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Viaggio nei sentimenti dell’emigrazione, tra storie e ricordi

“Un oceano di carta” e “La famiglia in 100 scatti”, pubblicate in due libri lettere e foto recuperate dagli studenti del Liceo G.B. Vico di Sulmona

di Domenico Logozzo, già caporedattore TGR Rai

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SULMONA – Giovani liceali di Sulmona recuperano dai cassetti, dai comò dei nonni e dalle impolverate scatole in cantina, centinaia di lettere e foto che raccontano la grande emigrazione, gli anni tristi della fuga alla ricerca di una terra promessa. Testimonianze di ieri che oggi diventano preziosi libri di storia. Da leggere e rileggere. E questo grazie alle ragazze e ai ragazzi delle quinte classi del Liceo delle Scienze Umane “Giambattista Vico” di Sulmona. Un esempio emblematico di buona scuola, alla fine di un percorso formativo coinvolgente sull’emigrazione e sulla famiglia tra l’800 e il ‘900, avviato alcuni anni fa. Le idee e i progetti diventano realtà. Freschi di stampa “Un oceano di carta” e “La famiglia in 100 scatti” nonché il calendario 2019 “Un viaggio nel tempo”, che fanno seguito alla pubblicazione del libro “LA MERICA” del 2013. Ricordi preziosi. Quando bastava un niente per essere felici. Come testimoniano le commoventi lettere natalizie inviate negli Anni Quaranta-Cinquanta ai famigliari. “Per il Santo Natale ricevete questo penziero per comprare un fiasco di vino e brindare alla mia salute con tutti in famiglia”. Pochi dollari e tanti doni di cuore. “Carissima Annina e famiglia, la ruota del tempo gira siamo di nuovo alla vigilia di Natale…Unisco venti dollari per un brindisi alla nostra salute”.

 

Lettere e foto del passato che non può essere dimenticato ma va raccontato, studiato ed onorato. “Sono lettere che consentono di ristabilire un punto di continuità con il passato e con la comunità di origine”, evidenzia la prof.ssa Carolina Lettieri nell’Introduzione al libro che ringrazia “le alunne della classe V F che nei due anni di lavoro al testo sono state le prime, con domande, dubbi e perplessità, a contribuire a mettere chiarezza al nostro lavoro. Senza di loro questo libro non sarebbe stato possibile”. E poi spiega: “Ogni storia d’emigrazione inizia con una partenza, con un distacco, è la lontananza che produce il bisogno di comunicazione e la comunicazione a distanza, in quell’epoca poteva solo essere scritta”. E sì, erano difficili le comunicazioni telefoniche.

 

Sfogliamo il libro e leggiamo. “Ieri chiamai per telefono – scrive amareggiato un emigrato alla moglie -, però la comunicazione non me la diedero. Chiamai ieri per fare gli auguri a nostra figlia, però non mi fu possibile”. Documenti e storie di vita. “Il 27 aprile 1955 partii da Napoli per l’America sulla Cristoforo Colombo, una nave piena di italiani che cercavano la fortuna in un nuovo paese. Ci confrontammo con l’enormità delle nostre aspirazioni solo nove giorni più tardi, il 5 maggio 1955, quando ci assiepammo, come fossimo un’unica persona, su un lato della nave per goderci la vista della Statua della Libertà, con la sua torcia tenuta alta, quasi a salutarci. Era giunta l’ora. L’ora di godersi la libertà”.

 

Così scriveva Vittorio Palumbo dietro una foto che lo ritraeva con altri emigranti il 4 maggio 1955 sulla Cristoforo Colombo. Scavare, portare alla luce il maggior numero di testimonianze scritte e fotografiche, raccontare bene il passato, significa far capire compiutamente il presente e contribuire a costruire un futuro con prospettive certamente migliori, senza più barriere, né pregiudizi e né odiose discriminazioni. “Il laboratorio di ricerca – spiega la prof.ssa Caterina Fantauzzi, dirigente scolastica del Polo Liceale “Ovidio” di Sulmona -, è stato progettato affinché gli allievi approfondissero le conoscenze sul tema dell’emigrazione, legate nell’ambito più generale dell’intercultura, e analizzassero gli stereotipi che fra l’800 e il ‘900 gli emigranti italiani si trovarono ad affrontare nei paesi d’arrivo”.

 

Un intelligente “avvicinamento” dei ragazzi al fenomeno migratorio. Esaminati dati e documenti, per “facilitare la comprensione del fenomeno stesso ed evitare una lettura distorta della realtà e una definizione di immigrato che risponda solo a diffusi stereotipi”, sottolinea   ancora la prof.ssa Fantauzzi nella Premessa al libro “Un oceano di carta, viaggio nei sentimenti dell’emigrazione”. E si sofferma su alcuni incontri che giudica “significativi”. Come quello con il prof. Franco Ricci, originario di Sulmona, docente nella Facoltà delle Arti dell’Università di Ottawa, che nella Presentazione evidenzia l’ottimo risultato dello studio realizzato da quelli che definisce “i miei allievi (se posso adottarli intellettualmente) della quinta del Liceo delle Scienze umane”. Elogio ai docenti e “ai valorosi ricercatori” che “hanno conservato e riverito la memoria collettiva dei loro lontani avi”. Aggiunge con orgoglio: “Anche io conservo nel cassetto dei ricordi più belli questa esperienza, per me unica ed indimenticabile”.

 

Impegno collettivo e autorevoli contributi come quello del Console onorario negli Usa, Quintino Cianfaglione, originario di Pratola Peligna. “Ha concluso questa fase di formazione, fondamentale per la ricostruzione della memoria storica e della memoria collettiva”, scrive la prof.ssa Fantauzzi. Sogni, sacrifici, successi. Cianfaglione si sofferma sulle positività, con l’orgoglio delle radici: “Un popolo di lavoratori, un popolo intelligente che con niente ha cresciuto una famiglia, ha creato tante imprese; un popolo molto apprezzato nel mondo della scuola, della scienza e della medicina”. Un tempo emigravano le braccia più forti, ora i migliori cervelli: “Oggi negli Stati Uniti arrivano ricercatori, medici, architetti che danno solo orgoglio a noi che viviamo in America. Sono molto preparati”.

 

Un oceano di carta” e il rispetto della memoria. Un aspetto che viene opportunamente evidenziato. “Non avrei immaginato che dei ragazzi, i nostri ragazzi di Sulmona e del territorio, potessero riconsegnarci uno scrigno così prezioso quale è questo libro”, scrive nella Presentazione l’avvocatessa Luisa Taglieri, presidente dell’Associazione “Voci di donne”. La ricchezza della ricerca. “Con questo lavoro gli studenti vengono a conoscenza di una realtà che è quanto più moderna. La storia dei migranti nel 2018 è la stessa dei migranti italiani che pensando di trovare lavoro, ricchezza, libertà e dignità partivano su navi per l’America, l’Australia; viaggiavano, la maggior parte, ammassati nelle stive, esposti alle intemperie sui ponti: donne e uomini con i propri bambini a volte spauriti, con il dolore nel cuore per dover abbandonare i propri luoghi, i propri familiari, ma con tanta speranza di conquistare una vita migliore”. Viaggi indimenticabili per tanti nostri connazionali: “Sono stati 9 giorni di nave. Io ero con una donna di Canzano che si chiamava Angelina. Sbarcai a una città che si chiama Halifax. Dal mare Atlantico siamo attraversato il mare Pacifico. Il 18 agosto 1948 qui per gli Stati Uniti e un viaggio che non dimenticherò mai”.  In tanti c’era la speranza di fare fortuna e poi ritornare in Italia.

 

Un emigrante della Valle Peligna: “Cari Genitori o ricevuto il salame che mi avete mandato e lo trovato molto buonissimo e mi e proprio piaciuto sono a ringraziarvi del bene che avete verso il vostro figlio…Cara mamma sento pure nella tua letterina che mi dici che ti dica se non cio più intensione di venire in Italia vedrai che io in america non ci starò tanto tempo perché amè l’america a me non piace mica troppo”. Ed un altro abruzzese da New York: “Cara madre se il buon Signore cidà una buona attraversata così ci potremo riabbracciare”. La mamma in cima ai pensieri di tutti: “Carissima mamma oramai comincio a contare i giorni che mi rimangono da rimanere qua in America dato che ho già prenotato il viaggio per la fine di aprile. Ho una grande voglia di tornare a casa per poter abbracciare tutti…”

 

Le lettere d’amore per le mogli lontane: “Carissima moglie tu devi avere pazienza, di essere segreta, di starti contenta e di avere fede al tuo marito che sta facendo tanto per te e ora abbiamo una buona speranza non passerà tanto lungo che tu verrai a riabbracciare il tuo caro marito che palpita per te”. Un altro: “Cara moglie per laffare di stare separate non è colpa mia è colpa della miseria perché se uno cia aveva la robba assai non ci faceva bisogne di venire qua ci stavamo in sieme e gotavamo e così io soffre qua e tu soffre la”. E i dubbi d’amore, provocati dalla lontananza: “Cara Sposa non farti voltare le cervelle da nessune ca ve la passate bene e per me non vi mettete nessuno pensiere che io vi ame proprio con vero cuore e voglio sapere se voi mi amate con vero cuore”.

 

Le lettere ritrovate e con l’aiuto dei parenti pazientemente trascritte dagli studenti   “permettono di osservare le situazioni vissute dagli scriventi, nella loro spontaneità ed espressività costituendo così un valore documentario di grande importanza”, osserva la prof.ssa Annalucia Cardinali. “L’emigrato pensa e parla in dialetto molto più spesso che in lingua – prosegue – e quando si accinge a scrivere una lettera ad un parente, lo fa con il sincero desiderio di redigere una bella lettera senza errori e con la colloquialità tipica del parlato popolare. La scoperta di questa “umanità” ha consentito agli alunni di comprendere il forte legame che traspare con il paese natio, gli affetti, le tradizioni, gli usi da trasferire ed inserire in un altro contesto nel quale ricreare una nuova identità sempre sulle orme di un legame con la nostra storia”.

 

Sfogliando poi il libro “La famiglia in 100 scatti” realizzato dagli studenti della V G con il coordinamento dalla prof.ssa Carolina Lettieri, emerge in maniera molto chiara “l’interesse che studentesse e studenti hanno mostrato nella conoscenza che accomuna ognuno di noi: il passato e la famiglia”. Scrivono gli autori del validissimo lavoro storico, culturale, sociologico ed antropologico: “Oggi, cresciuti nell’epoca della realtà virtuale attraverso la ricerca vogliamo riscoprire la magia dell’album fotografico, sfogliando pagine e pagine, sentendone l’odore e percependo la ruvidità della carta sotto le nostre dita. Ci siamo immersi in frammenti di vita, della vita vera, ben diversa dalla realtà degli schermi”. Riflettono e sostengono convintamente: “Ci siamo resi conto che le centinaia di foto registrate sui cellulari non hanno nulla a che vedere con la particolarità e le folgoranti emozioni che ci suscitano le realtà cartaceeAttraverso l’album “La famiglia in 100 scatti” parliamo di memoria, senza la quale non siamo nulla”. E senza memoria non si può progettare un buon futuro.

Sono foto che fanno sognare e commuovono. Foto da leggere, una ad una, pagina dopo pagina. Scorre il tempo. Epoche diverse. Personaggi, eventi, luoghi che suscitano emozione e ammirazione. “Ogni foto è un racconto a sé – scrive la prof.ssa Caterina Fantauzzi – in cui emerge in primo luogo la verità delle persone ritratte, delle famiglie, delle abitazioni e delle strade in cui hanno vissuto”. Davvero bravi gli studenti che “ci consegnano un’opera storica che rende eterni i volti ma anche i sentimenti e i valori delle nostre famiglie”, sostiene nella Premessa l’avvocatessa Luisa Taglieri. Elogia pure docenti e dirigente scolastica che “operano instancabilmente insieme agli studenti per la loro crescita, che di riflesso è anche la crescita della società”.

 

 

La presentazione ufficiale dei libri “Un oceano di carta” e “La famiglia in cento scatti” del Liceo “Giambattista Vico” di Sulmona è in programma per martedì 18 dicembre alle ore 9,30 nella Sala Consiliare della Comunità Montana Peligna. Dopo i saluti della prof.ssa Caterina Fantauzzi, dirigente scolastico del Polo Liceale “Ovidio”, sono previsti gli interventi di Luisa Taglieri, presidente dell’associazione “Voci di donne”, del giornalista e scrittore Goffredo Palmerini, di Mauro Cianfaglione, Rosita Cianfaglione, Carolina Lettieri e Annalucia Cardinali.   

 

 

 

 

 

 

 

“L’Italia nel cuore”. Bellezze, meraviglie e storie esemplari nel libro d’amore per le radici di Goffredo Palmerini

“L’Italia nel cuore”. Bellezze, meraviglie e storie esemplari nel libro d’amore per le radici di Goffredo Palmerini

 

di Domenico Logozzo *

 

 

PESCARA – “Beautiful Italy!” Nel mio recente viaggio in America, quando dicevo che ero italiano, un sorriso illuminava il viso delle persone. E mi ripetevano: “Beautiful Italy!” Sì, è bella l’Italia!  Mi è capitato tante e tante volte. E’ bello incontrare tante persone che ammirano la tua terra, la nostra terra. L’appartenenza. La fortuna di essere nati in un Paese che il buon Dio ha creato e fatto crescere con tanta bellezza. Che non dobbiamo dissipare. Ma conservare bene. Perché è un bene che tutto il mondo ci invidia. L’ho percepito, poi verificato, poi ho avuto una infinità di conferme. Camminando nei boschi, nei parchi, intorno ai laghi, nelle strade, entrando nei negozi di Seattle (Stato di Washington). E non solo. E ogni volta era per me una grande gioia. Giovani e meno giovani, americani, cinesi, giapponesi, tedeschi, sudafricani, brasiliani, gente di tutto il mondo, tutti sorridenti. Che ammirano l’Italia. Perché il nostro è un Paese che con le sue enormi bellezze, la storia, la cultura, la buona cucina, la cordialità e la genialità, dà un senso di serenità. Di gioia. E il mio cuore si riempiva d’orgoglio. L’Italia è amata. Amiamo l’Italia. Le nostre belle radici. Pensavo e ripensavo ai nostri tesori, che non sempre valutiamo e rispettiamo e valorizziamo. Come dovrebbe essere logico e giusto.

Cosa che fa in maniera esemplare il giornalista e scrittore Goffredo Palmerini, che recentemente ha ricevuto il Premio internazionale di giornalismo “Gaetano Scardocchia” con Medaglia del Presidente della Repubblica.  E’ appena uscito il suo ultimo libro “L’Italia nel cuore” – Sensazioni. Emozioni. Racconti di viaggio (edizioni One Group). 352 pagine di narrazione, con storie coinvolgenti e 276 belle immagini. Libro d’amore per l’Italia e di gratitudine per gli italiani all’estero che con la loro intelligenza, caparbietà, genialità e cultura tengono alto il nome dei paesi, delle città, delle regioni da dove sono partiti con la speranza di poter concretizzare idee e progetti purtroppo difficilmente realizzabili nei luoghi d’origine. Scrive Palmerini: “Tutti i miei libri, di cui ad altri è dato giudicare la forma e la scrittura, sono densi di amore e passione per le cose belle dell’Italia e degli italiani, per il nostro meraviglioso Paese. Che dobbiamo amare, rispettare e trasmettere a chi verrà, possibilmente più bello e migliore. Noi, nel nostro piccolo, rendiamo il nostro contributo”.

Il libro verrà presentato a L’Aquila mercoledì 21 giugno nell’Aula Magna del Gran Sasso Science Institute. Dopo il saluto del rettore, prof. Eugenio Coccia, interverranno Luisa Prayer, docente del Conservatorio “A. Casella” e direttore artistico dell’Istituzione Sinfonica Abruzzese; Carlo Fonzi, presidente dell’Istituto Abruzzese di Storia della Resistenza e dell’Italia contemporanea; Franco Ricci, docente di Arte e letterature Moderne all’Università di Ottawa(Canada); Francesca Pompa, presidente della casa editrice One Grup. Modererà gli interventi il giornalista e scrittore Angelo De Nicola. Palmerini ha dedicato questa sua ultima fatica al fratello Corradino. “Un grazie affettuoso a Corradino per il suo scritto sulla Storia degli Alpini. Un ringraziamento che si tinge di tristezza per l’immatura sua scomparsa, avvenuta il 4 novembre 2016. Ma anche di cristiana speranza che egli sia ora insieme a tutti gli Alpini “andati avanti” nel Paradiso di Cantore, laddove la sua generosità e il bene seminato a piene mani gli hanno meritato un posto in prima fila”.

Palmerini ci consegna un’altra preziosa opera “da leggere e rileggere” come ho scritto lo scorso anno in occasione della presentazione del libro “Le radici e le ali”. Pagine di storia e di cultura. “Ero presente, all’Università di Teramo, insieme a un folto pubblico – scrive nella presentazione la prof.ssa Luisa Prayer – il giorno in cui Elio Di Rupo è stato insignito della laurea honoris causa. Ero presente alla sua bellissima lectio, che è rimasta nella mia memoria come altissimo ed emozionante momento di consapevolezza rispetto ai principi e ai valori che ci fanno dire: siamo europei. Ritrovo qui, nel libro di Goffredo Palmerini, che mi ricordo salutai con gioia nell’Aula magna quella mattina, tutta la lectio di Di Rupo: meraviglioso poterla rileggere e davvero confortante sapere che grazie a Goffredo essa verrà conosciuta da moltissimi che non erano lì con noi quella indimenticabile mattina”.

La conoscenza, la diffusione in tutto il mondo, l’ottimismo, la capacità di raccontare con lucidità l’Italia dentro e fuori. Tutto ciò si coglie perfettamente sfogliando le pagine del libro che lo scrittore ci ha cortesemente fatto pervenire nella versione digitale, in attesa di poter toccare con mano ed apprezzare il profumo dell’inchiostro (sì, l’inchiostro un…profumo che per tanti anni ha accompagnato il mio cammino giornalistico nel mondo della carta stampata, prima di approdare alla Rai, ma il primo amore non si scorda mai…), dicevo il profumo dell’inchiostro dell’elegante edizione cartacea e ammirare le tante belle foto scelte con molta cura.  Ambasciatore dell’Aquila, dell’Abruzzo e dell’Italia nel mondo. “Goffredo è un testimone avido di positività – sottolinea ancora la prof.ssa Prayer – è un narratore di storie esemplari che hanno come protagonisti quegli italiani e quelle italiane che hanno vissuto la condizione di migranti e emigrati come una opportunità, e grazie al loro impegno e al loro talento hanno vinto una sfida difficile ma importante. È innamorato delle storie che racconta, delle persone che incontra”.

Amore che trasmette al lettore. E lo coinvolge. E lo spinge a leggere. Ed emoziona. Come evidenzia nella prefazione la prof.ssa Carla Rosati. “Quando prendo tra le mani un libro di Goffredo Palmerini e inizio a leggerlo, non posso non emozionarmi perché ne conosco già il protagonista: l’Abruzzo, nostra comune terra di origine. Non è di sé che vuole parlare Goffredo, infatti non si mette in primo piano e non indulge nemmeno a riferimenti personali o autobiografici se questo non è funzionale al racconto e soprattutto se non serve a narrare quello che gli sta più a cuore: l’Abruzzo appunto e gli abruzzesi con le loro storie di vita”. E con l’Abruzzo nel cuore “ci prende per mano e ci accompagna in giro per il mondo”. E’ coinvolgente. “Annota con finezza di scrittura le sue sensazioni ed emozioni, descrivendo luoghi, paesaggi, persone” tanto che “il lettore ha l’impressione di stargli accanto e di viverle con lui”.

 

Un libro che come gli altri sei scritti dal 2007 ad oggi merita di essere nelle biblioteche di tutte le scuole dell’Abruzzo – e non solo – perché serve effettivamente a capire la realtà attuale, con testimonianze del passato che si proiettano sul futuro. Scritti che hanno valore storico, culturale e anche sociale. E voglio perciò qui ricordare le parole di papa Francesco in occasione della Giornata Mondiale delle Comunicazioni sociali. “La comunicazione, i suoi luoghi e i suoi strumenti hanno comportato un ampliamento di orizzonti per tante persone. Questo è un dono di Dio, ed è anche una grande responsabilità. Mi piace definire questo potere della comunicazione come “prossimità”. L’incontro tra la comunicazione e la misericordia è fecondo nella misura in cui genera una prossimità che si prende cura, conforta, guarisce, accompagna e fa festa. In un mondo diviso, frammentato, polarizzato, comunicare con misericordia significa contribuire alla buona, libera e solidale prossimità tra i figli di Dio e fratelli in umanità”.

 

*già Caporedattore TGR Rai

 

Foto 1: Goffredo Palmerini intervistato a New York dalla giornalista Letizia Airos

Foto 2: Domenico Logozzo a Seattle

Foto 3: presentazione del libro a L’Aquila

Foto 4: Elio Di Rupo e Luciano D’Amico, rettore Università di Teramo

Foto 5: Goffredo Palmerini con Elio Di Rupo, a Teramo.

Foto 6: Goffredo Palmerini, ritratto da Clyde Korby a New York

Foto 7: copertina del volume

 

 

Gioiosa Jonica e quelle foto dei Girovaghi di 50 anni fa, quando “non c’erano soldi ma tanta speranza”. E si sognava – Domenico Logozzo

GIOIOSA JONICA – di Domenico Logozzo* “Non c’erano soldi ma tanta speranza”, cantava il crotonese Rino Gaetano. Parole che ci sono ritornate alla mente quando una sera in Calabria, a Gioiosa Jonica, l’amico Bruno Pisciuneri ci ha fatto vedere le foto degli Anni Sessanta del complesso musicale dei Girovaghi.

Anni in cui c’era un fiorire di idee. Giovani e anche meno giovani che sognavano e sapevano sognare, con la musica che dava una spinta in più per guardare con ottimismo al futuro. “A mano a mano”, nascevano e si moltiplicavano le belle iniziative. A Gioiosa e non solo. Tanti visionari che non si fermavano di fronte alle piccole o grandi difficoltà. L’ottimismo della volontà, carta vincente. Sacrifici e anche soddisfazioni. Belle sfide. Tanto fermento culturale, tanta passione e tanta fiducia. Magia della musica. La tradizione delle bande, lo studio, la nascita di complessi musicali, le applaudite esibizioni. Bravi cantanti e preparati musicisti. E nonostante le mille difficoltà, c’era, sì, una Calabria che sognava, progettava e credeva nella rinascita possibile. Visionari per passione. Purtroppo le cose non sono andate come era logico e giusto che fosse. Un mondo di promesse non mantenute. E le conseguenze sono oggi sotto gli occhi di tutti.
Soprattutto i giovani del profondo e poverissimo Sud, negli anni del boom economico hanno sognato, sperato e sofferto. La sofferenza più grande è stata provocata dalle grandi e continue delusioni. C’era veramente poco o nulla. Perché allo Stato poco o nulla interessavano le regioni meridionali. Errore gravissimo. Perché non si è capito – allora come oggi – che se il Sud resta indietro, l’Italia non avanza in Europa e non potrà mai essere competitiva nelle grandi sfide mondiali. Quanti parolai. Quante false aspettative sono state messe in scena dai nani della politica sul palcoscenico delle menzogne.
Lo scrittore calabrese Saverio Strati, vincitore del Campiello, nel 1977
Dare fiducia ai giovani. Ascoltarli, non ignorarli. Il presidente del consiglio Gentiloni, visitando Matera, ha lanciato nuovi messaggi, soprattutto alle imprese, invitandole ad investire nel Mezzogiorno. “Il momento è oggi, non dopodomani, perché ci sono le condizioni giuste, a partire da agevolazioni fiscali mai così vantaggiose. E il Governo farà il massimo affinché sia realtà e non resti solo uno slogan l’intenzione di mettere il Sud al centro della sua agenda”. Centralità del Mezzogiorno. Quante volte l’abbiamo sentito dire! Gentiloni ha riconosciuto gli errori del passato “che hanno fatto cadere per decenni la questione meridionale in un relativo oblio e che quindi non devono essere più riprodotti”. Buone intenzioni. Speriamo che non rimangano tali. Come purtroppo è avvenuto in passato: emigrare per sopravvivere, fuggire dalla miseria. I giovani continuano ad andare via. La disoccupazione intellettuale è molto alta. Cervelli in fuga, le forze migliori sono costrette a partire. Sempre più spesso vanno all’estero. Dove il merito viene riconosciuto e premiato. E così alla povertà economica si aggiunge l’impoverimento intellettuale. Tessuto sociale sempre più debole, sfilacciato, criminalità organizzata sempre più arrogante e soffocante.
Saverio Strati, lo scrittore che ha raccontato e reso universale, attraverso i suoi libri, l’epopea calabrese degli ultimi, morto 3 anni fa a Scandicci (Firenze) a quasi novant’anni, aveva lasciato la sua Sant’Agata del Bianco per trasferirsi in Toscana. Vincitore nel 1977 del Campiello con Il selvaggio di Santa Venere, 40 anni fa affermava durante una conferenza a Torino: “Il Sud ha ormai esportato tutto, anche i suoi uomini, cominciamo a reimportare ciò che abbiamo disperso. Potrebbe essere l’inizio della rinascita. Certo, non è tutto. Occorre anche una nuova moralità, dobbiamo imparare a vergognarci di lasciarci mantenere dal resto dell’Italia. Perché dobbiamo vivere di sovvenzioni, di leggi speciali?” Qualche giorno fa, sempre a Matera, il premier Gentiloni ha detto che “non si deve essere nostalgici della Cassa per il Mezzogiorno” e che c’è bisogno soprattutto di “interventi seri”, in particolare sulle infrastrutture. E successivamente ad Afragola, in provincia di Napoli, inaugurando la nuova stazione Tav, ha sottolineato: “Qui lo Stato garantirà sicurezza e sviluppo, qui il paese rialza la testa orgoglioso delle sue grandi opere. Opere di grande civiltà. Un grande paese è orgoglioso delle sue grandi opere e dobbiamo dirlo ad alta voce. Conquista, passo avanti, eredità che lasciamo al territorio”. Concludendo: “Oggi mettiamo sul tavolo due grandi promesse: il rapporto alta velocità e trasporto locale, dalla Vesuviana alle metropolitane, e il Mezzogiorno, lo sviluppo del Sud passa per le infrastrutture dalla Campania a Puglia, Calabria e Sicilia”. Sviluppo e attenzione per il Mezzogiorno. E’ quello che da decenni la gente del Sud chiede. Ma per troppo tempo non è stata ascoltata. E’ quello in cui credevamo e speravamo oltre mezzo secolo fa noi ragazzi del Meridione. L’augurio è che i ragazzi del Sud del nuovo millennio possano finalmente ritornare a sperare e a sognare e a vedere realizzati i loro sogni. E soprattutto che possano mettere al servizio della loro terra intelligenza e creatività. Per lo sviluppo reale, legato alla specificità del territorio. Che siano loro a fare le scelte più opportune. Non a subirle.
Bruno Pisciuneri, erede dello storico Bar Italia di Gioiosa Jonica, appassionato di musica ha suonato con il complesso I Girovaghi e conserva da 50 anni il contratto di una festa in piazza
Dicevamo all’inizio delle foto che ci ha fatto vedere l’amico Bruno Pisciuneri, erede dello storico Bar Italia e grande appassionato di musica. Dal ritaglio della Tribuna del Mezzogiorno con il simpatico trio di “armonica a bocca” Pepè Loccisano – Bruno Pisciuneri – Totò Ritorto, al complesso “melodico- beat” dei “Girovaghi”, fino all’impegno nella prestigiosa banda musicale Rossini di Gioiosa Jonica, diretta dal maestro Antonio Ritorto, altro caro amico dei tempi lontani. Con il Maestro Ritorto quando ci incontriamo a Gioiosa rievochiamo i ricordi, i fatti e i personaggi indimenticabili. Tra gioia, commozione e nostalgia. Nelle foto ho rivisto tanti cari amici. Qualcuno purtroppo non c’è più.
Bruno Pisciuneri conserva ancora gelosamente la copia di un contratto di mezzo secolo fa per una serata musicale in occasione dei festeggiamenti patronali in un bel borgo della Locride. Definito il compenso di 70 mila lire e stabilite anche le sanzioni in caso di inadempienze. Cinquemila lire di “trattenuta” per ogni componente che risultava in meno rispetto al numero stabilito. Contratto stipulato l’8 settembre 1967 tra il “Comitato Feste San Sebastiano in Condoianni (Reggio Calabria) ed il signor Giuseppe Loccisano, componente del complesso melodico-beat “Girovaghi” da Gioiosa Jonica (RC)”. Veniva dato l’incarico al complesso musicale “di svolgere un servizio di palco per il giorno 11 ottobre, dalle ore 20 alle 24”. Clausole ben definite: “Il complesso sarà costituito da 5 orchestrali, due cantanti di sesso diverso ed un presentatore della Rai-Tv. Il compenso pattuito è di lire 70.000. Restano a completo carico del comitato: diritti SIAE e tasse erariali”. Notate la specifica “sesso diverso” (non erano molte le donne che in quei tempi si esibivano in pubblico) e il fatto che il presentatore doveva essere della Rai-Tv.
E qui ci viene alla mente il grande Emanuele Giacoia, il volto e la voce della Rai calabrese. Durante una manifestazione pubblica a Gioiosa Jonica, venne sottolineata la sua preziosa e molto apprezzata attività in Rai. Ringraziò e con la simpatia che l’ha sempre contraddistinto disse: “Guardate che io sono veramente della Rai. Spesso sui manifesti c’è chi si spaccia “presentatore della Rai-Tv”. La verità è che queste persone l’unico rapporto che hanno con la Rai-Tv è l’abbonamento alla radio e alla televisione”. E si fece una grande risata, sottolineata da un caloroso applauso del pubblico. In effetti c’erano allora in circolazione tanti millantatori e la diffidenza dei “Comitati feste” era più che giustificata. Tanto che nel contratto con i “Girovaghi” si specificava: “Sarà ritenuta la somma di lire 5.000 per ogni elemento in meno. Gli otto elementi di cui sopra risultano dalla fotografia consegnata al comitato e firmata”. Foto “autenticata”. Niente trucchi e niente inganni. Erano anche questo i meravigliosi e irripetibili Anni Sessanta!
*già Caporedattore TGR Rai

Federica e quelle lezioni dei piccoli malati di tumore: “Niente è semplice in un reparto di oncoematologia se non ridere”

Federica e quelle lezioni dei piccoli malati di tumore: “Niente è semplice in un reparto di oncoematologia se non ridere”

di Domenico Logozzo *

 

 

GIOIOSA JONICA – “Niente è semplice in un reparto di oncoematologia pediatrica se non ridere. Ridere è semplice sempre, me lo hanno insegnato loro”. Federica Tavernese, 21 anni, di Gioiosa Jonica (Reggio Calabria), al terzo anno di università a Catanzaro, studia infermieristica pediatrica e ci racconta la sua straordinaria esperienza con i bambini del reparto di oncoematologia, dove ha concluso qualche mese fa il tirocinio. E ci fa ritornare alla mente le parole di Papa Francesco sull’importanza dell’affetto a supporto della terapia medica con l’ “affettoterapia”. Federica ricorda i mesi trascorsi a contatto con i piccoli ammalati di tumore e con le loro famiglie: “In quei bambini ad una lacrima si susseguiva un sorriso. Perché le battaglie vanno combattute e la paura non è mai stata una buona consigliera, e il sorriso e l’amore di una madre o un padre danno ancora più forza. Non è vero che un bambino non capisce, è così consapevole di tutto, ma continua a sorridere, giocare e crederci”. Con grande emozione e commozione racconta: “Guardandoli ogni volta mi sono chiesta: “Ma come ci riescono?” E ti dedicano quel tempo per farti dare una risposta a tutte le domande. Maria Grazia ti guarda con quegli occhi capaci di trasmetterti il mondo e ti regala un bracciale e nel mentre fa quel gesto, sai che ti sta donando un po’ di sé. Ed Emanuele, con il suo bel caratterino, ti fa ascoltare la sigla di Zorro, il suo nuovo super eroe preferito, che come lui combatte e sconfigge il nemico. Fantasia e realtà spesso non sono così distanti tra loro”.

Federica Tavernese

Chiedo a Federica cosa l’ha spinta a fare questa scelta. “Quando ho deciso di intraprendere questa strada avevo appena compiuto 19 anni, questa era una facoltà col test di ingresso come tante altre a cui aspiravo. Quando seppi di essere stata ammessa accettai subito. Non esitai, non ebbi nessun dubbio. Mi buttai a capofitto in questa nuova esperienza, che mi entusiasmava e mi intimoriva allo stesso tempo. In fondo non si sa a cosa si va incontro fino a quando non ci si è dentro davvero. E così iniziai il tirocinio tra i reparti pediatrici fino a quello dell’oncoematologia pediatrica”. Un’esperienza importantissima. “Questo è stato il reparto dove tutte le emozioni sono entrate più volte in gioco simultaneamente. Ricordo che il mio professore un giorno disse: “Ragazzi, non portatevi mai a casa i problemi di un reparto, quando chiudete la porta dopo la fine di un turno, con questa chiudete tutto ciò che vi ha fatto stare male”. E ho capito cosa volesse dire il mio professore solo quando ho iniziato la mia esperienza nell’oncoematologia pediatrica.  Tornare a casa e cercare di dimenticare quello che avevi visto pochi minuti prima era così difficile. Era impossibile, non si poteva dimenticare. E probabilmente nemmeno volevo farlo”.

 

Ricordi incancellabili. L’ “affettoterapia” e il coraggio delle mamme. “Tante volte non sono riuscita a trattenere le lacrime. Di fronte ad una mamma che cercava la forza nel prendersi cura di un figlio, così piccolo e già malato. Di fronte a un bimbo che il giorno prima correva in un parco, si dondolava sull’altalena, tirava calci ad un pallone e il giorno dopo era costretto a un letto d’ospedale. E ciò che mi colpiva ancora era come da un pianto in una sala medici, i genitori tornassero dal proprio figlio, con un sorriso sulle labbra e gli occhi colmi di coraggio, nonostante tutto. Arricchiti da una nuova speranza. E da una immensa tenacia. Nessuna madre e nessun figlio avrebbero mai mollato o abbandonato la speranza e la fiducia”. La grande forza dei piccoli pazienti in lotta contro un terribile e crudele male. La battaglia per la vita. “Quei bambini, sottoposti a chemioterapia, farmaci pesanti, volevano giocare ancora. E cantavano sempre a squarciagola. E chi riusciva scendeva dal quel letto tutto bianco ed e si esibiva qualche passo di danza. Ci facevano sorridere, così simpatici. Erano forti, tutti. E’ da qualche mese che ho finito la mia esperienza in quel reparto, eppure ricordo ogni faccia, ogni voce e i loro sorrisi. Non ricordo i pianti e questo grazie a quei bimbi con quel coraggio, quella voglia di lottare e vincere”.

 

Federica quale messaggio vuoi lanciare ai giovani?

“Sono giovane anche io, non ho molta esperienza di vita ancora. Ma ho avuto l’onore di trascorre tante ore con bambini malati di tumore. Il tumore era quel mostro da distruggere. Ognuno di noi si porta dietro qualche mostro, ognuno ha i suoi mostri, distruggiamoli anche noi con coraggio, sorriso e con occhi che brillano di felicità”.

 

I tuoi progetti per il futuro?

“Per adesso penso di finire l’università e di imparare il più possibile. Dopo si vedrá. Il mio desiderio è quello di poter lavorare con i bambini, specialmente con quelli che hanno più bisogno di aiuto”.

 

Dalla parte di chi soffre. Altruismo. Grande umanità. E’ questa la Calabria dei Buoni e dei Giusti. Da incoraggiare. Con i positivi esempi. Federica è un’altra brillante ragazza che “mette in luce il volto bello e positivo della nostra terra, diversamente da quello che spesso ci si vuol far credere”, come ha scritto il vescovo mons. Francesco Oliva nella lettera pasquale agli studenti della Locride, complimentandosi con quanti hanno partecipato alla XXII Giornata della Memoria e dell’Impegno che si è svolta nel mese di marzo a Locri. No alla rassegnazione. Sì alla speranza. “Non lasciamoci imprigionare dalla tentazione di rimanere soli e sfiduciati a piangerci addosso – ha detto il Papa nella sua omelia a Carpi cinque anni dopo il terremoto -. C’è chi si lascia chiudere nella tristezza e chi si apre alla speranza. C’è chi resta intrappolato nelle macerie della vita e chi, come voi, con l’aiuto di Dio solleva le macerie e ricostruisce con paziente speranza”.

*già Caporedattore TGR Rai

 

 

 

 

 

Nelle foto: Federica Tavernese nel Reparto di Oncoematologi pediatrica

Libri, “Gli Alpini, d’Annunzio, un motto” di Gianfranco Giustizieri fra “storia, poesia, leggenda in terra d’Abruzzo e anche oltre”. L’intervista – Domenico Logozzo

di Domenico Logozzo* L’AQUILA – Un motto attribuito a Gabriele d’Annunzio e cento pagine di storia, con preziosi documenti finora “top secret”, frutto di ricerche meticolose nell’Archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, per l’esatta interpretazione dello stemma araldico del Battaglione Alpini L’Aquila.

E’ quello che ha voluto di fare lo studioso aquilano Gianfranco Giustizieri con il libro “Gli Alpini, d’Annunzio, un motto – Storia, Poesia, Leggenda in terra d’Abruzzo e anche oltre” appena pubblicato dall’editore Carabba.

C’è grande attesa per la presentazione ufficiale in programma nel capoluogo regionale dell’Abruzzo il 7 ottobre, alle ore 16, nell’Auditorium del Parco, nella giornata d’apertura del 1° Raduno del Battaglione Alpini L’Aquila. La giornalista Rai Maria Rosaria La Morgia intervisterà l’autore Gianfranco Giustizieri e Antonino Serafini, presidente della Casa editrice Rocco Carabba.
Previsti gli interventi di Maurizio Capri, presidente del Comitato organizzatore della manifestazione e del prof. Walter Capezzali, presidente della Deputazione di Storia Patria negli Abruzzi, che illustrerà la “genesi di una ricerca” compiuta con la pazienza di un certosino e l’arguzia “dell’indagine poliziesca alla Sherlock Holmes”, come sottolinea nella postfazione. Capezzali evidenzia “lo stile giallo con il quale l’autore ci introduce non soltanto ad una rilettura attenta di documentate pagine di storia militare, ma anche alla scoperta di un “falso” che parte da una corretta attribuzione per arrivare ad una fantasiosa interpretazione: maestro sia nel sancire la prima, sia nello scoprire la seconda”. E sottolinea che” Giustizieri non finisce mai di stupire”. Vediamo perché. Ne parliamo con l’autore di “questa altra storia”, come lo studioso definisce il suo ultimo interessante saggio.
“Tutto è iniziato l’anno scorso – ci dice Giustizieri – in occasione dell’Adunata Nazionale degli Alpini a L’Aquila. Curiosità nate intorno ai motti che identificano i diversi reggimenti, i battaglioni e le stesse compagnie degli Alpini, in questo caso, ma delle varie forze armate in generale. Motti identitari dietro i quali sono racchiuse storie individuali e collettive che raccontano di tempi lontani non sempre conosciuti. I motti…parlano, rivelano, rendono manifeste narrazioni di guerra e di pace, di sofferenza e di gioia, di ardimenti e di altruismo. Parole poste come in uno scrigno, metafore di avvenimenti da rintracciare nel percorso del tempo.
Lei scrive che la curiosità è divenuta più motivata con il motto dello stemma araldico del Battaglione Alpini L’Aquila, di origine dannunziana “D’AQUILA PENNE UGNE DI LEONESSA”. Cosa ha scoperto? 
Il percorso è stato…accidentato, non sempre facile. Il ricorso ai documenti originali era necessario per cercare di capire la firma sicura, la storia, l’interpretazione, la probabile leggenda. Così, con l’aiuto indispensabile e prezioso di persone che nomino nella pagina dei ringraziamenti, ho aperto…lo scrigno e sono venuti fuori documenti preziosi. Due gli itinerari: militare all’interno dell’Archivio Storico dell’Esercito Italiano con faldoni impolverati dal tempo e letterario nelle biblioteche attraverso le innumerevoli pagine dannunziane e documenti della sua storia personale. I due percorsi, come due affluenti, si sono ricongiunti in un unico fiume e la sua storia. Quindi l’origine del Motto e la sua fonte sorgiva, i suoi significati, la polisemia delle parole, le sue applicazioni.
Mesi di ricerche e di consultazioni e di letture e di analisi. Come ha organizzato tutto il lavoro tra “storia, poesia, leggenda in terra d’Abruzzo e anche oltre”?
Come ho detto ho seguito due percorsi inizialmente indipendenti tra di loro ma che dovevano sicuramente incontrarsi se alcune intuizioni erano giuste. Poi i documenti, quelli trovati ma anche quelli perduti, hanno…parlato. In questo l’Archivio Storico è stato insostituibile, non ho fatto altro che cercare, catalogare, scegliere per la mia storia (tanto altro ci sarebbe da narrare). E d’Annunzio, il Vate, non so quanto ho letto di lui, soprattutto fino all’avventura fiumana e poi nell’anno 1935, al Vittoriale, tre anni prima della sua morte. Ma tutte le tesserine si sono riunite per formare il mosaico finale.
E’ così che è riuscito a scoprire un … “falso” nell’ interpretazione che finora era stata data al motto dannunziano?
Più che di falso parlerei di leggenda. Una leggenda nata per dare identità di provenienza alpina dai diversi luoghi della nostra regione, un giusto riconoscimento agli uomini e alle donne che hanno condiviso e condividono esperienze di ogni genere (mi piace riaffermare questa identità regionale anche al presente se pensiamo alle missioni di pace oltre confine del Battaglione “L’Aquila” oppure agli interventi per le catastrofi naturali nella nostra Italia). Una identità “catturata” da d’Annunzio, che è apparsa improvvisamente nella storia del Battaglione “Aquila” (questo il nome originario, senza l’articolo) ma che aveva avuto in precedenza altre storie. Questo è nel libro, non svelo altro e lascio per gli eventuali lettori.
Perché è importante questa rilettura del significato dello stemma araldico del Battaglione Alpini L’Aquila? 
La rilettura conferma, oltre i significati polisemici delle singole parole, l’identità di un Battaglione Alpini che nel Motto racchiude pagine gloriose di Storia in tempo di guerra e di pace, ieri come oggi e come sarà domani. C’è una fierezza di appartenenza tutta da rivendicare.
Ha proprio ragione il prof. Capezzali quando dice che lei “non finisce mai di stupire “. Niente di scontato nei suoi apprezzatissimi lavori. Lontano in tutto e per tutto dai soliti luoghi comuni. Ogni pagina riserva una sorpresa e ad ogni riga ci si sofferma per riflettere. Riflessioni che partono proprio dalla copertina del libro. Non c’è lo stemma araldico del Battaglione Alpini L’Aquila. Non c’è il cappello di un alpino. Non c’è d’Annunzio. C’è la foto della Stella alpina dell’Appenino. Perché questa scelta? 
Una scelta voluta, non occasionale. Volevo evitare una presentazione (la copertina presenta il libro e…aggiunge sostanza) ripetitiva del titolo ma andavo alla ricerca di un’immagine che riuscisse a raccogliere i valori espressi dalle parole. Così un mio carissimo amico, Bruno Marconi, esperto conoscitore della montagna e apprezzato fotografo mi è venuto in aiuto. La foto è sua: la Stella Alpina dell’Appennino (Leonotopodium nivale) delle nostre vette e la roccia nella quale nasce, quale immagine migliore come metafora della storia narrata! Poi la professionalità di Carlo Spera, grafico della casa editrice “Carabba”, ha fatto il resto.
*già Caporedattore TGR Rai
L’AUTORE
Gianfranco Giustizieri, nato a L’Aquila nel 1946, ha svolto la sua attività lavorativa nella scuola. Ha avuto diversi incarichi istituzionali con interessi nell’area amministrativa, umanistica e pedagogica. Studioso della cultura letteraria italiana, specializzato nelle Riviste della prima metà del ‘900, da “Leonardo” a “Primato”, con relativo insegnamento universitario come cultore della materia, è autore di varie pubblicazioni riguardanti il patrimonio letterario abruzzese. Ha dedicato gran parte del suo lavoro alla riscoperta di una delle più importanti rappresentanti della letteratura del Novecento, Laudomia Bonanni, di cui ha ricostruito l’archivio. E’ uno dei quattro soci fondatori e vicepresidente dell’Associazione Internazionale di Cultura “Laudomia Bonanni” nata per la diffusione, la conoscenza e la traduzione delle opere della scrittrice.

La chitarra battente di Francesco Loccisano “Stella del Sud” nel cinema di Saura e nel rock della Nannini – Domenico Logozzo

Francesco Loccisano con la ballerina e coreografa Manuela Adamo e il grande regista spagnolo Carlos Saura

 

La chitarra battente di Francesco Loccisano

“Stella del Sud” nel cinema di Saura e nel rock della Nannini

 

di Domenico Logozzo *

 

GIOIOSA JONICA (Reggio Calabria) – E’ un momento magico per la chitarra battente di Francesco Loccisano, l’artista calabrese che recentemente ha ricevuto a Camigliatello Silano (Cosenza) il premio “Stelle del Sud 2016” dopo i successi ottenuti con Eugenio Bennato, Vinicio Capossela e recentemente con Gianna Nannini a Soverato, ora figura tra i protagonisti del nuovo film musicale “La Jota” del grande regista spagnolo Carlos Saura. Artisti d’eccezione per documentare musica, canto e danze della terra d’Aragona.

Francesco Loccisano con Gianna Nanni, al termine del concerto di Soverato(Catanzaro)

Il 13 settembre verrà presentato al Festival Internazionale del Film di Toronto. Carlos Saura ricorda che “la Jota è musica popolare così potente che è stata in grado di attirare rinomati compositori musicali come Listz, Saen Saens, Massenet, Falla, Granados, Albéniz, Tárrega o Breton “ e che “la sua influenza è evidente nella maggior parte della geografia spagnola: Castiglia, Navarra, Valencia, Murcia, Estremadura e Andalusia; è ancora molto presente nelle Filippine e in America Latina, soprattutto in Messico”. Ci offre un viaggio attraverso venti proposte in base ai ritmi della “Jota” che per il regista “è un’arte maggiore”. Si parte “dalle più semplici e popolari per finire alle più moderne e audaci proposte della musica, che dovrebbero servire come base per il futuro di questo potente ritmo”, viene sottolineato nel sito ufficiale del film, spiegando che vi partecipano “i migliori musicisti, cantanti e ballerini che ora si possono trovare in tutto il mondo”.

E poi “La Jota” non solo offre un’alternativa al pubblico curioso di oggi, ma servirà in futuro come un documento storico di memoria e di consultazione per tutti gli amanti della musica”. Avviando questo nuovo lavoro, dopo le esperienze in pellicole musicali come Bodas de Sangre, Carmen, El Amor Brujo, Tango, Sevillanas, Flamenco, Fados e recentemente nel 2015 Zonda, Saura aveva detto chiaramente che era intenzionato “a riunire l’eccellenza che c’è oggi in questo ambito, lasciando una testimonianza di valore eccezionale, di artisti attuali e artisti del passato; ortodossia ed eterodossia; canzoni, ritmi della tradizione e ritmi del domani dovranno essere restituiti con il dovuto valore in questo nostro lavoro”. Francesco Loccisano è orgoglioso e felice per essere stato chiamato a far parte del qualificatissimo cast.

 

 

Un bel riconoscimento dall’ottantaquattrenne regista spagnolo che ha molto apprezzato il contributo di Loccisano. “Abbiamo registrato la mia composizione con Carlos Saura, il figlio, la coreografa e ballerina Manuela Adamo e il resto della troupe per 12 ore quasi consecutive. Il Maestro è stato subito catturato dal suono della chitarra battente, lui ama la musica ed è profondamente innamorato dell’Italia”.

 

Anni ed anni di sacrifici, passione, ricerca, studio e tanta fantasia trovano meritati riconoscimenti da grandi protagonisti del cinema come Saura e della canzone come Gianna Nannini. “Una serata straordinaria quella vissuta a Soverato” ricorda Loccisano. Gianna Nannini l’ha coinvolto più volte nella sua travolgente esibizione davanti ad un grande pubblico. Dal palco Gianna ha detto: “Ho realizzato finalmente il mio sogno, portare la chitarra battente nel rock”. Annunciando: “E sappiate che non è finita qui”. Una collaborazione solo all’inizio, dunque tra la famosa cantante e l’apprezzatissimo musicista di Marina di Gioiosa Jonica. Collaborazione artistica che sicuramente avrà un felice connubio con un positivo seguito. “Bisogna dirlo agli americani, la chitarra è stata inventata in Calabria c…!”, ha detto ancora la Nannini. E infine l’appello ai calabresi: “Una terra così bella non bisogna lasciarsela fottere, capito?”.

 

Una terra che riesce ad esprimere grandi potenzialità. La chitarra battente di Loccisano ha dunque entusiasmato la Nannini, che sul suo sito web ha ringraziato il musicista calabrese scrivendo: “Mi hai fatto tremare di gioia con la chitarra battente”. Per Francesco Loccisano i prossimi mesi saranno ricchi di impegni, non solo in Italia, ma anche all’estero. Il suo progetto si sta concretizzando felicemente: uno stile personale sempre più apprezzato ed imitato. Riferimento importante per tutti quelli che intendono intraprendere lo studio di questo straordinario strumento. Molto successo sta infatti riscuotendo il “Metodo Loccisano”. Ha individuato nella battente “potenzialità inespresse, partendo da una diversa concezione: non solo un ruolo di strumento sostenitore del canto, ma in grado di proporre un repertorio solistico che può affermare la propria originalità”.

L’abbraccio tra Gianna Nannini e Francesco Loccisano. 

E i risultati gli stanno dando ragione, mentre ribadisce che “noi musicisti dobbiamo dare maggiore importanza alle radici ed immergere il pennello della creatività in tutto ciò che di bello abbiamo avuto in eredità dal passato”. Risultati che hanno ottenuto recentemente nuovi e qualificati riconoscimenti, come abbiamo scritto in apertura. A Camigliatello Silano gli è stato conferito il prestigioso premio “Stelle del Sud 2016” dall’Associazione ASSUD. Questa la motivazione: “Francesco Loccisano è un artista poliedrico e cultore della chitarra battente, studioso appassionato e precursore di una nuova concezione di questo particolare strumento. Dimostrazione lampante di quante potenzialità nel Sud attendono di essere scoperte e reinterpretate, nonché del ruolo fondamentale delle nuove generazioni per una armoniosa rivoluzione culturale”. La nuova Calabria si costruisce così!

 

*già Caporedattore TGR Rai

 

 

Foto:

1-Francesco Loccisano con la ballerina e coreografa Manuela Adamo e il grande regista spagnolo Carlos Saura

4- Scene dal film musicale di Carlos Saura “La Jota”

6- Francesco Loccisano con Gianna Nanni, al termine del concerto di Soverato(Catanzaro)

7- L’abbraccio tra Gianna Nannini e Francesco Loccisano.