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GOFFREDO PALMERINI IL 24 GIUGNO OSPITE DELLA FEDERICIANA UNIVERSITÀ

Il volume “Grand Tour a volo d’Aquila” sarà presentato da Annella Prisco, Regina Resta e Fabrizio De Jorio

ANNELLA PRISCO
REGINA RESTA
FABRIZIO DE JORIO

L’AQUILA – “Grand Tour a volo d’Aquila”,l’ultimo libro di Goffredo Palmerini edito da One Group,verrà presentato lunedì 24 giugno alle ore 16 a Roma – Via Tevere 20, 4° piano – nel corso della seduta del Consiglio Programmatico dell’Università Popolare Federiciana, su invito del Presidente prof. Salvatore Maria Mattia Giraldi.

SALVATORE MARIA MATTIA GIRALDI

Dopo i lavori del Consiglio, che saranno moderati dal giornalista Rai Fabrizio De Jorio, il volume dello scrittore aquilano sarà presentato con gli interventi delle scrittrici Annella Prisco(presidente del Centro Studi “Michele Prisco” di Napoli) e Regina Resta (presidente dell’associazione VerbumlandiArt di Lecce) e con domande rivolte all’autore da Fabrizio De Jorio (giornalista Rai News 24 e Televideo). L’evento, organizzato dalla Federiciana Università Popolare, con sedi a Roma e Cosenza, ha il patrocinio del Sindacato Libero Scrittori Italiani e della Confederazione Nazionale Università Popolari Italiane (CNUPI).

I lavori della Federiciana Università Popolare avranno inizio alle ore 16:00 con l’intervento di apertura della prof. Maria Pia Turiello (direttore dipartimento Criminologia), cui seguiranno le relazioni dell’avv. Carla Stancati (direttore generale Federiciana Università Popolare), del prof. Vincenzo Isabella Valenzi (direttore dipartimento Medicina integrata e Biofisica di Firenze), del prof. Giuseppe Trieste(direttore dipartimento Scienze della Diversità), del Gen. CA dr. Serafino Liberati(direttore dipartimento Scienze della Sicurezza e Intelligence), della prof. Simona De Francesco (direttore Scienze Urologiche e Biomediche di Chieti), dell’avv. Gianluca Fava(direttore dipartimento Politiche sociali e Disabilità di Napoli). Concluderà i lavori il prof. Salvatore Maria Mattia Giraldi, presidente della Federiciana Università Popolare. Seguirà l’intervista a Goffredo Palmerini del giornalista Fabrizio De Jorio di Rai News 24 e la presentazione del volume “Grand Tour a volo d’Aquila”.

Anche questo ottavo libro di Goffredo Palmerini, un vero ambasciatore della più bella Italia nel mondo, si apre con due straordinari contributi: la pagina di Presentazione è dello scrittore e poeta Hafez Haidar, insigne personalità impegnata nel mondo sui temi della Pace e del dialogo tra religioni, già candidato al Premio Nobel per la Pace ed attualmente al Premio Nobel per la Letteratura, e la Prefazione di Tiziana Grassi, giornalista e scrittrice, per molti anni autrice per la Rai di programmi culturali e di servizio. Su “Grand Tour a volo d’Aquila” ha recentemente scritto una recensione Franco Presicci, già autorevole firma del quotidiano Il Giorno ed ora attento critico letterario. “[…] I reportage – come quello dagli Stati Uniti – sono il tessuto di “Grand Tour” di Palmerini, uomo colto, sensibile, generoso; giornalista scrupoloso, rispettoso dei dettagli; scrittore delicato, che si fa leggere con molto piacere. Pensa in auto, scrive in aereo, nella camera di un albergo, abbozza mentre pranza o cena al ristorante, a Little Italy o altrove, ovunque vada per un congresso, per incontri con letterati, pittori, scultori, politici, gente comune, raccogliendo storie da snocciolare in riviste e giornali anche esteri, come “La Gazzetta”brasiliana, “La Voce” canadese, “America Oggi” di New York ed altri ancoraHa contatti con direttori di quotidiani e settimanali, capi di governo, luoghi… È ricco di esperienze e competenze; ha una gran voglia di fotografare i paradisi terrestri in cui s’imbatte,mettendoli a disposizione degli amici e non solo. È abile come fotografo: usa l’obiettivo come un cacciatore d’immagini professionista […]”.


Goffredo Palmerini è nato a L’Aquila il 10 gennaio 1948. Della città capoluogo d’Abruzzo è stato consigliere, assessore e vicesindaco per quasi trent’anni. Scrive su numerose testate giornalistiche, in Italia e all’estero, e sulle agenzie internazionali. È peraltro in redazione per molti giornali e agenzie in Italia e, come collaboratore e corrispondente, su diverse testate all’estero: America Oggi(Usa),La Gazzetta(Brasile),i-Italy(Usa),La Voce(Canada),La Voce d’Italia(Venezuela),Mare nostrum(Spagna),L’altra Italia(Svizzera),La Voce alternativa(Gran Bretagna). Collabora,inoltre, con le Agenzie internazionali AiseInformComUnica. Ha pubblicato i volumi “Oltre confine” (2007), “Abruzzo gran Riserva” (2008), “L’Aquila nel mondo” (2010), “L’Altra Italia” (2012), “L’Italia dei sogni” (2014), “Le radici e le ali” (2016), “L’Italia nel cuore” (2017), “Grand Tour a volo d’Aquila” (2018). Tra i vari riconoscimenti ricevuti, per il Giornalismo gli sono stati conferiti nel 2007 il Premio internazionale Emigrazione, nel 2017 il Premio internazionale “Gaetano Scardocchia” e il Premio nazionale “Maria Grazia Cutuli”, infine nel 2018 il Premio internazionale “Fontane di Roma”.

“Racconti di viaggio spigolando il Grand Tour”. Il 7 maggio conversazione di Goffredo Palmerini all’Università per la Terza Età dell’Aquila

L’AQUILA – Martedì 7 maggio, alle ore 16, presso la Sala Benedetto Croce del Consiglio Regionale d’Abruzzo (L’Aquila, via Michele Iacobucci), nell’ambito delle attività dell’Università per la Terza Età, Goffredo Palmerini terrà la conferenza “Racconti di viaggio spigolando il Grand Tour“. Quella dello scrittore e giornalista aquilano, che dell’Università per la Terza Età nel 1982 fu uno dei soci fondatori, sarà una conversazione sul suo ultimo libro “Grand Tour a volo d’Aquila” (One Group Edizioni, 2018) nel quale numerosi sono i racconti di viaggio alla scoperta del Belpaese (Capitanata e Gargano, Basilicata e Matera, Calabria jonica, Garda bresciano, Salento leccese, Trieste e Gorizia, Piemonte occitano,) i reportage di missioni all’estero (New York e il Columbus day, Washington, Mons e Marcinelle) e soprattutto le annotazioni sugli intriganti borghi e le meraviglie del nostro Abruzzo. Nel corso della conferenza scorreranno sullo schermo le belle immagini che corredano le 352 pagine del volume.

Uscito in dicembre 2018, il libro sta conoscendo un significativo apprezzamento dei lettori, in Italia e all’estero, e già si va esaurendo la prima ristampa. Francesca Pompa, presidente One Group, annota nel risvolto di copertina: “Grand Tour a volo d’Aquila, un invito ad attraversare territori, a visitare luoghi e borghi, a scoprire scrigni d’arte, a conoscere persone, a vivere gli avvenimenti fino a sentirsi parte di questo universo in continuo divenire con al centro una città non più semisconosciuta, ma evocata in tutto il mondo e diventata patrimonio universale dopo quanto le accadde nel 2009. E’ l’abilità del vero narratore quella di farti viaggiare, come fa Goffredo Palmerini, attraverso la scrittura che diventa racconto e, pagina dopo pagina, apre a nuovi scenari. Le storie prendono forma e lasciano scorrere immagini che riflettono il tempo di cui sono protagoniste, oggi ma ancor più domani. Infatti, è nel tempo che libri come questo acquistano sempre più valore, quando la memoria diventa patrimonio della propria identità e restituisce, come un fiume in piena, l’apice di una Italia tratteggiata nelle sue peculiarità, nella sua capacità di meravigliare e di essere un’eterna avvincente scoperta”.

Goffredo Palmerini (L’Aquila, 10 gennaio 1948) scrive su giornali e riviste in Italia e sulla stampa italiana all’estero. E’ in redazione presso numerose testate giornalistiche in Italia e, come collaboratore e corrispondente, su diverse testate all’estero: America Oggi (Usa), La Gazzetta (Brasile), i-Italy (Usa), La Voce (Canada), La Voce d’Italia (Venezuela), Mare nostrum (Spagna), L’altra Italia (Svizzera), La Voce alternativa (Gran Bretagna). Collabora inoltre con le Agenzie internazionali AiseInformComUnicaHa pubblicato i volumi “Oltre confine” (2007), “Abruzzo Gran Riserva” (2008), “L’Aquila nel Mondo” (2010), “L’Altra Italia” (2012), “L’Italia dei sogni” (2014), “Le radici e le ali” (2016), “L’Italia nel cuore” (2017), “Grand Tour a volo d’Aquila” (2018). Nel 2008 gli è stato tributato il Premio internazionale “Guerriero di Capestrano” per il contributo reso alla diffusione della cultura abruzzese nel mondo. Nel 2014 ha ricevuto a Lecce il Premio Speciale “Nelson Mandela” per i Diritti Umani. Vincitore nel 2007 del XXXI Premio Internazionale Emigrazione per la sezione Giornalismo, gli sono poi stati conferiti, sempre per l’attività giornalistica, il Premio internazionale “Gaetano Scardocchia” (2017) con Medaglia del Presidente della Repubblica, il Premio nazionale “Maria Grazia Cutuli” (2017), il Premio internazionale “Fontane di Roma” (2018). 

Palmerini: il nostro grazie a 10 anni dal terremoto dell’Aquila

Goffredo Palmerini –

L’AQUILA – «Immota manet. Così è scritto sul gonfalone della città. “L’Aquila resta ferma, immobile”. Almeno questo avviene nello spirito della sua gente, riservata e dignitosa anche di fronte al disastro che la colpisce. Da secoli questa la sua indole, aliena dall’ostentazione del dolore, intima nell’elaborazione dei propri lutti. Invece non sono rimasti fermi palazzi e monumenti, case e chiese, alle scosse del serpe che il 6 aprile si è agitato terribilmente nel suo ventre, che si agita ancora. Quella notte del 6 aprile, nel cuore d’una notte stellata e chiara di luna, L’Aquila ed i meravigliosi borghi del suo circondario sono stati squassati dal terremoto per lunghissimi, interminabili secondi, oltre venti. L’ho vissuta l’esperienza, meglio non descriverla. Mi resta nel profondo la sensazione dei primi minuti, delle prime ore della sopravvivenza. Mi si è impressa nella mente l’atmosfera irreale, sospesa, allucinata, che aleggiava sulle case distrutte nel centro storico della mia Paganica, un bel paese di oltre cinquemila abitanti a 9 km dall’Aquila. Lì sono nato e vivo. L’hanno indicato subito come l’epicentro del sisma. Abito in periferia. La mia casa è stata costruita trent’anni fa, in cemento armato. E’ davvero strano che la tua casa, per antonomasia rifugio che ti dà sicurezza, d’improvviso diventi una minaccia. Ti si sovverte il mondo, la vita. Dopo la scossa delle 3 e 32, la corrente elettrica mancata, guadagnata l’uscita calpestando oggetti e stoviglie rotte, con i miei di famiglia siamo andati subito via da casa, per luoghi più aperti. Abbiamo transitato accanto al centro antico di Paganica. La settecentesca chiesa della Concezione con la facciata in bilico, squarciata, in parte crollata, ha fatto il giro del mondo, in quello stato. Lì vicino la parrocchiale di Santa Maria Assunta, impianto duecentesco riadattato nel Seicento, dall’esterno non sembra aver avuto grossi traumi, ma sarà solo un’impressione. Contrastano con il cielo, d’un colore livido, il profilo delle case e la fuga scomposta dei tetti che s’inerpicano verso il Colle, quartiere alto dove imponente domina la chiesa di Santa Maria del Presepe costruita sul sito del castello distrutto nel 1424 nella guerra dell’Aquila che sconfisse Fortebraccio da Montone. […] »

Fu questo fu l’incipit del lungo racconto che scrissi all’indomani del terremoto del 6 aprile 2009, una testimonianza raccolta da molte testate della stampa italiana all’estero. Dieci anni sono passati da allora. Oggi è il giorno del ricordo di quella notte sconvolgente, quando il terremoto squassò L’Aquila e 55 altri comuni, sconvolgendo le vite delle popolazioni del cratere sismico. La città capoluogo d’Abruzzo fu lacerata, paralizzata nei suoi servizi, mutilata e ferita nel suo straordinario patrimonio d’arte e d’architetture, uno dei centri storici più preziosi e vasti d’Italia.  309 le vittime. Di loro faremo sempre memoria. A loro va il nostro raccoglimento, la nostra preghiera muta, rispettosa dei familiari rimasti con la lacerazione perenne del cuore.


In questo primo decennale molti saranno i bilanci, le analisi, i giudizi. Sulle condizioni dell’Aquila, sullo stato della ricostruzione materiale e sociale, sugli obiettivi raggiunti, su quelli ancora lontani, sui ritardi, sui problemi, sulle criticità. Com’è comprensibile, molte saranno le voci che giudicheranno questi 10 anni, tanti i servizi giornalistici e gli speciali televisivi, le testimonianze, gli approfondimenti scientifici sui terremoti e sulla prevenzione sismica. Le analisi certamente riferiranno sui risultati finora raggiunti nella ricostruzione dell’Aquila e degli altri centri, sulle innovazioni ardite e sulle tecniche d’avanguardia che stanno restituendo una città sicura – caso di studio per molte università italiane e straniere -, tra le più sicure d’Europa. E tra le più belle città d’arte, diventata sin da quel 6 aprile di dieci anni fa città patrimonio del mondo, come universale è il messaggio di pace e di perdono che da otto secoli essa custodisce nel dono della Perdonanza, il primo giubileo della cristianità, e nell’eccezionale magistero di papa Celestino V.

Ma l’attenzione dei media si concentrerà soprattutto sugli errori, sui ritardi e sulle occasioni mancate nei dieci anni trascorsi dal quel tragico 6 aprile del 2009. E’ giusto che sia così. Ho grande rispetto e gratitudine per questa attenzione scrupolosa verso la nostra città. Aiuta a tenere accesa sempre una luce su ogni aspetto della nostra rinascita. Molte le analisi già svolte in questi giorni che precedono il 6 aprile, alcune rigorose, altre meno per il retaggio di consumati stereotipi, sovente lontani dalla realtà. Mi asterrò, in questa circostanza, da valutazioni e da personali giudizi nei confronti dei governi che si sono succeduti e delle amministrazioni che hanno guidato la Regione, gli enti locali e in particolare la Città capoluogo. Ho avuto l’onore di servire L’Aquila per quasi un trentennio, nelle funzioni di consigliere, assessore e vicesindaco, fino al 2007. So quanto peso gravi sulle spalle di ogni amministratore civico che con serietà e coscienza si mette al servizio della propria comunità. Figurarsi quale sia la responsabilità e l’immane onere di doverlo fare in situazioni tragiche ed eccezionali, dopo un terremoto come quello del 2009, i cui precedenti similari per gravità, nella storia della città che tanti ne ha subìti, furono quelli del 1703, 1461 e 1349.

Vorrei invece tornare oggi con il pensiero, quantunque nella tristezza degli eventi di cui facciamo memoria – le cui immagini restano nitide come fossero di qualche giorno fa -, non solo al ricordo del dolore di quei giorni tremendi, ma anche dell’affetto immenso che ci circondò. Non possiamo non rammentare, con profonda gratitudine, l’abnegazione, la solidarietà, l’impegno straordinario e generoso dei Vigili del Fuoco e delle decine di migliaia di Volontari giunti da ogni parte d’Italia, organizzati nelle associazioni che resteranno per sempre nel nostro cuore (Alpini dell’ANACroce RossaProtezione Civile delle varie Regioni italiane, MisericordieCaritas, e tante altre ancora), delle Forze dell’Ordine (CarabinieriPolizia di StatoGuardia di Finanza), dell’Esercito. Una gara di affettuosa premura verso la popolazione dell’Aquila e dei borghi colpiti dal sisma.


Non potremo mai dimenticare questa che è stata una pagina splendida, l’immagine della più bella Italia, quella del Volontariato e della Solidarietà. Come pure non dimenticheremo mai l’amore e la solidarietà di tutti gli Italiani nel mondo – in particolare degli Abruzzesi e delle loro associazioni -, espresse con innumerevoli gesti di grande valore morale e di significativa generosità. In questi anni, visitando le nostre comunità all’estero nelle Americhe, in Australia, in Africa e in tutta Europa, il mio primo e preminente pensiero è stato sempre quello di ringraziare tutti i nostri connazionali dal profondo del cuore, come semplice cittadino ma anche a nome dell’intera comunità aquilana (quando si è stati amministratori civici lo si rimane moralmente per sempre). Li ho ringraziati per l’affetto, la vicinanza, la tenerezza profonda dei gesti d’aiuto e di solidarietà nei giorni e nei mesi del dopo terremoto. Tantissimi italiani sono venuti a soccorrerci. Un numero impressionante a trovarci nei mesi e negli anni successivi al sisma. Tanti ci hanno poi accolti ed ospitati, per qualche giorno di serenità, dal Trentino alla Sicilia, dal Piemonte alla Puglia, dalla Lombardia alla Sardegna, dal Friuli alla Calabria. Un’Italia premurosa e materna, fortemente unita nei suoi abitanti dalle Alpi fino a Lampedusa. In ogni dove sempre con il cuore aperto, come aperto e generoso è sempre il cuore dell’Italia in occasione delle calamità che ci colpiscono, esaltando in ciascuno il senso della comunità nazionale e della fratellanza tra italiani. Serve ricordare queste fatti, sono davvero educativi per i tempi complicati che stiamo ora vivendo, quando sembrano affermarsi i messaggi più beceri, egoisti e lontani dalla nostra umanità.

Vorrei anche qui ricordare l’attenzione di tanti Paesi del mondo di fronte alla nostra tragedia, alcuni dei quali ebbero occasione di verificare direttamente le lacerazioni inferte dal sisma al patrimonio architettonico e artistico dell’Aquila nel luglio del 2009, quando la città ospitò i capi di Stato e di governo nelle riunioni del G8 e G20. Alcuni degli Stati più potenti al mondo s’impegnarono meritoriamente a restaurare dei monumenti, altri hanno generosamente contribuito con donazioni a comuni, università e ospedali, per costruire opere di pubblica utilità o ricostruire importanti emergenze architettoniche. Qualche Stato non ha dato seguito alla promessa solennemente assunta. Orbene, grazie alle risorse assicurate dal governo nel 2013 con un impegno pluriennale, i centri colpiti dal terremoto stanno risorgendo dalle macerie, la ricostruzione sta andando avanti. L’Aquila tornerà più bella di prima.

In questi anni difficili la comunità aquilana ha dato un grande esempio di dignità e di resilienza. Come nei secoli passati, dopo gli altri terremoti che sconvolsero L’Aquila, anche questa volta ce la faremo. Nella tragedia è emersa la parte migliore della nostra gente, l’indole forte e tenace. Ma non possiamo tuttavia nasconderci che ha messo in luce, in una ridotta minoranza, anche i lati peggiori del comportamento umano, piccole e grandi miserie morali. C’è pure da registrare che sul “cantiere più grande d’Europa”, come è stato definito, hanno girato e girano anche altri interessi poco chiari, che tuttavia Magistratura e reparti dedicati della polizia giudiziaria, con un assiduo efficace e penetrante controllo, vanno man mano scoprendo, inquisendo i sospettati, rinviando a giudizio e condannando i responsabili dei reati. Fenomeni contenuti, tuttavia, rispetto alla dimensione economica della ricostruzione. Non aggiungo altre considerazioni su questa parte un po’ squallida delle vicende legate alla gestione dell’emergenza post sismica e alla ricostruzione.

Un pensiero ancora sento di esprimere sulla ricostruzione morale, sulla rinascita d’un nuovo senso della comunità degli aquilani. La ricostruzione materiale è in corso, andrà comunque avanti con tempi più o meno soddisfacenti. Ma la cura che più ci preme riguarda la ricostruzione morale delle lacerazioni interiori delle persone, poco o per nulla apparenti, conseguenti al terremoto. Tralasciamo riferimenti più puntuali a studi scientifici e sociali, che pure in questi anni sono stati prodotti. Mi sembrano illuminanti al caso alcuni spunti che traggo dal messaggio per il decennale dell’arcivescovo dell’Aquila, Cardinale Giuseppe Petrocchi, ieri uscito sulla stampa.


Inizia con queste parole l’intenso messaggio agli aquilani del Cardinale Petrocchi: «Per la decima volta, quest’anno, sentiremo i rintocchi della campana che ricordano i 309 “martiri” del terremoto. Facciamo memoria di tutte le vittime di quella immane tragedia; le stringiamo a noi con un unico abbraccio e, al tempo stesso, le chiamiamo per nome: una ad una. La “notte crocifissa” del sisma ha suscitato lunghi giorni di dolore, ma anche ha acceso la luce di una graduale “risurrezione”, più forte della furia devastante del sisma. Le lacrime versate si sono rivelate feconde, ed hanno generato una abbondante fioritura di fraternità e solidarietà. La ricorrenza – che celebriamo con raccoglimento e volontà di ricostruzione “integrale” – ci obbliga a fare, insieme, una seria revisione. Per questo, non parlerei di “terremoto”, ma di “terremoti”, non solo perché abbiamo avuto nuove repliche telluriche (nel 2016 e 2017), ma anche perché il sisma è un evento complesso e multiforme, difficile da cogliere nella sua distruttiva “globalità”. Quando sono venuto a contatto con gli effetti demolitivi delle scosse, mi sono accorto che, accanto alle macerie “visibili” (materiali), c’erano pure quelle “invisibili” (spirituali); allora ho cominciato a parlare di “terremoto dell’anima, che costituisce l’altra faccia (quella meno esplorata) della storia del sisma. […]».

Sarà questo l’impegno più arduo cui dover assolvere, pensando alla parte più fragile della nostra gente. E ancora l’altro rilevante impegno di pensare anzitutto al futuro delle nostre giovani generazioni, che nella città ricostruita e nel suo territorio debbono poter trovar modo d’esprimere il loro talento, in opportunità di lavoro e di costruzione di nuove famiglie. L’Aquila ricostruita nelle sue case, nei suoi palazzi, nei suoi monumenti, negli uffici e nelle fabbriche, dovrà riaccogliere la sua gente, che vi torna a vivere con la speranza di un futuro. Nel decimo anniversario del sisma, quindi, oltre alla gratitudine per la vicinanza affettuosa che abbiamo avvertito, vogliamo essere aperti alla speranza di futuro per la nostra comunità. Certo augurandoci una più sollecita ricostruzione materiale, che sconta più d’un ritardo specie nella ricostruzione pubblica, ma soprattutto nella speranza operosa d’una forte ricostruzione sociale e morale della nostra comunità. Una comunità che deve ritrovare il senso profondo del vivere insieme con i valori antichi del Bene comune, quello che nei secoli ha fatto e mantenuto grande L’Aquila. Fraternità sociale, rispetto, impegno civico, etica delle responsabilità, cultura, creatività, attaccamento alla propria terra, amore per la propria storia e gratuita dedizione al Bene comune sono i riferimenti per disegnare il nostro futuro, il futuro dell’Aquila nuova, non solo più bella di prima, ma anche migliore di prima. Questo ricordo, con il forte senso di speranza e di futuro, è il modo migliore per ricordare le 309 vittime del terremoto dell’Aquila.

Il diritto alla felicità, secondo Roberto Tiberi Il volume sarà presentato a Jesi, il 30 marzo, presso il Palazzo della Signoria di Goffredo Palmerini

ANCONA – Jesi è una bella città in provincia di Ancona, situata sul lato settentrionale del corso del fiume Esino. E’ il centro più importante della Vallesina. Una leggenda racconta che la città venne fondata da Esio, re dei Pelasgi, qui giunto dalla Grecia nel 768 a.C. Lo stesso leone rampante del blasone cittadino si dovrebbe al fondatore greco, come si legge anche su un’iscrizione presente sotto l’edicola recante lo stemma civico, sulla facciata del Palazzo della Signoria. Questo mitologico re fu ritenuto il capostipite degli Etruschi, dei Sabini e dei Piceni, tre popoli italici di grande civiltà e valore. Tuttavia uno degli eventi più significativi nella storia di Jesi fu certamente la nascita, il 26 dicembre 1194, in una tenda imperiale nella piazza centrale della città – l’antico Foro romano – di Federico II di Svevia. Il grande l’imperatore, lo Stupor mundi, colui che donerà poi a Jesi il titolo di “Città Regia”, con rilevanti diritti di piena autonomia, consistenti privilegi sul dominio del Contado e ampie libertà comunali che la Chiesa, con il suo alterno dominio, non poté più abrogare.

Il Palazzo della Signoria è la sede originaria della Magistratura civica di Jesi, dove il Gonfaloniere e i Priori tenevano il governo della città. Progettato da Francesco di Giorgio Martini, insigne architetto senese, venne edificato tra il 1486 e il 1498. Parte interessante del Palazzo è il cortile porticato interno, su disegno di Andrea Sansovino, con tre ordini di logge, sebbene l’ultimo non sia mai stato completato. L’edificio insiste sulle fondamenta dell’antico teatro romano. E’ uno dei più imponenti palazzi pubblici delle Marche. La sua possente mole quadrata affaccia su Piazza Colocci, nell’area più alta della città. Nel 1586 il Palazzo della Signoria fu ceduto al Magistrato Pontificio e da allora divenne il Palazzo del Governatore, fino all’Unità d’Italia. Dopo il 1861 divenne sede della Pretura della città.

Nella Sala Maggiore del magnificente Palazzo della Signoria, il 30 marzo prossimo (sabato) alle ore 17:30, verrà presentato il volume “Il diritto alla felicità” di Roberto Tiberi, avvocato e giurista, che a Jesi è nato e vive. All’evento parteciperanno Massimo Bacci, sindaco di Jesi, Renato Balduzzi, professore ordinario di Diritto costituzionale presso l’Università Cattolica di Milano, e l’autore. L’incontro sarà moderato da Flavia Fazi, giornalista Rai. Ripercorrendo il significato di felicità, dalla filo­sofia greca e latina ai pensatori dei nostri tempi, Tiberi giunge a ricomprendere la felicità tra i diritti naturali e inalienabili dell’uomo. Ad ogni modo questo diritto alla felicità individuale è possibile solo a patto che si realizzi anche una felicità collettiva. A tutti gli uomini è riconosciuto il diritto alla felicità”, viene enunciato nella Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America, votata a Philadelphia il 4 luglio 1776, mentre Epicuro asseriva “Mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità”.

Su tali riferimenti di fondo, accennati nella sinossi appena riportata, l’interessante testo di Roberto Tiberi si dispiega in puntuali argomentazioni, che per ora non si vuole qui recensire. Ma un richiamo certamente va fatto alla Prefazione, vergata da Franco Venarucci, magistrato, che nell’incipit svolge queste considerazioni: “La nuova opera dell’Avvocato Roberto Ti­beri induce a stupore già dal suo titolo. Abbandonati gli argomenti inerenti la tu­tela penale dell’ambiente con in quali si è in precedenza confrontato, l’Autore ci trasporta con linguaggio mai pomposo e compiaciuto, ma singolarmente agile e profondo, nella re­gione della essenza della felicità. Finendo con il travolgerci con le multiformi de­clinazioni con le quali il pensiero umano ha tentato di teorizzarla e definirla nel corso dei secoli. […]”.

Di estremo interesse è peraltro l’Introduzione, scritta da Pierfranco Bruni – archeologo, saggista e scrittore insigne – uno degli intellettuali italiani più raffinati e fecondi, candidato al Premio Nobel per la Letteratura. Proprio per l’articolata compiutezza del contributo del prof. Bruni, introduttivo al volume, con il consenso dell’autore qui di seguito se ne riporta integralmente il testo.

Introduzione

La felicità come premessa alla vita

Il diritto alla felicità è un diritto o viverlo come un dovere? Questo straordinario libro di Roberto Tiberi ci pone davanti a degli in­terrogativi forti. La felicità ci rende sognanti. O il sogno ci regala briciole di felicità? Una vita contamina­ta da parole in un tempo in transizione diven­ta un tempo traslocato.

Discordanze

Dalla discordanza può nascere la felicità? Che cos’è la felicità? Mai dire che la felicità è una leggerezza dell’anima o una dissolvenza che attraversa il dolore e lo supera. Mai dire che la felicità ha la serenità tra le pieghe. Roberto Tiberi tocca il nodo di Gordio della fe­licità oltre il modello epicureo. Si ha diritto alla felicità. Oppure no? In que­sto senso il modello greco e poi latino hanno richiesto una sopportazione del quotidiano. La felicità è un assentarsi dalle difficoltà che di­ventano conflittualità. O forse è riuscire a con­vivere con le infedeltà della propria anima? Si abita la vita per infelicità e per mito si cer­ca di armonizzarla pur sapendo che è difficile incontrare il contrario. Si ha diritto alla felici­tà. Bisogna essere in armonia con il proprio sé, con il proprio senso, con il proprio orizzonte. Non credo che si possa dire che la felicità sia un eterno o che la felicità sia un indelebile infinito che accarezza la linea degli orizzonti, quando gli occhi diventano custodi di memo­ria. Una memoria che attraversa lo sguardo… Tiberi scava nelle parole della discordanza umana della felicità-serenità. La felicità è saper attraversare il buio pur sapendo che nel bosco è difficile trovare la luce o è difficile sapere che ci possa essere una luna che faccia da faro. Ognuno di noi vive la propria felicità. O forse la condanna alla ricerca della felicità? Esiste un immaginario di felicità che si cerca di tratteggiare attraverso il senso del mistero. Ma la felicità è anche conoscere il superamen­to del naufragio delle vite.

Questo mare infinito che diventa esistenza

La felicità è una cognizione del sapere e non della conoscenza. Sapere o conoscenza. Io conosco perché so, oppure so perché co­nosco. Essere felice è cercare il viaggio verso la felicità. Una tentazione della armonia nel­la propria disarmonia. Esistono dicotomie nella vita di ognuno di noi. Discordanze che fanno del tempo perduto una misura della memoria e in questa memoria tutto ha un senso. Si incontra la felicità? È possibile incon­trarla, legarla, perderla. È necessario trovarla. È impossibile non viverla. È impossibile non attraversarla. La non felicità è l’ombra della morte? Il di­ritto ad essere felice è dato giuridico. La felici­tà in ricerca è una metafisica. La linea che separa la meditazione contem­plante verso la felicità innocente è un viaggio spirituale, interiore che ci permette di cattu­rare il senso del quotidiano nel senso dell’in­terminabile. Noi dobbiamo sempre illuderci del termi­nabile della fine, anche se pensiamo di essere interminabili e tutto ciò che facciamo ci sem­bra interminabile. Ma tutto ciò è parte integrante di una feli­cità che detta le regole al nostro essere uomini e donne, in un processo che è mitico in cui le voci del destino disegnano la struttura del nostro essere nel tempo.

Già… essere nel tempo è raccogliere i segni della felicità

Confrontarsi con il tempo e restare nell’ar­monia della serenità significa conquistare, granello dopo granello, la sabbia della felicità che entra nella clessidra che conta il racconto di una vita. La felicità è fatta di granelli di sabbia che scendono lentamente trasformandosi in vento e tempo. La felicità è ciò che potremmo non avere, ma è anche ciò che, a volte, abbiamo e che non riusciamo a comprendere, ad afferrare, a catturare. La felicità vive di sublime. Poi si vive il di­stacco, la lontananza. Il dimenticato che ha la verità del sublime nel vento. La felicità è an­che saper riconoscere che c’è stata, che è stata vissuta, abitata e che non è andata perduta. Questo libro di Tiberi, infatti, è un mes­saggio autorevole che tocca il diritto e la me­tafisica. Esistere nella felicità e nella memoria della felicità. Il tutto per non perdere il sen­so della vita nel tempo. Un libro da leggere e consigliare come lettura per scavare nel nostro profondo.

Roberto Tiberi è nato a Jesi il 3 maggio 1965. Laureato in Giurisprudenza all’Università di Macerata, con specializzazione in Diritto e Procedura penale presso l’Università di Roma La Sapienza, è avvocato cassazionista. Già docente di Master presso l’Università di Urbino e già componente della Commissione tecnica di Valutazione dell’Impatto Ambientale presso il Ministero dell’Ambiente. E’ consulente giuridico della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad essi correlati. L’avv. Tiberi è esperto di inquinamento ambientale e su tali tematiche, in particolare sugli aspetti giuridici, ha scritto e pubblicato numerosi volumi e articoli.

IL TEATRO DELLE MASCHERE E IL CARNEVALE DELLA VITA di Giuseppe Lalli

C’è una frase, in un celebre romanzo di Luigi Pirandello, che suona così: “Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti”. Nelle società moderne il Carnevale è la festa di tutto l’anno: indossiamo la maschera tutti i giorni. Ognuno ha la sua, anzi le sue, da quando inizia l’età della…ragione. La maschera non ce la togliamo nemmeno quando andiamo a letto. Mostriamo il volto nudo solo nel sogno; ma al mattino, insieme al vestito, prima di fare colazione, rimettiamo la maschera sul volto.

Di maschere, per la verità, ne abbiamo a disposizione più di una, come i vestiti e le scarpe. Abbiamo la maschera per i colleghi di lavoro, quella per i conoscenti, quella per gli amici, e perfino quella per i familiari… Spesso sbagliamo maschera o dimentichiamo di indossarne una, e allora le persone che credevano di conoscerci ci dicono: “Ma che ti è successo? Non ti riconosco.”  E invece era uno dei rari momenti in cui eravamo noi stessi… Ognuno crede di recitare la sua parte nel ruolo che si è ricavato, salvo, ogni tanto, cambiare ruolo e cambiare parte.

E’ una legge, e una tentazione, questa del Carnevale permanente, alla quale pare che nessuno possa sfuggire nelle nostre società evolute. Non vi sfuggiva nemmeno Pirandello, che pure pretendeva di farci la morale. Infatti, c’è da chiedersi: qual era il vero volto di Pirandello? Quello dell’esploratore spregiudicato dell’anima umana, o quello dell’intellettuale conformista fedele al regime? Quello del compassato e serioso accademico vincitore del premio Nobel, o quello dell’attempato maestro che perde la testa per la prima attrice del suo teatro e le scrive centinaia di lettere appassionate?

La vita sociale è il grande teatro dell’ipocrisia, che va in onda sul proscenio. Dietro le quinte, c’è il vero teatro: quello dell’invidia e dell’orgoglio. Ogni tanto si sente qualcuno che grida, perché non riesce più a reggere la parte. Per avere un’idea di quanto rarefatti siano i nostri rapporti sociali, basta riflettere su quella convezione sociale che è il saluto. Nel salutarci, quando ci conosciamo poco, assumiamo sempre un atteggiamento… commisurante. Ciascuno, rispetto all’altro, si chiede: «che ruolo svolge?»; «quanto mi può essere utile?»; «è più o meno importante di me?».

E una volta stabilite le misure, ci regoliamo. Siamo disposti a salutare noi per primi solo le persone che reputiamo molto più importanti di noi. E se qualcuno con il quale avevamo stabilito un saluto reciproco, una mattina, magari perché distratto, ci toglie il saluto, apriti cielo! Subito pensiamo: «e chi si crede di essere?»; «non facciamo un lavoro simile…»; «non abbiamo la stessa cilindrata di macchina…», e ce ne facciamo una malattia.

Nel grande teatro delle maschere, gli “altri” finiscono per essere per noi un piccolo inferno, come ci ricorda Jean Paul Sartre in una sua celebre commedia. Gli “altri” ci giudicano, e spesso ci feriscono con il solo sguardo. Abbiamo voglia a dire: «Io sono sempre me stesso». Senza volerlo ammettere, quasi sempre siamo quello che vogliamo che gli “altri” credano che siamo.

Ci facciamo amici importanti affinché gli “altri” credano che anche noi siamo importanti. Mentiamo continuamente a noi stessi. Indossiamo gli occhiali da sole anche quando non c’è il sole: li usiamo come una maschera, per poter guardare gli “altri” senza essere visti. Gli attori li indossano nei funerali, forse per non guardare in faccia la morte, con la quale non si può recitare.

Parliamo senza comunicare: sguazziamo sempre alla superficie del nostro “io”, dove ristagnano poltiglia e rottami dell’anima. D’altra parte, degli “altri” non possiamo fare a meno, perché, per quanto possiamo coltivare un sogno di autosufficienza, siamo per costituzione degli animali sociali. Lo sapevano bene gli eremiti del passato, che più si ritiravano in solitudine, più gli “altri” li cercavano.

Capita però spesso che, quando accantoniamo la maschera, ci rendiamo conto che al fondo del nostro essere coltiviamo un desiderio metafisico, che non vogliamo confessare a noi stessi: dare un senso alla vita. Una volta che abbiamo mangiato e bevuto. I cattivi maestri della modernità, nel decretare la morte di Dio, ci hanno voluto far credere che ciascuno di noi può essere Dio per gli altri. Ma, per poco che rientriamo in noi stessi, ci accorgiamo di quanto grande sia questa menzogna.

In questo modo, il desiderio metafisico, che non possiamo sopprimere, diventa un piccolo inferno, che però dobbiamo nascondere agli “altri”, i quali devono continuare a vederci come tanti “Dio”: ciascuno vuole essere “Dio” per l’“altro”. Da qui la fiera dello snobismo: vogliamo far credere, ciascuno all’“altro”, di essere autosufficienti, di non avere bisogno di nessuno. Ma è proprio in questa mancanza di comunione, in questa forzata solitudine, che consiste il nostro piccolo inferno.

Ma quello che Pirandello e Sartre non sapevano, o forse non ricordavano, è che dopo il Carnevale viene la Quaresima. Ho sempre sospettato che i cristiani debbano conoscere la medicina per questo male metafisico. Dovrebbero averla appresa dal loro maestro, il quale si ritirò per quaranta giorni nel deserto (da qui la Quaresima) per meditare sul senso profondo della sua missione, e alla fine respinse tutte le maschere che un grande esperto di menzogne gli offriva: il potere sugli uomini e sulla natura. Solo una maschera accettò, non dal padre della menzogna, ma da suo Padre: quella del dolore e della compassione, come unica via di accesso alla vita vera.

Ecco: i cristiani dovrebbero conoscere la medicina. Solo che il più delle volte non sanno comunicarla agli… “altri”, non sanno rinunciare, nemmeno loro, alla maschera. I veri cristiani però sanno che Dio non si dimostra, si mostra: è quello che sta appeso, nudo, per tutti, sulla croce.

Storia e mito nell’intrigante romanzo “Il velo di Iside” di Fiorella Franchini a cura di Goffredo Palmerini

Fiorella Franchini

Un romanzo storico racconta le vicende e i drammi personali di uomini e donne che, sebbene vissuti in un tempo remoto dalla nostra vita e dalla nostra memoria, ci sono tuttavia vicini con le loro emozioni, con i sentimenti, con i pensieri segreti. In fondo aveva proprio ragione Benedetto Croce nell’affermare che “La storia nostra è storia della nostra anima; e storia dell’anima umana è la storia del mondo”. Ne dà un evidente saggio Fiorella Franchini, giornalista e fine scrittrice napoletana, nel suo magnifico romanzo “Il Velo di Iside” (Homo Scrivens, Napoli, 2018).

Appassionata studiosa di storia e archeologia, ma anche di miti e leggende della classicità, nel suo romanzo Fiorella Franchini, con una scrittura intensa e coinvolgente, narra l’incontro di Cassia Livilla, sacerdotessa di Iside, con il Navarco della flotta di Miseno, Valerio Pollio Isidorus. Tra loro nasce una relazione intensa e proibita. Quando dall’intera flotta si era levato un saluto echeggiante in tutto il golfo di Miseno, il cuore del Navarco si era riempito di orgoglio e di malinconia: “Vederla fu amarla, amare solo lei, amarla per sempre”. Una relazione forte, tra i due, tale da indurre Cassia Livilla a confidare al Comandante della flotta un terribile segreto, ascoltato per caso a Puteoli (l’antica Pozzuoli) da alcuni stranieri che progettavano una strage.

La Classis Misenensis,la flotta imperiale di Roma di stanza a Miseno, che era lì a guardia del Mediterraneo occidentale, era sempre stata la ragione di vita di Valerio Pollio, prima d’esser ferito dagli strali di Cupido. I suoi classari avrebbero lasciato famiglie e amici, eppure egli mai aveva immaginato che potessero avere un’altra vita fuori dalla Schola Militum, laddove i legionari si formavano nelle tattiche della guerra navale e in quella campale. Il romanzo si dipana intrigante nella narrazione, tra un amore sacrilego e un complotto contro Roma.

Siamo nel 77 d.C. quando, alla vigilia del Navigium Isidis, alcuni stranieri progettano una strage di romani. Ma ben presto le indagini del Navarco condurranno a scoprire il vero obiettivo dell’attentato: non il popolo in festa per l’apertura della nuova stagione della navigazione, ma la Classis Praetoria Misenensis e l’imperatore Vespasiano in persona, venuto per ammirare la flotta imperiale in rada nel golfo di Miseno. Dunque una sanguinosa e tragica umiliazione per l’immenso potere imperiale di Roma. Iside, terribile e misericordiosa, potente dea proveniente dalla terra di Ra, sfida gli dei dell’Olimpo. Chi ha ordito la congiura? Chi ha rapito la fanciulla? L’amore viene travolto dalla sete di vendetta e dagli intrighi del potere. Chissà se Cassia Livilla avrebbe mai più rivisto Valerio Pollio: “Anch’io ti amo tanto” gli aveva confessato ricambiando quel bacio infinito.

L’ambientazione storica segue precise coordinate che s’incrociano tra le vie di Neapolis, il porto di Puteoli e la flotta imperiale romana in rada a Miseno, guarnita di ben 10 mila uomini armati. E poi il culto isiaco, sacro all’imperatore Vespasiano, largamente diffuso a Roma e in Campania. L’autrice imbastisce un racconto avvincente, con dovizia di particolari, con uno stile raffinato e scorrevole, in cui il senso del dovere si confronta con le ragioni del cuore, mentre le vicende individuali e collettive diventano mistero dell’anima che travalica i secoli.

Una storia d’amore e d’avventura, insomma, che intriga il lettore, coniugando il fascino dell’epopea romana con le suggestioni del patrimonio archeologico di Napoli e dei Campi Flegrei, stimolando attraverso la scrittura narrativa – davvero di notevole rango – una curiosità intellettuale e una riscoperta dei beni culturali e storici della terra del mito. Un palcoscenico eccezionale e una trama coinvolgente che discorre e si lega al lettore con una familiarità attiva e vivace, dilatando il tempo del vivere, per ritrovare dentro le parole le emozioni invisibili del cuore.

Fiorella Franchini è giornalista pubblicista. Collabora con il quotidiano Il Denaro e pubblica con riviste e periodici specializzati, tra cui Arte&arte e MardeiSargassi. Per oltre dieci anni è stata direttore editoriale del webmagazine napoliontheroad. Al romanzo d’esordio L’Orchidea Bianca (Il Girasole, 1995) hanno fatto seguitoI fuggiaschi di Lokrum(Marotta, 1998), Nanhai (Il Mezzogiorno editore, 2002), I Fuochi di Atrani (Kairòs, 2006)per i quali ha ricevuto importanti riconoscimenti in concorsi e premi letterari.Nel 2013ha pubblicato undici interviste nell’antologiaDonna è Anima(Savarese editore);nel 2014 il romanzo storicoKorallion (Kairòs edizioni),nel 2018 Il Velo di Iside (edizioni Homo Scrivens).E’ membro di Giuria di Premi letterari, svolge attività di ufficio stampa, conduce incontri culturali, presentazioni e lezioni di giornalismo. Il romanzo “Il velo di Iside” ha ottenuto il Premio internazionale “Città di Caserta”, il Premio Speciale “Megaris” XXVII edizione, il Premio Letterario Residenze Gregoriane 2019.

Goffredo Palmerini

L’INTERVISTA A GOFFREDO PALMERINI di Giustino Parisse

Serve maggiore dedizione al bene comune

L’INTERVISTA A GOFFREDO PALMERINI

L’ex amministratore aquilano oggi scrittore: “Ho vissuto appassionate stagioni politiche”

di Giustino Parisse *

L’AQUILA – Goffredo Palmerini, 71 anni, dopo 30 anni in consiglio comunale ha lasciato la politica e oggi è uno scrittore, operatore culturale, con forti legami con le comunità abruzzesi all’estero e attento osservatore delle vicende aquilane.

Goffredo, lei è nato a Paganica, cosa ricorda della sua infanzia e come si viveva nel paese di Gioacchino Volpe ed Edoardo Scarfoglio?

Sono nato nel 1948. Mio padre Vinicio era tornato un anno e mezzo prima dalla prigionia in Germania, portato là dai tedeschi dall’Albania. Nel campo di prigionia pesava 39 chili, rischiò anche l’esecuzione. Al suo rientro a Paganica aveva conosciuto Graziana, sua figlia nata nel 1943, e riabbracciato sua moglie Lina, mia madre. Rimessosi in forze riprese l’attività di fabbro ferraio, come molti della stirpe Palmerini, arrivata a Paganica a metà Settecento. Aprì la sua bottega prima a Valle d’Ocre, dove ogni mattina si recava in bicicletta, poi nel ’52 a Paganica, l’anno in cui nacque mio fratello Corradino. Ho avuto un’infanzia felice, in una famiglia cementata da valori spirituali ed etici. Una famiglia umile come tante, in una Paganica di contadini e artigiani che viveva le ristrettezze del dopoguerra. In quegli anni si comprava al negozio d’alimentari portando un taccuino con la copertina nera dove Marietta annotava man mano la spesa. Si pagava due volte l’anno, dopo le fiere di Pasqua e Ognissanti. I contadini vendevano qualche animale e i raccolti e andavano a pagare il conto, anche al fabbro. E’ stato così per la mia famiglia, finquando mia sorella non entrò in fabbrica, alla Marconi poi Siemens. Solo allora, nei primi anni ’60, cominciò a girare qualche lira in più mentre l’Italia s’avviava al miracolo economico.

Quali sono stati i suoi studi e poi il percorso lavorativo?

Dopo le elementari a Paganica, frequentai all’Aquila le medie (Mazzini) e le superiori (Itis), diplomandomi nel 1967 chimico industriale. Furono d’aiuto le borse di studio che ebbi per meriti scolastici. Andai subito militare negli alpini per liberarmi dell’obbligo e poter cercare lavoro. Che presto arrivò, vincendo un concorso per Capo Gestione nelle Ferrovie. Mi assunsero a Verona nel 1972, poi andai a Trento. Vi restai un anno. Lavorai poi 3 anni a Roma, nel Servizio Sanitario presso la Direzione Generale FS, chimico nel laboratorio di bromatologia e igiene industriale. Girai tutta Italia in quegli anni, con compiti ispettivi negli impianti ferroviari sull’igiene degli alimenti e degli ambienti di lavoro. Intanto m’ero iscritto a Giurisprudenza alla Sapienza, ma nel 1975 lasciai Roma e gli studi universitari dopo l’elezione al Consiglio Comunale dell’Aquila e il trasferimento nella nostra città. Ho tuttavia sempre nutrito interesse per gli studi giuridici e umanistici, che da allora assiduamente curo. All’Aquila lavoravo in stazione e facevo il consigliere comunale con molto impegno. Ho concluso il percorso lavorativo come dirigente del Polo amministrativo dell’Aquila.

Lei è stato vicesindaco del Comune dell’Aquila e per quasi 30 anni in consiglio comunale. Come nasce la sua passione per la politica?

Fu precoce, a 20 anni ero già segretario della sezione Dc a Paganica.  L’impegno politico era nato dagli stimoli sociali del Concilio Vaticano II e dal pensiero di Maritain e Mounier. Furono mio riferimento figure come Dossetti, La Pira, Moro e altri esponenti della sinistra democristiana. Tutta la mia esperienza è stata ispirata ai valori del cattolicesimo democratico. Con altri della mia generazione abbiamo vissuto all’Aquila un’appassionata stagione politica, anche nelle istituzioni, insieme a Luciano Fabiani e Achille Accili. Al mio primo mandato consiliare nella sindacatura di Ubaldo Lopardi, durante il quale fui capogruppo Dc, ne sono seguiti altri 5, salvo l’interruzione dal 1990 al 1994. Intensi quegli anni e ancor più dal 1980, stretto collaboratore del sindaco Tullio de Rubeis e assessore per l’intero quinquennio. Ricordo con orgoglio la rinascita della Perdonanza, la scelta dell’Aquila per la Scuola Ispettori della Guardia di Finanza, le visite di Giovanni Paolo II e del Presidente Pertini, e altri importanti traguardi. Come pure ricordo della sindacatura di Enzo Lombardi, dopo un avvio travagliato, il proficuo lavoro per la città. Non ero consigliere negli anni difficili delle inchieste giudiziarie. Ma nel 1994, in sostegno di Attilio Cecchini candidato sindaco, tornai in consiglio nel Ppi. L’anno dopo, mutate le condizioni politiche, entrai vicesindaco nella giunta guidata da Antonio Centi. Ho avuto con Centi un forte rapporto di collaborazione. Importanti progetti in quegli anni e numerose le opere avviate. Non sempre però si raccolgono i frutti dell’impegno. Nel 1998 infatti vinse il centrodestra guidato da Biagio Tempesta. Con Tempesta sindaco sono sempre stato capogruppo d’opposizione, fino al 2007, quando decisi di chiudere la mia lunga esperienza a Palazzo Margherita. Sento i quasi 30 anni al servizio della comunità aquilana come il più grande onore. Dai banchi della maggioranza come della minoranza, senza spirito di fazione, ho cercato d’operare solo nell’interesse generale. Il giudizio sta agli aquilani. Credo però d’aver vissuto un’esperienza straordinaria, attento al dialogo costruttivo, nel rispetto degli avversari, nella ricerca del bene comune, in un confronto sempre leale.

Cosa trova di diverso fra la politica dei suoi tempi costruita su contatti umani, manifesti, volantini, comizi e quella di oggi che viaggia per lo più sui social.

Oggi è tutto “liquido”, come direbbe Baumann. Mi preoccupa il fatto che buona parte della classe politica ormai da anni non guardi al futuro, con scelte coraggiose di lunga prospettiva. Si preferiscono misure effimere, per raccogliere consensi immediati. I grandi riferimenti ideali sono smarriti, difetta il senso dello Stato e delle istituzioni, cresce l’imbarbarimento del linguaggio a scapito d’un serio confronto sui problemi del Paese. Nella società della comunicazione virtuale conta più vellicare gli istinti che rispondere alle difficili sfide del futuro. Ai contatti umani d’un tempo si preferiscono i social, importa apparire più che essere. Ma così la distanza tra paese reale e paese legale s’allarga, lo si vede dalle astensioni dal voto. Pur senza generalizzare e sperando il meglio, perché figure politiche di spicco pure ci sono, gira tuttavia tanto piccolo cabotaggio e pochi Statisti. Quelli di cui avremmo disperato bisogno per risalire la china e riportare l’Italia a crescere, ad assicurare un domani per i nostri figli.

Negli ultimi anni lei ha pubblicato molti libri che raccolgono reportage e articoli pubblicati da giornali di tutto il mondo, soprattutto quelli che fanno riferimento alle comunità italiane all’estero che lei ha visitato più volte. Come è percepita l’Italia dai nostri connazionali, cosa chiedono. C’è nostalgia?

Nel 2007, per servire in altro modo la nostra città, scelsi l’impegno giornalistico per comunicare singolarità e bellezze dell’Aquila e dell’Abruzzo. La passione per la scrittura, che avevo già da ragazzo, l’ho finalmente potuta esercitare nelle collaborazioni con le agenzie internazionali e con la stampa italiana all’estero. Diverse decine, in Italia e nel mondo, sono le testate con le quali collaboro. Oltre 50mila le pagine a mia firma uscite finora sull’Aquila, l’Abruzzo, l’Italia. Parlano di fatti, eventi, personaggi e tradizioni della provincia italiana. Molto presente il tema dell’emigrazione, le nostre comunità all’estero e il loro valore. Vado a conoscerle, racconto le loro storie, i successi, ma anche le sofferenze e le discriminazioni subite prima della loro integrazione. I nostri emigrati non sono più quelli partiti con la valigia di cartone descritti negli stereotipi. Hanno sofferto pregiudizi e stigmi nella prima generazione dell’emigrazione. Poi i loro figli si sono man mano integrati nelle società d’accoglienza, si sono fatti apprezzare, godono ora la stima e il prestigio che si sono meritati in ogni campo. Sono nelle università, nelle imprese, nel mondo dell’arte, dell’economia, della ricerca, nelle istituzioni e nei governi, talvolta con ruoli di preminenza. Chiedono di essere conosciuti e riconosciuti, perché in Italia spesso non si ha piena consapevolezza del valore delle nostre comunità all’estero. La storia della nostra emigrazione non è ancora entrata nella grande Storia d’Italia. Sovente la conoscenza del fenomeno migratorio, anche nelle istituzioni, si limita alla patina, con tutti gli equivoci che non aiutano a capire che i nostri connazionali all’estero sono una risorsa, i più motivati ambasciatori dell’italianità nel mondo. Se hanno nostalgia? No. Forse solo la prima generazione di emigrati ne ha sofferto, ma l’integrazione nei Paesi d’accoglienza l’ha ormai fortemente mitigata.

Lei è un attento osservatore della realtà locale oltre che un operatore culturale. A dieci anni dal sisma che idea si è fatta della ricostruzione materiale e sociale dell’Aquila?

Sulla ricostruzione materiale si può dare un giudizio nel complesso positivo, ma a due facce. Soddisfacente per la città, meno per le frazioni. Come alterno è il giudizio sulla ricostruzione privata e quella pubblica, quest’ultima assai lenta. Sulla qualità si sarebbe potuto correggere e migliorare, invece d’appendersi al “com’era e dov’era”. Ha ragioni da vendere monsignor Orlando Antonini. E’ infatti mancata un’idea complessiva di ridisegno urbano, anche con l’inserimento di architetture “firmate” fuori dal centro storico. L’unica eccezione, l’Auditorium di Renzo Piano, non è stata una scelta della città ma della Provincia di Trento. Non aggiungo parole sulla “abitazione equivalente”, consentita ovunque e dannosa, molti aquilani hanno lasciato L’Aquila per altre città. Mi auguro infine una rinascita sociale e morale della nostra comunità, che deve ritrovare il senso profondo del vivere insieme. Fraternità sociale, impegno civico, etica delle responsabilità, cultura, amore per la città, dedizione al bene comune: questo occorre per scrivere il futuro dell’Aquila nuova. Non solo più bella di prima, ma anche migliore di prima. A ciascun aquilano è affidata una parte di questo impegno.

Trent’anni in politica, riconoscimenti per l’attività editoriale

Goffredo Palmerini è nato a Paganica il 10 gennaio 1948. Sposato con Anna Maria Volpe, ha due figli: Alessandro e Federico (sacerdote). Per quasi trent’anni è stato amministratore comunale. Scrive su giornali e riviste in Italia e sulla stampa italiana all’estero. E’ in redazione presso numerose testate giornalistiche, collaboratore e corrispondente della stampa italiana all’estero: America Oggi (Usa), La Gazzetta (Brasile), i-Italy (Usa), La Voce (Canada), La Voce d’Italia (Venezuela), Mare nostrum (Spagna), L’altra Italia (Svizzera), La Voce alternativa (Gran Bretagna). Collabora inoltre con le Agenzie internazionali AiseInformComUnica. Ha pubblicato con One Group i volumi “Oltre confine” (2007), “Abruzzo Gran Riserva” (2008), “L’Aquila nel Mondo” (2010), “L’Altra Italia” (2012), “L’Italia dei sogni” (2014), “Le radici e le ali” (2016), “L’Italia nel cuore” (2017), Grand Tour a volo d’Aquila (2018). Nel 2008 gli è stato tributato il Premio Internazionale “Guerriero di Capestrano”. Nel 2014 ha ricevuto il premio speciale “Nelson Mandela” per i diritti umani. Vincitore del XXXI Premio Internazionale Emigrazione (sezione Giornalismo), gli sono poi stati conferiti, sempre per l’attività giornalistica, il Premio internazionale “Gaetano Scardocchia”, il Premio nazionale “Maria Grazia Cutuli”, il Premio internazionale “Fontane di Roma”. Da molti anni svolge un’intensa attività con le comunità italiane all’estero. Studioso di emigrazione, è componente del Comitato scientifico internazionale e uno degli Autori del “Dizionario Enciclopedico delle Migrazioni Italiane nel Mondo” (SER-Migrantes, 2014) e membro di prestigiose istituzioni culturali.

*pubblicata dal quotidiano il Centro il 16 febbraio 2019

“Grand Tour a volo d’Aquila” – l’intervista di Fiorella Franchini


Rocca Calascio (L’Aquila) 

   


Desenzano del Garda   

                                                                       

Lago di Garda – Salò

Salento – Gallipoli

«E come si potrebbe non amare Italia? – ha affermato Henryk Sienkiewicz, – Credo che ogni uomo abbia due patrie; l’una è la sua personale, più vicina, e l’altra: l’Italia»Non è la solita rivendicazione di una presunzione culturale, bensì la testimonianza di una matrice spirituale, una sorta di “carattere sacro” che risulta più evidente quando guardiamo questo paese da lontano, magari “a volo d’Aquila” come il Grand Tour di Goffredo Palmerini, edito da One Group. L’esplorazione del giornalista abruzzese ha precedenti famosi, basta pensare al “Viaggio in Italia” di Goethe e Piovene, ma la prospettiva è diversa. Dall’Abruzzo si raggiunge la Calabria attraversando il Gargano e il Salento, senza tralasciare il Garda e il Friuli, e lo sguardo si sofferma su luoghi storici e naturali meno noti con la leggerezza del narratore e la sagacia del reporter.

Quali sono le linee di lettura di questo volume?

“Grand Tour a volo d’Aquila” è un distillato di quanto solitamente scrivo nel corso d’un anno o poco più e che affido alla fitta rete di testate (quotidiani, periodici, riviste, giornali on line, magazine), in Italia e all’estero, e alle agenzie internazionali, con le quali collaboro. Questo mio ottavo libro, in particolare, prende il titolo dai racconti di viaggio che raccoglie, capitoli che narrano l’Italia profonda, quella meno conosciuta all’estero, un’eccezionale cornucopia di singolarità, bellezze artistiche e naturali, tradizioni intriganti, colori e sapori stupefacenti. E’ l’esito d’una collaborazione con il Network i-Italy di New York, diretto da Letizia Airos.

Un’inchiesta che non vuole ricavare una sequenza di cartoline laccate, ma un reportage ancorato alla realtà e ideologicamente non contaminato, né ottimista né pessimista, ispirato dalla spiazzante curiosità che gli detta il suo sesto senso. Un diario di bellezza e di realtà.

Che cosa racconta?

Il libro vuole essere lo specchio della più bella Italia, dentro e fuori i confini. Non solo per i racconti di viaggio, ma anche per i personaggi che incontra, per le storie di vita che racconta, per i fatti e gli eventi che descrive, che siano in Italia o all’estero. Fatti, persone e luoghi che raccontano la bellezza e l’ottimismo, il desiderio d’un Paese – la nostra Italia – che diventi migliore grazie al contributo, piccolo o grande, che ciascuno dei suoi figli di buona volontà riescono a dare con amore, dentro i confini e in ogni angolo del mondo. Nei miei libri c’è l’Italia e l’altra Italia all’estero. C’è la provincia italiana con le sue ricchezze. C’è molto L’Aquila, la città, dove sono nato e vivo, la città che ho avuto l’onore di servire per quasi trent’anni come amministratore civico. La città che sta risorgendo dalla lacerante tragedia del terremoto del 2009.

Prevale la provincia, non più “bella addormentata”, simbolo della decadenza di un mondo autoreferenziale e chiuso in se stesso, bensì un territorio variegato, che si rivela piena di energie e capacità sconosciute e insospettabili. Il capoluogo abruzzese diventa il punto di partenza di un’indagine ad ampio raggio dentro e fuori l’anima di questo paese.

L’Aquila come simbolo di cattiva gestione pubblica del territorio?

Sarebbe ingeneroso e ingiusto un giudizio così tranciante. L’Aquila è una delle più belle città d’arte d’Italia, una bomboniera di bellezze, con una storia importante e singolare fin dalla sua fondazione, a metà del Duecento. L’Aquila, la Regina degli Appennini, ha tuttavia la sua storia contrassegnata da terremoti ricorrenti, i più devastanti nel 1349, 1461, 1703 e il più recente del 6 aprile 2009. L’Aquila è però sempre risorta, grazie alla resilienza della sua gente. Dopo l’ultimo terremoto si è molto indagato sulla gestione pubblica del territorio. In via generale il giudizio non può essere più severo che nel resto d’Italia, come invece talvolta è apparso sui media, in un’informazione sovente gridata e poco fedele alla realtà. Con un sisma di quelle proporzioni le criticità si sono rivelate nei centri storici del cratere – e questo poteva essere comprensibile data l’età degli edifici e le tipologie costruttive – e in alcune zone dove nel secondo dopoguerra, con uno sviluppo edilizio poco attento alla natura del terreno, si è edificato laddove per secoli si era evitato.

Quanto è stata importante la solidarietà nella ricostruzione?

La solidarietà nell’emergenza post-terremoto è stata straordinaria. L’Italia ha mostrato il volto più bello e concreto, una prova che ha commosso il mondo. Il volontariato è un patrimonio umano eccezionale del nostro Paese, che nel campo della Protezione Civile è nelle posizioni di vertice nel mondo. Come pure è stata straordinaria la prova di generosità offerta dagli italiani e dalle nostre comunità all’estero. Il loro contributo nella ricostruzione della città è abbastanza significativo, sebbene la spesa per la ricostruzione approntata dallo Stato sia ingente proprio per la natura artistica dell’Aquila, che dentro le mura ha censite e vincolate oltre duemila emergenze artistiche e architettoniche, è il sesto in Italia tra i centri storici più estesi e artisticamente rilevanti.

Di cosa c’è ancora bisogno?

La ricostruzione privata sta andando avanti abbastanza bene, anche come speditezza, meno quella pubblica per le note pastoie burocratiche. E’ più avanzata nel capoluogo, meno nelle 64 frazioni dell’Aquila, uno dei comuni più vasti d’Italia. Complessivamente, tra luci e ombre, si può giudicare soddisfacente, anche per la qualità della ricostruzione che sta restituendo una città più bella di prima e soprattutto tra le città più sicure riguardo al rischio sismico, per le tecniche innovative che sono messe in campo, in questo che è il cantiere più grande d’Europa. Ora c’è bisogno che all’esaurimento dei fondi stanziati fino a tutto il 2019 il Governo sia previdente e sollecito a finanziare l’ulteriore fase della ricostruzione. L’attenzione che da tutto il mondo segue la rinascita della città è l’ulteriore elemento di garanzia per il futuro dell’Aquila, diventata città universale dopo il terremoto del 2009, per essere stata scoperta nella sua dimensione artistica e per l’affetto e la vicinanza riservatale dopo la tragedia.

La raccolta non è solo un inventario di paesi fisici ma una ricerca appassionata e curiosa di luoghi mentali, culturali e spirituali che offre riflessioni nuove sull’identità di un Paese che attraversa una grave crisi identitaria messa in discussione non tanto dall’incontro con le altre culture ma dall’omologazione dominante. Una chiave di comprensione psicologica e geografica delle ragioni profonde dell’attuale degrado paesaggistico e sociale.

La valorizzazione della bellezza dei nostri territori può bastare per costruire finalmente un senso civile negli italiani?

La valorizzazione del nostro patrimonio culturale, storico e artistico è una precondizione necessaria, come pure la cura e la protezione del paesaggio italiano, auspicando che negli italiani finalmente cresca la consapevolezza che tale patrimonio – due terzi dell’intero pianeta – è la nostra più grande risorsa per il presente e per il futuro, il cespite più affidabile dello sviluppo del Paese. Il senso civico degli italiani è un esercizio che si affina in concreto, con la cultura e con la coscienza di quanta ricchezza dispone l’Italia.

Da quest’ottica il volume diventa un documento letterario, antropologico e giornalistico, «scrupoloso come un censimento, fedele come una fotografia e circostanziato come un atto d’accusa». La scrittura sottile, disincantata e, allo stesso, partecipe di Palmerini ci avvicina a universo di emozioni nei confronti del nostro paese che spesso dimentichiamo, mentre dal di fuori tutto è più chiaro.

Quale è il vero rapporto con il nostro paese dei connazionali che vivono all’estero? C’è nostalgia o rancore per essere dovuti andar via?

Fuori dall’Italia c’è un’altra Italia persino più numerosa di quella dentro i confini. Sono 80 milioni gli italiani delle varie generazioni dell’emigrazione nel mondo. Ed amano l’Italia più di quanto l’amiamo noi. Forse solo nella prima generazione alla nostalgia per la terra d’origine ha fatto da contrappunto un qualche rancore verso il proprio Paese, che spesso è stato distratto verso i propri figli emigrati.

Cosa chiedono all’Italia?

I nostri connazionali nel mondo non sono più quelli partiti con la valigia di cartone, descritti negli stereotipi. Hanno sofferto pregiudizi e stigmi, nella prima generazione dell’emigrazione. Poi i loro figli si sono man mano integrati nelle società d’accoglienza, si sono fatti apprezzare, hanno ora la stima e il prestigio che si sono meritati in ogni settore di attività. Sono nelle università, nelle imprese, nel mondo dell’arte, dell’economia, della ricerca, nelle Istituzioni e nei Governi, talvolta con ruoli di preminenza. Chiedono di essere conosciuti e riconosciuti, perché sovente le classi dirigenti in Italia non hanno piena consapevolezza e conoscenza del valore delle nostre comunità all’estero. La storia della nostra emigrazione è estranea e non entra ancora nella grande Storia d’Italia. Spesso la conoscenza del fenomeno migratorio si limita alla patina, con tutti di equivoci paternalistici che non accompagnano invece un forte investimento del Paese sulle comunità dei connazionali all’estero, i più motivati ambasciatori dell’italianità nel mondo.

Hai affermato in un’intervista che all’estero amano il nostro stile di vita, in concreto cosa piace?

All’estero ammirano l’Italia per le sue bellezze e per il paesaggio, per l’arte e le tradizioni, per i sapori della sua gastronomia, per le meraviglie delle città e dei borghi, per la creatività e il gusto italiano. Amano persino la lingua italiana che, sebbene con scarsi investimenti e aiuti, è la quarta lingua più studiata nel mondo. E poi amano il nostro stile di vita – l’italian way of life – così legato alla comunicatività, al piacere e alla simpatia che gli italiani sanno spesso esprimere.

I nostri valori tradizionali potranno resistere alla globalizzazione?

Le piccole città e i centri minori della provincia italiana, spesso autentici scrigni d’arte e di tradizioni originali che affondano radici nella nostra storia millenaria, sono luoghi di autentica preservazione dai fenomeni di spersonalizzazione culturale e massificazione. Nella nostra provincia si può davvero coltivare il valore dell’eccezionale ricchezza del costume e delle abitudini ataviche della gente italiana, tessere d’un mosaico che in fondo esprime il gusto di vivere all’ “italiana”. Appunto l’italian life style che tanto intriga all’estero, dove l’anonimato urbano e un urbanesimo senza radici non coltiva un’identità, quella invece che l’Italia detiene grazie all’eccezionale fioritura di culture e tradizioni locali nel caleidoscopio di borghi e città dove si vive a dimensione umana.

L’operazione narrativa di Goffredo Palmerini è davvero una passeggiata durante la quale si conosconobene i borghi e le città, se ne respira l’aria, e quasi sembra di parlare con chi ci vive, ma la responsabilità del comunicatore è vigile, profonda senza sentimentalismi, solo l’energia della terra.

I migliori teatri per “Grand Tour a volo d’Aquila” di Francesco Lenoci

di Francesco Lenoci

Docente Università Cattolica del Sacro Cuore – Milano

Sono felice della decisione di Goffredo Palmerini di presentare il suo libro “Grand Tour a volo d’Aquila” a Milano, presso l’antica Caffetteria Passerini e oltremodo felice che abbia pensato a Angelo Dell’Appennino, Valentina Di Cesare, Hafez Haidar e al sottoscritto per rendere indimenticabile la presentazione.

Ho avuto la fortuna di conoscere Goffredo Palmerini otto anni fa, il 28 giugno 2011, all’Aquila.

Riesco ad essere così preciso, perché Goffredo ha menzionato il mio intervento di quella sera relativo al mitico Ristorante Aquilano “Tre Marie”, in un suo pezzo, poi collocato in “L’Altra Italia”, il secondo dei suoi libri con One Group Edizioni.

Senza quel preciso riferimento, a chi di voi mi avesse chiesto da quanto tempo conosci Goffredo avrei risposto, senza alcuna esitazione . . . . “Ci conosciamo da sempre”.

Non credo di sbagliare affermando che anche Goffredo avrebbe dato la stessa risposta . . . . “Ci conosciamo da sempre” con riguardo al suo amico Francesco.

Perché . . . . Semplicemente perché sono tanti i temi ci accomunano, che ci appassionano.
L’ultima volta che ho incontrato Goffredo è stato il 27 maggio 2018 all’Aquila, per “Start up weekend L’Aquila”, meraviglioso evento che si è svolto presso l’Università degli Studi dell’Aquila, Dipartimento di Scienze Umane.

La penultima volta che ho incontrato Goffredo è stato il 13 marzo 2018, sempre all’Aquila, presso la Sala Conferenze ANCE. Ho parlato per quattro ore di rendiconto finanziario a tanti dottori commercialisti e a Goffredo.

Ovviamente, dopo due mie “discese” all’Aquila, toccava a lui “salire” a Milano ed eccoci qua, presso la Caffetteria Passerini, che quest’anno compie 100 anni, festeggia il centenario.

Tra le tante parole chiave del libro di Goffredo Palmerini “Grand Tour a volo d’Aquila”, quella che ho scelto per illuminare questo incontro è “Teatro”.

L’AQUILA E NEW YORK

Ne libro si parla di un Aquilano che vive a New York, che il 5 luglio 2017 ha festeggiato 18 lustri. Il suo nome è Mario Fratti.

All’Aquila, il 5 luglio 2017, il giorno del suo novantesimo compleanno, toccato dall’emozione, ma con il grande sorriso aperto, disse:

“Sono felicissimo di essere tra la mia gente, nella mia città dove sono nato 90 anni fa. Mi sento amato e rispettato, forse per la mia cordialità e positività. Cerco di costruire un futuro migliore.

Nelle mie opere, contrariamente a certi film o drammi teatrali dove non si capisce mai come finiscono, c’è sempre una conclusione positiva e chiara. Secondo me il dovere principale di un autore è proprio questo.
Il sorriso mi ha aiutato tutta la vita a parlare con tutti. Rompe la diffidenza, aiuta a dialogare anche con chi ha un’avversione.

Io credo nell’Uomo, nonostante l’uomo. Credo nell’uomo nonostante . . . .
La mia qualità è l’essere sempre ottimista e persistente. Quando parlo con i giovani, li invito ad essere persistenti. Anche quando si hanno sconfitte bisogna persistere, perché arriverà il momento del trionfo. Bisogna essere ottimisti, impegnarsi e le cose miglioreranno.

Sono anche felice perché ho visto che L’Aquila sta rinascendo. L’Aquila rinascerà avremo una città molto più bella di prima”. (Cfr. pagg. 290-291)

Quel giorno parlò anche Goffredo:

“Voglio annotare come Mario Fratti, con la sua semplicità e bonomia, dia il senso di come stare bene nel mondo.

Chiunque l’abbia visto nel suo ambiente, a New York, ha avuto la percezione immediata della considerazione e del prestigio di cui gode questo straordinario ambasciatore dell’Abruzzo, dell’Aquila e della cultura italiana nel mondo.

Lì a New York basta solo dire “Mario”, perché si sappia già che si parla di Mario Fratti.

Lui ha una relazione non costruita e senza orpelli con le più alte personalità, ma anche con il senzatetto che chiede per strada l’elemosina, cui non solo dà il suo aiuto, ma anche una parola di saluto e d’incoraggiamento.

Mario rende migliore il mondo e l’Umanità con le sue opere. C’è un quid in più nelle sue opere e nella sua scrittura teatrale, ma soprattutto nel suo modo di vivere, sempre con l’attenzione rivolta verso ogni essere umano. C’è un nuovo umanesimo in tutta la quotidianità della sua esistenza. Mario accende speranze. Ha entusiasmato l’Aquila e il Consiglio Regionale. È  uno dei più straordinari figli d’Abruzzo.

Ha ragione Mario quando dice che tutti possiamo migliorare un po’ il mondo e l’umanità, facendo ciascuno con amore e passione la propria parte. C’è da credergli”. (Cfr. pag. 292)


SAN MARCO IN LAMIS E NEW YORK

Nel prossimo libro di Goffredo Palmerini (lui non lo sa ancora: è una sorpresa che gli preannuncio adesso) si parlerà di un Sammarchese che, per il combinarsi delle combinazioni, vive a New York, che il 14 gennaio 2019 ha festeggiato 19 lustri. È un grande amico di Mario Fratti. Il suo nome è Joseph Tusiani.

Ho incontrato Joseph Tusiani il 30 settembre 2010 presso il Teatro del Giannone a San Marco in Lamis: uno dei giorni indimenticabili della mia vita. Quella sera conclusi il mio intervento pronunciando le parole che stavolta colloco all’inizio.

Con riguardo alla monumentale opera di Joseph Tusiani ho capito una cosa fondamentale e mi piace rivelarla presso un Teatro collocato in una Scuola.

Non è importante la lingua in cui scrive (inglese, latino, italiano o dialetto garganico), non è importante il posto in cui ambienta la vicenda (San Marco in Lamis, New York, una nave . . . .): l’essenza del tutto è che ciò che scrive proviene da un “Professore”, vale a dire da un Uomo che ha coniugato attitudine, istruzione, preparazione e determinazione per “professare”, al meglio, la sua materia.

E la sua materia è la vita:

  • quella che c’è dentro secoli di fatti, conoscenze, poesie;
  • quella che non smette mai di stupire, perché rinnova senza soluzione di continuità lo stupore sia nel docente che nei discepoli;
  • quella che rende possibile avere i piedi nel borgo e la testa nel mondo;
  • quella che consente al docente e ai discepoli di fare strada insieme;
  • quella che va incontro a “l’infinito” che sta oltre “la siepe” dei banchi, delle cattedre, dei computer.

Ho reso omaggio a Joseph Tusiani anche a Milano, presso il meraviglioso Centro Filologico Milanese, in occasione della presentazione della sua autobiografia edita da Rizzoli “In una casa un’altra casa trovo”, il 30 novembre 2016.

Quella sera lessi una sua poesia intitolata “La Scienza”.

Nascere è il primo e l’ultimo mistero:

vale per me e per ogni universo

creato a splendere e spegnersi,

dopo cento miliardi di secoli

o appena dopo una minima vita di giorni.

Ecco, già nati non per nostro merito,

per un motivo siam parte del mondo

e per un altro motivo siam gli uni

dagli altri esseri vivi assai diversi,

più che pietra da pietra, erba da erba,

e da galassia altra galassia errante.

Ed è nata così l’umana scienza,

che dei remoti sovrumani mondi

non saprà nulla mai, e sol di questi,

a noi vicini, può scrutare nuove

cellule e nuove molecole arcane.

Ora lo so: altro non è la scienza

che il balbettio di un’umile preghiera,

eterna e giornaliera, alla ricerca

di un Dio che umanamente si diverte

nel farsi, giorno dopo giorno, ancora

comprender sempre più dal Suo creato.

Oltre all’amore per l’insegnamento, ci sono altre due cose che accomunano me e Joseph Tusiani.

La prima: due meravigliose mamme sarte.

Più che sarta eri allora. . . .

ed anche più che madre. . .  .

Erano ali le tue dita,

le tue dita erano canti. . . .

(Mother’s Last Dress)

La seconda: la lontananza dalla terra natia. La lontananza, come cantava Domenico Modugno, “è come il vento: spegne i fuochi piccoli . . . . accende quelli grandi”. È strano a dirsi. La lontananza ci ha permesso di apprezzare meglio luoghi e personaggi che, altrimenti, non avremmo neppure notato e di provare sentimenti, che altrimenti ci sarebbero stati sconosciuti.

Chiedo aiuto a Joseph Tusiani, per spiegare al meglio questo concetto.

Chi non ha mai messo piede fuori d’Italia

non sa cosa sia udire all’improvviso

un canto del paesello natio in terra straniera.

Ti si inumidiscono gli occhi;

ti passano davanti, come su uno schermo magico,

tutti i volti dei vecchi amici,

rivedi ogni pendio erboso, ogni vicoletto ripido,

senti e distingui le campane delle chiese

e passi il dito sull’occhio

per asciugare una lacrima senza vergognartene.

A New York, ogni giorno, Joseph Tusiani bacia la terra del suo Gargano, che conserva in un umile ma preziosissimo astuccio. E poi guarda il Gargano attraverso il telescopio della poesia.

Il subconscio le coglie 

una per una o tutte insieme 

le stupende onde del cosmo

che incomincia e in noi sconfina?

Non avrei altrimenti all’improvviso,

o mio Gargano, angelico Monte, 

voluto essere uccello e a te volare, 

io che rivederti non speravo.

Il telescopio della poesia che guarda anche San Marco in Lamis.

Se all’improvviso a San Marco apparissi

e in quel momento i conterranei miei,

tutti, ma proprio tutti, ancor dormissero,

cosa farei alle due del mattino,

anzi di notte, in una città morta?

“Ma sono all’improvviso morto anch’io,”

mi chiederei, “o sono forse il solo

superstite, mortale fortunato

ancora vivo dopo un gelo immane

che tutto sulla terra ha congelato?”

Non saprei a me stesso che rispondere

quando, ad un tratto, ad un cenno d’intesa,

balconi si aprirebbero e finestre

e porte e porticine di sottani,

e mille e mille voci udrei gridare:

“Joseph è qui! È arrivato Tusiani!”

E invece sono qui nella mia stanza,

come ogni giorno incapace di volo,

buono soltanto a sognare, a sognare.

MILANO E MARTINA FRANCA

Nel prossimo libro di Goffredo Palmerini (lui non lo sa ancora: è una sorpresa che preannuncio adesso a lui e al maestro Alberto Triola, direttore artistico del Festival della Valle d’Itria, che saluto) si parlerà di un figlio di un Martinese che, per il combinarsi delle combinazioni, visse a Milano, di cui ricorrerà il centenario il 30 ottobre 2019.

La mostra a lui dedicata illuminerà il Palazzo Reale dal 26 gennaio al 24 marzo 2019. Il suo nome è Paolo Grassi, fondatore del Piccolo Teatro di Milano insieme a Giorgio Strehler.

Paolo Grassi – che oltre a dirigere il Piccolo Teatro di Milano per 25 anni, fu sovrintendente della Scala dal 1972 al 1977, e presidente della RAI dal 1977 al 1980 – aveva una profonda cultura umanistica, “era democratico a misura europea…aveva mutuato dall’ambiente milanese la larghezza di vedute, il senso dell’organizzazione, la laboriosità, il timbro europeo dell’esistere e dell’operare…”. (Cfr. Michele Pizzigallo)

Paolo Grassi – carattere vigoroso, tenace nella realizzazione dei progetti, signorile nei modi – era figlio di un Martinese e legatissimo alla città dei trulli e al Festival della Valle d’Itria.

Vi leggo lo straordinario monito di Paolo Grassi al Festival della Valle d’Itria:

“Un’idea di fare teatro, in un modo diverso dagli altri, non vi servirà molto. Anzi, vi farà soffrire di più. Ma sarà anche il segno del vostro orgoglio. Portate con voi l’esempio di una moralità teatrale per un mondo migliore e più buono. Non dimenticatevi: in epoche oscure anche le luci più tenui brillano come stelle. E ricordatevi anche che, nonostante tutto, il Mondo non finisce qui. Che il Teatro non finisce qui”.

Vi leggo lo straordinario intento di Paolo Grassi:

“Io devo fare il teatro per cambiarlo, per farlo diventare un fatto d’arte, di civiltà, di cultura”.

MILANO E VINCI . . . . E MARTINA FRANCA

Teatro . . . . saluto il regista Marco Fragnelli. In occasione dei 500 anni di Leonardo da Vinci, che illumineranno Milano e Vinci con tantissimi eventi, ha progettato un meraviglioso spettacolo teatrale “LionArdo – dannatamente genio”. Per il combinarsi delle combinazioni, la prima rappresentazione andrà in scena a Martina Franca, il 6 aprile 2019, durante il Festival dell’Immagine.

“LionArdo – dannatamente genio” è un progetto che riguarda la “Nave-Mondo”, che sta andando alla deriva.

La sensazione di catastrofe imminente ci accompagna come uno zaino invisibile aggrappato alle spalle della civiltà. Ma non tutto è perduto, come ricordano l’arte, la poesia e la musica.

E, non solo un genio, uno dannatamente genio come LionArdo, ha il dovere di salvare la Nave-Mondo, ma anche noi.

“LionArdo – dannatamente genio” è un progetto pensato e realizzato interamente da giovani artisti, che non hanno paura di sporcarsi le mani raccontando i dolori del genere umano, che non smetteranno mai di cercarne l’anima raccontando la bellezza di ogni volto e indagando il timido incedere di un mezzo sorriso.

Concludo.

Sia lode e gloria a Goffredo Palmerini.

Sia lode e gloria a Goffredo Palmerini . . . . e mi approprio della definizione coniata dal nostro comune amico Franco Presicci . . . . viaggiatore instancabile, viaggiatore curioso, viaggiatore ansioso di scoprire le perle del mondo.

Goffredo Palmerini, viaggiatore instancabile e curioso, ansioso di scoprire le perle del mondo di Franco Presicci

A Milano la presentazione del suo libro “Grand Tour a volo d’Aquila”, giovedì 17 gennaio, con Hafez Haidar

di Franco Presicci *

MILANO, 13 gennaio 2019 – Un nuovo libro del giornalista e scrittore giramondo Goffredo Palmerini. S’intitola “Grand Tour a volo d’Aquila”, ed è ricco di cronache, commenti, personaggi, storie. Un libro interessante come i precedenti. Palmerini non delude mai. Le sue opere catturano l’attenzione e la tengono viva fino all’ultima pagina. L’ho sfogliato con l’intenzione di rimandare la lettura al giorno successivo, ma già i primi capitoli mi hanno preso e non mi sono più fermato: “L’Aquila, sette anni dopo il terremoto”; “Constantin Udroiu all’Accademia di Romania: la retrospettiva del grande artista scomparso”; “Una Radio per gli italiani a Londra”…; e poi le pagine su San Severo. Adoro quella città in provincia di Foggia, avendovi frequentato il liceo classico Matteo Tondi, che aveva pilastri come i docenti Casiglio, De Rogatis, Stoico, Ceci, e preside Mancini. Conoscevo bene figure, strade, monumenti, palazzi gentilizi, cinema, conventi, soprattutto quello confinante con la villa, rallegrata dagli urli di gioia dei bambini, che invadevano la cella di padre Matteo, che trascorreva le giornate tra meditazione e letture.

   Erano gli anni in cui Tommaso Fiore vinceva il Premio Viareggio con “Un popolo di formiche” e tempo dopo il figlio Vittore, giornalista e poeta, a San Severo, il Fraccacreta con “Ero nato sui mari del tonno”; Fernando Palazzi smaltiva la delusione per l’esito del Premio Viareggio, dove aveva partecipato con il romanzo “Rosetta”, senza essere sostenuto da quelli che lo avevano incoraggiato ad affrontarlo, e pubblicava la nuova edizione del suo vocabolario; a San Giovanni Rotondo prendeva corpo la “Casa Sollievo della Sofferenza,” tenacemente voluta da San Pio… Erano gli anni del miracolo economico, il Sud si salassava e la popolazione di Milano cresceva del 24,1 per cento e quella di Torino del 42,6.

   Con il suo stile scorrevole, efficace e godibile Palmerini delinea San Severo con brevi pennellate: “Un pregevole centro storico con importanti monumenti, che l’hanno fatta riconoscere città d’arte. San Severo è una bella città posta nel margine settentrionale della Puglia, tra il Gargano e il fiume Fortore, nella Capitanata – della quale a suo tempo fu capoluogo – laddove confluivano gli antichi tratturi della transumanza. Il centro storico, perimetrato dalle antiche mura urbiche, conserva l’intricato impianto viario medievale”…  E prosegue: “Bella e ampia la Cattedrale, con fonte battesimale duecentesco e notevoli tele del Settecento, d’influenza napoletana. Altro vanto della città è il Teatro municipale…”, dove quando c’ero io si esibirono fra i tanti il cantante partenopeo Giacomo Rondinella, che allora per molti era un divo; l’attore Guglielmo Inglese, gli studenti del locale liceo classico con “Mister Brandi”, una commedia scritta da un maestro elementare del luogo.

   In un capitolo di “Grand Tour” l’autore ricorda la XV edizione (svoltasi, come sempre a San Severo, nel 2016) del Premio giornalistico ispirato a Maria Grazia Cutuli, l’inviata del “Corriere della Sera” assassinata in Afghanistan il 19 novembre del 2001, sulla strada da Jalalabad a Kabul, assieme al collega del “Mundo” Julio Fuentes e a due inviati della Reuters. Ricorda il profilo professionale della giornalista, laurea in filosofia con il massimo dei voti e lode all’università di Catania, e del Premio, che, organizzato dal Centro culturale “Luigi Einaudi”, del luogo, ha il patrocinio dell’Unesco, dell’Unicef e della Regione Puglia; elenca i giornalisti che di quel riconoscimento sono stati insigniti, tra cui Hafez Haidar,” candidato al Premio Nobel per la Pace, giornalista, poeta e romanziere, docente di Lingua e Letteratura Araba presso l’università di Pavia, considerato uno dei maggiori studiosi delle religioni, libanese per nascita e italiano d’adozione…

   Suggerisco a tutti “Grand Tour”, che porta per mano il lettore attraverso più di 300 pagine. Nella sua presentazione Hafez Haidar dice che Goffredo “riesce a cogliere i benevoli frutti delle vicende degli uomini e delle donne e a mettere in risalto le loro opere di vita e di pensiero. In veste di ambasciatore della propria terra e di convinto sostenitore della necessità del dialogo e della benefica contaminazione culturale tra i popoli, ci presenta un’altra Italia, sorgente di luce e conoscenza per tutti coloro che amano il dialogo e credono nei valori fondanti della pace e dell’amore…”. Viaggiatore instancabile ed entusiasta, avido, curioso, ansioso di scoprire le bellezze del mondo e di esaltare la tenace volontà degli uomini di affermarsi ovunque si siano trapiantati, superando sacrifici e ostilità, ignorando insulti, il rifiuto, spesso il disprezzo. Palmerini ama andare verso l’altro.

Tiziana Grassi

“E’ uno dei figli più affermati e prestigiosi di quella terra meravigliosa, che è l’Abruzzo – parole di Tiziana Grassi nella prefazione -, coraggiosa e indomita verso cui lo scrittore riversa tutto il suo amore a partire dall’Aquila… Quel sentimento lo estende a tutto il nostro Paese, anzi il Belpaese, come lui lo chiama. “Con grande gioia esprimo, da aquilano, plauso ed emozione per l’Oscar conferito a Ennio Morricone dall’Academy of Motion Picture Arts and Sciences a Los Angeles per le musiche del film “The Hatefun Height” di Quentin Tarantino…Diverse volte Morricone è stato all’Aquila per dirigere applauditissimi concerti, nel giorno memorabile della cittadinanza onoraria, come nell’immediatezza del tragico terremoto del 2009 la sua visita alla città ferita”. Oltre che scrittore di grande qualità, Goffredo Palmerini è un cronista avvincente.

Galatone

   Dall’Aquila al Salento: colori, sapori e grazia di una terra di cultura. “Lasciato con mia moglie Metaponto, un mare di perla, e la vasta pineta litoranea alle nostre spalle, la superstrada jonica ci porta a Taranto, città ricca di storia, purtroppo ferita dai guasti ambientali di una grande industria siderurgica non ancora risanati…”. Durante il percorso, tra ulivi, vigneti, frutteti, avverte l’odore del mare già quando la strada sta per sfiorare la costa intorno a Porto Cesareo. Destinazione finale, Galatone. E’ stata la cultura a spingerlo sin lì: il Premio Galatone Arte e il Premio letterario “Città del Galateo”. Le espressioni dell’anima stimolano Palmerini a intraprendere viaggi vicini e lontani, oltre alle condizioni delle persone che per necessità hanno abbandonato la propria culla, pur rimanendogli legate come ricci allo scoglio. E per un’edizione speciale del Premio Antonio Zimei per agli Abruzzesi dell’anno all’estero, “a personalità che si sono particolarmente distinte onorando la propria terra d’origine”, corre a Pescara, e racconta la manifestazione e l’emozione che prova ogni volta che entra nella sala “La figlia di Jorio”, al primo piano del Palazzo “che insieme a quello del Comune fa da quinta a piazza Italia”.

United States Capitol Building, Washington, D.C. Aerial. The United States Capitol is the meeting place of the United States Congress, the legislature of the Federal government of the United States. Located in Washington, D.C., it sits atop Capitol Hill at the eastern end of the National Mall.

   I “reportages”, come quello dagli Stati Uniti (le tre intense giornate di Washington) sono il tessuto di “Grand Tour” di Palmerini, uomo colto, sensibile, generoso; giornalista scrupoloso, rispettoso dei dettagli; scrittore delicato, che si fa leggere con molto piacere. Pensa in auto, scrive in aereo, nella camera di un albergo, abbozza mentre pranza o cena al ristorante, a Little Italy o altrove, ovunque vada per un congresso, per incontri con letterati, pittori, scultori, politici, gente comune, raccogliendo storie da snocciolare in riviste e giornali anche esteri, come “La Gazzetta” brasiliana, “La Voce” canadese, “America Oggi” di New York ed altri ancora. Ha contatti con direttori di quotidiani e settimanali, capi di governo, luoghi… E’ ricco di esperienze e competenze; ha una gran voglia di fotografare i paradisi terrestri in cui s’imbatte mettendoli a disposizione degli amici e non solo. E’ abile come fotografo: usa l’obiettivo come un cacciatore d’immagini professionista.

   “Il libro è qui davanti a me – scrive Gianfranco Giustizieri – a pagina 322 di ‘Grand Tour’. La sensazione derivante dal fruscio delle pagine, l’odore della carta, il piacere personale di ritrovare la scrittura di Goffredo Palmerini nel suo ‘Italia nel cuore’, One Group Edizioni, l’Aquila 2017 in aggiunta alla bella manifestazione per la presentazione e l’occhio che si sofferma subito sulle pagine 181 e 182, prima di ogni altra lettura: il ricordo di Adolfo Calvisi. E’ un coinvolgimento immediato, emotivo e razionale…”. Scomparso a 98 anni all’Aquila, Calvisi era “un maestro nella scuola, nella politica e nelle istituzioni… Rigoroso, determinato nelle scelte… spiccata sensibilità nel campo sociale. Fu sindaco di Fossa, sua città natale, amministratore dell’Ospedale San Salvatore…”. Figura esemplare, come le altre che Goffredo Palmerini espone nelle sue opere. “Grand Tour a volo d’Aquila”, One Group Edizioni, verrà presentato a Milano il 17 gennaio, alle 18, presso la sala incontri dell’antica Caffetteria Passerini in via Spadari, in un evento dove oltre all’autore interverranno Angelo Dell’Appennino, Francesco Lenoci, Valentina Di Cesare, Hafez Haidar, scrittore e poeta, candidato al Premio Nobel per la Letteratura e già candidato al Nobel per la Pace. 

Franco Presicci

*giornalista