Inés SÁNCHEZ MESONERO – “Un profumo tra i ricordi” (racconto breve) a cura di Cinzia Baldazzi

 

Inés SÁNCHEZ MESONERO – “Un profumo tra i ricordi” (racconto breve)

 

I.

Tagliavamo il fiore del vento in una veloce corsa in mezzo al campo. Lui non vedeva niente fra le erbe lunghe: io ero gli occhi. Non sentiva nient’altro intorno che il raschiare delle erbe secche contro il cranio: io ascoltavo la natura per lui. Mi agganciavo fortemente al suo torso con le mie mani fisse. A lui però non facevo male, perché la sua pelliccia era troppo fitta per i miei lunghi artigli di umana. Le mie gambe storte si adattavano perfettamente alla sua ruvida pancia, e con i piedi sentivo il su e giù dei suoi polmoni.

Questo è uno dei miei ricordi più intensi. Non ricordo perché correvamo, ricordo solo che la sensazione di libertà e potere sui suoi fianchi, contro ogni elemento della natura, mi faceva sentire invincibile. I miei lunghi capelli si intrecciavano da soli in questa frenetica velocità, mi coprivano il viso, mi entravano in bocca. Eravamo pura vita.

Ora lui è vecchio. Spesso va contro gli alberi e non riesce nemmeno a sfiorare una lepre. Sono io ogni mattina a lasciarlo sul letto di muschio per andare a cacciare qualche animaletto. Quando lo mangia, sembra prenderne la vita direttamente dal suo sangue, per poi, qualche ora dopo, ributtarsi a terra. Vedo nei suoi occhi bianchi la stanchezza di una vita vissuta intensamente.

Oggi c’è luna piena. Siamo sdraiati accanto a un fuoco che non ho mai capito come ho imparato a creare. Da un lato, la luce dorata illumina le sue zampe, il suo petto, il suo muso, le sue palpebra. Dall’altro, la pelliccia della sua schiena riflette la luce argentata che sembra dare alle costole un’apparenza di statua vivente. A un certo punto mi giro verso il cielo per trovare le stelle. Fin da piccola le guardavo e le contavo come se fossero i giorni che avevamo passato insieme. Più guardavo nel nero, più ne vedevo. Pensavo che i giorni condivisi sarebbero stati così infiniti come gli astri. Ora sento veramente che le stelle stanno per finire e i battiti del suo cuore per estinguersi. Mi sdraio accanto a lui, lasciandogli gli ultimi attimi di caldo provenienti da quella danza di fiamme e cenere.

Apro gli occhi. Il sole mi colpisce, ho sete e mal di testa. Il fuoco è spento e le braci grigie. Pure lui.

Dal muschio lo sposto a un letto di radici intrecciate quasi disegnate apposta lì, dove la terra sarà la sua coperta. Spero che gli sia lieve. Vorrei baciare il suolo che lo ricopre, come l’ho baciato ogni notte, per augurargli un’eternità d’oro. Appoggiando le mani sul punto dove dovrebbe essere il suo petto, in un’ultima carezza, mi alzo e guardo ancora una volta il faggio che farà compagnia a mio padre.

Con tutto il dolore che mi appesantisce il cuore, devo lasciarlo: sento l’urgente bisogno di partire svelta a cercare la risposta che mi solleverà almeno un po’ di vecchie catene, con me da sempre e da mai: come sono arrivata qua? Chi sono? Come faccio a conoscere la parola, senza un ricordo di alcuna conversazione? Dove sono tutti gli umani? Come conosco la loro esistenza?

Ora che non ho nessuno, ora che non c’è niente da perdere, voglio perdere me stessa. Mi abbandono all’azzardo, mi lascio portare dal bosco.

Cari genitori,

dove siete? Vi cerco e non vi trovo. Vi cerco nella rugiada, tra il fogliame, fino fra le crepe della corteccia degli alberi, ma non ci siete. Provo ad annusare l’aria per trovare quel filo di profumo che mi porterà magicamente da voi. Ma non sento niente. Sì, sì che sento qualcosa: un buco nell’aria, sento un buco a casa mia; un vuoto che mi attira verso lui per provare a mangiarmi e farmi sparire. Ma non lo permetterò. Io lo voglio riempire, voglio dirgli che posso vivere perfettamente senza di lui, che non ho bisogno di nessuno. Invece, mi manca un pezzo d’aria, e non so dove andare a trovarlo.

Siete presenti nei ricordi del cuore, ma non della testa. Non ricordo mai un abbraccio o un pranzo condiviso insieme, ma la sensazione di essere insieme in famiglia la sento per tutto il corpo come già vissuta, come qualcosa di non nuovo. Mi chiedo perché non ci siete, mi chiedo che avete deciso di fare, mi chiedo come mai da un giorno all’altro tutto sia diventato un ricordo vago che ora mi sembra irreale. Come quella volta che il babbo e io vedemmo quel cavallo enorme.

È passato all’improvviso, e io non ci davo attenzione ma, passando davanti a noi, a ogni galoppo, m’incantavo di più: quella meravigliosa creatura piena di magia che sembrava non disturbarsi per la nostra presenza. Vi giuro, oramai mi sembra lontano, inesistente, perché è andato via così come arrivò.

Però di lui almeno ho questa vera messa in scena della natura, questo sogno in carne e ossa. Ma di voi… Che ne ho? Spinte istintive? La sensazione di amore? Il ricordo di un profumo?

III.

Sento di nuovo un enorme buco, ma ora nello stomaco, che alimenta se stesso nella mancanza di cibo. Non caccio niente da giorni, raccolgo solo frutti di questo bosco che ingoio subito e freneticamente. Poca è l’energia che danno per sopravvivere in questi paraggi ostili; meno male che il loro sapore e colore, più che il corpo, mi riempie la lingua e l’anima. Ma ora, proprio ora, pur analizzando ogni ramo a ogni metro, non trovo niente. E mi butto arresa su un pezzo di muschio, che è quello che mi fa sentire a casa. Il muschio come protettore di ogni pericolo.

In ogni caso, sono esausta. Mi manca: ho imparato il mondo da lui e io ora cerco di trovarne uno mai esistito, o almeno per me. Lascio cadere la testa abbattuta, poi la schiena, vertebra a vertebra, su un tronco di un faggio. In questo giorno grigio, sento poca vita sia fuori sia dentro di me… E queste palpebre che mi pesano irrimediabilmente.

O, forse… Prima che le ciglia arrivino a inchinarsi verso il mondo, in segno di resa dopo la sconfitta, vedo di fronte uno scoiattolo. Si trova su un ramo, non troppo alto, e penso “ce la faccio, ce la posso fare”. Mi lancio in un salto, come avrebbe fatto lui, con un piede a più di un metro dell’altro e, sull’aria, mi sento già girare la testa, annebbiarsi la vista… Ci sono quasi, allungo il braccio, prima di perdere l’equilibrio e…

Sento il profumo del muschio. Fresco sotto la guancia; non è freddo. Apro gli occhi è c’è lui. Di fronte a me. Si richiudono. Non vedo bene. Riprovo: vedo luce, vedo lui, ma mi fa paura. Pure lui mi guarda stranito e teso. Perché? Perché è uno strano. Così, comincia ad annusarmi dalla testa ai piedi. Si ferma un attimo, due, tre, che mi sembrano eterni. Poi, avvicina il suo muso a me e, all’improvviso, comincia a leccarmi la faccia per, finalmente, sdraiarsi accanto a me.

Oltre tutte le sensazioni, sento l’intenso profumo del muschio, addirittura più forte del suo odore. Una felicità mi scuote dagli organi fino ai nervi delle punte delle dita pur avendo una bestia del genere davanti. Rimango lì, respiro lì, con il suo collo intorno alla mia testa. Finalmente trovo qualcuno. Ora sì che sento caldo. Lascio andare le palpebre, voglio sentire meglio.

Subito dopo si rialzano da sole. Niente babbo, niente sole, solo faggi e faggi. Ma il profumo di muschio, quel profumo che ci accompagnava ogni mattina al risveglio, sì che è qui! Ora ho capito tutto. Ecco da dove vengo.

Vengo dalla terra, dal letto di muschio; nasco dal momento in cui quell’animale ha deciso che avrei fatto parte di lui. Chi saprà spiegare come ho imparato ad arrampicarmi, cucinare la carne o per quale ragione i miei capelli siano rossi e non neri? Non so come ci sono arrivata quella mattina lì, tanti anni fa, tenera, io, da sola, e senza ricordi. So solo che il momento in cui ho sentito per la prima volta il profumo di muschio insieme alla sua presenza è cominciata la mia vita, quella vera.

E ogni mattina, mi risveglierò accanto a lui. Ogni mattina rinascerò di nuovo.

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Da alcuni anni Inés Sánchez Mesonero dedica il proprio tempo libero alla scrittura, anche seguendo corsi specializzati. Nel 2017 è stata finalista nel concorso di scrittura creativa del Caffè Letterario “Le Murate” di Firenze e ha partecipato con il racconto Un profumo tra i ricordi alla III edizione del bando “Incrociamo le penne” ad Aprilia. È attualmente al lavoro su un racconto lungo, con l’idea di sviluppare in maniera più complessa personaggi e trame.

 

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(c.b.) Le letterature classiche offrono una ricca sintesi degli schemi di narrazione successivi, insieme al loro procedere interattivo nei paradigmi di contenuto funzionali sviluppati nei secoli. In Occidente, l’epos omerico (ἕπος) consente di enfatizzare culture ignare del divario tra mitologia e storicità, dati concreti e fantasie, aree di significante e significato, ambedue candidate a costruire il plot simbolico ideato. Una volta registrata nelle civiltà posteriori la diversità, l’eterogeneità tra spazi verosimili e immaginari, unità di lessico e messaggio sono progredite (sotto l’egida della validità e della bellezza) in correnti letterarie dove ora affiora l’indice fantastico, ora l’approccio di impianto immanente, o entrambi. Nel dettaglio, però, la parola histor (ἱστορ), adottata dal capostipite degli aedi nella pertinenza di “uno che chiede informazioni” – anche se il concetto di histor sul piano referenziale moderno non esisteva affatto – era proclamata e creduta prioritaria.

Nel racconto di Inés Sánchez, dunque, già nella prima riga, l’autrice risponde alla nostra necessità di essere “informati” attraverso la presunta voce narrante, con notizie fondamentali attinenti se stessa e il misterioso compagno di avventura: «Lui non vedeva niente fra le erbe lunghe: io ero gli occhi», inoltre: «Non sentiva nient’altro intorno che il raschiare delle erbe secche contro il cranio: io ascoltavo la natura per lui». Pertanto, il potere dello sguardo e del percepire suoni nell’aria è consono all’espressione principale della protagonista, la cui vita sin da bambina (almeno suppongo) è stata custodita da un lupo in una sorta di foresta o zona boschiva. Studiando, rammento di aver appreso la vicenda – seguita agli inizi dell’Ottocento dal medico e pedagogista Jean Itard – del mitico Victor dell’Aveyron, un trovatello vissuto per circa dodici anni in solitudine nei boschi del Massiccio centrale in Francia, e di altri fanciulli cresciuti in luoghi selvatici: ad esempio, Marie-Angélique-Memmie le Blanc, conosciuta dagli anglofoni con l’appellativo di “The Wild Child of Champagne”, l’unica enfant sauvage al mondo capace, con l’aiuto di un clan di esperti, di imparare a leggere e a scrivere.

Sull’importanza dei cinque sensi, l’abate naturalista Pierre Joseph Bonnaterre ha precisato quanto, per un’infanzia non ambientata nel sistema di condizionamenti relativi allo status civilizzato, fosse preminente l’olfatto, seguito dal gusto, dall’udito, dalla vista e, quindi, dal tatto. Per coerenza, nell’aura del brano della Sánchez predomina l’aroma, la fragranza del muschio, com’è esplicitato con chiarezza dall’Ego femminile in campo a parlare per noi: «Sento il profumo del muschio. […] Apro gli occhi è c’è lui. Di fronte a me. Si richiudono. Non vedo bene. Riprovo: vedo luce, vedo lui, ma mi fa paura. Pure lui mi guarda stranito e teso. Perché? Perché è uno strano. Così, comincia ad annusarmi dalla testa ai piedi. Si ferma un attimo, due, tre, che mi sembrano eterni. Poi, avvicina il suo muso a me e, all’improvviso, comincia a leccarmi la faccia per, finalmente, sdraiarsi accanto a me».

Chi sarà tale inquietante creatura femminea dalla lunga capigliatura e le «gambe storte», bloccata nel “ricordare” la “famiglia” d’origine? Dei genitori, infatti, confessa: «Siete presenti nei ricordi del cuore, ma non della testa. Non ricordo mai un abbraccio o un pranzo condiviso insieme […] Mi chiedo perché non ci siete, mi chiedo che avete deciso di fare, mi chiedo come mai da un giorno all’altro tutto sia diventato un ricordo vago che ora mi sembra irreale». Nondimeno, sappiamo con esattezza in quale misura il nucleo parentale di base della tradizione, agli albori della società organizzata in termini tecnico produttivi, scosse i capisaldi dell’ordinamento comunitario arcaico, motivando la svolta della matrice tipica dell’epos russo dove, appunto, a lottare per l’incolumità della prole è di norma la mamma e non il pater familias. Nelle analisi minuziose di S.V. Jastremskij, su un simile repertorio popolare, nel prologo delle trame-tipo la moglie dell’eroe era, di frequente, rapita da un mostro: nel frattempo, generando un erede, le spettava l’incombenza di difenderlo e mantenerlo. In seguito il figlio, da adulto, avendo combattuto il nemico proprio e della madre, lo uccideva: non prima di allora sopraggiungeva il padre, divenuto uno straniero, vissuto sino allora in uno stato contemplativo, essendo «stato salvato dai messi celesti che lo hanno risvegliato dal congelamento».

Per certo, l’arte delinea un quid inedito e innovativo, alieno da margini inibitori e influenze troppo condizionanti: nonostante ciò, affonda radici indelebili nell’hic et nunc quotidiano, “visitandolo” in modalità particolari nella civiltà letteraria globale, in un topos ospite di complessi microcosmi individuali e collettivi confortati da strutture intime o di gruppo. Nel racconto di Inés Sánchez, il vero “babbo” della nostra eroina dai capelli lunghi, soggetti a intrecciarsi «da soli in questa frenetica velocità», mentre le «coprivano il viso» o «entravano in bocca» ed erano «pura vita», non vuole trascurarla: e, sebbene anziana, la bestia, lasciata sul «letto di muschio», rimane protettiva e premurosa, malgrado la pelliccia sia adesso rada e nei «suoi occhi bianchi» emerga «la stanchezza di una vita vissuta intensamente». A un tratto, però, non respira più. «Con tutto il dolore che […] appesantisce il cuore», la ragazza deve andarsene, afflitta da una dilagante disperazione: «Niente babbo, niente sole, solo faggi e faggi». Avverte, comunque, diffuso «il profumo di muschio, quel profumo che ci accompagnava ogni mattina al risveglio, sì che è qui!», e dichiara: «Ora ho capito tutto. Ecco da dove vengo. Vengo dalla terra, dal letto di muschio; nasco dal momento in cui quell’animale ha deciso che avrei fatto parte di lui».

La bellezza di queste pagine è assai notevole, sebbene, appena la scena di giudizio è varcata dalla categoria della beltà, non è realistico identificarne e spiegarne ovunque, e con adeguata efficacia, le caratteristiche peculiari. Tra di esse citerei l’affascinante scelta di un’intelaiatura di canoni logico-causali sincronica/diacronica incrociata nel passato, nell’attualità e nel futuro; inoltre, ne apprezzo lo stile in quanto incrementato in virtù di una rete semiotica lessicale accurata, incisiva, con numerosi contrappunti di stampo drammaturgico, teatrale, allusivo delle “battute” in campo.

Il racconto potrebbe così rievocare, entro il margine di un’attrattiva poetica e simbolica utopica e strumentale, alcune riflessioni teoriche sul bello artistico illustrate da Immanuel Kant nella Critica del giudizio (1790), allorché scriveva: «Quando, scavando in una palude, si trova, come spesso accade, un pezzo di legno sgrossato, non si dice che esso è un prodotto della natura, ma dell’arte; la sua causa efficiente concepì uno scopo, cui esso deve la sua forma. D’altra parte si vede volentieri dell’arte in tutto ciò che è fatto in modo che la sua rappresentazione dovette essere nella causa prima della realizzazione». Il filosofo pensa alle cellette di cera costruite a regola dalle api. «Ma quando qualche cosa», prosegue, «si chiama assolutamente un’opera d’arte, per distinguerla da un effetto della natura, si intende sempre, con ciò, un’opera degli uomini».

Nel nostro caso ringraziamo, quindi, la Sánchez per aver agevolato il lettore nel condividere la bellezza dell’habitat, dei sentimenti, nello sviluppo di un terreno semantico narrativo con protagonista un autentico essere umano, una giovane, la quale, pur lasciandosi «portare dal bosco» e cercando invano i genitori «nella rugiada, fra il fogliame, fino fra le crepe della corteccia degli alberi», non appare emanazione di un’indole ancestrale involutiva: piuttosto, risulta animata da un meccanismo di libertà legittima, totale, fulcro essenziale, del resto, del valore universale della Schönheit kantiana.

Cinzia Baldazzi

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