesare). Concetto più volte ripreso dall’autore e ampliato in una lettera diretta al Capo dello Stato in occasione della sua venuta a L’Aquila nel giugno successivo con la richiesta di inserire la storia dell’Emigrazione nei programmi di studio anche “per riportare l’Italia dentro i confini con l’altra Italia, persino più numerosa”, quell’altra Italia che ama la terra d’origine e rifugge dall’acredine di parlarne male come spesso avviene dentro i confini nazionali. Purtroppo in Italia c’è stata la rimozione del fenomeno migratorio e della sua storia dolorosa (Intervista a Goffredo Palmerini di Valentina Di Cesare). Quindi la necessità di costruire quei ponti che possano far conoscere, unire e tramandare la storia e la forza di “un Noi inclusivo, non contrapposto al voi, dell’Altro tra noi, dell’Altro parte di noi” l’altro di oggi che arriva da terre affamate, l’altro di ieri che eravamo noi, come Tiziana Grassi nella sua Prefazione.

Le pagine scorrono e ogni parte offre tesserine preziose: amicizie vicine e lontane, luoghi da ammirare, avvenimenti da celebrare o ricordare. Palmerini, ambasciatore in un mondo globale, raccoglie esperienze e le trasmette. Quanti personaggi e quanti ricordi escono dalle narrazioni, quante terre ricche di cultura, di bellezza, di sapori vengono esplorate, quanti fatti di diversa natura sono disseminati! È difficile tenerne il conto, solo esempi possono illuminarne il percorso. In una soggettiva e arbitraria suddivisione tematica è possibile enucleare tre aree di lettura che continuamente si sovrappongono: amicizia e memoria, conoscenza e sapienza, vicende umane.

AMICIZIA E MEMORIA

Tra le pagine troviamo gli “ambasciatori dell’Italia e della sua cultura” (Filippo Baglini, Letizia Airos, Ottorino Cappelli) che a Londra e a New York sono i fondatori di un sistema Italia multimediale per la conoscenza e la diffusione della nostra cultura, a dimostrazione che la fuga dei cervelli è da valorizzare nell’assetto di un mondo globale. Incontriamo donne come Laura Benedetti, Maria Assunta Accili, Ada Gentile, Daniela Musini, valori dell’Italia nel mondo oppure il ricordo di Maria Grazia Cutuli, giornalista coraggiosa perita in Afghanistan e dell’aquilana Amalia Sperandio, pioniera della fotografia a cavallo di due secoli.

La storia leggendaria e tragica di Rodolfo Zanni, geniale compositore di origine abruzzese, sparito a soli 26 anni nell’Argentina dei colonnelli, si accomuna al ricordo doloroso delle due uniche vittime durante l’operazione tedesca per la liberazione di Mussolini al Gran Sasso: il carabiniere Giovanni Natale e la guardia forestale Pasquale Vitocco. Poi gli amici scomparsi: Constantin Udroiu, il grande artista rumeno a cui è dedicato il libro e Ludovico Nardecchia con cui l’autore ha condiviso pezzi di storia aquilana. E come non citare il tratteggio di Mons. Orlando Antonini e del suo pensiero per L’Aquila della ricostruzione e del domani, oppure le riflessioni di Mons. Corrado Lorefice, arcivescovo di Palermo e frequente ospite della comunità di Paganica, sulla gioia di vivere nella letizia della condivisione. Infine e non ultimo il grande drammaturgo Mario Fratti, mentore dell’Abruzzo e dell’Aquila nel mondo, le pagine a lui dedicate risplendono di amicizia e di amore.

CONOSCENZA E SAPIENZA

Percorrendo le strade del Belpaese tra minuscoli borghi quasi dipinti da maestri del Rinascimento e città dalle bellezze nascoste, mentre i raggi del sole fanno scintillare le onde del mare e dei laghi “trapuntati di vele”, o si poggiano sui declivi delle colline e illuminano le alte vette, la penna dell’autore offre al lettore un susseguirsi continuo di meraviglie, un connubio inseparabile di arte, cultura, spiritualità, gastronomia, tradizioni. Conoscenza e sapienza sono l’inchiostro a cui Palmerini attinge per ogni sosta o passaggio del suo viaggio che inizia sul magazine i-Italy NY 2016, primo servizio sulle regioni italiane per interessare i lettori americani alle meraviglie del Belpaese. Solo la lettura può dare l’idea di come l’autore alimenta il suo percorso. Le prime immagini sono dedicate alla sua regione: “[…] scrigno inesauribile di tesori d’arte, d’antiche tradizioni ricche di suggestione, d’una grande varietà di sapori […], ricco di boschi è l’Abruzzo, incontaminata la natura […], lo raccontano in pagine stupende letterati e viaggiatori […], dalle dritte pareti del Gran Sasso […], agli altipiani […], dagli incantevoli borghi […], alle meravigliose città d’arte, dai laghi alle mutevolezze delle colline […], dalle ampie spiagge di sabbia dorata alle scogliere della verde costa dei trabocchi dove il mare diventa verde smeraldo […]. Fin dall’Età del bronzo l’Abruzzo racconta una storia di valore […]”.

Il viaggio continua, con una molteplicità di servizi, giù lungo il Tratturo Magno dove un tempo le greggi di pecore transumanti scendevano verso il Tavoliere, terra degli antichi Dauni. Un susseguirsi di immagini visive, lampi di luce per spazi culturali, ogni sosta un frammento: il Promontorio del Gargano che “imperla” la costa di pertugi e insenature rocciose, la costa “trapuntata”di borghi dalle antiche civiltà, Mattinata, Rodi Garganico, Peschici, Vieste e all’interno San Giovanni Rotondo, Monte Sant’Angelo, luoghi di pellegrinaggi e di spiritualità.

Poi il Salento: Metaponto “dal mare di perla”, Taranto “città ricca di storia”, “colori e odori intensi dove la madre natura declina le sue copiose possibilità”, “il Salento una cornucopia feconda di bellezze, sapori, tradizioni, arte, e storia millenaria”. E ancora: Nardò, Galatone […]. E come non citare le pagine dedicate alla Basilicata: Matera “una straordinaria visione da imponente presepe”, Melfi con il Castello normanno dai geometrici e possenti bastioni, Potenza “città altera della sua antica storia” e Bernalda con i suoi ricordi.

Ancora più giù verso lo Ionio blu e turchese, la Calabria dai luoghi vecchi di storia e di arte, terra di antiche dominazioni dagli Achei agli Aragonesi nel corso dei secoli: la pianura di Sibari, Corignano e Rossano Calabro, Cirò Marina e Crotone e ancora […]. Poi in un altro viaggio ecco il lago di Garda “gagliardo, azzurro, intenso” e lì è Catullo cantore della bellezza del luogo con i suoi versi d’amore per Lesbia, poi Desenzano, Gardone Riviera e il Vittoriale con d’Annunzio il Vate d’Italia.    Ma tante altre sono le località nelle quali conoscenza e sapienza entrano per lasciare ampie tracce dei viaggi del nostro autore.

VICENDE UMANE

Le vicende umane guidano gli itinerari del nostro autore. Non ci sono confini, le ali per andare in ogni parte e in ogni luogo. Palmerini ritrova le amicizie fraterne in ogni angolo del mondo, dissemina cultura e conoscenza lungo i percorsi, approda nei lidi dove è chiamato per la sua persona, per avvenimenti da celebrare, per tragedie da ricordare. L’Ambasciatore dell’Abruzzo nel mondo varca l’oceano e i reportage dagli States con le intense giornate descritte danno la misura di quest’impegno: incontri con le comunità italiane, interviste a personaggi di rilievo, conferenze richieste e rilasciate, incontri culturali, partecipazione al Columbus Day e tanto altro ancora. Giorni e giorni di percorrenza: “Un cielo terso”lo accompagna, “un’enorme luna piena” lo saluta.

Difficile è la scelta nel seguire i diversi percorsi, ma su di uno è necessario riflettere: Mons e Marcinelle nella ricorrenza del 60° anniversario della tragedia nella miniera di carbone di Bois du Cazier dove 262 persone di cui 136 immigrati italiani trovarono la morte a causa di un incendio nel mattino dell’8 agosto 1956. Tutto è annotato. Mons, città belga che annuncia i luoghi della tragedia e della memoria “Mi piace annusarla questa città” narrata nei suoi luoghi e nella sua storia, la commemorazione presso il Centro culturale italiano di Hornu con i maggiori rappresentanti istituzionali e Goffredo Palmerini in qualità di Presidente dell’Osservatorio Regionale dell’Emigrazione dell’Abruzzo, infine Marcinelle con l’omaggio davanti al monumento della memoria. Qui, dopo Marcinelle, vogliamo chiudere con le stesse parole dell’autore: “L’Italia contemporanea ha una scarsa ed epidermica conoscenza del fenomeno migratorio … c’è bisogno che le due Italie si conoscano e si riconoscono”e aggiungiamo: anche per non dimenticare.

*Saggista e critico letterario

GRAND TOUR A VOLO D’AQUILA, PRESENTAZIONE A L’AQUILA IL 5 DICEMBRE: DI HAFEZ HAIDAR LA PAGINA D’APERTURA DEL NUOVO LIBRO DI PALMERINI

È di Hafez Haidar, candidato al Nobel per la Letteratura, la pagina d’apertura del nuovo libro di Goffredo Palmerini.

L’AQUILA – Sarà presentato a L’Aquila nell’Aula magna del Gran Sasso Science Institute, il 5 dicembre 2018, il nuovo libro di Goffredo Palmerini “Grand Tour, a volo d’Aquila”, in corso di stampa per i tipi della One Group Edizioni. Dunque, ancora il Gran Sasso Science Institute (www.gssi.infn.it) l’editore sceglie per la presentazione del volume di Palmerini, testimonianza dell’orgogliosa attenzione verso la più recente Scuola Universitaria Superiore d’Italia. Riconosciuto due anni fa dallo Stato centro di alta formazione scientifica per studi di dottorato, il GSSI dell’Aquila è infatti la settima Scuola universitaria autonoma italiana, insieme alla Normale e alla Sant’Anna di Pisa, IUSS diPavia, SISSA di Trieste, SUM di Firenze e IMT di Lucca. Un’eccellenza il GSSI che insieme all’Università dell’Aquila esalta la vocazione del capoluogo d’Abruzzo come Città degli studi, della ricerca e dell’alta formazione.

Nel risvolto di copertina così annota Francesca Pompa, presidente delle Edizioni One Group: “Grand Tour a volo d’Aquila, un invito ad attraversare territori, a visitare luoghi e borghi, a scoprire scrigni d’arte, a conoscere persone, a vivere gli avvenimenti fino a sentirsi parte di questo universo in continuo divenire con al centro una città non più semisconosciuta, ma evocata in tutto il mondo e diventata patrimonio universale dopo quanto le accadde nel 2009. E’ l’abilità del vero narratore quella di farti viaggiare, come fa Goffredo Palmerini, attraverso la scrittura che diventa racconto e, pagina dopo pagina, apre a nuovi scenari. Le storie prendono forma e lasciano scorrere immagini che riflettono il tempo di cui sono protagoniste, oggi ma ancor più domani. Infatti, è nel tempo che libri come questo acquistano sempre più valore, quando la memoria diventa patrimonio della propria identità e restituisce, come un fiume in piena, l’apice di una Italia tratteggiata nelle sue peculiarità, nella sua capacità di meravigliare e di essere un’eterna avvincente scoperta”.

Anche quest’ultima fatica dello scrittore aquilano, un vero ambasciatore della più bella Italia nel mondo, si apre con due straordinari contributi: la pagina di Presentazione dello scrittore e poeta Hafez Haidar, già candidato al Premio Nobel per la Pace ed attualmente al Premio Nobel per la Letteratura,

Tiziana Grassi

e la Prefazione di Tiziana Grassi, giornalista e scrittrice, per molti anni autrice per la Rai di programmi culturali e di servizio. Con il consenso dell’editore One Group, qui di seguito si riporta il testo integrale dellaPresentazione, con la quale si apre il volume, scritta da Hafez Haidar, insigne personalità impegnata nel mondo sui temi della Pace e del dialogo tra religioni.

«Goffredo Palmeriniper anni amministratore civico a L’Aquila, è un giornalista poliedrico, versatile ed eclettico, uno scrittore esperto. Un vero missionario della cultura del dialogo, che si adopera incessantemente per tenere vivo il legame degli emigrati italiani (abruzzesi, in primis) sparsi nel mondo con la terra natia. Interessanti ed originali sono i suoi racconti, nei quali descrive con maestria e partecipazione i problemi degli emigrati e la loro lotta per un futuro migliore in una società lontana, spesso ostile, a volte ospitale. Fortunatamente gli sforzi compiuti, giorno dopo giorno, portano cambiamenti positivi, che il nostro scrittore presenta con orgoglio, soffermandosi a descrivere con dovizia di particolari e con occhi attenti i molteplici successi dei suoi conterranei che si sono contraddistinti per le proprie capacità e per l’incredibile spirito d’iniziativa.

Il caro amico Goffredo riesce a cogliere i benevoli frutti delle vicende degli uomini e delle donne e a mettere in risalto le loro opere di vita e di pensiero. In veste di ambasciatore della propria terra e di convinto sostenitore della necessità del dialogo e della benefica contaminazione culturale tra i popoli, ci presenta un’altra Italia, sorgente di luce e conoscenza per tutti coloro che amano il dialogo e credono nei valori fondanti della pace e dell’amore. Ancora una volta Goffredo si mostra infaticabile viaggiatore alla ricerca di notizie vecchie e nuove, spinto dall’intento precipuo di raccontare con un linguaggio scorrevole ed eloquente le meraviglie della natura e dell’uomo. Grazie ai suoi continui viaggi ed incontri, l’autore ci fa scoprire le bellezze e le ricchezze storiche ed artistiche di città famose, come Boston e New York, e di tanti luoghi incantevoli, autentici scrigni di splendore del Belpaese. Nonostante gli orizzonti completamente diversi, l’Italia rimane nel cuore di chi parte e di chi resta, al contempo punto di partenza e punto di arrivo dei suoi sentimenti.»


Hafez Haidar è scrittore e poeta di origine libanese (Baalbeck, 25 maggio 1953), ma da molti anni cittadino italiano. All’Università di Beirut ha studiato Filosofia greca ed araba. Trasferitosi in Italia, ha studiato all’Università Statale di Milano, dove si è laureato in Lettere Moderne e specializzato in Archivistica, Paleografia e Diplomatica con il massimo dei voti. Nel 1986, abbandonata la carriera diplomatica, si è dedicato all’insegnamento e alla scrittura, impegnandosi in un’intensa attività tesa a costruire collaborazioni tra popoli e culture, creando occasioni di conoscenza e di dialogo tra Cristianesimo e Islam. Attualmente insegna Lingua e Letteratura araba presso l’Università degli Studi di Pavia. Rilevante l’attività editoriale come romanziere, poeta, saggista e traduttore, ha pubblicato una trentina di libri per Mondadori, Piemme, Rizzoli, Bompiani, Fabbri, Tea, Guanda, Mondolibri ed altri editori. Per la sua attività culturale, mirata a favorire in campo internazionale il dialogo interreligioso e la convivenza pacifica tra popoli di culture diverse, è stato candidato al Premio Nobel per la Pace negli anni 2016 e 2017, e nel 2018 è candidato al Premio Nobel per la Letteratura. Considerato uno dei maggiori studiosi delle religioni monoteistiche a livello mondiale, è anche il massimo studioso di Khalil Gibran, per le cui opere – e per quelle di altri autori arabi – è stato traduttore e curatore delle edizioni in lingua italiana. La sua traduzione di Le mille e una notte, per la collana Oscar Mondadori, è diventato un best-seller, per molto tempo nelle prime posizioni della graduatoria delle vendite.

Nel segno di un giornalismo sociale al servizio dell’Altro – TIZIANA GRASSI

Annotazioni sul Grand Tour a volo d’Aquila, il nuovo libro di Goffredo Palmerini

ROMA – Sulle convergenze ideali che nella stima profonda da moltissimi anni mi legano in un sodalizio culturale e professionale all’amico fraterno e collega stimatissimo Goffredo Palmerini, un’annotazione. Quando mi ha chiesto di curare la prefazione al volume Grand Tour a volo d’Aquila, questa sua nuova creatura, ho accettato subito con slancio e l’ho ringraziato per questo privilegio, ma non nascondo che ho avuto anche un sobbalzo di emozione. E molto mi sono interrogata sulle motivazioni della sua scelta nell’affidarmi un ruolo così prestigioso, tanto più se accompagnata, in apertura di questo volume, da una personalità come Hafez Haidar, pluricandidato al Nobel per la Pace e la Letteratura.

Riflettendo a lungo, mentre leggevo con l’ammirazione di sempre le bozze di questa antologia nel continuum con quelle precedenti, e ne penetravo i significati, i singoli contributi, le prospettive, le pregnanti immagini, emergeva una risposta che costantemente mi riconduceva a un punto, a quel modo che ci accomuna di aderire nel profondo alle questioni dell’Uomo, e dell’uomo migrante in particolare. Un’adesione profonda nata dall’incontro con Goffredo durante i miei dieci anni di lavoro come autrice di programmi di servizio per gli italiani all’estero a Rai International, nello storico “Sportello Italia”. Una tv di servizio pubblico di indiscusso valore.

Un programma di servizio – dimensione di un giornalismo sociale, al servizio dell’Altro, che mi avvicina a Goffredo – di irripetibile portata perché esperienza umana, prima ancora che professionale, davvero fuori dall’ordinario. “Sportello Italia” mi ha spalancato mondi sul patrimonio sconfinato di tutte le storie di vita che hanno scritto la Storia del nostro Paese: milioni di emigranti che con il loro essenziale contributo, oggi riflesso attraverso i discendenti, hanno assicurato lo sviluppo della Madre Patria e dei Paesi di arrivo. È a partire da questa trasmissione che ho sviluppato la necessaria sensibilità e la passione civile per il successivo interesse all’approfondimento e alla ricerca nel vissuto migratorio di tutti quei milioni di donne e uomini che, ieri come oggi, conoscono lo strappo della migrazione.

Conosco Goffredo Palmerini dal 2006, quando intervenne come ospite nel programma per rendere note le iniziative che la Regione Abruzzo, attraverso il Consiglio Regionale Abruzzesi nel Mondo – di cui era un componente – aveva intrapreso a favore dei propri corregionali all’estero. Colsi subito il forte carattere morale che era capace di imprimere a questi temi, quel senso di responsabilità così particolare nel farsi ponte tra le ‘due Italie’. E questo era perfettamente in sintonia con la mission di un programma Rai che ponte era in ogni sua espressione di informazione per tutti gli italiani nel mondo. Un programma che è stato per me humus per realizzare poi il Dizionario Enciclopedico delle Migrazioni Italiane nel Mondo di cui Goffredo è uno dei più prolifici autori oltre che membro del Comitato scientifico.

Abruzzesi e abruzzesità, significato profondo dell’appartenenza e delle radici, associazionismo, rimesse, oriundi, stage universitari e gemellaggi, accordi e convenzioni bilaterali, rapporti con la stampa estera, criticità della rete diplomatico-consolare, Musei e Feste dell’Emigrazione, viaggi della memoria e del ritorno: con quella sua pacata modalità, Goffredo affrontava questioni nodali di un senso di comunità e di un’italianità tutta da coltivare, valorizzare e amare. Lo ascoltava partecipe Francesca Alderisi, per molti anni al timone del programma come autrice e conduttrice, e dal marzo di quest’anno impegnata come Senatrice della Repubblica Italiana; una vita dedicata con il cuore agli italiani all’estero, a dar loro ascolto, voce e rappresentanza. E sempre lei determinata promotrice e madrina del Giardino Italiani nel Mondo, inaugurato a Roma nel 2013, la prima targa toponomastica d’Italia dedicata ai nostri connazionali all’estero.

Andando avanti nel tempo, ho ritrovato l’amico Goffredo col quale condividere attività performanti nel segno di un giornalismo sociale al servizio dell’Altro. A questo proposito non posso non ricordare il suo generoso sostegno nella condivisione con me della massima diffusione nel mondo delle molteplici attività di assistenza socio-sanitaria dell’INMP (Istituto Nazionale Salute Migrazioni e Povertà) a tutte le persone in difficoltà, italiane e immigrate, che cercano una vita migliore nel nostro Paese. Voglio qui ricordare il ‘viaggio spirituale’ della Croce di Lampedusa, realizzata con i resti dei barconi dei migranti morti nel Mediterraneo e benedetta da Papa Francesco. Una croce che proposi arrivasse da Roma fino a L’Aquila, da Goffredo, che la prese in custodia nelle tappe di Paganica, Pettino, Pizzoli e Vasto. Ancora oggi mi emoziona ricordare quella ‘strada’ che dal Lazio correva lungo le curve verso l’Abruzzo quale segno vivo del viaggio di tanti migranti alla ricerca di un futuro di speranza. Quella croce era ed è, nel suo viaggio che continua, testimonianza umana e spirituale di armonia tra fedi e culture diverse, di accoglienza e solidarietà compartecipativa.

Lampedusa vuol dire ormai “porta”: porta del dolore, porta della speranza. Porta che accoglie. Lampedusa ci convoca tutti. E rimanda le nostre coscienze a quelle tre Madri che, ieri come oggi, ogni persona migrante ha lasciato: la propria Madre naturale, la Madre terra, la Madre lingua. Di fronte a queste luttuose perdite, dovremmo lasciare spazio solo al silenzio. E invece, nella ribalda mollezza di princìpi che il nostro tempo registra, abbiamo ridotto il delicatissimo tema dell’accoglienza a questioni di controllo, facendo prevalere logiche securitarie e di ‘contenimento’ sull’onda strumentale delle paure. Ci siamo ritrovati – e mi si perdoni, qui, il plurale – sguarniti di valori fondativi ed eticamente condivisi.

Nella nuova storia sociale tutta da ricostruire, la domanda centrale è capire se l’Altro è per noi entità astratta e lontana o nucleo umano significante. Goffredo Palmerini, con la vigile consapevolezza che ritroviamo tra le pieghe di questo volume, ci consegna la risposta, unica e inequivocabile: i fatti sociali cui ognuno di noi può dare vita, ogni giorno, nel silenzio dei gesti più ordinari, sono ‘luoghi’ importanti di rigenerazione e ricchezza umana. Ecco perché tutti noi gli dobbiamo gratitudine profonda. Per il suo essere, in questo nostro tempo spaesato e spaesante, legame, punto di riferimento e aiuto al giusto porsi e giusto agire.

Tiziana Grassi

*studiosa di migrazioni, scrittrice.

“LA CHIESA HA FALLITO” di Mario Setta

LA CHIESA HA FALLITO

 

di Mario Setta *

 

Le parole di papa Francesco “La Chiesa ha fallito”, pronunciate in Irlanda lo scorso 25 agosto, in riferimento alla vastità della piaga della pedofilia nell’istituzione ecclesiastica, dimostrano la gravità del problema e l’impotenza nel trovare una soluzione. Da anni è stata sollevata la questione, attraverso i processi e le vie legali alle quali sono ricorse le vittime di un simile crimine, ma non c’è stato il benché minimo segnale di miglioramento. Tutt’altro. La situazione è andata peggiorando nella varie parti del mondo, dove la chiesa cattolica ha radici profonde e secolari.

Già nella prefazione al libro di Daniel Pittet, “La perdono, padre”, papa Francesco rilevava l’aberrazione del peccato di pedofilia nella Chiesa, dichiarando che quella testimonianza era “necessaria, preziosa e coraggiosa”. Oggi la piaga è andata sempre più espandendosi fino a diventare una specie di pandemia cattolico-ecclesiastica. Alla gravità della questione morale si aggiunge la polemica ai vertici della Chiesa Cattolica, sollevata dall’ex-nunzio a Washington Carlo

Maria Viganò, al quale replica, in una intervista, papa Francesco coinvolgendo, stranamente e fiduciosamente i giornalisti, con le parole: “Leggete voi attentamente e fatevi un giudizio… Avete la capacità giornalistica per fare le conclusioni. È un atto di fiducia in voi. Vorrei che la vostra maturità professionale facesse questo lavoro”. Parole che evidenziano come il problema assuma caratteri di aperta discussione, prescindendo dal ruolo dei vari protagonisti.

Di fronte ad una malattia, una specie di pandemia come è la pedofilia, occorre ricercare le cause per una diagnosi precisa ed efficace e proporre la terapia. Finora, nulla è stato realizzato in merito. Ci si è limitati alla descrizione, alla denuncia dei responsabili come nel report della Pennsylvania o nel film Spotlights, ma nessun intervento terapeutico. Alla luce del fatto che anche i preti-pedofili son persone malate che andrebbero curate. Senza ipocrisia e senza malevolenza, come invece sembra apparire dal comportamento dei due papi viventi, Benedetto XVI e papa Francesco. Papa Francesco ha addirittura pronunciato le parole “Userò il bastone contro i preti pedofili”, senza chiedersi il perché di tale atteggiamento deviante e peccaminoso e né riflettere sulle cause.

In Italia una inchiesta sul clero e sulle sue devianze non è stata realizzata né sembra possibile. Eppure problemi di pedofilia e casi di preti pedofili ce ne sono tanti. Anche clamorosi. D’altronde è sufficiente scrivere su google “preti pedofili” per avere davanti un elenco di preti processati per pedofilia. Ma il vero problema è alla radice. Perché la Chiesa ha usato e in gran parte continua ad usare la deformazione della persona umana. Se un prete pedofilo arriva al suicidio, e ci sono tanti casi, ci si deve chiedere qual è la causa di una simile tragedia. E la causa non è che la formazione giovanile. L’invenzione d’una vocazione per sempre. Il modello del “sacerdos in aeternum”, quando invece la vita di ogni uomo non è che un continuo divenire. L’Homo evolutivus.

La formazione di seminario è una aberrazione pedagogica. Un luogo chiuso, separato dal resto del mondo, in cui giovani maschietti, reclusi di giorno e di notte, restano prigionieri di un sistema che li addottrina e li schiavizza. Una violenza istituzionale che tende a distruggere la persona umana nelle sue dimensioni di libertà, di affettività, di relazione. Nel libro “Il volto scoperto” ho cercato di raccontare la mia vocazione di quindicenne che entra in seminario e vi resta nove anni. Una vita ascetica, interiorizzata, macerata fisicamente e moralmente. Una formazione a senso unico.

La grande colpa dell’istituzione ecclesiastica è privare i giovani della possibilità di scegliere altre vie, incatenandoli alla sola “professione” sacerdotale. L’impossibilità ad essere liberi diventa schiavitù.  Si resta prete come una condanna. Un prigioniero di se stesso. Con il peso enorme della crisi di coscienza che lacera interiormente, frutto d’una assurda fede-capestro. Solo abolendo i seminari e tornando all’antica formula della formazione in itinere o della elezione di preti e vescovi da parte del popolo, sarà eliminata la piaga della pedofilia. Suggerimenti e proposte che già nel 1832 venivano esposti in un famoso libro, condannato, dal titolo “Le cinque piaghe della Chiesa”, scritto dal prete filosofo Antonio Rosmini. Chissà se ci fosse qualcuno a suggerire a papa Francesco di riprenderlo tra le mani e riproporlo come una esortazione apostolica, in linea con la “Evangelii Gaudium” del 24 novembre 2013, per il rinnovamento del clero e della chiesa.

Purtroppo, finora solo parole di esortazione, di lamento, ma nessuno sconvolgimento del sistema clericale. Il modello non può che essere quello di Cristo: l’annientamento (kenosi). Su questa linea di povertà estrema e di testimonianza evangelica sarebbe auspicabile adottare alcune riforme radicali: annullare la curia, azzerare le diocesi e le parrocchie, fare del Vaticano un centro di spiritualità e di testimonianza evangelica. Una Chiesa veramente povera che non si affida al finanziamento statale, né alla sciagurata “Donazione di Costantino”, dimostrata falsa da Lorenzo Valla, ma al contributo libero e spontaneo dei fedeli.  È chiaro che tutto ciò non può essere preteso da un papa come Francesco, che solo da pochi anni ha le chiavi di Pietro, ma è certo che il cammino iniziato è irreversibile e che la Chiesa del futuro sarà sempre più l’immagine di Cristo nudo inchiodato sulla croce.

 

Mario Setta, ordinato sacerdote nel 1962, ha studiato e conseguita la licenza in Scienze Sociali alla Pontificia Università Gregoriana; si è laureato in Sociologia e Filosofia all’Università di Urbino; ha pubblicato articoli su “L’Osservatore Romano”; ha curato il libro sul periodo di vita a Scanno e in Abruzzo del Presidente della Repubblica Italiana, Carlo Azeglio Ciampi, “Il sentiero della Libertà, un libro della memoria con Carlo Azeglio Ciampi” (Laterza 2003); ha curato con Maria Rosaria La Morgia il libro “Terra di Libertà, storie di uomini e donne nell’Abruzzo della seconda guerra mondiale”.  

 

“NA K14314”, a Caserta Paolo Miggiano presenta il suo ultimo libro in memoria di Giancarlo Siani – Teresa Lanna

by https://informareonline.com/na-k14314-a-caserta-paolo-miggiano-presenta-il-suo-ultimo-libro-in-memoria-di-giancarlo-siani/

Giancarlo Siani era un ragazzo di 26 anni. Faceva il giornalista. Lo scrive più volte, Paolo Miggiano, nel suo ultimo libro NA K14314 – Le strade della Méhari di Giancarlo Siani, che narra la storia del giovane giornalista di Torre Annunziata, che fu barbaramente ucciso trentatré anni fa. Giancarlo raccontava la verità; questa era la sua unica colpa. Pagò per essere stato “scomodo”. Venne ucciso intorno alle nove di sera, sotto la propria abitazione, nel quartiere Vomero, a Napoli. Era il 23 settembre 1985. Aveva appena parcheggiato la sua Méhari; la macchina che, dal 23 settembre 2013, Paolo Miggiano* ha preso in consegna, custodendola gelosamente come se fosse un essere umano e che è diventato vessillo della legalità e della libertà di stampa. Quell’automobile gli fu affidata da Paolo Siani, fratello di Giancarlo, il quale sapeva che con Paolo Miggiano sarebbe stata al sicuro e avrebbe continuato a mantenere viva la memoria di un giovane giornalista che sognava un contratto stabile nel mondo che gli era sempre piaciuto.

C’è un qualcosa che va oltre la tristezza, nel pensare ad un ragazzo barbaramente assassinato. Ci sono le passioni comuni a molti giovani che in lui si riconoscono; c’è la voglia di raccontare. C’è un sogno che lui aveva già realizzato, in parte, e che fu messo per sempre a tacere. Quello di dar voce ai più deboli, di fare giustizia. Di lui, di quel ragazzo bello e sorridente con la Méhari verde, si è detto tanto, ma quel tanto non è mai troppo.

A Giancarlo Siani sono state intitolate scuole, aule, strade ed un premio giornalistico ne tiene viva la memoria. Se fosse ancora vivo, se ancora potesse scrivere i suoi articoli, forse alle sue inchieste e al suo impegno non verrebbe dato lo stesso valore che hanno ora. Perché a volte è così, nel mondo dei vivi.

Tuttavia, Giancarlo Siani è più vivo che mai. Vive in tutti i giovani che come lui hanno una passione e cercano di coltivarla, sperando diventi un lavoro. Vive in tutti i giornalisti che fanno il proprio dovere: scavare senza sosta tra le pieghe di quei fatti immersi nell’ombra. Vive in tutti coloro che amano la verità e aborriscono le menzogne.

Domani, 7 luglio, alle ore 19:00, Paolo Miggiano presenterà NA K14314 – Le strade della Méhari di Giancarlo Siani, un libro che ha molto da raccontare. L’appuntamento è fissato presso lo Chalet Genovese dal 1946, in Piazza Vanvitelli, a Caserta.

L’ingresso è libero, per tutti coloro che vorranno leggere una pagina della nostra storia ancora da chiarire.

*Paolo Miggiano (Minervino di Lecce, 1954). Laureato in Scienze dell’Investigazione, con un master in “Criminologia” e uno in “Valorizzazione e gestione dei beni confiscati alle mafie”, è giornalista pubblicista. Per molti anni elicotterista della Polizia di Stato. Già membro della Direzione Nazionale di CittadinanzAttiva Onlus e degli Organismi di rappresentanza dei lavoratori della Polizia di Stato. È stato coordinatore e responsabile dei progetti editoriali della Fondazione Pol.i.s., con la quale tutt’ora collabora. Tra i suoi libri: Morire a Procida (la Meridiana); I nuovi modelli di sicurezza urbana(Aracne); Qualcun altro bussò alla porta (Spot-zone); A testa alta (Di Girolamo Editore) – Premio Giancarlo Siani 2012; Premio Tulliola Filippelli 2014; Premio Fortuna 2017; Ali spezzate (Di Girolamo Editore) – Premio Nabokov 2015; Premio Nicola Zingarelli 2015; Premio Tulliola – Renato Filippelli 2015 – 2016; Premio Gran Prix 2016; Premio Medusa Aurea 2015 – 2016; Premio San (Remo) Amatori 2016; Premio Nazionale per la Legalità e la Sicurezza Pubblica 2016; Premio “Fortuna Dautore” 2015; Premio l’Iride 2016; Premio Essere donna oggi 2016; Premio L’Arcobaleno Napoletano 2016; Premio Salvatore Quasimodo 2016; Premio Città del Galateo 2017; PNIN – Antologia AA. VV. (Tra le righe libri) – Premio Nabokov 2016; La guerra di Dario (Tra le righe libri) – Premio Nabokov 2017; Fuori tutto, AA. VV. (L’Erudita).