Dino Campana – Genialità o follia? a cura di Yuleisy Cruz Lezcano

Genialità o follia?

 

Stavo facendo una ricerca per curiosità personale. Volevo scoprire la correlazione fra pazzie e presunte pazzie e avere alcuni esempi di artisti accomunati dalla loro sofferenza mentale e quanti di loro erano stati trattati con cure barbariche come l’elettroshock.

Gli esempi dei geni creativi ritenuti “folli” trattati e distrutti dall’elettroshock terapia erano più di quanto credessi, allora decisi di focalizzare la mia ricerca su uno di loro.

Dino Campana aveva solo trentatré anni mentre quando, ricoverato nel manicomio di Castel Pulci e ritenuto ormai incapace di intendere e di volere subisce i primi elettroshock (ETC). Anche Sylvia Plath, mentre stava preparando la sua tesi su Ulisse, è stata sottoposta a diverse sedute di elettroshock, come paziente esterna di un medico che in The Bell Jar era stato ribattezzato, ironicamente, Dr. Gordon. Penso che nel suo caso, l’elettroshock abbia contribuito pesantemente alla sua decisione fredda e ponderata di farla finita. Mi sono stupita di vedere sulla lista nera anche uno scrittore come Paulo Coelho che purtroppo iniziò a lavorare con un gruppo di teatro oltre che lavorare come giornalista. Il teatro rappresentava, però, un’attività immorale per la borghesia dell’epoca e i genitori, terrorizzati, lo portarono in ospedale per la terza volta, dove venne sottoposto a diversi cicli d’elettroshock. Trent’anni dopo queste esperienze, Paulo Coelho scrisse “Veronika decide di morire”. Continuando con la carrellata degli artisti sottoposti ad elettroshock possiamo aggiungere Alda Merini, una poetessa che ha vissuto sempre di poesia e fede, una fede infinita nell’uomo e nelle sue potenzialità. Dalla metà del Novecento Alda Merini, una delle voci più “alte” della poesia, visse il dolore del manicomio e dei 46 elettroshock che le sono stati inflitti. Su aggiungono alla lista nera anche Antonin Artaud che era un malato psichiatrico, più volte sottoposto all’elettroshock, così come Van Gogh, Munch, Kirchner, Bekmann, Ligabue, per citare solo alcuni degli artisti più o meno seriamente disturbati, alcuni addirittura morti suicidi, dopo poco tempo avere praticato l’elettroshock.

Allora mi sembra naturale che io mi ponga queste domande:

I cosiddetti sani si servono della psichiatria e dei manicomi per sbarazzarsi d’individui “pericolosi”, traumatizzandoli e accentuando la loro tendenza all’autodistruzione, minandone l’equilibrio mentale e portando all’esasperazione le loro angosce esistenziali?

Le esplosioni d’insofferenza possono accentuare il delirio di una persona fino a spingerla verso la completa follia? Guardando gli archivi del Manicomio di Imola mi appare la sua storia: un “Dino qualunque” con un cognome presumibilmente inventato “Edison”, è come dire un uomo meccanizzato, che si aggira per i corridoi bui, grazie alla corrente elettrica. Leggo nei documenti che tra un elettrochoc e l’altro “Dino Edison” aiuta in cucina a preparare le polpette alla bolognese per i suoi compagni reclusi e si vanta con tutti gli altri reclusi di fare le polpette migliori di Italia. Poi durante il giorno, Dino si isola, si mette quieto, quieto in un angolo del muro, e legge, legge continuamente, lì seduto per terra, senza disturbare. Nella sua cartella gli infermieri raccontano che Dino Edison era proprio un bravo figliolo, ubbidiente e che non si infuriava mai, non l’hanno mai trovato accoppiato con gli altri dannati, nemmeno è stato mai necessario legarlo al letto. E’ innegabile che il povero pazzo si fosse rassegnato alla segregazione, anzi a volte sembrava contento di essere lì, almeno non aveva né diritti, né doveri, né responsabilità verso la società. Quella stessa società che l’aveva abbandonato a se stesso, che lo trattava come un lebbroso del Medioevo, la cui unica salvezza è l’isolamento. Posso aggiungere che, a quei tempi e parlo della fine del 1800 e i primi anni del ‘900, l’isolamento serviva anche a nascondere la vergogna delle famiglie per bene, non era facile accettare il fatto di avere in famiglia “un pazzo” già che l’origine della malattia mentale andava ricercata nel passato familiare della persona. Leggendo ancora gli archivi ho potuto risalire al passato di Dino Edison, in realtà era un uomo di buona famiglia, di padre e madre benestanti, ma ciò non ha evitato che per anni madre e figlio si siano affrontati come due nemici, fino al punto che i genitori, insieme, hanno deciso di fare di tutto perché venisse diagnosticata la pazzia del figlio e per internarlo in Manicomio, sicuramente la vita di questo “uomo qualunque”  è stata segnata in profondità dal difficile rapporto con la madre, al punto tale di modificarne il carattere e il comportamento. La mancanza di predisposizione alla comprensione, la poca disponibilità affettiva e l’egoismo di una madre troppo presa dai suoi interessi, hanno procurato in Dino una sensazione infelice di abbandono. Andando avanti si può cogliere come la madre preferisca tenerselo lontano il più possibile, come gli comunichi continuamente il disagio della convivenza insieme a lui; è una madre che respinge continuamente la natura interiore del figlio, le sue idee e le sue abitudini; lo chiama perfino l’anticristo. È evidente dai documenti che la madre non possa sopportare il figlio. Per curiosità continuo a leggere la biografia di Dino, con la mia sorpresa scopro che quel “Dino Edison qualunque” non è altro che il grande poeta Dino Campana di Marradi. Senza parole mi perdo nei miei pensieri, credo che a volte la società non riesca a sopportare coloro che non si adeguano, che non sanno nascondere nulla, quelli che non sanno trovare rappresentazioni ideali di se stessi per indossare le proprie maschere; la società non tollera i vizi di chi si lascia andare volentieri ai propri appetiti e alla propria indole. E’ più facile nascondersi dietro falsi pudori e fare il giudice degli altri, cercando di intuire le interiorità dell’anima con parametri tecnici di misure che sono soltanto la somma di fraintendimenti.

La biografia degli internati alterna una descrizione in dettaglio degli eventi a una descrizione sfuggente e ambigua, si intravede comunque una giungla di gratuiti giudizi, un modo di vivere i momenti in preda a eccessive esaltazioni e diverse vite contornate da calunnie, da luoghi comuni di notizie inesatte, si deduce che nella vita degli “alienati”  il mistico e reale viaggiano allo stato selvaggio e che la società si arma in crociate fantastiche per aggredire i pazzi e per escluderli. Nella società lungo il tempo la definizione di follia è stata alquanto elastica, vi sono comportamenti folli che rientrano perfettamente nella normalità e altri sono considerati un problema perché hanno un potere di penetranza tale che sono per l’uomo cosiddetto “normale” incomprensibile. C’è come un’esplosione nel senso della parola follia: certi pregiudizi sociali valgono più di quanto un dizionario medico non dica. Il concetto di follia è un concetto allargato, disteso, esteso, gonfiato, se si preferisce, forse la stessa parola “follia” fa già paura. In realtà nella società moderna il folle conduce una più travagliata quando non è riconosciuta la sua follia, in compenso quando è stata emessa una diagnosi, rispetto al passato è molto meno soggetto a costrizioni, basta che non infastidisca nessuno.

In questa mostra storica di vita, ho conosciuto tanti uomini qualsiasi, che non hanno trovato la propria ricetta di felicità, ma hanno raccolto dalla vita pregiudizi, privazione, ed esclusione. Uomini che non hanno potuto trovare ciò che sono dentro, che hanno trascorso la loro vita senza trovare i giusti affetti, che si sono lasciati travolgere dal proprio disagio esistenziale senza imparare a prendere le giuste distanze. Per fortuna la struttura sociale e la concezione di follia si è trasformata nel tempo! Per fortuna  non ci sono più i manicomi! Ma devo dire che ho trovato tutto il materiale necessario per fare una relazione che potrebbe essere utile, in modo che ancora qualcosa possa cambiare in meglio.

Yuleisy Cruz Lezcano

1 commento
  1. Francesco Nigro
    Francesco Nigro dice:

    Grazie Yuleisy per questa tua ricerca sui FOLLI.
    Anch’io sono considerato tale per l’azione che conduco nel mio paese di origine in Basilicata e non solo.
    Gli individui che con il loro comportamento critico, chiaro e documentato, non si dimostrano in linea con il sistema avversandolo eclatantemente… debbono per forza essere etichettati FOLLI… o comunque esser fatti considerare tali dai comuni mortali.
    SEI IMPORTANTE PER ME YULEISY.
    Ti saluto con un abbraccio forte. Grazie ancora.

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