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I giovani emigrano: tutelarli all’estero, creare occupazione per farli tornare Written by Rino Giuliani

I più recenti dati sulla situazione economica del paese dal punto di vista produttivo e delle esportazioni e quelli sull’andamento del mercato del lavoro italiano non sembrano lasciare molto spazio ai giovani che, emigrati all’estero, vorrebbero oggi tornare per lavorare e vivere nel proprio paese.

D’altro canto le recentissime scelte del governo in tema di occupazione, legate al reddito di cittadinanza lasciano non pochi dubbi anche sulla possibilità a breve di dare risposte per i giovani inoccupati che non hanno lasciato l’Italia. .Contestualmente, a tutto campo, vi è la questione di come il governo intenda affrontare la questione delle centinaia di migliaia di giovani italiani, laureati e non, che sono emigrati all’estero per sfuggire alla inoccupazione e alla precarietà dei rapporti di lavoro e che trovano nei paesi di accoglienza più spesso lavori a bassa contenuto professionale, precarietà non solo determinata dai diseguali rapporti con gli imprenditori ma anche da normative che sfavoriscono i giovani immigrati anche in tema di diritti welfaristici.

Il fenomeno dei giovani “in movimento” alla ricerca del meglio nell’area Schenghen, i “cervelli in fuga” testimonianza di un ascensore sociale ad alta velocità per pochi bravi e fortunati, i giovani di “Erasmus plus”, sono una parte limitata di un fenomeno che nella fase attuale della globalizzazione e della rincorsa in atto alle chiusure nazionali e nazionalistiche, del “prima noi e poi gli altri” è rappresentato da tantissimi altri giovani di una emigrazione ”proletaria” che ha tratti e contorni simili a quella che li ha preceduti negli anni. Come dare tutele a questi italiani fuori dalla madrepatria che verosimilmente non torneranno presto in Italia è la domanda oggi senza sufficienti risposte. E’ questo un nodo che seguita ad aggrovigliarsi pur rappresentando una assoluta priorità della quale il governo non si fa carico.

Fra il 2006 e il 2016 sono stati quasi due milioni i nostri connazionali usciti per costruire il proprio futuro altrove. Giovani che all’interno dei confini nazionali si sono formati ma che poi sono stati costretti a emigrare per trovare una occupazione in linea con le loro aspirazioni. Una perdita secca per l’Italia e un vantaggio per i paesi di accoglienza (che sono soprattutto Germania, Regno Unito e Francia). L’obiettivo di far tornare i giovani in Italia resi anche più competitivi dopo un periodo all’estero nel quale, almeno alcuni, (quelli laureati e fortunati si sono potuti costruire una utile rete professionale internazionale) può essere perseguito se il sistema produttivo, di beni e servizi riprende a espandersi, se si allarga anzichè ridursi, cosa che sta avvenendo anche in questi primi mesi del 2019.

Questo obiettivo impegnativo deve essere assunto in primo luogo a livello nazionale dai protagonisti interessati, istituzioni, rappresentanze imprenditoriali e organizzazioni sindacali. Serve una proposta ed una programmazione ma anche vi è bisogno di un contesto favorevole in cui il paese sia messo in condizioni di crescere. Non si vedono a breve i segni di una volontà di tal genere né le forze politiche concentrate su prossimo voto europeo mostrano di prendersi in carico convintamente tale ragionevole obiettivo. Dalla legge 238 a altri successivi provvedimenti di legge sono stati dati bonus fiscali (crescenti) per avviare un processo di ritorno dei giovani. Il ruolo delle Regioni è stato ampio e diretto.

Negli ultimi 5 anni in specie si è provato a dare il via a borse di rientro, variamente denominate per finanziare proposte e progetti che potessero favorire il ritorno in patria, nella propria regione (ma anche di ritorno da altre regioni italiane) dei giovani lavoratori più qualificati con particolare attenzione ai giovani laureati e diplomati. E’ il caso di “torno subito” della R Lazio (4 volte riproposto dal 2014 al 2018), che ha finanziato attività di formazione fuori regione dedicata a laureandi o dottorandi che, arricchito il proprio curriculum con esperienze nuove, fossero intenzionati a mettere a frutto la loro esperienza ritornando nel territorio regionale. La decisione sul piano nazionale (quale quella presa con la legge di bilancio del 2017) di dare agevolazioni fiscali a chi, molto qualificato, riporta la propria residenza in Italia è un dato significativo ma non risolutivo del problema aperto.

Per i più la spinta a rientrare non è data soltanto da queste forme di agevolazioni o dai contributi a fondo perduto. Occorrono maggiori certezze che solo un quadro di ripresa del paese è in grado di determinare. Sarebbe interessante avere un bilancio comparato di tutte le esperienze regionali finanziate a tal fine per valutarne con i risultati le criticità spesso dichiarate o denunciate. La vera sfida tuttavia è che il governo sia in grado di promuovere un mercato del lavoro che funzioni con trasparenza e che sia aperto a tutti, con le stesse regole di accesso per chi è italiano e per chi italiano non è e che lo stesso prenda misure adeguate per dare slancio all’occupazione. Su questo punto i partiti di governo sono conviti di aver trovato la soluzione che non immediata arriverà con il tempo mentre le opposizioni al governo restano convinte della totale inefficacia della manovra finanziaria fatta rispetto al fine di far crescere l’occupazione.

Di certo i prossimi mesi di un paese in recessione non vedranno nuova occupazione. Oltre all’impegno delle istituzioni, che oggi è solo annunciato, serve anche un mutamento della qualità della domanda di lavoro da parte delle imprese, e condizioni più favorevoli per i giovani intenzionati a fare impresa. E’ il tema della innovazione e degli investimenti in innovazione. Quando una grande struttura territoriale della Confindustria critica fortemente il governo, quando quella emiliano- romagnola decide di manifestare contro il governo (cosa fatta da CGIL CISL UIL il 9 febbraio scorso ponendo al centro sviluppo e occupazione) significa che nel rapporto una volta fisiologico della ricerca di una intesa fra parti sociali e istituzioni qualcosa non funziona. Il che però è anche un indicatore dello stato di salute della democrazia.

Portavoce FAIM