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VIAGGIO IN ARMENIA, PRIMA PARTE

Sul taxi che verso le 4 del mattino, a Jerevan, mi conduceva dall’aeroporto all’hotel dove il mio amico Roberto aveva prenotato una stanza per me, il taxista mi disse cose che, nel corso del viaggio, sentii ripetere più volte e che, evidentemente, rappresentano una sorta di “fondamentali” nell’autocoscienza armena. Innanzi tutto la religione.Da subito venni informato che l’Armenia fu il primo paese al mondo a proclamare, nel 301, il Cristianesimo religione di stato e questo ben 79 anni prima dell’impero romano, che lo fece nel 380 con l’Editto di Tessalonica. Quindi la soddisfazione per il riconoscimento italiano della qualifica di “genocidio” nei confronti delle persecuzioni di cui furono vittime gli armeni da parte dei turchi e poi i numeri della diaspora: nel mondo ci sarebbero circa 11 milioni di armeni, di cui solo 3 in Armenia (e poco più di un milione concentrato a Jerevan!). Inoltre un senso di claustrofobia: l’Armenia non ha sbocchi al mare, gran parte delle sue frontiere corre con paesi con i quali i rapporti o sono difficili (Turchia) o sono addirittura bellici (l’Azerbaijan per l’enclave armena del Nagorno-Karabakh teatro di una guerra dal 1992 al 1994 a oggi tutt’altro che risolta) mentre ottimi sono i rapporti con la cristiana Georgia e lo sciita Iran (altrettanto confinanti). Infine, certo non per importanza, le grandi speranze per il nuovo corso politico maturatosi lo scorso anno dopo la sostituzione del presidente e l’ascesa al potere di un coalizione di partiti che ha fatto della lotta alla corruzione il proprio cavallo di battaglia (in questo il mio interlocutore vedeva dei netti miglioramenti, ma a suo avviso ancora incompleti).
Mi ero ritrovato a Jerevan per uno di quei casi della vita che fanno ben sperare. L’anno scorso avevo rivisto un mio caro amico con cui non avevo più contatti da tantissimi anni, da quando, finita l’Università, si era trasferito in Germania a lavorare come insegnante. Il rivedersi fu un coinvolgente momento di ritrovati interessi e comuni punti di vista; poiché Roberto è il responsabile degli scambi culturali tra la sua scuola e un’altra scuola di Jerevan mi parlò dell’Armenia. Così decisi, immediatamente, che alla prima occasione sarei andato anch’io e quindi, eccomi su un taxi in piena notte a parlare in inglese su questa affascinante nazione. Così con questa entusiastica, dettagliata presentazione fatta dal simpatico, giovane taxista mi sono ritrovato catapultato poco dopo, nonostante il viaggio e il fuso orario, per la prima volta nella mia vita in una nazione di cui conoscevo la fama per i monasteri (di cui parlerò più avanti) e per una storia gloriosa le cui nozioni si fermavano però a sporadiche conoscenze sempre in relazione a qualcun altro (i romani, i persiani, i bizantini, i veneziani, gli ottomani ecc.) e, purtroppo, mai per il suo valore in sé. Valore che ebbi modo di ammirare subito perché Jerevan è una città dalle numerose, interessanti sfaccettature. La prima cosa che mi colpì furono i giardini e il numero di alberi. Praticamente tutte le vie del centro sono alberate, risultano essere ampi viali in cui l’ombra e il fresco dei vegetali rende la città particolarmente accogliente e sedersi a bere un caffè in queste vie è un rito che consiglio vivamente a tutti, così come la sera cenare sui balconi che si affacciano sui viali sentendosi così non in Asia ma in una qualsiasi città europea; il bello è che la municipalità ha anche intenzione di incrementare questo verde! Ma Jerevan è piena di piccoli gioiellini che emergono in un tessuto urbano profondamente moderno come la piccola e preziosa cappella Katoghike (sotto nella foto). 

Questa chiesetta, scoperta solo nel 1936, si è miracolosamente salvata dal furore iconoclasta sovietico che demolì molte chiese e quasi tutte le moschee. E’ costruita con blocchi di pietre nere e rosso scuro con un accostamento cromatico che si ritrova in quasi tutti gli edifici sacri armeni, a pianta a croce greca (cioè con la lunghezza delle braccia uguale in tutt’e quattro le direzioni, come S. Marco a Venezia) è a cupola centrale, altro elemento comune a tutte le chiese armene. Colpisce una piccola nicchia ricavata sulla sinistra che è stata abbellita da un grazioso, elegante, aereo arco inflesso; tenuto conto che la chiesetta risale al XIII secolo mi sembra evidente l’influenza dell’arte araba e  persiana dell’epoca. L’Armenia si presentava in tal modo ai miei occhi quasi come un ponte tra le terre musulmane e quelle cristiane riuscendo ad armonizzare le differenti influenze, si vedrà spesso questa fruttuosa contaminazione ma nella cappella di Katoghike quel piccolo arco appare come un gioiellino ornamentale dentro un altro piccolo gioiello architettonico. 

E a proposito di gioielli come non citare la biblioteca e il centro di ricerca Matenadaran (foto sopra) che, collocato scenograficamente su una collina che domina uno dei viali più importanti della città, conserva decine di migliaia di manoscritti antichi, medievali e moderni provenienti da tutto il mondo. Una disponibile e preparata guida ha illustrato (in tedesco, come in tutte le altre visite essendo il tedesco la lingua ufficiale del viaggio) le rarità e i preziosi scritti esposti; così davanti alle mie cùpide pupille sono sfilati dei veri e propri capolavori come un testo di geometria di Avicenna in arabo del XVII sec. (con relativi disegni) un Evangelo in palinsesto del X sec., un papiro egizio del VIII sec. e poi cartine, libri, disegni, codici, manoscritti, miniature, abbellimenti medievali dei testi ecc. Insomma un tripudio di un preziosissimo retaggio culturale quasi bimillenario. Ho così scoperto un particolare interessante: il primo libro scritto in armeno fu stampato e pubblicato nel 1512 a Venezia confermando così il ruolo particolare che la città lagunare ebbe nei rapporti con queste terre e tutt’oggi a San Lazzaro degli Armeni si conserva una collezione di manoscritti armeni seconda, in tutto il mondo, solo a quella del Matenadaran.

Jerevan (foto sopra) è una città moderna con ampi spazi, boulevard, prospettive talvolta gigantesche e una periferia che non ha ancora del tutto superato la fase del cosiddetto socialismo reale, ma è anche un luogo che è stato perennemente abitato per un periodo di ben 2800 anni. Non molto lontano dal centro, su una collina che domina la città sono stati scoperti i resti di un città fortificata risalente all’VIII sec. a.C. Erebuni fu fondata, stando alla tavoletta in cuneiforme ivi scoperta, nell’anno 782 a.C. (foto sotto).

Il sito era organizzato intorno a tre aree di attività, quelle del potere politico, sacerdotale e commerciale e gli archeologi vi hanno ritrovato le tracce di un sapiente sistema di controllo delle acque per l’irrigazione dei campi e prove della lavorazione per ottenere vino, olio e birra. Una civiltà già avanzatissima che dominava un’amplia area che, avendo come fulcro la zona intorno al lago di Van (in Turchia) si estendeva fino quasi al mar Nero, al lago Sevan, al nord della Mesopotamia e all’Anatolia. Un impero che, sebbene indebolito dagli assiri, continuò a dominare la zona fino all’arrivo dei Persiani, nel VI sec. e oltre ancora: è la civiltà urartea. E’ interessante una piccola riflessione. Come si sa le lingue antiche sono innanzi tutto consonantiche, ovvero non contengono vocali; se teniamo presente questo principio si nota un’affascinante convergenza tra i nomi: eReBuNi (RBN) può essere la forma originale di jeReVaN (RVN), ma uRaRTu (RRT) era senz’altro solo un altro modo per dire aRaRaT (RRT). Suggestioni affascinanti sul bordo di quel pozzo senza fondo che chiamiamo storia. 

D’altra parte l’Ararat, questo vulcano spento alto più di 5000 m. domina col suo profilo perennemente innevato e insieme al Piccolo Ararat, altro vulcano che gli sta di fianco, la città di Jerevan (foto sopra); ora in territorio turco, l’Ararat è il monte citato nella Bibbia (Gen. 8,4) in cui approda l’Arca di Noè dopo la fine del diluvio universale. Viaggiando per l’Armenia il profilo di questa altissima montagna segue il viaggiatore quasi dappertutto e si caratterizza come una presenza continua e caratterizzante del paesaggio. Se a Jerevan, nel tardo pomeriggio, si sale sulla Cascata, un grande scalinata, intervallata da aiuole,  che risale un’erta collina si può ammirare in tutto il suo splendore, alla luce del crepuscolo il grandioso panorama che spazia dalla città fino all’imponente, massiccia presenza montuosa del vulcano. E’ a quest’ora che si percepisce bene il motivo per il quale Jerevan è detta anche la citta rosata;  i raggi del sole esaltano infatti il delicato color rosa dei muri delle case costruite in tufo, una pietra di origine vulcanica che, con questo colore, è presente anche in Lazio nella provincia di Viterbo. E la sera, nella grande Piazza della Repubblica, tra bambini con gli sguardi affascinati (ho visto tantissimi bimbi e giovani e nessun cane), genitori che passeggiano tranquillamente e coppiette che teneramente si stringono in vita è bello osservare i giochi d’acqua delle tante fontane che funzionano al ritmo delle musiche (classiche, moderne, di film) e vengono investite da fasci di luce colorata.Quante cose ancora varrebbe la pena segnalare. Restando vicino alla Cascata come non considerare le belle statue di Botero o il monumento all’amicizia italo-armena (foto di copertina), il teatro dell’Opera, il piccolo ma attrezzatissimo e interessante museo Kachaturian, il Museo di Storia ecc. Ma non è mio obiettivo quello di redigere un noioso elenco o, peggio ancora, una guida della città. C’è però un posto che vale la pena vedere; non tanto in sé, quanto per il significato che racchiude per tutti gli uomini di oggi. Nel 1915 nella notte tra il 23 e il 24 aprile il governo nazionalista di Istanbul facente capo ai “Giovani Turchi” iniziò a far arrestare e deportare migliaia di armeni: è il prologo di quella immane tragedia che portò alla morte per stenti, maltrattamenti, fame nel corso delle deportazioni tra 1500000 e 2000000 di individui; il primo genocidio del ‘900 che servì da esempio per la Shoah ebraica meno di tre decenni più tardi e di cui ancor oggi è vietato in Turchia parlarne pubblicamente. Il Museo e monumento del genocidio armeno sono luoghi che vale la pena visitare per mantenere il ricordo di quanto l’uomo possa essere terribilmente diabolico. Un fuoco perenne arde tra dodici (simbolo della completezza) ampi archi che partono da terra e s’innalzano incurvandosi su di esso; la memoria armena è purtroppo segnata anche da questa terribile esperienza.  [continua]
Nicola F. Pomponio

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Ricordando Cavour di Mario Setta

Ricordando Cavour

di Mario Setta

In questo momento di particolare attenzione alla politica in Italia,
il ricordo di personalità come Camillo Benso di Cavour e di quanti
hanno lasciato un’orma indelebile nella storia e nella cultura della nazione,
può diventare memoria e stimolo per una leale partecipazione individuale e sociale.

Il 6 giugno 1861, 157 anni fa, all’età di 51 anni, moriva Camillo Benso di Cavour. Il più grande statista dell’Unità d’Italia. Poco prima di morire aveva ricevuto dal parroco, padre Giacomo da Poirino, un francescano suo vecchio amico, il sacramento dell’estrema unzione (oggi chiamato “Unzione degli infermi”) che il sacerdote non avrebbe dovuto amministrargli perché scomunicato. Chiamandolo per confessarsi, Cavour aveva detto: “Voglio che si sappia, voglio che il buon popolo di Torino sappia ch’io muoio da buon cristiano”. Ma non sconfessò né fece ritrattazioni sulla netta separazione tra Chiesa e Stato.

Cavour, moralmente parlando, non era certamente un “santo”, anche per le sue passioni sentimentali che lo avevano legato da giovane ad Anna Giustiniani, patriota genovese, maritata, morta suicida per non poter continuare la relazione con Cavour. In seguito, nella maturità, stabilisce una relazione con Bianca Berta Sovierzy, ballerina magiara, maritata Ronzani, con la quale Cavour ha un fitto carteggio, tanto che nel 1894 ne fu posta in vendita una serie di 24 lettere, acquistate dal suo segretario, Costantino Nigna e bruciate. Era evidente che le lettere avrebbero offuscato la fama di Cavour, grande statista. Tuttavia, anche oggi, si possono leggere le lettere di Cavour a Bianca Ronzani, pubblicate dalle edizioni Archinto, con prefazione di Lucio Villari, dal titolo “Amami e credimi”:

Purtroppo, i guai per l’assoluzione dai peccati in punto di morte data a Cavour, considerato da Pio IX acerrimo nemico, fu per il povero prete una grandissima disgrazia. Chiamato subito dal papa e dal segretario di Stato per riferire sugli ultimi istanti di Cavour e per sapere se avesse ritrattato, gli fu imposto di scriverne una dettagliata relazione. Dopo averla letta, Pio IX prese i fogli e glieli riconsegnò dicendo che erano buoni solo “per avviluppare i salami” (Lorenzo Greco, “Il confessore di Cavour”).

Convocato dal Sant’Uffizio, il tribunale dell’Inquisizione, il prete fu punito con la “sospensione a divinis”. Era la vendetta, per interposta persona, nei confronti del grande statista, artefice dell’Unità d’Italia che pochi mesi prima, il 27 marzo 1861, dieci giorni dopo la proclamazione dell’Unità, nel discorso programmatico aveva detto:

“Noi riteniamo che l’indipendenza del Pontefice, la sua dignità e l’indipendenza della Chiesa possano tutelarsi mercé la proclamazione del principio di libertà applicato lealmente, largamente, ai rapporti della società civile colla religiosa. Quando questa libertà della Chiesa sia stabilita, l’indipendenza del papato sarà su terreno ben più solido che non lo sia al presente. Né solo la sua indipendenza verrà meglio assicurata ma la sua autorità diverrà più efficace, poiché non sarà più vincolata dai molteplici Concordati, da tutti quei patti che erano e sono una necessità finché il Pontefice riunisce nelle sue mani, oltre alla potestà spirituale, l’autorità temporale.”

Cavour aveva previsto che la Libertà sarebbe stata la migliore arma di difesa della Chiesa. Non fu ascoltato. Come non fu ascoltato quando parlò di Libertà per risolvere i problemi del Sud Italia: “Io governerò i meridionali con la libertà e mostrerò ciò che possono fare di quel bel paese dieci anni di libertà. In venti anni saranno le province più ricche d’Italia. No, niente stato d’assedio: ve lo raccomando”, racconta Giordano Bruno Guerri, in “Il sangue del Sud”.

Dopo 157 anni le parole di Cavour restano sulla carta. Da allora, sulla scena politica italiana, statisti capaci di realizzarle, non se ne sono visti! “Non è facile amare Cavour. Aristocratico, cosmopolita… una delle intelligenze più vive del tempo; morto più povero di quando era entrato in politica, primo ministro senza stipendio e con un appartamento di rappresentanza che non usava, preferendo invitare gli ospiti per pranzo a proprie spese… La sua figura è troppo complessa, paradossalmente troppo moderna per essere sentita vicina dall’Italia di oggi”, cosi scrive Aldo Cazzullo, nel libro “Viva l’Italia”.

LA MADONNA D’APPARI E…DINTORNI TRA STORIA E POESIA di Giuseppe Lalli

LA MADONNA D’APPARI E…DINTORNI TRA STORIA E POESIA

di Giuseppe Lalli


PAGANICA (L’Aquila) – La piccola chiesa della Madonna d’Appari, a Paganica, abbarbicata com’è sulla roccia, e l’arco che la sovrasta, me li sono sempre raffigurati, con gli occhi della mente, come la porta d’ingresso di un piccolo mondo, un angolo di paradiso terrestre nel quale volentieri indugiava la mia fantasia di ragazzo. Sarà per questo che quando l’autobus che ci riportava al nostro villaggio, Assergi, attraversava il breve tunnel scavato nella roccia adiacente al santuario, ci facevamo il segno della croce…

Paganica, poi, l’ho sempre pensata per quello che è: una piccola capitale. Ha sempre assolto, nell’immaginario degli abitanti di Assergi e di Camarda, villaggi situati più a nord, al ruolo di capoluogo della ridente valle del Raiale, contrada ai piedi del massiccio del Gran Sasso tra le più suggestive d’Abruzzo, luogo pieno di magia, come ebbe a definirlo il poeta assergese Silvio Lalli, che della sua valle era letteralmente innamorato.

A lungo sede di “mandamento” (vecchia divisione amministrativa tra il Comune e il Circondario), Paganica ha conosciuto in epoca moderna momenti di vera passione civile. Accadde nel 1799, al tempo della rivolta antinapoleonica, e negli anni ’40 dell’Ottocento, quando una parte della popolazione fu coinvolta nei moti risorgimentali. Episodi, questi, che interrompevano nelle nostre contrade un isolamento ancestrale, e sembravano ricollegare, per un momento, le piccole patrie ai destini di una patria più grande. A Paganica sono nati, in uno stesso palazzo del quartiere di Pietralata, a poche centinaia di metri dalla piccola chiesetta di cui parliamo, due protagonisti di primo piano della cultura del Novecento: lo storico Gioacchino Volpe e il giornalista, scrittore e critico teatrale Edoardo Scarfoglio.

Tornando a parlare della Madonna d’Appari, piccolo restaurato gioiello incastonato in un angolo naturale di rara bellezza, c’è da dire che in essa il martedì successivo alla Pasqua si celebra la messa e la successiva processione, nell’ambito della festa della Madonna, che la voce popolare vuole essere apparsa in età medievale in quel luogo ad una pastorella, Maddalena Chiaravalle (da qui l’espressione “Madonna d’Appari“) I nostri genitori e nonni di Assergi e di Camarda usavano andare a piedi in pellegrinaggio alla chiesetta per assistere alla messa e partecipare alla processione. Partivano al mattino, di buonora, portando, avvolti in una “sparra”, un pezzo di pizza pasquale avanzata dai giorni precedenti e del salame fatto in casa.


Ad Assergi c’era poi, fino al primo decennio del secolo scorso, un’originale e toccante tradizione, detta delle “verginelle”. Un’anziana signora, detta la “crollara” (cioè la fabbricante di corolle di paglia, oggetti utilizzati dalle donne di casa per poggiare sulla testa la conca piena dell’acqua attinta alla fontana pubblica) radunava un gruppo di bambine – le “verginelle” – e le incaricava di andare a pregare alla chiesa della Madonna d’Appari per una persona malata, nella convinzione, radicata nella fede cristiana, che le richieste dei piccoli trovassero più facile udienza presso il trono di Dio. Al ritorno dalla pia ambasciata, la persona che aveva commissionato il piccolo pellegrinaggio invitava a casa sua le adolescenti, e offriva loro una sostanziosa merenda.

Echi lontani di un mondo che la mia generazione ha appena sfiorato, voci di un secolo che ci appare innocente, dove le feste liturgiche scandivano la vita delle persone e le devozioni sacralizzavano la dura fatica dei campi. Ho spesso pensato che da queste e simili tradizioni le generazioni che ci hanno preceduto traevano i tesori del passato e i presentimenti dell’avvenire. Nato e crescuito all’ombra del ruscello che lambisce e quasi accarezza la suggestiva chiesetta, ogni volta che mi si offre l’occasione di passeggiare nei suoi pressi, ho la sensazione di accompagnarmi ad una voce amica, quella allegra e rassicurante dell’acqua del Raiale. L’ultima volta ho creduto di afferrare, per poterle fissare nella carta, parole e suoni che scorrevano tra le pietre, insieme all’acqua, per andare… chissà dove.

Cara chiesetta
un tempo solitaria,
luogo di bellezza rara,
gemma opalescente
di luce tenue,
incastonata tra
la bianca roccia
e l’acqua chiara
e fresca del Raiale,
piccolo angolo
d’incanto,
verde come
il manto
che scorre
insieme al fiume,
dove le acque
mormorano e
natura e poesia
si rincorrono ;
amica da sempre
dei miei pensieri,
a te sempre corre
il mio cuore di
ragazzo coi
suoi desideri,
a te ricorre
la mia mente
di adulto coi
suoi sospiri,
alla tua vista
riposa la mia
anima di uomo,
che aspira
alla speranza,
e all’eterna gioia
mira…

FEBBRAIO, IL MESE DEI CONCORDATI TRA CHIESA E STATO di Mario Setta

FEBBRAIO, IL MESE DEI CONCORDATI TRA CHIESA E STATO

di Mario Setta *


Il problema del rapporto Chiesa/Stato in Italia è più che secolare. È bimillenario. Ma dal Risorgimento ad oggi il rapporto è rimasto sul piano politico, mai su quello strettamente religioso, fondato sul principio: “Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio” (Mt. 22,21). Antonio Rosmini, dopo l’elezione a pontefice di Pio IX (1846), che aveva portato aria di rinnovamento nella chiesa, si sentì incoraggiato a pubblicare l’opera “Delle cinque piaghe della Santa Chiesa”, in cui auspicava la fine del potere temporale e un ritorno alla Chiesa primitiva. Nella conclusione, Rosmini scriveva: «Quest’opera, incominciata nell’anno 1832, dormiva nello studiolo dell’autore affatto dimentica, non parendo i tempi a pubblicar quello ch’egli aveva scritto più per alleviamento dell’animo suo afflitto dal grave stato in cui vedeva la Chiesa di Dio, che non per altra ragione. Ma ora (1846) che il Capo invisibile della Chiesa collocò sulla Sedia di Pietro un Pontefice che par destinato a rinnovar l’età nostra …» ritiene opportuno di pubblicare il libro.

Ma l’ottimismo di Rosmini durò poco. Il suo libro fu proibito e messo all’Indice. Quando arrivò l’Unità d’Italia (1861), nel discorso che subito dopo tenne Cavour nel nuovo Parlamento sembrava echeggiassero le parole di Rosmini. E, pur non essendo un cattolico praticante, Cavour riconosceva la grande missione della Chiesa: «Noi riteniamo che l’indipendenza del Pontefice, la sua dignità e l’indipendenza della Chiesa possano tutelarsi mercé la proclamazione del principio di libertà applicato lealmente, largamente, ai rapporti della società civile colla religiosa. Quando questa libertà della Chiesa sia stabilita, l’indipendenza del papato sarà su terreno ben più solido che non lo sia al presente. Né solo la sua indipendenza verrà meglio assicurata ma la sua autorità diverrà più efficace, poiché non sarà più vincolata dai molteplici Concordati, da tutti quei patti che erano e sono una necessità finché il Pontefice riunisce nelle sue mani, oltre alla potestà spirituale, l’autorità temporale».

La chiesa non accettò i suggerimenti di Rosmini, di Cavour e di altre personalità che le chiedevano di fare un passo indietro sul piano politico, ma ne auspicavano e favorivano l’azione sul piano religioso e morale. Dopo l’unità, il distacco tra Chiesa e Stato ebbe momenti di grande tensione: la breccia di Porta Pia (1870), la legge delle Guarentigie, il “Non expedit”. Con l’avvento del fascismo, Mussolini, pur non essendo credente si era proposto di fare del Cattolicesimo un perno del regime, tanto che la firma dei Patti Lateranensi, l’11 febbraio 1929, fu considerata non solo e non tanto la fine del conflitto tra Chiesa e Stato, quanto un grande successo del Partito Nazionale Fascista.

Con la Conciliazione, pur ridotta in un modesto territorio, la Chiesa conservava la sua sovranità, confrontandosi con lo Stato italiano da sovrano a sovrano. L’idea di separazione proposta da Rosmini e da Cavour fu completamente abbandonata: regime fascista e chiesa cattolica convivevano, aiutandosi reciprocamente. La chiesa concedeva “investitura” e il regime ne beneficiava creando un modo di vivere, di sentire, di operare di stampo “fascista”. Dalle lotte delle investiture erano passati secoli, ma la direttrice politico-religiosa era rimasta invariata. Arturo Carlo Jemolo, uno dei maggiori esperti del problema, ha scritto: «Con ciò si andava oltre al precetto del “Date a Cesare”, oltre al rispetto ed alla collaborazione al governo legittimo: con ciò si consacrava non il governo, ma la mentalità e il modo di vivere fascista».

IL CARDINALE AGOSTINO CASAROLI CON BETTINO CRAXI ALLA FIRMA DELL’ ACCORDO DI REVISIONE DEL CONCORDATO D’ ITALIA (Umberto Roazzi / Giacominofoto, ROMA – 1984-02-18) p.s. la foto e’ utilizzabile nel rispetto del contesto in cui e’ stata scattata, e senza intento diffamatorio del decoro delle persone rappresentate


Il 18 febbraio 1984 viene firmato il nuovo Concordato tra Chiesa e Stato. Con la revisione sotto il governo Craxi, migliorano alcune situazioni, ma la linea direttrice resta immutata. Michele Ainis, docente di Istituzioni di diritto pubblico, nel volume “Chiesa padrona”, scrive: «Il vecchio Concordato ospitava una quantità di norme che contrastavano in modo sfacciato con i princìpi stabiliti dalla legge fondamentale. Una su tutte: l’art. 5, circa il divieto di assumere negli uffici pubblici sacerdoti apostati o irretiti da censura; una disposizione che a suo tempo un giurista cattolico come Mortati definì “mostruosa”. Poi, certo, l’Accordo del 1984 ha superato le norme più odiose e anacronistiche; ma anch’esso presta il fianco a varie critiche di compatibilità costituzionali».

C’è un lungo elenco di fatti, con i quali lo Stato privilegia la Chiesa cattolica e che sarebbero incompatibili con la Carta Costituzionale:
-il riconoscimento degli effetti civili al matrimonio religioso;
-gli effetti civili delle pronunzie dei tribunali ecclesiastici (Sacra Romana Rota) mediante la procedura dell’annullamento;
-l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole, con la nomina dei docenti da parte degli Ordinari Diocesani;
-l’8 per mille, il meccanismo col quale si è sostituita la vecchia “congrua”, per cui «a ogni livello, nazionale e locale, i cittadini sono “costretti”, volenti o nolenti, consapevoli o meno, a contribuire pecuniariamente» (Curzio Maltese, La questua)

Ma Craxi sembrava non voler lasciare chiusa la partita risorgimentale della libera Chiesa in libero Stato, tanto che in un discorso del 20 marzo 1985, per la ratifica degli accordi, auspicava “il superamento della dimensione concordataria”, precisando che la riforma attuata dal suo governo doveva considerarsi come “revisione-processo”. Sabino Cassese ha scritto che “ogni costruzione statale è frutto del tempo, avviene a pezzi e bocconi… i cambiamenti non avvengono, solitamente, per rivoluzioni, ma per evoluzione” e Paul Ginsborg, nel libro “Salviamo l’Italia” (2010), rileva come il primo grande pericolo da cui l’Italia moderna deve essere salvata è una Chiesa troppo forte in uno Stato troppo debole.

Perfino Joseph Ratzinger, prima di essere eletto papa Benedetto XVI, aveva esposto qualche riflessione critica sul comportamento della Chiesa: «Purtroppo nella storia è sempre capitato che la Chiesa non sia stata capace di allontanarsi da sola dai beni materiali, ma che questi le siano stati tolti da altri; e ciò, alla fine, è stato per lei la salvezza» (Il sale della terra). In questi anni, nulla è cambiato. Siamo ancora a quel dilemma: aut Caesar aut Christus. La Chiesa non ha mai ceduto liberamente nessun potere. Ha cercato di mantenerlo a qualsiasi costo. Solo uno Stato veramente “laico”, nel senso etimologico di “popolare” (non populista), cioè di tutti, perché aperto e tollerante, potrebbe aiutarla a recuperare le sue origini e a liberarsi dalle catene che la imprigionano. Il sistema concordatario è stato e continua ad essere una catena che ne vincola la libertà, la riduce a “serva” dello Stato. Andare oltre il Concordato non sarebbe una pretesa laicista, ma una esigenza evangelica.

*storico

Per non dimenticare

Per non dimenticare

ROMA – Insieme al drammatico percorso di sterminio di almeno sei milioni di ebrei (denominato Shoah) nel Giorno della Memoria, che si celebra domani, 27 gennaio, vogliamo ricordare anche 500.000 morti tra Rom e Sinti nei campi di concentramento nazisti noto come Porrajmos, divoramento.

E’ una giornata che vogliamo non fosse dimenticata e che ha coinvolto uomini, donne e bambini. Non è lontana, però, anche oggi dal sentire comune la discriminazione nei confronti di questo popolo, ancora non riconosciuto come minoranza: un popolo che, in Italia, conta 120.000 persone, di cui la metà sono minori. Persone spesso emarginate, sistemate fuori dai contesti urbani, nei cui confronti prevalgono stereotipi, luoghi comuni e pregiudizi.

La Giornata della Memoria ci aiuta a riflettere su questa minoranza mettendo al centro le persone. E’ di qualche anno fa lo studio di suor Carla Osella, pubblicato dalla Fondazione Migrantes sul genocidio dei Rom e Sinti (“Rom e Sinti: il genocidio dimenticato”, Tau editrice): un viaggio nei luoghi del genocidio Rom e Sinto, per non dimenticare “un popolo che vive e soffre nelle nostre città, non sempre riconosciuto nella sua storia e nel suo cammino”, dice oggi la Migrantes.