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Goffredo Palmerini, viaggiatore instancabile e curioso, ansioso di scoprire le perle del mondo di Franco Presicci

A Milano la presentazione del suo libro “Grand Tour a volo d’Aquila”, giovedì 17 gennaio, con Hafez Haidar

di Franco Presicci *

MILANO, 13 gennaio 2019 – Un nuovo libro del giornalista e scrittore giramondo Goffredo Palmerini. S’intitola “Grand Tour a volo d’Aquila”, ed è ricco di cronache, commenti, personaggi, storie. Un libro interessante come i precedenti. Palmerini non delude mai. Le sue opere catturano l’attenzione e la tengono viva fino all’ultima pagina. L’ho sfogliato con l’intenzione di rimandare la lettura al giorno successivo, ma già i primi capitoli mi hanno preso e non mi sono più fermato: “L’Aquila, sette anni dopo il terremoto”; “Constantin Udroiu all’Accademia di Romania: la retrospettiva del grande artista scomparso”; “Una Radio per gli italiani a Londra”…; e poi le pagine su San Severo. Adoro quella città in provincia di Foggia, avendovi frequentato il liceo classico Matteo Tondi, che aveva pilastri come i docenti Casiglio, De Rogatis, Stoico, Ceci, e preside Mancini. Conoscevo bene figure, strade, monumenti, palazzi gentilizi, cinema, conventi, soprattutto quello confinante con la villa, rallegrata dagli urli di gioia dei bambini, che invadevano la cella di padre Matteo, che trascorreva le giornate tra meditazione e letture.

   Erano gli anni in cui Tommaso Fiore vinceva il Premio Viareggio con “Un popolo di formiche” e tempo dopo il figlio Vittore, giornalista e poeta, a San Severo, il Fraccacreta con “Ero nato sui mari del tonno”; Fernando Palazzi smaltiva la delusione per l’esito del Premio Viareggio, dove aveva partecipato con il romanzo “Rosetta”, senza essere sostenuto da quelli che lo avevano incoraggiato ad affrontarlo, e pubblicava la nuova edizione del suo vocabolario; a San Giovanni Rotondo prendeva corpo la “Casa Sollievo della Sofferenza,” tenacemente voluta da San Pio… Erano gli anni del miracolo economico, il Sud si salassava e la popolazione di Milano cresceva del 24,1 per cento e quella di Torino del 42,6.

   Con il suo stile scorrevole, efficace e godibile Palmerini delinea San Severo con brevi pennellate: “Un pregevole centro storico con importanti monumenti, che l’hanno fatta riconoscere città d’arte. San Severo è una bella città posta nel margine settentrionale della Puglia, tra il Gargano e il fiume Fortore, nella Capitanata – della quale a suo tempo fu capoluogo – laddove confluivano gli antichi tratturi della transumanza. Il centro storico, perimetrato dalle antiche mura urbiche, conserva l’intricato impianto viario medievale”…  E prosegue: “Bella e ampia la Cattedrale, con fonte battesimale duecentesco e notevoli tele del Settecento, d’influenza napoletana. Altro vanto della città è il Teatro municipale…”, dove quando c’ero io si esibirono fra i tanti il cantante partenopeo Giacomo Rondinella, che allora per molti era un divo; l’attore Guglielmo Inglese, gli studenti del locale liceo classico con “Mister Brandi”, una commedia scritta da un maestro elementare del luogo.

   In un capitolo di “Grand Tour” l’autore ricorda la XV edizione (svoltasi, come sempre a San Severo, nel 2016) del Premio giornalistico ispirato a Maria Grazia Cutuli, l’inviata del “Corriere della Sera” assassinata in Afghanistan il 19 novembre del 2001, sulla strada da Jalalabad a Kabul, assieme al collega del “Mundo” Julio Fuentes e a due inviati della Reuters. Ricorda il profilo professionale della giornalista, laurea in filosofia con il massimo dei voti e lode all’università di Catania, e del Premio, che, organizzato dal Centro culturale “Luigi Einaudi”, del luogo, ha il patrocinio dell’Unesco, dell’Unicef e della Regione Puglia; elenca i giornalisti che di quel riconoscimento sono stati insigniti, tra cui Hafez Haidar,” candidato al Premio Nobel per la Pace, giornalista, poeta e romanziere, docente di Lingua e Letteratura Araba presso l’università di Pavia, considerato uno dei maggiori studiosi delle religioni, libanese per nascita e italiano d’adozione…

   Suggerisco a tutti “Grand Tour”, che porta per mano il lettore attraverso più di 300 pagine. Nella sua presentazione Hafez Haidar dice che Goffredo “riesce a cogliere i benevoli frutti delle vicende degli uomini e delle donne e a mettere in risalto le loro opere di vita e di pensiero. In veste di ambasciatore della propria terra e di convinto sostenitore della necessità del dialogo e della benefica contaminazione culturale tra i popoli, ci presenta un’altra Italia, sorgente di luce e conoscenza per tutti coloro che amano il dialogo e credono nei valori fondanti della pace e dell’amore…”. Viaggiatore instancabile ed entusiasta, avido, curioso, ansioso di scoprire le bellezze del mondo e di esaltare la tenace volontà degli uomini di affermarsi ovunque si siano trapiantati, superando sacrifici e ostilità, ignorando insulti, il rifiuto, spesso il disprezzo. Palmerini ama andare verso l’altro.

Tiziana Grassi

“E’ uno dei figli più affermati e prestigiosi di quella terra meravigliosa, che è l’Abruzzo – parole di Tiziana Grassi nella prefazione -, coraggiosa e indomita verso cui lo scrittore riversa tutto il suo amore a partire dall’Aquila… Quel sentimento lo estende a tutto il nostro Paese, anzi il Belpaese, come lui lo chiama. “Con grande gioia esprimo, da aquilano, plauso ed emozione per l’Oscar conferito a Ennio Morricone dall’Academy of Motion Picture Arts and Sciences a Los Angeles per le musiche del film “The Hatefun Height” di Quentin Tarantino…Diverse volte Morricone è stato all’Aquila per dirigere applauditissimi concerti, nel giorno memorabile della cittadinanza onoraria, come nell’immediatezza del tragico terremoto del 2009 la sua visita alla città ferita”. Oltre che scrittore di grande qualità, Goffredo Palmerini è un cronista avvincente.

Galatone

   Dall’Aquila al Salento: colori, sapori e grazia di una terra di cultura. “Lasciato con mia moglie Metaponto, un mare di perla, e la vasta pineta litoranea alle nostre spalle, la superstrada jonica ci porta a Taranto, città ricca di storia, purtroppo ferita dai guasti ambientali di una grande industria siderurgica non ancora risanati…”. Durante il percorso, tra ulivi, vigneti, frutteti, avverte l’odore del mare già quando la strada sta per sfiorare la costa intorno a Porto Cesareo. Destinazione finale, Galatone. E’ stata la cultura a spingerlo sin lì: il Premio Galatone Arte e il Premio letterario “Città del Galateo”. Le espressioni dell’anima stimolano Palmerini a intraprendere viaggi vicini e lontani, oltre alle condizioni delle persone che per necessità hanno abbandonato la propria culla, pur rimanendogli legate come ricci allo scoglio. E per un’edizione speciale del Premio Antonio Zimei per agli Abruzzesi dell’anno all’estero, “a personalità che si sono particolarmente distinte onorando la propria terra d’origine”, corre a Pescara, e racconta la manifestazione e l’emozione che prova ogni volta che entra nella sala “La figlia di Jorio”, al primo piano del Palazzo “che insieme a quello del Comune fa da quinta a piazza Italia”.

United States Capitol Building, Washington, D.C. Aerial. The United States Capitol is the meeting place of the United States Congress, the legislature of the Federal government of the United States. Located in Washington, D.C., it sits atop Capitol Hill at the eastern end of the National Mall.

   I “reportages”, come quello dagli Stati Uniti (le tre intense giornate di Washington) sono il tessuto di “Grand Tour” di Palmerini, uomo colto, sensibile, generoso; giornalista scrupoloso, rispettoso dei dettagli; scrittore delicato, che si fa leggere con molto piacere. Pensa in auto, scrive in aereo, nella camera di un albergo, abbozza mentre pranza o cena al ristorante, a Little Italy o altrove, ovunque vada per un congresso, per incontri con letterati, pittori, scultori, politici, gente comune, raccogliendo storie da snocciolare in riviste e giornali anche esteri, come “La Gazzetta” brasiliana, “La Voce” canadese, “America Oggi” di New York ed altri ancora. Ha contatti con direttori di quotidiani e settimanali, capi di governo, luoghi… E’ ricco di esperienze e competenze; ha una gran voglia di fotografare i paradisi terrestri in cui s’imbatte mettendoli a disposizione degli amici e non solo. E’ abile come fotografo: usa l’obiettivo come un cacciatore d’immagini professionista.

   “Il libro è qui davanti a me – scrive Gianfranco Giustizieri – a pagina 322 di ‘Grand Tour’. La sensazione derivante dal fruscio delle pagine, l’odore della carta, il piacere personale di ritrovare la scrittura di Goffredo Palmerini nel suo ‘Italia nel cuore’, One Group Edizioni, l’Aquila 2017 in aggiunta alla bella manifestazione per la presentazione e l’occhio che si sofferma subito sulle pagine 181 e 182, prima di ogni altra lettura: il ricordo di Adolfo Calvisi. E’ un coinvolgimento immediato, emotivo e razionale…”. Scomparso a 98 anni all’Aquila, Calvisi era “un maestro nella scuola, nella politica e nelle istituzioni… Rigoroso, determinato nelle scelte… spiccata sensibilità nel campo sociale. Fu sindaco di Fossa, sua città natale, amministratore dell’Ospedale San Salvatore…”. Figura esemplare, come le altre che Goffredo Palmerini espone nelle sue opere. “Grand Tour a volo d’Aquila”, One Group Edizioni, verrà presentato a Milano il 17 gennaio, alle 18, presso la sala incontri dell’antica Caffetteria Passerini in via Spadari, in un evento dove oltre all’autore interverranno Angelo Dell’Appennino, Francesco Lenoci, Valentina Di Cesare, Hafez Haidar, scrittore e poeta, candidato al Premio Nobel per la Letteratura e già candidato al Nobel per la Pace. 

Franco Presicci

*giornalista

Lenoci Pane Olio e Vino di Franco Presicci

Lenoci Pane Olio e Vino

di Franco Presicci

Lo hanno definito: il professore viaggiatore, il conferenziere instancabile, un veicolo di cultura, l’intellettuale alla ricerca dei valori diffusi nel nostro Paese. Docente di “Metodologie e determinazioni quantitative d’azienda 2” all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, quando gli impegni professionali glielo consentono, Francesco Lenoci è sempre pronto ad accettare un invito, venga da Milano, da Messina, da Pesaro, per parlare de “L’Italia dei sogni”, l’interessantissimo volume di Goffredo Palmerini; di un suo libro fresco di stampa, di Pace…

La prima volta l’ho ascoltato alla festa per i 25 anni de “Il Rosone”, il periodico battezzato nel ’70 nel ristorante “La Porta Rossa” di Chechele e Nennella, in via Vittor Pisani a Milano; e in seguito alla facoltà di Giurisprudenza dell’Ateneo barese, dove intrattenne l’uditorio sul sistema bancario, spiegando con parole semplici passaggi intricati.

L’ho seguito a Grottaglie, per ascoltare da lui la storia di Nicola Fasano, che nell’ambito delle creazioni in terracotta realizzò iniziative “rivoluzionarie” anche dal punto di vista commerciale.

In uno dei nostri incontri ho ripercorso in un baleno i miei trascorsi a San Severo, rispolverando episodi cari: la cerimonia al Teatro Comunale per la consegna del Premio Fraccacreta, nel ’57, a Vittore Fiore per il volume di versi “Ero nato sui nari del tonno”, presente il padre del poeta, Tommaso; il panificatore che per una mostra dell’artigianato del ’50 fece un esemplare tanto grande, che per tirarlo fuori dal forno dovettero allargare l’apertura. Credevo di stupirlo, e Lenoci mi compensò con un sorriso, facendomi capire che ormai non era più una novità da “Guinness dei primati”.

Francesco Lenoci ha un rapporto particolare con i mitici grandi pani, che ha avuto inizio nel 2014.

 

Il 9 agosto eccolo nella masseria “Cappotto” di Laterza, dove si è inginocchiato di fronte a una gloria della stessa città: 8 chili di peso, delle Fornerie Laertine.

L’11 ottobre a Milano Golosa presso il Palazzo del Ghiaccio, aiutato da Giacinto Mingione, ha preso in braccio un pane di Matera di ben 10 chili, confezionato dall’Antico Forno a Legna di Perrone Lucia.

Il 28 novembre al Teatro Mercadante del paese natale di Tommaso Fiore (scrittore e uomo politico, nato il 7 marzo del 1884, autore di “Un popolo di formiche”, Premio Viareggio ’52, e di altri libri, come “Il cafone all’inferno”), con un valido sostegno, ha sollevato un pane di Matera di addirittura 12 chili, orgoglio dei fratelli Di Gesù.

Nel 2016, nuovamente al Palazzo del Ghiaccio della terra del Porta si è cimentato, emozionandosi, con una stupefacente delizia di 15 chili, sfornata, anche questa, da Perrone Lucia. Un crescendo di dimensioni e di qualità degne del Museo del pane di Sant’Angelo Lodigiano, sorto nel 1983 per iniziativa della Fondazione Morando Bolognini.

Di pane Lenoci ha parlato anche su vari palcoscenici, in “Dalla terra la vita”, messa in scena durante Expo 2015.

A Laterza, che sorge a 362 metri sul margine della Gravina omonima, nella masseria “Cappotto” dei coniugi De Meo è tornato nell’agosto dell’anno scorso, accompagnato dai poeti dialettali Giovanni Nardelli e Benvenuto Messia. Nell’occasione ha dedicato solo qualche accenno: al pane, che vanta una storia millenaria; ai panificatori, che hanno tra gli antenati gli Egizi, autori dei primi forni con volta a cupola; a Roma, che ospitò i primi negozi per la vendita del prezioso alimento. Ha trattato il tema dell’ambiente e degli sfregi che incoscienti speculatori fanno della natura, un patrimonio che appartiene a tutti.

Francesco Lenoci è una calamita. Ovunque attira un pubblico numeroso e attento, riscuotendo approvazioni entusiastiche, come nelle sale di rappresentanza di alcuni istituti di credito milanesi, in via Feltre, in piazza Affari…; al Rotary Club di Merate; al Lions Club di Martina Franca, sua città natale; nella Capitale, presso la Biblioteca del Senato per il Premio Menichella, di cui è segretario generale; a Milano, un po’ dappertutto, invitato dalla generazione di giovani che gli sta tanto a cuore: la generazione Erasmus.

All’Umanitaria, nel capoluogo lombardo, ha tenuto una lezione di gastronomia, nel corso di un’esposizione di prodotti pugliesi in vista dell’Expo, tra cui il capocollo di Martina Franca e, ancora il pane, che con il vino e l’olio extravergine d’oliva domina le nostre tavole.


Lenoci esalta il nettare, sapientemente raccontato in “Vino al Vino” da Mario Soldati, che compì “viaggi d’assaggio” da Palermo a Venezia, da Napoli a Sassari, a Taranto, contemplando la fisionomia del paesaggio. Lenoci ha celebrato il sangue della vite presso la Biblioteca comunale di Verona, la città di Vinitaly, e a Milano, da vari anni nel corso della “Notte di San Martino”, la più grande festa salentina fuori del Salento, dove ripete senza soluzione di continuità “Amo il buon vino, festeggio San Martino”.

Lenoci ama l’ulivo. Ha parlato dell’olio a Corato, la città della coratina, che ha il centro storico a forma di cuore; e recentemente a Milano presso il Palazzo dei Giureconsulti, dove ha esortato ristoratori e farmacisti a imitare il comportamento degli chef al cospetto dell’olio extravergine d’oliva, cospargendo il dorso della mano dei clienti con preziose gocce di olio evo.

 

Con il professore discutiamo di tante cose: del Festival della Valle d’Itria, del quale è un appassionato; e di Paolo Grassi, che di quella rassegna, nota in tutto il mondo, è stato un sostenitore; della “Ghironda”, che da Martina si è trasferita altrove; e di Milano, dei suoi cortili, dei suoi palazzi, delle facciate Liberty, delle chiese, dei navigli e dei ponti che li scavalcano, amati dal poeta Alfonso Gatto, che era di Salerno, dal giornalista Gaetano Afeltra, di Amalfi, dall’architetto Empio Malara, che vanta una lunga militanza nella difesa di questi corsi d’acqua carichi di storia.

 

A Lenoci piace Milano. Dalle finestre del suo studio, al quinto piano della Terrazza Martini, si vedono le guglie della cattedrale e l’ingresso della Galleria Vittorio Emanuele, che dà su piazza del Duomo.

So che quando può fa quattro passi fino a via Morone, che sfocia in una delle più belle piazze, la Belgioioso, che raccolse i sospiri di Stendhal sotto le finestre della baronessa Matilde Viscontini, “bella e altera come l’Erodiade leonardesca, anima angelica nascosta in un corpo meraviglioso”, per lo spasimante francese. E da via Morone, dopo aver sostato qualche minuto davanti al portone di casa Manzoni, va in via Bigli, dove abitò Eugenio Montale e Clara Maffei, la contessa più famosa del Risorgimento, tenne il suo salotto culturale, frequentato da patrioti meneghini, da Balzac, Liszt, Tommaso Grossi, GiuseppeVerdi…

Un paio di quelle passeggiate le abbiamo fatte insieme fino a piazza Missori per imboccare via Torino, un tempo ricca di artigiani di altissimo livello (armorari, spadari, orefici…), tutti ricordati sulle targhe; e sede, nel Cinquecento, della Malastalla, un carcere per debitori insolventi e minori deviati, che vivevano in condizioni disastrose non solo dal punto di vista igienico.

Camminando discutevamo delle attrattive della metropoli: i monumenti, il Castello e toccavamo anche il tema delle prelibatezze locali, come il panettone, la cui nascita si interseca con la leggenda: frutto dell’amore fra Ughetto, falconiere di Ludovico il Moro, e Adalgisa, figlia di un “prestinee”. L’idea di aggiungere al pane burro e zucchero e poi cedro candito e uova e uva sultanina fu del giovanotto, che ottenne così uno strepitoso successo. Era nato il “pan grande” o “pa de ton”, da servire il giorno di Natale.

Franco Presicci

 

La festa per La Rotonda che compie 80 anni – Franco Presicci

La festa per La Rotonda che compie 80 anni
di Franco Presicci

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Festa grande il 20 agosto nella villa comunale di Martina Franca, per gli 80 anni de La Rotonda. Dame in abito da sera; cavalieri con il papillon; hostess deliziose che portavano sulle tavole mozzarelle e capocollo di Martina Franca accompagnati da Primitivo di Manduria. La sera era calma, nemmeno un alito di vento.

A un passo dall’ingresso ho intravisto Memo Remigi a colloquio con una signora di un paio di anni sopra i quaranta, sorridente e affascinante. Il cantante non è cambiato molto dall’ultima volta che l’ho incontrato a Milano, per un’intervista, nei primi anni ’60. Mi ha scrutato, non mi ha riconosciuto.

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Quando l’interlocutrice lo ha salutato, accingendosi a scendere uno scalino attenta a non incespicare per il vestito lungo, mi sono presentato; e lui mi ha abbracciato. “Scusami non mi ricordavo di te”. “Fra le tante persone che ti hanno applaudito, fra le valanghe di fans…è normale. E poi, dopo tutti quei lustri…”.
E mi ha raccontato che dopo la chiusura in Galleria del Corso, a Milano, di tutte le case discografiche “mi sono trasferito a Varese, città tranquilla, ricca di verde e di attrattive”. Da quelle parti ha conosciuto anche Piero Chiara (“Il piatto piange”, “La stanza del vescovo”…), che stava a Luino. Nel ’70 lo scrittore mi ricevette a casa per una conversazione per “PlayBoy”, allora diretto da Paolo Mosca, che veniva dalla plancia de “La Domenica del Corriere” e guidava anche “Novella 2000”, al posto di Paolo Occhipinti trasferito a “Oggi”.

 

È gentile, Memo. Cordiale, spiritoso, simpatico, pronto alla battuta garbata e divertente. Ogni tanto tentava di bloccare Antonio Rubino, direttore del periodico “Puglia Press”, presentatore e organizzatore della manifestazione, che gli rispondeva interrompendo il suo girotondo fra un tavolo e l’altro.

 

Accanto a noi, Francesco Lenoci, docente alla Cattolica di Milano e autore di 33 libri di finanza aziendale, che si mostrava entusiasta di Memo: “Con tutto il successo che ottiene da decenni è alla mano, ti tratta come se fossi suo amico da sempre”. E dopo una prima chiacchierata con lui si è rivolto a me per saperne di più.

 

Memo Remigi, nato a Erba, è figlio di un industriale della Brianza. La sua prima canzone di successo è “Innamorati a Milano”, che tenne a battesimo Telemilano 58, la mamma di Canale 5. Fra le sue più belle “La notte dell’addio” e “Cerchi nell’acqua”, motivo del film di Claude Lelouch “Vivere per vivere”. “È una persona straordinaria” – il suo commento – mentre Memo osservava gli ospiti e sfiorava la cantante de “I Prisma” che già dominava il palcoscenico.

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Sorseggiava un bicchiere di vino e Francesco, “patriae decus” di Martina e legato come pochi alla Valle d’Itria, lo esortava ad assaggiare il capocollo, “che è una prelibatezza, uno dei vanti di Martina Franca”. L’artista è già stato altre volte in questo angolo di paradiso e l’ha già visitato, ma rimane sempre stupito dai trulli, dal barocco, dal centro storico. Ha anche apprezzato, oltre che i colori, i sapori. Che più? Ah, il calore della gente.

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Rubino continuava a galoppare e, tenendo in mano come uno scettro il microfono, raccontava un po’ la storia de La Rotonda, accennando ai suoi giorni più belli. Coinvolgeva Benvenuto Messia, poeta, veterano dell’obiettivo fotografico, attore, ciclista, più anziano di tre anni della festeggiata; mitragliava domande a destra e a manca, scovando più d’un frequentatore de La Rotonda di una volta in vena di far fluire i propri ricordi. Qualcuno alzava il dito per richiamare la sua attenzione e lui non si lasciava sfuggire l’occasione: “Porti il suo contributo, dica, dica; ecco, parli nel microfono, così la sentono tutti”. “Nel ’58, dopo che in coppia con Johnny Dorelli aveva vinto Sanremo con ‘Nel blu dipinto di blu’, qui vedemmo volare Domenico Modugno, celebrato in tutto il mondo. Era accompagnato dalla moglie Franca Gandolfi. Ma c’era già stato prima di quel trionfo”. Lo dice quasi commuovendosi.

La lista dei cantanti che sono passati da qui è molto lunga: va da Teddy Reno a Rita Pavone; da Ornella Vanoni a Patty Pravo; da Sylvie Vartan a Milva, a Fred Bongusto, al Quartetto Cetra, a Dalida … Non mancarono Raimondo Vianello, Gianni Ravera, Gloria Christian… Rubino aggiungeva dettagli, rievocava gli anni ’50, esponeva fatti, precisava, sottolineava, chiosava, indicava la giornalista Evelina Romanelli, discreta, raggiante nel suo vestito anni ’50 fatto a mano dal Gruppo Stile De Virgilio. Un “robe boustier” a corolla, color nero intenso, ricavato da un meraviglioso tessuto in “pizzo jacquard” ottenuto dall’intreccio di rafia e seta.

A un tavolo vicino al mio tre o quattro signori si scambiavano i ricordi: “Durante i balli i giovani impegnavano il fotografo per immortalare l’amore appena sbocciato. La Rotonda era il luogo preferito da tanti, che venivano anche da altri centri della Puglia”: da Bari, da Taranto, da Brindisi, da Putignano, da Alberobello…. A far lampeggiare il flash all’epoca c’era anche Benvenuto Messìa, neofita promettente.

Sollecitato da Evelina, che su “Puglia Press” ha descritto le vicende de La Rotonda fin dalla sua nascita, ha confidato che “essere lì dentro mi dava la possibilità, sia pure per lavoro, di entrare in contatto con un salotto elegante che, sulle note della musica, regalava grandi emozioni”. A quei tempi – ancora parole del Messia – non c’erano molte occasioni per avvicinare una fanciulla; in quel gioiello, complici la penombra e “Grazie dei fior”, la conquista era più facile, nonostante la presenza dei gendarmi: i genitori, che non staccavano mai gli occhi delle figlie. Le danze si aprivano alle 20 e terminavano a mezzanotte.

In piedi vicino a una sagoma di luce un “arbiter elegantiarum” apriva il proprio libro: “La Rotonda non aveva alcunché da invidiare a La Bussola di Marina di Pietrasanta, fondata nel ’55 da Sergio Bernardini e diventata famosa a sua volta per i nomi famosi che vi si esibivano: Renato Carosone, Luciano Tajoli, Fabrizio De Andrè, Adriano Celentano, Ray Charles, Ella Fitzgerald, Giuliètte Greco…”.

Intanto il ciclone Rubino individuava e catturava personaggi, li interrogava come un professore di liceo agli esami di maturità; citava le orchestre che si alternarono, come quella del maestro Nasta di Taranto; e poi Carla Boni, che nel ’50 cantò con Gino Latilla; e Gino Paoli nell’80. “Furono  anche  queste ugole a richiamare tanta gente in questo prestigioso locale di Martina Franca”.

 

Benvenuto assentiva con cenni del capo, mentre sfogliava “Puglia Press”. Francesco Lenoci sorrideva soddisfatto e di tanto in tanto scherzava con Memo Remigi, l’unico a non farsi strozzare dalla cravatta. “Professore, come hai fatto a pubblicare tanti volumi alla tua giovane età?”. “E tu le tue canzoni, che hanno attraversato l’oceano?”.

Giunto il momento, Memo si è seduto al piano e ha iniziato il proprio repertorio. Ha anche imitato in modo superlativo le voci di altri cantanti, da Al Bano a Bobby Solo, da Bruno Martino a Ornella Vanoni; rifatto Topo Gigio; sintetizzano brani della sua vita; improvvisato battute e addirittura una canzone sul vino dell’amore “maturato alla luce dei tuoi occhi”. Ha anche cantato con una bella ragazza; reso omaggio all’amico Jimmy Fontana; fatto il ventriloquo. Ha lasciato un attimo la tastiera, è tornato fra il pubblico, complimentandosi per le acconciature bene architettate, per gli abiti, per i sorrisi, mentre Giovanni Rubino sparava i suoi “flash”. È poi tornato al pianoforte a far sognare. Gli applausi sono esplosi soprattutto quando ha intonato “La notte dell’addio”, scelta da Battiato fra le 12 composizioni più prestigiose per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Grande Memo. Artista vero, gentiluomo. I fans lo hanno accerchiato, offrendogli carta e penna per gli autografi.

A mezzanotte Antonio Rubino ha annunciato il momento del “Premio La Rotonda 2016”. Destinatari dei meravigliosi piatti disegnati da Ceramiche Nicola Fasano di Grottaglie sono stati il professor Matteo Pizzigallo, Benvenuto Messia, Francesco Lenoci, la brillante Anna Gennari, “public relation” de Le Donne del Vino della Puglia. . . . e anche il sottoscritto, più che soddisfatto di questa manifestazione indimenticabile, conclusasi con una grande torta, gustata sotto lo sguardo della luna, che è più bella vista da Martina Franca.