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GRAND TOUR A VOLO D’AQUILA, PRESENTAZIONE A L’AQUILA IL 5 DICEMBRE: DI HAFEZ HAIDAR LA PAGINA D’APERTURA DEL NUOVO LIBRO DI PALMERINI

È di Hafez Haidar, candidato al Nobel per la Letteratura, la pagina d’apertura del nuovo libro di Goffredo Palmerini.

L’AQUILA – Sarà presentato a L’Aquila nell’Aula magna del Gran Sasso Science Institute, il 5 dicembre 2018, il nuovo libro di Goffredo Palmerini “Grand Tour, a volo d’Aquila”, in corso di stampa per i tipi della One Group Edizioni. Dunque, ancora il Gran Sasso Science Institute (www.gssi.infn.it) l’editore sceglie per la presentazione del volume di Palmerini, testimonianza dell’orgogliosa attenzione verso la più recente Scuola Universitaria Superiore d’Italia. Riconosciuto due anni fa dallo Stato centro di alta formazione scientifica per studi di dottorato, il GSSI dell’Aquila è infatti la settima Scuola universitaria autonoma italiana, insieme alla Normale e alla Sant’Anna di Pisa, IUSS diPavia, SISSA di Trieste, SUM di Firenze e IMT di Lucca. Un’eccellenza il GSSI che insieme all’Università dell’Aquila esalta la vocazione del capoluogo d’Abruzzo come Città degli studi, della ricerca e dell’alta formazione.

Nel risvolto di copertina così annota Francesca Pompa, presidente delle Edizioni One Group: “Grand Tour a volo d’Aquila, un invito ad attraversare territori, a visitare luoghi e borghi, a scoprire scrigni d’arte, a conoscere persone, a vivere gli avvenimenti fino a sentirsi parte di questo universo in continuo divenire con al centro una città non più semisconosciuta, ma evocata in tutto il mondo e diventata patrimonio universale dopo quanto le accadde nel 2009. E’ l’abilità del vero narratore quella di farti viaggiare, come fa Goffredo Palmerini, attraverso la scrittura che diventa racconto e, pagina dopo pagina, apre a nuovi scenari. Le storie prendono forma e lasciano scorrere immagini che riflettono il tempo di cui sono protagoniste, oggi ma ancor più domani. Infatti, è nel tempo che libri come questo acquistano sempre più valore, quando la memoria diventa patrimonio della propria identità e restituisce, come un fiume in piena, l’apice di una Italia tratteggiata nelle sue peculiarità, nella sua capacità di meravigliare e di essere un’eterna avvincente scoperta”.

Anche quest’ultima fatica dello scrittore aquilano, un vero ambasciatore della più bella Italia nel mondo, si apre con due straordinari contributi: la pagina di Presentazione dello scrittore e poeta Hafez Haidar, già candidato al Premio Nobel per la Pace ed attualmente al Premio Nobel per la Letteratura,

Tiziana Grassi

e la Prefazione di Tiziana Grassi, giornalista e scrittrice, per molti anni autrice per la Rai di programmi culturali e di servizio. Con il consenso dell’editore One Group, qui di seguito si riporta il testo integrale dellaPresentazione, con la quale si apre il volume, scritta da Hafez Haidar, insigne personalità impegnata nel mondo sui temi della Pace e del dialogo tra religioni.

«Goffredo Palmeriniper anni amministratore civico a L’Aquila, è un giornalista poliedrico, versatile ed eclettico, uno scrittore esperto. Un vero missionario della cultura del dialogo, che si adopera incessantemente per tenere vivo il legame degli emigrati italiani (abruzzesi, in primis) sparsi nel mondo con la terra natia. Interessanti ed originali sono i suoi racconti, nei quali descrive con maestria e partecipazione i problemi degli emigrati e la loro lotta per un futuro migliore in una società lontana, spesso ostile, a volte ospitale. Fortunatamente gli sforzi compiuti, giorno dopo giorno, portano cambiamenti positivi, che il nostro scrittore presenta con orgoglio, soffermandosi a descrivere con dovizia di particolari e con occhi attenti i molteplici successi dei suoi conterranei che si sono contraddistinti per le proprie capacità e per l’incredibile spirito d’iniziativa.

Il caro amico Goffredo riesce a cogliere i benevoli frutti delle vicende degli uomini e delle donne e a mettere in risalto le loro opere di vita e di pensiero. In veste di ambasciatore della propria terra e di convinto sostenitore della necessità del dialogo e della benefica contaminazione culturale tra i popoli, ci presenta un’altra Italia, sorgente di luce e conoscenza per tutti coloro che amano il dialogo e credono nei valori fondanti della pace e dell’amore. Ancora una volta Goffredo si mostra infaticabile viaggiatore alla ricerca di notizie vecchie e nuove, spinto dall’intento precipuo di raccontare con un linguaggio scorrevole ed eloquente le meraviglie della natura e dell’uomo. Grazie ai suoi continui viaggi ed incontri, l’autore ci fa scoprire le bellezze e le ricchezze storiche ed artistiche di città famose, come Boston e New York, e di tanti luoghi incantevoli, autentici scrigni di splendore del Belpaese. Nonostante gli orizzonti completamente diversi, l’Italia rimane nel cuore di chi parte e di chi resta, al contempo punto di partenza e punto di arrivo dei suoi sentimenti.»


Hafez Haidar è scrittore e poeta di origine libanese (Baalbeck, 25 maggio 1953), ma da molti anni cittadino italiano. All’Università di Beirut ha studiato Filosofia greca ed araba. Trasferitosi in Italia, ha studiato all’Università Statale di Milano, dove si è laureato in Lettere Moderne e specializzato in Archivistica, Paleografia e Diplomatica con il massimo dei voti. Nel 1986, abbandonata la carriera diplomatica, si è dedicato all’insegnamento e alla scrittura, impegnandosi in un’intensa attività tesa a costruire collaborazioni tra popoli e culture, creando occasioni di conoscenza e di dialogo tra Cristianesimo e Islam. Attualmente insegna Lingua e Letteratura araba presso l’Università degli Studi di Pavia. Rilevante l’attività editoriale come romanziere, poeta, saggista e traduttore, ha pubblicato una trentina di libri per Mondadori, Piemme, Rizzoli, Bompiani, Fabbri, Tea, Guanda, Mondolibri ed altri editori. Per la sua attività culturale, mirata a favorire in campo internazionale il dialogo interreligioso e la convivenza pacifica tra popoli di culture diverse, è stato candidato al Premio Nobel per la Pace negli anni 2016 e 2017, e nel 2018 è candidato al Premio Nobel per la Letteratura. Considerato uno dei maggiori studiosi delle religioni monoteistiche a livello mondiale, è anche il massimo studioso di Khalil Gibran, per le cui opere – e per quelle di altri autori arabi – è stato traduttore e curatore delle edizioni in lingua italiana. La sua traduzione di Le mille e una notte, per la collana Oscar Mondadori, è diventato un best-seller, per molto tempo nelle prime posizioni della graduatoria delle vendite.

Orgoglio aquilano per i 90 anni di Mario Fratti – Goffredo Palmerini

Mercoledì 5 luglio. Con una meravigliosa giornata di sole e un cielo intenso d’azzurro, il coro austero dei monti e il verde dei boschi che circondano la sua conca, L’Aquila saluta l’arrivo da New York d’uno dei suoi figli più insigni e prestigiosi: Mario Fratti. Il grande drammaturgo, nato a L’Aquila il 5 luglio del 1927, è tornato nella città natale per festeggiare il suo 90° compleanno.

Mario Fratti è tornato nella sua citta natale, L’Aquila, che lo ha accolto a braccia aperte. Il drammaturgo ha accettato l’invito del Presidente del Consiglio Regionale d’Abruzzo, Giuseppe Di Pangrazio, raggiungendo l’Emiclico per l’omaggio che l’Ufficio di Presidenza dell’Assemblea legislativa abruzzese ha pensato di riservargli proprio nel giorno del suo 90° genetliaco.

Il primo impegno è l’intervista a tutto campo che egli rilascia a Giampaolo Arduini, capo dell’Ufficio Stampa, per le telecamere del Consiglio Regionale. Il drammaturgo aquilano, come sempre efficace, non si perde in giri di parole ed è netto nelle risposte. Una bella intervista. Alle 10 e mezza si va al 4° piano, per un incontro privato con il Presidente del Consiglio Regionale. Fratti si ferma un attimo per ammirare da una delle finestre del Palazzo la splendida facciata romanico-gotica della Basilica di Santa Maria di Collemaggio, tra le più preziose meraviglie architettoniche della città capoluogo d’Abruzzo, il monumento insigne dove Celestino V fu incoronato papa il 29 agosto 1294, annunciando l’istituzione della Perdonanza, il primo giubileo nella storia della Cristianità che da 723 anni si celebra aprendo la Porta Santa della basilica, dai Vespri del 28 a quelli del 29 agosto d’ogni anno.

“Benvenuto! Come la debbo chiamare? Professore?”, l’accoglie così il Presidente Di Pangrazio, andandogli incontro. “Presidente, chiamami Mario, tra abruzzesi diamoci del tu”, replica Fratti con un sorriso solare che gli illumina il volto, gli occhi cerulei e il pizzetto di barba bianca che, di profilo, tanto lo fa somigliare a Pirandello. E subito il dialogo lascia le felpate formalità istituzionali e diventa colloquio amichevole, che apre immediatamente alla conoscenza reciproca, alla confidenza, al racconto delle esperienze. E’ un ciclone di simpatia, Fratti. Travolgente. Empatico. Diretto. Una straordinaria capacità di dialogo e di chiarezza, la sua. Con lampi di parole e opinioni monde da ogni circonlocuzione illustra al Presidente Di Pangrazio, in risposta a puntuali domande – e al Consigliere Segretario Giorgio D’Ignazio che gli siede accanto -, il pensiero sull’America, la storia della singolare sua “emigrazione” a New York nel 1963, il suo amore per l’Italia – “…quando vedo la bandiera dell’Italia, mi commuovo!” -, il segreto del grande successo come scrittore che, con una modestia non comune, egli imputa per metà a semplice fortuna. E poi il valore del sorriso e del dialogo, specie nella politica, e della collaborazione per il bene comune.

Quindi l’amore per l’Abruzzo. E per L’Aquila, la sua città dove ha nitidi ricordi dei primi suoi venti anni, delle tragedie della dittatura fascista e dell’occupazione nazista, dei giovani 9 Martiri aquilani catturati e uccisi dai tedeschi, ai quali avrebbe potuto aggiungersi anche lui, se avesse accettato la sollecitazione dell’amico Giorgio Scimia.

Ne ha scritto un dramma di questa storia, parlando della sua “codardia”. Ha poi raccontato quegli anni terribili in un romanzo scritto negli anni Cinquanta, ma che nessun editore volle pubblicare per la sua crudezza. E’ uscito solo nel 2013 per Graus Edizioni, sotto il titolo “Diario Proibito. L’Aquila anni Quaranta”. Bastano appena una ventina di minuti perché Fratti si riveli a tutto tondo, nel suo pensiero letterario e politico, nella sua umanità, nel suoi valori di fondo. Con gli occhi sempre rivolti agli ultimi, ai diseredati, ai meno fortunati, alla libertà e alla giustizia. Ma dell’incontro con il Presidente del Consiglio Regionale la giovialità, la semplicità del tratto e il sorriso sono la cifra.

Sono quasi le 11, è l’ora di scendere nella Sala Pinacoteca “Benedetto Croce” per la cerimonia, il pubblico e la stampa attendono l’arrivo di Fratti con curiosità e interesse. L’evento, annunciato da giorni, ha riempito intere pagine di numerose testate abruzzesi e italiane, di agenzie internazionali e anche sulla stampa italiana all’estero. Alcuni registi ed autori di teatro sono venuti anche da lontano per abbracciarlo. Il Presidente Di Pangrazio invita il drammaturgo a sedere al centro, tra lui e il Consigliere D’Ignazio.

Porge all’illustre ospite il saluto dell’istituzione, con parole intense, per nulla di circostanza. Parla dei 90 anni dello scrittore che non pesano sul suo entusiasmo e la sua energia. Ricorda come nel 2007 Fratti venne all’Aquila per il suo 80° compleanno, vivendo la festa a sorpresa che il Comune e il TSA gli prepararono. Connotate d’orgoglio, di affetto, di stima profonda e di gratitudine le parole del Presidente, per l’onore che in ogni angolo del mondo Mario Fratti rende all’Abruzzo con il suo prestigio di drammaturgo, grazie alle sue opere tradotte in 21 lingue e rappresentate in oltre 600 teatri in tutti i continenti. Gli consegna quindi una Targa con un medaglione tondo di bronzo dov’è raffigurato il Guerriero di Capestrano – il re vestino Nevio Pompuledio, VI secolo a.C. – simbolo di libertà e dell’Abruzzo. Legge poi la pergamena che accompagna il riconoscimento.

a Mario Fratti,
drammaturgo insigne e docente universitario emerito
punto di riferimento della Cultura italiana negli Stati Uniti d’America
il Consiglio Regionale d’Abruzzo
in segno di ammirazione e gratitudine
per l’onore e il prestigio che in ogni angolo del mondo
Egli rende all’Abruzzo sua terra d’origine
L’Aquila, 5 luglio 2017
nel giorno del suo 90° Genetliaco

Il Presidente del Consiglio Regionale
Arch. Giuseppe Di Pangrazio

“Non è né l’unico, né l’ultimo riconoscimento – aggiunge Di Pangrazio -, basti questo a far comprendere che il Consiglio sta ragionando su ulteriori iniziative per rendere onore ai meriti dello scrittore. Chi vuole intendere…”, lasciando capire che l’Assemblea abruzzese si va orientando nella decisione di concedere la più alta onorificenza regionale al grande drammaturgo aquilano. Ha infine concluso affermando che “questo è un giorno straordinario, carico di emozioni. Per la comunità abruzzese è un onore reale, forte, avere tra noi Mario Fratti, è un simbolo per la nostra terra!”. Lo scrittore, toccato dall’emozione, ma con il grande sorriso aperto, afferma: “Sono felicissimo di essere tra la mia gente, nella mia città dove sono nato 90 anni fa. Mi sento amato e rispettato, forse per la mia cordialità e positività. Cerco di costruire un futuro migliore. Nelle mie opere, contrariamente a certi film o drammi teatrali dove non si capisce mai come finiscono, c’è sempre una conclusione positiva e chiara. Secondo me il dovere principale di un autore è proprio questo. Il sorriso mi ha aiutato tutta la vita a parlare con tutti. Rompe la diffidenza, aiuta a dialogare anche con chi ha un’avversione. Io credo nell’Uomo, nonostante l’uomo. Credo nell’Uomo…, nonostante Trump! La mia qualità è l’essere sempre ottimista e persistente. Quando parlo con i giovani, li invito ad essere persistenti. Anche quando si hanno sconfitte bisogna persistere, perché arriverà il momento del trionfo. Essere ottimisti e impegnarsi, le cose miglioreranno. Sono anche felice perché ho visto che L’Aquila sta rinascendo. Ieri pomeriggio ho fatto una passeggiata nel centro storico. Ho visto la mia casa in via Cembalo de’ Colantoni, i lavori non sono cominciati, ma molti cantieri in città sono all’opera e la ricostruzione procede spedita. Anche quando ho visto case lacerate, ho avuto gioia al pensiero che presto saranno restaurate. Vuol dire che gli amministratori stanno lavorando bene. In America si parla bene dell’Aquila, la percezione è positiva, c’è simpatia dopo un terremoto disastroso. Abbiamo cercato di portare il nostro aiuto. L’Aquila rinascerà, avremo una città molto più bella di prima!”

Il presidente Di Pangrazio chiama infine chi scrive a portare una testimonianza. Cerco con poche parole di dare un tratto della personalità dello scrittore e della sua sensibilità umana, aperta ai valori positivi, all’attenzione verso gli umili, alla pace. “Non è ora l’occasione per parlare del drammaturgo e delle sue opere, se ne trova ampio riferimento in quanto s’è scritto anche in questi giorni su tutta la stampa abruzzese, italiana e anche all’estero, dagli Stati Uniti al Brasile, dall’Argentina alla Svizzera e oltre. Voglio invece annotare come Mario Fratti, con la sua semplicità e bonomia, dà il senso di come stare bene nel mondo. Chiunque l’abbia visto nel suo ambiente, a New York, ha avuto la percezione immediata della considerazione e del prestigio di cui gode questo straordinario ambasciatore dell’Abruzzo, dell’Aquila e della cultura italiana nel mondo. Lì a New York basta solo dire Mario perché si sappia già che si parla di Mario Fratti. Una relazione non costruita e senza orpelli lui ha con le più alte personalità ma anche con l’homeless, con il senzatetto che chiede per strada l’elemosina, cui non solo egli dà il suo aiuto ma anche una parola di saluto e d’incoraggiamento.

Diceva bene il Presidente Di Pangrazio, cui va il merito insieme all’Ufficio di Presidenza per questa memorabile giornata: Mario rende migliore il mondo e l’Umanità con le sue opere. Lo credo anch’io che ci sia un quid in più nelle sue opere e nella sua scrittura teatrale, ma sopra tutto nel suo modo di vivere, sempre con l’attenzione rivolta verso ogni essere umano. C’è in fondo un nuovo umanesimo in tutta la quotidianità della sua esistenza. Fratti accende speranze. Ha entusiasmato L’Aquila e il Consiglio Regionale. E’ uno dei figli d’Abruzzo davvero straordinario.” Ha dunque ragione, Mario Fratti, quando dice che tutti possiamo migliorare un po’ il mondo e l’umanità. Ciascuno facendo con amore e passione la propria parte. C’è da credergli.

 

 

Grande pubblico all’inaugurazione del centro polifunzionale di Camarda

Massimo Cialente e Donato Scipioni al taglio del nastro

 L’audiomessaggio di Gianna Nannini, le testimonianze dei donatori, il saluto del sindaco Cialente

di Franco Ricci * . E’ stato inaugurato sabato scorso il Centro Polifunzionale “Insieme per Camarda”, progettato dall’architetto Cinzia Carrozzi e dal geometra Carlo Cipriani. Un’opera importante per la piccola frazione aquilana alle falde del Gran Sasso, realizzata con le donazioni dall’Italia e dall’estero dopo il terremoto del 2009. Questo importante obiettivo è stato raggiunto grazie all’impegno di Donato Scipioni, presidente dell’Associazione onlus “Insieme per Camarda”, al lavoro di tutti i componenti del Consiglio di Amministrazione e all’impegno dell’arch. Carrozzi, che è andata ben oltre i suoi doveri di progettista. E’ stata una bella giornata di festa, baciata dal sole, con i monti verdi d’Abruzzo a contorno, caratterizzata da buon umore, gioia, gentilezza e fierezza dei partecipanti. Il Centro è situato alle pendici occidentali del Gran Sasso, lungo la strada statale 17 bis che sale alla base della Funivia e poi fino a Campo Imperatore. Grazie all’impegno degli organizzatori, è stata coinvolta una cittadinanza numerosa ed entusiasta.

Ora, finalmente, tutti gli abitanti di Camarda e zone limitrofe potranno disporre di una nuova efficiente struttura per la comunità, bella, moderna ed accogliente, che ospiterà numerose attività aperte agli abitanti del territorio. Il Centro ospiterà diverse iniziative a carattere sociale e culturale come mostre, congressi, concerti, convegni, corsi di formazione e aggiornamento. Ed ha l’obiettivo di proporsi alla cittadinanza come luogo d’incontro, di aggregazione e nascita di nuove progettualità sociali e associative, integrandosi con l’area circostante. Vi si promuoveranno attività orientate ad un’ottica di benessere per i giovani del territorio, sempre pronti alle nuove iniziative culturali. Alla cerimonia erano presenti, accanto agli esponenti dell’Associazione “Insieme per Camarda”, il Sindaco dell’Aquila Massimo Cialente, l’assessore alla ricostruzione Pietro Di Stefano, l’ex assessore comunale Pasquale Corriere, dal Canada il prof. Franco Ricci e Berardino Carrozzi (ITAL-UIM), il Cav. Enzo Alloggia dalla Svizzera, Dino Scipioni dal Belgio, la progettista Cinzia Carrozzi e rappresentanti delle varie associazioni che hanno contribuito alla realizzazione dell’opera.

Siamo felici di aver inaugurato questa nuova struttura – ha commentato Donato Scipioni un’opera fondamentale per la nostra comunità. Da oggi il nostro piccolo borgo potrà finalmente avere un luogo di socialità, di aggregazione o più semplicemente uno spazio a disposizione della comunità. È con orgoglio che sono qui a presentare a voi tutti il nostro ed il vostro Centro Polifunzionale, con orgoglio non tanto per quanto noi abbiamo fatto, ma soprattutto per ciò che voi tutti avete fatto e per quanto ci avete permesso di realizzare, orgoglioso del cuore degli abruzzesi e degli italiani. Siamo semplicemente felici per quanto realizzato finora, anche se il progetto si è dovuto ridimensionare. La volontà di “fare” per la comunità è stata più forte degli ostacoli e ci ha portato ad impegnarci ben oltre le nostre disponibilità economiche, grazie anche a chi ha creduto in noi e ha lavorato con la sola promessa di essere pagato. Un ringraziamento a quanti hanno contribuito a rendere possibile tutto ciò credendo in noi, iniziando da Gianna Nannini che ha dato il LA a questo progetto, alla progettista Cinzia Carrozzi, a Nello Scipioni e Franco Ricci, a Berardino Carrozzi, al Cav. Enzo Alloggia, a tutte le associazioni di emigrati in Canada, Svizzera e Germania, al MASCI, a Liliana Lacana, al Gruppo del Ministero dei Trasporti, a Pasquale Corriere, a Mario Cavalcante, a Ivo D’Angelo e a tutti i Camardesi che si sono adoperati per aiutarci. Grazie a tutti. Spero che questo rapporto che si è creato possa continuare per farci migliorare. Grazie di nuovo a tutti.”

La giornata inaugurale, aperta dall’audiomessaggio di Gianna Nannini – che avrebbe voluto essere presente e invece è rimasta bloccata a Londra per il sistema informatico dell’aeroporto andato in tilt -, ha visto l’intervento delle autorità locali, il taglio del nastro da parte del sindaco Massimo Cialente e il saluto del dirigente tecnico del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga. Brevi interventi anche da parte dei rappresentanti dei donatori che hanno contribuito a finanziare l’opera: Franco Ricci, quale presidente del Comitato per la racconta fondi tra la comunità italiana di Ottawa, il cav. Enzo Alloggia, coordinatore degli aiuti dalla Svizzera, Goffredo Palmerini incaricato a portare il saluto del prof. Angelo Di Ianni, presidente del Comitato raccolta fondi tra la comunità italiana di Hamilton in Canada, il presidente del Comitato del Canton Ticino e il rappresentante del MASCI.

Il primo cittadino, che ha voluto richiamare la complessità dell’iter autorizzativo dell’opera, ha dichiarato che l’operazione è stata resa possibile grazie ai provvedimenti di sistemazione urbanistica adottati dalla Giunta comunale, che hanno permesso l’acquisizione dell’area. La nuova struttura è stata realizzata per offrire alla cittadinanza occasioni d’incontro, dibattito e animazione, magari anche attraverso la sperimentazione di nuove forme di promozione sociale, offrendosi come punto di riferimento per enti ed associazioni che operano sul territorio comunale. Fondamentale per la riuscita della cerimonia inaugurale la collaborazione dell’Associazione culturale “Il Treo, presente con il suo presidente Walter Scipioni, e del Gruppo Alpini Valleverde di Camarda con il capogruppo Antonio Spagnoli. Dopo il taglio del nastro e gli interventi di saluto don Nelson Callegari, parroco di Camarda, ha impartito la benedizione alla struttura.

Non va dimenticato che le Associazioni degli Abruzzesi all’estero si mobilitarono immediatamente, dopo il 6 aprile 2009, in una gara di solidarietà per sostenere le popolazioni colpite dal terremoto. Spinti dall’amore per la loro terra d’origine, subito vollero dare una mano attivandosi nella raccolta di fondi a favore degli abitanti dei centri colpiti. Numeroso è l’elenco delle associazioni abruzzesi di Svizzera, Germania, Belgio e Canada, come dei singoli donatori, tutti elencati su una Targa affissa all’interno della struttura. Va ricordato, in particolare, il Centro Abruzzese Canadese di Ottawa, il suo presidente Nello Scipioni ed il Chair del Comitato Raccolta Fondi per i Terremotati, prof. Franco Ricci, il quale nel suo intervento ha espresso gli auguri del presidente del Centro Abruzzese e del Comitato. Ricci ha ricordato l’impegno della comunità italiana di Ottawa, che ha generosamente donato per fare fronte all’emergenza del terremoto aquilano. Ha peraltro sottolineato l’importante opera sociale che proprio un figlio di Camarda, Nello Scipioni, rende all’intera comunità italiana di Ottawa, tanto da essere stato scelto ed insignito come Uomo dell’Anno 2017 dal Comites della capitale canadese. Sono seguiti caldi e generosi applausi.

Alla cerimonia è stata forzatamente assente Gianna Nannini. Grazie a lei e alle colleghe “Amiche per l’Abruzzo” fu raccolta gran parte dei fondi necessari alla realizzazione della struttura. La popolare cantante è rimasta bloccata all’aeroporto londinese di Heathrow a causa d’un guasto informatico al server della British Airways. Comunque, non è del tutto mancata all’appuntamento, avendo inviato un affettuoso messaggio d’augurio registrato e trasmesso a tutti i presenti. A completare la magnifica giornata un gustoso buffet di specialità gastronomiche locali, di preparazioni dolciarie tipiche, di ottimo vino e d’un eccellente spumante italiano. Un complesso musicale ha brillantemente accompagnato la serata di festa.

* presidente Comitato Raccolta Fondi pro Terremotati L’Aquila

“Le radici e le ali” di Goffredo Palmerini: pregi umani della nostra Italia nel mondo

L’AQUILA – 21 marzo: primo giorno di primavera! È bello battezzare nel dì in cui si festeggia anche la poesia l’ultimo libro “nato” di Goffredo Palmerini, Le radici e le ali, che bene si conforma ai tempi moderni! Perché, proprio come accade in ambito di natalità infantile dove l’esame ecografico permette di godere della visione del nascituro molto prima della nascita effettiva, altrettanto, grazie ai social network, è accaduto a questo splendido sesto volume di Palmerini, edito dalla One Group dell’Aquila: da mesi, Facebook, nell’annunciare in anteprima la nascita del volume, ha pubblicizzato la bella copertina realizzata da Laura Ruggeri e da Elisabetta Santini; poi ha indicato i probabili tempi editoriali e addirittura, prima ancora che uscisse il libro in cartaceo, ha diffuso le prime recensioni, tra cui quella ben composita di Domenico Logozzo! I miracoli belli del progresso e della comunicazione!

  Ciò detto, tuttavia, a onor del vero avrei voluto essere il correttore di bozze di questo lavoro, non perché ci fossero refusi, che è pressoché perfetto, ma per poterlo leggere e assaporare in cartaceo con tutta la calma necessaria. Mi sono trovata invece di fronte ad una regale tavola imbandita, le cui delizie ho potuto solo assaggiare. Fuor di metafora: il libro è bellissimo e godibile sotto tutti i punti di vista: stilistico (narrativo oltre che descrittivo-relazionale), contenutistico (ha una miniera di notizie, le più disparate), iconografico (con 290 immagini magistralmente inserite dal grafico della One Group Duilio Chilante, non a corredo ma parte integrante dei 67 interventi che contiene). Goffredo, infatti, non utilizza il solo senso della vista nel rappresentare paesaggi, città, itinerari, persone, eventi; egli accompagna il lettore facendogli rivivere immagini e sensazioni con pacatezza, con partecipazione d’animo, con sentimento, con gradevole senso estetico, così che talvolta il respiro dello scrittore va oltre la veridicità del giornalista. Ecco solo un brevissimo passo, uno dei tanti che impreziosiscono il volume, in cui Goffredo racconta il suo viaggio verso Marcinelle:
«È una bella giornata di sole, di quelle tiepide, come promettono le incipienti ottobrate romane che tanto intrigarono Ottorino Respighi. Man mano che l’aereo guadagna il nord s’increspano nuvole candide e cirri, disegnando al suolo arabeschi d’ombre lungo la costa toscana e sulla campagna frammentata di colture cangianti, nelle tonalità del verde e della terra di Siena. […] Pochi minuti per raggiungere la stazione di Charleroi Sud, di fronte alla quale c’è l’albergo dove alloggiamo. In quella stazione, nel secondo dopoguerra, stipati convogli assecondavano il sogno di futuro di centinaia di migliaia di nostri emigrati, specie del meridione d’Italia, per calarli nelle nere viscere della terra ad estrarre carbone. Una fetta cospicua di questa emigrazione era abruzzese» (pp.101-102).
  Il libro è ben strutturato anche sotto il profilo tipografico-editoriale: si apre con un comodo e chiaro indice degli argomenti, bene introdotti immediatamente dopo da due importanti contributi, rispettivamente di Mario Fratti e di Lucia Patrizio Gunning, e da una nota esplicativa dell’autore. Seguono 55 reportage dall’Italia e dal mondo, collocati secondo l’ordine cronologico tra 31 gennaio 2013 e il 24 settembre 2014; lo arricchiscono un’esaustiva appendice che raccoglie a mo’ di continuità con il volume precedente  nove tra “note” e “recensioni” su L’Italia dei sogni, un elenco delle testate giornalistiche che nel mondo hanno pubblicato e pubblicano gli scritti di Palmerini, e poi le testate on line rispettivamente italiane, abruzzesi, le agenzie internazionali, i quotidiani e i periodici. Lo concludono un completo e utilissimo indice dei nomi e i ringraziamenti a persone e ad enti per le foto ricevute.
Ma, quanto, per questa “presentazione”, avrei preferito scorrere in cartaceo, piuttosto che in pdf, le 337 pagine del libro Le radici e le ali ancora caldo di stampa! Esigenze comunicative, che tolgono, almeno alla “prima” presentazione, il piacere della lettura, il piacere del testo, come recita il titolo di un prezioso libretto di Roland Barthes. Ma, già Herman Hesse, premio Nobel del 1946, lamentava che «l’uomo non sa più leggere»! Chissà, forse anche perché la scrittura dilaga e il tempo diminuisce! E se fosse anche vero che il ruolo del presentatore è quello di soffermarsi alla superficie delle cose, è vero altrettanto che della superficie si colgono gli aspetti migliori se se ne conosce anche la profondità.
Comunque, di fronte ai libri di Palmerini, illustre «membro dell’Osservatorio per l’Emigrazione della Regione Abruzzo, nonché vero e proprio punto di riferimento per tanti abruzzesi all’estero», come correttamente lo definisce la giornalista televisiva Benedetta Rinaldi, il nostro è un “confermare”- che tuttavia non è mai un ripetere- qualità e in genere contenuti che caratterizzano questo come i libri precedenti di Goffredo, perché una fitta rete di collegamenti si stabilisce non solo tra i reportage contenuti in ciascun libro, ma addirittura tra questi e quelli presenti nei libri precedenti, concepiti tutti seguendo la successione dei vari avvenimenti ai quali Palmerini ha partecipato. Era il 2007 quando Goffredo ha esordito con il suo primo annale: Oltre confine; a cui è seguito, nel 2008, Abruzzo Gran riserva: entrambi editi presso la Libreria Colacchi dell’Aquila. Sono poi usciti: L’Aquila nel mondo (2010, L’altra Italia (2011), L’Italia dei sogni (2013) e finalmente Le radici e le ali, tutti pubblicati presso l’aquilana One Group.
Le radici e le ali: un titolo annunciato. Francesco Lenoci, docente dell’Università Cattolica di Milano, nella splendida presentazione dell’Italia dei Sogni riportata nel libro che oggi si presenta, ricorda come Palmerini in quel testo avesse già dichiarato che due sono le cose importanti della vita: le radici e le ali. Le radici, ferme e salde al vasto tema dell’emigrazione, hanno alimentato il grosso e ricco albero della migrazione abruzzese e italiana nel mondo, che di volume in volume ha sviluppato verso alti orizzonti le vivaci propaggini dei rami fino a mettere le ali. Ma il volo resta un volo a tutto tondo, che si allarga, si amplia, soprattutto, in questo caso, si eleva sondando e respirando più alte mete culturali e accademiche, come vedremo, senza mai perdere tuttavia di vista l’orizzonte entro cui è chiamato a volare. È un mondo sferico, all’interno di una superficie, meglio ancora, di un “volume” ben definito: quello che lega gli Italiani e la italianità dentro e soprattutto fuori i confini dello Stato.
E la dedica del libro «a tutti i bambini migranti» costituisce, già da sola, radice e ali: essa abbraccia storia passata, presente, futura in ambito di umanità, di solidarietà, di amore, di speranza, di problematicità, di educazione e di cultura per un mondo migliore. «A tutti i bambini migranti»: una realtà cruda e dolorosa di ieri che quotidianamente e drammaticamente si rinnova ai nostri giorni; una realtà, che con tutti i dovuti distinguo sociali, politici, religiosi, territoriali, antropologici, che sia normale emigrazione o esodo senza fine, è una realtà che resta invariata nel tempo sotto il profilo del trauma fisico e psicologico, perché la carne e l’animo di qualunque bambino del mondo, a qualsivoglia epoca si riferisca, sono carne ed animo innocenti.
E, a conferma della continuità tra i vari volumi, tra i vari “annali”, pur apprezzando le belle parole dei tanti che hanno commentato e riflettuto sui vari libri di Palmerini, faccio mie e mi piace qui ricordare, perché le trovo molto calzanti anche per il volume che oggi si presenta, quelle che Errico Centofanti ha scritto con compiutezza e concisione nella prefazione a L’Italia dei sogni (pag. 8):
«Adempie a una funzione di straordinario spessore il lavoro che Goffredo Palmerini svolge da anni mediante la diffusione di notizie attraverso il circuito mondiale di contatti da lui costruito con appassionata meticolosità. Non si tratta di un’attività da agenzia di stampa. Goffredo produce reportages dettagliati, precisi, accuratamente documentati, su avvenimenti e persone di entrambi i fronti: parla delle cose italiane che possono suscitare l’interesse di chi vive altrove e a noi racconta quel che mai verremmo a sapere di quell’altra Italia fatta di decine di milioni di uomini e donne che vivono all’estero e nelle cui arterie scorre sangue d’origine italiana. Quei reportages circolano in Italia e in dozzine d’altri Paesi attraverso la rete internet, entrano nelle case e nelle sedi di associazioni, vengono ripresi da testate on line e cartacee, dando luogo a un incrocio di informazioni e riflessioni con cui si accrescono ogni giorno la consapevolezza della realtà e l’attitudine a sviluppare fattori di progresso. […] Così, lentamente ma senza tregua, giorno dopo giorno, Goffredo va irrobustendo il ponte di cui v’è necessità per scavalcare quel burrone di reciproca indifferenza che decenni di disinformazione e cattiva informazione hanno scavato tra gli italiani d’Italia e gli italiani dell’Italia fuori d’Italia».
È noto che la migrazione nasce e accompagna da sempre l’uomo, tanto che già prima dell’anno Mille il geografo e storico arabo di Persia Ibn al-Faqīh nel Libro dei paesi scrive: «Non vi spaventi l’esser lontani dalla patria se lontani trovate mezzi di sussistenza, non vi affligga la separazione se vi permette di incontrare degli agi, perché ben più terribile dell’esilio è la povertà, e la compagnia della ricchezza ben più dolce di quella del paese natale […].La povertà in patria è come un esilio, la fortuna nell’esilio è come una patria»1. Una riflessione analoga a quella del «poeta del piccone e della pala» Pascal D’Angelo, il quale, partito da Introdacqua verso America nei primi anni del ‘900, malgrado i tanti sacrifici cui fu sottoposto, non rinunciò al sogno americano, convinto che «da qualche parte in quella sconfinata nazione … avrebbe trovato la luce», come ricorda Palmerini nel relazionare sulla cerimonia inaugurale del Museo Regionale dell’Emigrante di Introdacqua a lui intitolato. Ma è anche vero che con l’acquisizione di sempre maggiori diritti da parte dell’uomo, con l’incremento dell’istruzione e della cultura, con il progresso e lo sviluppo della scienza, delle comunicazioni e dei trasporti, con il miglioramento delle economie nazionali a cui tanto hanno contribuito anche le “rimesse” degli emigranti, con lo sviluppo delle stesse politiche nazionali e internazionali, e ancora con lo sviluppo delle ricerche antropologiche, dei cultural studies che hanno valorizzato la letteratura della testimonianza e dell’emigrazione, l’esigenza di una più stretta collaborazione tra terre d’immigrazione e patrie di provenienza si è fatta più forte. E sotto questo profilo, purtroppo, forse l’ultima a comprendere quanto proficua possa essere la cooperazione tra Stato e i propri concittadini all’estero è proprio l’Italia, come tristemente testimonia, in questo libro, l’articolo che riproduce anche l’amara lettera di risposta del presidente dell’Associazione Abruzzese in Svezia, Luciano Mastracci all’ex presidente della Regione Abruzzo il quale, lamentando le spese dei viaggi (definite “gite”) dei rappresentanti del Cram, non aveva mai sovvenzionato le varie Associazioni.
È qui il merito basilare di Goffredo Palmerini. Come ebbi a dire nel 2009 nel presentare Abruzzo Gran Riserva, egli, nel ruolo di componente del Consiglio Regionale Abruzzesi nel Mondo (CRAM), poteva tacere o riassumere in brevi e concisi ragguagli – come solitamente era accaduto prima di lui – gli incontri, le manifestazioni, gli eventi che in Abruzzo e perlopiù all’estero lo vedevano attivo e presente. E invece, oltre a tessere e a consolidare i legami con le comunità abruzzesi nei paesi stranieri, Goffredo ha sentito da subito l’esigenza di trasmettere questa sua esperienza raccontando poco o nulla di sé e tanto delle persone incontrate e conosciute; degli abruzzesi nel mondo – che non oseremmo più chiamare emigranti (non lo amano neanche loro), ben integrati come sono spesso da più generazioni nei territori che li hanno ospitati e fatti crescere in senso lato -; quindi, delle loro qualità e delle loro più disparate professioni, degli eventi, degli accadimenti, degli incontri, delle mostre, dei premi ricevuti, degli anniversari che li vedono protagonisti. E testimonianza della loro progressiva evoluzione umana e professionale, sempre più elevata, colta, accademica è quella che di volume in volume si consolida nei reportage di Goffredo Palmerini, nei quali si apprezzano le qualità dello scrittore odeporico, dello storico, del dettagliato relatore, del critico partecipe, del biografo, il tutto ingentilito da grande sensibilità d’animo e profonda umanità.
Qualità, queste ultime nominate, che si apprezzano in particolar modo nelle intense pagine dedicate alle persone scomparse: l’onorevole Alberto Aiardi di Teramo, vice presidente nazionale dell’ANFE per volere della sempre eccellente Maria Agamben Federici fondatrice dell’Associazione, della quale Palmerini non si stanca mai di tessere le meritate lodi; Giovanni Margiotta, il «determinato, tenace, schietto generoso, dotato di grande carisma» Presidente della Federazione degli Abruzzesi in Venezuela; il passionista Umberto Palmerini, del quale Goffredo tesse la storia della vita: l’infanzia, gli studi, l’attività di redattore dell’«Eco di San Gabriele», il ruolo di Rettore del Santuario e l’impegno profuso, l’incontro, lì, con Papa Giovanni Paolo II; il pittore rumeno Constantin Udroiu, amico dell’Aquila e degli aquilani; in fine l’amico musicista Luciano Mastracci, «figlio appassionato della sua terra d’Abruzzo» a Stoccolma dove la rappresentava, del quale Palmerini stila una toccante biografia di affetti.
Nel testo in oggetto, radici vive sono ben “impiantate” nel venerando ultranovantenne drammaturgo, scrittore e poeta aquilano, l’attivissimo Mario Fratti, emigrante colto, partito per l’America nel 1963 con in tasca una laurea in lingue; oggi amico fraterno di Goffredo, guida nei suoi viaggi americani, autore della presentazione di questo libro, ma costantemente presente nel volume per i premi ricevuti, i libri presentati, gli spettacoli teatrali rappresentati in varie città italiane ed estere. Non posso qui non ricordare la vivace mobilità del suo sguardo ceruleo e la giovanile tempra con cui ha dominato la splendida serata della presentazione, presso l’Università dell’Aquila, della silloge poetica Volti.
E radice “spiritualmente” sempre viva è la già ricordata Maria Agamben Federici, la prima donna che ebbe caro il destino degli emigranti e di ciò che sarebbe stato di coloro che rimanevano, fondatrice, nel 1947, dell’Associazione Nazionale Famiglie Emigranti (ANFE) poi ereditata da un altro venerando, Serafino Patrizio, la cui figliola, Lucia Patrizio Gunning, è la prefatrice del volume che oggi si presenta oltre ad essere, essendo sposata all’architetto designer londinese Barnaby Gunning, rappresentante dell’ANFE in Gran Bretagna. Dalle radici alla pianta, prima che alle ali, si potrebbe dire in questo caso. Anche Lucia, neo laureata in lingue, si è trasferita negli anni ’80 dall’Italia a Londra, dove ha conseguito il dottorato e ha trovato l’amore della vita. Ma, neanche per scherzo parlerei in questo caso di emigrazione! Casomai di buono o severo tirocinio di vita e di specializzazione della lingua. Il programma Erasmus, che promuove la mobilità studentesca all’interno dell’Unione Europea, sempre più valorizzato dalle Istituzioni, dovrebbe essere esteso a tutti i giovani, le cui esperienze all’estero, in un’Europa unita e colta dovrebbero essere pane quotidiano, per ampliare le conoscere e per comprendere, comparando e valutando i pro e contro di quanto si ha e non si ha in Italia, che la perfezione non è di nessun Paese e che solo osservazione e collaborazione sviluppano il reciproco miglioramento. Una testimonia positiva della rete di relazioni tra popoli è data proprio dall’interesse creativo del marito di Lucia, Barnaby Gunning, con il progetto per la ricostruzione tridimensionale dell’Aquila, “L’Aquila 3D”, già attestato nell’Altra Italia, arricchitosi ora del progetto “Noi L’Aquila”, ed esportati entrambi negli States: in un servizio dettagliato, tutto da leggere, Goffredo mette tra l’altro in evidenza l’immediato amore per la città dell’Aquila nutrito da subito dal giovane londinese tanto da sentirsi pienamente coinvolto, dopo il tragico sisma del 2009, nel progetto di ricostruzione della città, fino a rendere complici dei suoi piani anche gli atenei americani.
Insieme a Lucia Patrizio e a Barnaby Gunning, un’altra voce colta e ricorrente nel volume è quella di Tiziana Grassi: «bella partnership professionale […] in questi ultimi anni»; e ancora: «straordinaria studiosa di migrazioni, autrice colta e raffinata» scrive Palmerini nell’aprire il suo volume con una ricca, corposa e dettagliata esposizione sulla presentazione presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma del libro Anatomia degli invisibili della brava giornalista RAI di Taranto, vincitrice tra l’altro del Premio speciale per l’impegno civile “Spoleto festival Art 2013”, motore e anima, quale direttrice del progetto editoriale del monumentale Dizionario Enciclopedico delle Migrazioni Italiane nel Mondo, argomenti tutti sui quali puntualmente Palmerini scrive. E con Tiziana Grassi e la sua città natale di Taranto, la Puglia tutta, terra di emigrazione, di ricche tradizioni, di riti religiosi, di cultura, di singolari e varie bellezze di luoghi, di personalità famose come Al Bano, una Puglia internazionale è ancora oggetto di scrupolosa attenzione in due corposi saggi a due mani di Goffredo e di Tiziana, con interviste ed interventi a e di altre autorevolissime personalità della cultura in varie università e persino presso Senato.
Una speciale attenzione è riservata all’aquilana Laura Benedetti, Direttore di Studi Italiani alla Georgetown University di Washington. Palmerini relaziona con viva partecipazione sulla cerimonia del prestigioso riconoscimento che le viene conferito dall’Organizzazione Nazionale Donne Italo Americane Three wise women, stilando una dettagliata descrizione dei luoghi, una minuziosa bio-bibliografia, ripercorrendo dalle origini la storia della Organizzazione, la sua composizione, elencando le donne precedentemente premiate a sigillo dell’orgoglio sincero sia per la comunità italiana in America sia per l’onore che le donne italo-americane rendono al Paese delle loro radici. Palmerini non manca di evidenziare la costante presenza all’Aquila della Benedetti con i suoi allievi, i convegni organizzati, le relazioni che ella ha intessuto negli anni con il Dipartimento di Scienze Umane dell’ateneo aquilano.
Il volume, che tra gli ambiti disciplinari toccati vede la letteratura ampiamente rappresentata, non poteva tacere su due altre salde “radici”: se a John Fante, lo scrittore americano di origini abruzzesi oggi osannato anche in Italia – ma inizialmente interpretato nella sua più vera profondità da quello splendido poeta e scrittore maledetto americano di origini tedesche che è il grande Charles Bukowski – la natia terra paterna di Torricella Peligna dedica meritatamente un festival letterario interdisciplinare, il romanzo La Rappresaglia, di un’altra grande scrittrice aquilana del ‘900, Laudonia Bonanni, approda finalmente in America tradotto in lingua inglese da due studiose americane della Princeton University, Susan Stewart e Sara Teardo, che hanno così concretizzato un desiderio della scrittrice rimasto strozzato sul nascere mentre ella era in vita. La presentazione negli Usa del libro, affidata a Laura Benedetti, è come sempre ampiamente raccontata e corredata della sua storia redazionale ed editoriale dall’amico Palmerini, che non dimentica di citare nessuno degli studiosi della Bonanni.
L’amore per la cinematografia nutrito da Goffredo, quale fiero vicepresidente dell’Istituto Cinematografico dell’Aquila fondato da Gabriele Lucci, è ampiamente documentato anche in questo volume in occasione dell’assegnazione dei premi “David di Donatello”. Riservato e schivo quando deve parlare di sé e dei propri cari, Goffredo lascia la penna all’amico e noto giornalista Rai Domenico Logozzo per comunicare l’assegnazione del Premio per il Suono in presa diretta al figliolo Alessandro, che dall’Accademia dell’Immagine dell’Aquila è salito a soli 36 anni ai vertici del grande cinema e della tv in Italia e all’estero, già premiato negli anni precedenti per il film La ragazza del lago, ed ora gratificato per il film Diaz, dopo aver ottenuto la nomination per Io e te di Bernardo Bertolucci. Se Goffredo tace sui suoi affetti, l’abile giornalista lascia la parola al giovane Alessandro, e tramite la sua voce, la famiglia intera e la saggia figura paterna si stagliano in un afflato di bellezza intellettuale e spirituale. Goffredo assume il medesimo atteggiamento nei confronti del figliolo sacerdote don Federico. È ancora l’amico Logozzo a scandire la cronaca di una giornata speciale e memorabile per Paganica e per la cronaca aquilana: la prima Messa di don Federico, che si apre con un gesto di toccante solidarietà. Ma qui il papà non tace: commozione e desiderio di testimoniare la sincerità e la vocazione del figlio prete sono forti e sentite.
Con i giovani siamo ormai alle ali, sono loro che spiccano il volo, si spera, verso un roseo futuro. Come giovane tornerà ad essere la città dell’Aquila, che pur avendo io poco nominato, è presentissima nel volume: con la secolare festa, tutta aquilana, della maldicenza elevata a virtù civica, una specie di castigat ridendo mores, qui studiata da Paola Aromatario in un testo vincitore ad Abbateggio del Premio Majella; con il docufiction su Celestino V del giovane regista Giuseppe Tandoi, Nolite timere; con la presentazione del film La prima neve, sull’attuale tema migratorio, e con l’intervista al regista, Andrea Segre; con le presentazioni del romanzo, della poesia e del teatro di Mario Fratti; col racconto di Patrizia Tocci sull’Aquila Tra i colori del passato e le mille gru di futuro, e numerosi altri.
«Se non dimentichi mai le tue radici / rispetti anche quelle dei paesi lontani / Se non scordi mai da dove vieni / dai più valore alla cultura che hai» recita una poesia riportata nella relazione già citata di Francesco Lenoci a Milano durante la presentazione del libro L’Italia dei sogni. E allora, dalle radici le ali: il libro di Palmerini si conclude con un’ampia e dettagliata trattazione su una radice antica, appena riemersa dopo secoli dalle macerie del terremoto e che L’Aquila vuole riportare alla luce e valorizzare quale simbolo del suo nuovo volo dopo il tonfo: il recupero di Borta Barete, accesso principale alle medievali mura urbiche della città, a difesa del quale è il poderoso e pregevole tomo di monsignor Orlando Antonini, L’Aquila nuova negli itinerari del Nunzio, edito da One Group nel 2012, insignito del Premio “Città di Roccamorice”. Col volume di monsignor Antonini, abilmente presentato da Palmerini che fa riferimento anche al gruppo aquilano di Azione civica Jemo ‘nnanzi, difensori entrambi della radice di Porta Barete, si concludono, i reportage.
 In nome delle radici della nostra storia, costantemente irrorate dalla memoria attraverso i libri-annali del nostro caro amico e concittadino Goffredo Palmerini, portiamo avanti la bella battaglia culturale e civica, con l’auspicio che non solo l’Aquila torni a volare, forte e solida nella corporeità, veloce nella ripresa economica, salda nei suoi valori millenari, gentile nell’interiorità dei suoi cittadini, ma, con essa, l’Abruzzo e l’Italia intera, quell’Abruzzo e quell’Italia che hanno contribuito ad abbellire e ad arricchire il mondo.
Liliana Biondi, già docente di Critica letteraria e Letterature comparate all’Università degli Studi dell’Aquila.
Questo è l’intervento della prof. Biondi alla presentazione del volume Le radici e le ali di Goffredo Palmerini (One Group, 2016), il 21 marzo 2016 a L’Aquila presso l’Auditorium Elio Sericchi.  L’intervento, allora svolto a braccio e registrato, è stato ora trascritto per essere inserito in Appendice al prossimo libro di Palmerini.

L’Aquila, presentato il disco “NOVOSAX greats composers for Mimmo Malandra”

È stato presentato questa mattina all’Aquila in occasione dell’uscita sul mercato internazionale il disco “Novosax Greats composers for Mimmo”  prodotto dalla casa discografica “Sterling Records” di Stoccolma e sostenuto dalla Fondazione Carispaq. Si tratta di un progetto unico nel suo genere perché raccoglie prime esecuzioni assolute per sassofono soprano scritte da alcuni tra i più grandi compositori italiani per il Maestro Mimmo Malandra, sassofonista abruzzese.

Tre anni di lavoro per questo disco che ha come protagonista il sassofono in quanto strumento moderno. Uno strumento che copre riguardo alla letteratura musicale per esso prodotta, tutto il Novecento, comprendendo in pieno i nuovi linguaggi compositivi e stimolando, quindi, la creatività di molti compositori, come i moltissimi che hanno aderito con entusiasmo a questo progetto. Si tratta di premi Oscar come Ennio Morricone, Luis Bacalov e Nicola Piovani, ma anche artisti e Maestri di livello internazionale come Sergio Rendine, Giovanni Sollima, Lorenzo Ferrero, Cecilia Chailly, Marco Betta, Marco Tutino e Giovanni D’Aquila.  “Abbiamo impiegato più di tre anni di lavoro per realizzare questa piccola grande impresa – spiega il maestro Mimmo Malandra – Ogni composizione è stata scritta in tempi diversi dagli autori, quindi anche consegnata in tempi diversi. Ogni brano presenta un linguaggio musicale diverso, proprio di ogni autore, e questo ha richiesto molto studio ed elaborazione per arrivare a dare la corretta interpretazione nel rispetto dei canoni di scrittura e di linguaggio musicale usati per ogni singola opera, però è stato un momento indimenticabile. Conoscere ognuno di loro è stata un’esperienza unica, come unica ed inconfondibile è la loro poetica musicale”.
Il cd si avvale della partecipazione straordinaria, nonché unica, del Maestro Sergio Rendine all’organo nell’esecuzione della sua composizione, e di altri eccellenti musicisti abruzzesi al pianoforte.  L’uscita del Cd è accompagnata anche dal video ufficiale in prima assoluta della composizione per sassofono e organo “Cantus” del Maestro Rendine. Anche la copertina è un’opera prima perché è stata realizzata per l’occasione dall’artista Franco Fortunato e porta il titolo di “Occhio al Sax”.

“MEMORIA E DILETTO”, AMALIA SPERANDIO IN MOSTRA A L’AQUILA

 

 

MEMORIA E DILETTO”, AMALIA SPERANDIO IN MOSTRA A L’AQUILA

Grande successo per l’esposizione, in prima nazionale, sulla fotografa aquilana d’inizio Novecento

L’Aquila, Palazzo Fibbioni, 27 ottobre – 9 novembre 2016

 

 

L’AQUILA – Un grande successo la Mostra sull’arte fotografica di Amalia Sperandio, allestita a L’Aquila nello splendido Palazzo Fibbioni ed inaugurata il 27 ottobre scorso, con l’intervento di Francesca Pompa, presidente One Group Edizioni, Cesare Ianni, presidente dell’associazione Jemo ‘nnanzi, Liliana Biondi, già docente dell’Università dell’Aquila, Ernesto Di Renzo, docente Università di Roma Tor Vergata, moderatore Angelo De Nicola, giornalista e scrittore.  L’evento ha destato un vasto interesse per una Fotografa di grande valore, ancorché poco conosciuta. Dunque un’occasione straordinaria per scoprire il talento di questa raffinata Artista si offre a chi non ha visitato ancora l’esposizione, che resta aperta fino al 9 novembre 2016.

La Mostra Memoria e diletto, che espone in prima nazionale gli inediti scatti della fotografa aquilana Amalia Sperandio, offre un singolare spaccato storico e sociale del primo Novecento, a L’Aquila e dintorni. Ma la cifra di un’Artista di rara sensibilità come la Sperandio riesce a rendere compiutamente l’idea di un’epoca, con istantanee di luoghi, volti ed abitudini d’un ambiente cangiante e suggestivo della Provincia italiana. Davvero uno scrigno d’inimmaginabili tesori d’arte fotografica, per oltre un secolo conosciuti solo da una ristretta cerchia d’amatori ed ora finalmente venuti alla luce in un’intrigante rassegna espositiva che sta destando larga eco tra gli appassionati e cultori di questa disciplina artistica, e non solo.

 

Amalia Sperandio (Corfù, 1855 – L’Aquila, 1948), è una personalità eclettica, una pioniera della fotografia. Donna tenace e dotata di raffinata sensibilità, vissuta a cavallo di due secoli, riuscì a trasformare la sua passione in arte e l’arte in mestiere. Un singolare personaggio femminile che in un tempo caratterizzato dai conformismi sociali ha saputo vincere i pregiudizi e precorrere i tempi, cimentandosi magistralmente nell’attività fotografica, all’epoca d’esclusiva pertinenza maschile. Dunque, una vera antesignana dell’emancipazione femminile, nell’arte e nel costume.

E’ interessante scoprire, infatti, come il talento della Sperandio sia nato dalle molte difficoltà che la vita non le ha risparmiato dopo la morte del padre, a Napoli, che con l’attività di libraio aveva permesso ad Amalia di frequentare ambienti raffinati della colta società partenopea e d’intraprendere studi letterari e musicali. Le disavventure della vita la riportarono all’Aquila, a Preturo, paese d’origine della famiglia, insieme alla madre ormai anziana, quasi prive ambedue di mezzi di sostentamento. Alla fine dell’800 la miseria e l’isolamento trasformarono Amalia nei modi, senza intaccare la sua sensibilità. La famiglia Leosini, antica stirpe aquilana, legatasi a lei da affettuosa amicizia, le offrì ospitalità.

 

Con la sua voglia d’emozionare e il gusto di catturare immagini, Amalia affinò le competenze tecniche dello sviluppo e della stampa fino a pubblicare, con le sue foto, cartoline dell’Aquila e dintorni, con senso artistico e perfezione fotografica. Voleva emozionare, documentando un territorio di cui aveva già intuito la valenza e la suggestione per essere raccontato, guardato e promosso. Una volta migliorate le sue condizioni economiche, Amalia Sperandio riuscì a sperimentare nuovi processi, come il colore con le lastre Autocrome Lumiere. Divenne, inoltre, fotografa ufficiale delle famiglie nobili aquilane, soprattutto dei marchesi Dragonetti de Torres, della quale famiglia ha lasciato una messe di immagini nei palazzi gentilizi cittadini e nelle belle dimore esterne, come la splendida Villa Dragonetti a Paganica.

 

La Mostra “Memoria e diletto” propone solo un entusiasmante assaggio del patrimonio d’immagini che Amalia Sperandio ha lasciato in eredità alla città dell’Aquila e che presto vedrà la luce nell’omonimo volume di prossima pubblicazione a cura della ONE GROUP Edizioni. Gli scatti in esposizione raccontano la vita quotidiana del popolo aquilano che si caratterizza per realismo e passione, scorci di una città che profumano di nostalgia e che non ci sono più. Ancor più preziosi gli scatti dell’artista oggi, quando la comunità aquilana va ricostruendo faticosamente, dopo la terribile prova del terremoto del 2009, il puzzle della sua memoria civica, della sua identità, del suo straordinario patrimonio d’arte. E dei talenti aquilani, che tale patrimonio hanno contribuito a costituire ed accumulare. Tra questi sicuramente un posto di rilievo spetta ad Amalia Sperandio.

La Mostra, patrocinata dal Comune dell’Aquila, realizzata da ONE GROUP e dall’associazione Jemo ’nnanzi – gruppo aquilano di azione civica che per primo ha coordinato la raccolta delle immagini da diversi collezionisti privati – nell’ambito di “Abruzzo Open Day Winter”, resterà aperta al pubblico fino al 9 novembre, la mattina dalle 9:30 alle 13:30 e nel pomeriggio dalle 16:00 alle 19:30, presso la Sala Esposizioni di Palazzo Fibbioni, sede provvisoria della Municipalità, in via San Bernardino 1.

Cesare Ianni, esponente di punta dell’associazione Jemo ‘nnanzi, auspicando che la Mostra possa diventare itinerante in Italia, affida ad Amalia Sperandio ed alla sua arte il ruolo di “ambasciatrice dell’Aquila”, per la forza e la suggestione della sua Fotografia. In altra occasione aveva affermato che probabilmente neanche gli Alinari potrebbero vantare una donna con il temperamento e il talento artistico della Sperandio.

L’invito a visitare la Mostra, infine, non è solo dettato dall’opportunità di meglio far conoscere attraverso immagini fotografiche di gran pregio la storia e il costume della Città in un periodo assai significativo del Novecento, arricchendo peraltro il copioso elenco di visitatori che hanno ritenuto di onorare questo evento artistico, ma soprattutto dall’interesse che il contatto diretto con le opere può rivelare di questa straordinaria Fotografa, la quale poco o nulla ha d’invidiare ai grandi nomi di questa meravigliosa Arte.

Goffredo Palmerini

 

MONS. CORRADO LOREFICE, DA PALERMO A L’AQUILA PER LA PERDONANZA: il presule al Giubileo celestiniano – Goffredo Palmerini

MONS. CORRADO LOREFICE, DA PALERMO A L’AQUILA PER LA PERDONANZA: il presule al Giubileo celestiniano

di Goffredo Palmerini
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– L’AQUILA – Una Perdonanza Celestiniana diversa, sofferente, nella condivisione del dolore con le popolazioni di Amatrice, Accumoli, Arquata e Pescara del Tronto, colpite duramente dal terremoto che ha squassato quel lembo d’Italia dove quattro regioni s’incontrano: Lazio, Marche, Abruzzo e Umbria.

Annullati in segno di lutto dalla Municipalità aquilana tutti gli eventi che per una settimana fanno corona alla Perdonanza. Ridotto ai minimi termini, simbolico, il Corteo che accompagna la Bolla pontificia che indice il più antico giubileo della storia, voluto nel 1294 da papa Celestino V all’atto della sua incoronazione a L’Aquila e da 722 anni ogni anno celebrato, come la Bolla stessa dispone, dai Vespri del 28 agosto a quelli del 29, quando ciascun credente, sinceramente pentito e confessato, entrando nella Basilica di Santa Maria di Collemaggio, può ottenere il perdono da ogni colpa e pena. L’indulgenza plenaria gratuita e universale che quel Santo, pontefice per soli cinque mesi prima delle sue “rivoluzionarie” dimissioni, rese disponibile per l’intera umanità, per chiunque si fosse riconciliato con Dio. Da sette secoli quel messaggio di Riconciliazione e di Pace ogni anno s’irradia dalla città capoluogo d’Abruzzo, tanto cara a Celestino, con la Perdonanza. Quest’anno si sono riaperte le ferite del 2009, mai rimarginate agli Aquilani, nella condivisione delle sofferenze con le popolazioni provate dal sisma del 24 agosto scorso. Lo ha detto nella sua intensa e toccante omelia il Cardinale Edoardo Menichelli, aprendo tuttavia il cuore alla Speranza e alla Misericordia, prima di avviarsi a battere i tre colpi con il ramo d’ulivo del Getsemani che hanno aperto la Porta Santa della Basilica di Collemaggio, resa eccezionalmente agibile in una navata al passaggio dei fedeli, nonostante sia attualmente assoggettata a complessi lavori di restauro dai danni del terremoto grazie ad un finanziamento dell’ENI.

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Alle celebrazioni della Perdonanza, su invito dell’Arcivescovo dell’Aquila, Mons. Giuseppe Petrocchi, ha partecipato Mons. Corrado Lorefice, Arcivescovo di Palermo. Giunto all’Aquila il 27 agosto, nel pomeriggio avrebbe dovuto tenere presso l’Auditorium del Parco la riflessione “La Gioia della Misericordia”, organizzata dall’Azione Cattolica diocesana ed inserita nel corposo programma civile della Perdonanza, poi annullato in segno di lutto. Anche Mons. Lorefice – che preferisce d’essere chiamato don Corrado – ha vissuto il dramma del terremoto, condividendo con gli Aquilani, e in particolare con la comunità di Paganica, i più duri momenti del post sisma, portando la sua solidarietà e la vicinanza della sua parrocchia, egli allora parroco del Duomo di San Pietro a Modica. Più volte è venuto a trovarci a Paganica, la più popolosa frazione dell’Aquila, con il direttore della Caritas diocesana, Maurilio Assenza, e con gruppi di suoi parrocchiani. Negli anni questa profonda sensibilità ed amicizia nella fede è diventata un vero e proprio gemellaggio tra la parrocchia di don Corrado e la parrocchia di Paganica. Una fraternità poi allargata alle due intere comunità di Modica e Paganica, alimentata da visite reciproche nei momenti più significativi della vita religiosa e civile delle due città. E proprio quando a fine ottobre dell’anno scorso divenne pubblica la notizia che papa Francesco inaspettatamente aveva nominato don Corrado Lorefice arcivescovo di Palermo – una delle diocesi più grandi d’Italia – a Modica era presente una delegazione di Paganica, guidata dal parroco don Dionisio Rodriguez, che visse in diretta quella straordinaria emozione comunitaria. E ancora, quando il 5 dicembre 2015 nella Cattedrale di Palermo don Corrado ricevette l’ordinazione episcopale con l’imposizione delle mani dal Cardinale Paolo Romeo, presenti tutti i vescovi della Sicilia, anche una delegazione di Paganica era lì presente al rito che commosse tutta Palermo.
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Da quel giorno l’Arcivescovo di Palermo, don Corrado, aveva promesso che sarebbe venuto a L’Aquila e a Paganica a salutarci. Ne è stata occasione la Perdonanza, raccogliendo l’invito di Mons. Petrocchi. E così già nella sera di sabato 27 agosto, presso il Centro Parrocchiale “San Giustino”, don Corrado ha incontrato la comunità paganichese, Egli accompagnato da Mons. Paolo De Nicolò, già Prefetto della Casa Pontificia e padre spirituale negli anni di sua formazione teologica a Roma. E’ stato un incontro di grande amicizia, come sempre. Don Corrado, con singolare spontaneità, ci ha fatto vivere con le sue confidenze l’emozione della sua nomina e ordinazione, l’incontro con Papa Francesco e le parole del Santo Padre d’esortazione al ministero episcopale, nel il segno del “Pastore che ha l’odore delle sue pecore”, prossimo ai poveri e agli ultimi. L’incontro con la comunità di Paganica, salutato da don Dionisio e da don Federico, è stato accompagnato da un’agape fraterna, nella bellezza dell’amicizia. L’indomani mattina, domenica 28, don Corrado ha presieduto la Santa Messa nella Chiesetta di San Bartolomeo del Monastero di Santa Chiara a Paganica, concelebranti Mons. Paolo De Nicolò, don Vasco Paradisi, don Federico Palmerini.
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Con le Clarisse don Corrado ha una relazione spirituale intensa, sia nella corrispondenza che negli incontri diretti durante le sue visite a Paganica. La celebrazione eucaristica, nella bella chiesa adorna da lacerti d’antichi affreschi e con moderne opere di vibrante significato, dove al momento è custodita l’urna con le spoglie incorrotte della fondatrice del monastero, la Beata Antonia da Firenze, fin quando l’adiacente Chiesa del Carmine non vedrà la prossima conclusione dei lavori di ricostruzione dal sisma – sotto le cui macerie perì la badessa Madre Gemma Antonucci -, è stato solo il prologo dell’affetto che la comunità di Paganica nutre per il Presule siciliano. Infatti, l’Eucarestia presieduta nella Chiesa degli Angeli Custodi, con don Dionisio e don Federico, ha recato segni di evidente commozione e di molti occhi lucidi, durante l’omelia di don Corrado e nei saluti che hanno concluso la celebrazione. Occhi lucidi di commozione e di affetto condiviso, specie quando a nome della comunità paganichese don Dionisio ha consegnato in dono a Mons. Lorefice il bastone Pastorale, con legno di noce locale, realizzato artisticamente dall’artigiano Achille Buoncompagno.
Al tramonto, davanti la Basilica di Collemaggio, dopo l’arrivo del Corteo e la lettura della Bolla, la concelebrazione eucaristica presieduta dal Cardinale Menichelli – legato pontificio ed Arcivescovo di Ancona Osimo – con Mons. Giuseppe Petrocchi, Mons. Giuseppe Molinari (Arcivescovo emerito dell’Aquila), Mons. Corrado Lorefice, Mons. Orlando Antonini (Nunzio apostolico), Mons. Paolo De Nicolò, Mons. Angelo Spina (Vescovo di Sulmona- Valva) e Mons. Pietro Santoro (Vescovo dei Marsi), quindi il rito di apertura della Porta Santa che ha dato avvio alla Perdonanza. Poi la Veglia dei giovani, protrattasi nella notte, e dal primo mattino del 29 agosto le celebrazioni durante l’intera giornata, con le Messe dedicate. Mons. Lorefice ha celebrato e presieduto, alle 10, la Perdonanza dei Militari e delle Forze dell’Ordine. Commossa e numerosa la folla di fedeli a lucrare l’indulgenza di S. Pietro Celestino, posto accanto all’altare nella sua urna di cristallo. In mattinata, intanto, era giunto all’Aquila da Roma, dove si era recato per l’Anno della Misericordia, il gruppo di fedeli, una cinquantina, proveniente dalla diocesi di Palermo. Per loro un’esperienza straordinaria vivere e conoscere la Perdonanza, insieme al loro Arcivescovo. Sotto la provetta guida di Angelo De Nicola, giornalista e scrittore, il gruppo ha iniziato la visita alla città partendo dal magnifico Monastero di San Basilio, dove vivono in clausura le ultime Celestine, mentre due altre loro comunità conducono missioni in Africa, a Bangui, e nelle Filippine. Quindi la visita guidata ai monumenti già restaurati della città, con le meraviglie architettoniche dell’Aquila, quantunque molte siano le ferite del sisma ancora da guarire. Dopo la Messa vespertina è seguito il rito di chiusura della Porta Santa di Collemaggio, che verrà aperta di nuovo il 28 agosto 2017 per la 723^ Perdonanza, mentre la Bolla di Celestino, tornata nelle mani del Sindaco dell’Aquila, rimarrà custodita nei forzieri del Comune.
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La comunità aquilana ha fortemente apprezzato la testimonianza d’amicizia e fratellanza espressa da Mons. Lorefice a nome dell’intera diocesi di Palermo, presente con il gruppo di rappresentanza delle sue 179 parrocchie. Una bella testimonianza, viva calorosa commossa e intensa. Siamo davvero assai grati a Mons. Lorefice per la sua premurosa attenzione verso gli Aquilani, mentre ancor più è autentica e bella è la sua partecipazione alla Perdonanza con un gruppo di pellegrini della sua diocesi. Un gesto di condivisione nella fede che si spera venga emulato anche da altre diocesi. La decisione della Municipalità d’annullare tutto il programma della Perdonanza non ha, come si diceva, consentito di svolgere l’incontro che Mons. Corrado Lorefice avrebbe dovuto tenere nel pomeriggio di sabato. Tema della riflessione per la Perdonanza: “La Gioia della MisericordiaPer conoscere e vivere nella letizia della condivisione”. Don Corrado ci ha tuttavia lasciato il testo della sua riflessione, che volentieri si condivide per chi voglia riportarlo integralmente o in parti.
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Quale miglior modo per parlare della gioia della misericordia, che dare voce a chi l’ha provata, a chi ne ha fatto esperienza, a chi è stato rigenerato alla vita in virtù dell’amore misericordioso di Dio testimoniatoci dal Crocifisso risorto. Zaccheo per esempio! Ascoltiamo lui. Per tanti di noi oggi è un discreto amabile condiscepolo che accompagna l’arduo ma entusiasmante cammino dietro al Maestro. E mi piace leggere l’episodio che porterà Zaccheo a sperimentare la gioia prorompente e trasformante della misericordia di Dio alla luce del Salmo 85. Perché è veritiera la parola del Salmo – che troverà compimento nella carne del Nazareno, colui che porta su di sé il peccato del mondo (cfr. Gv 1, 29): “Dio ama la sua terra, e fa ritornare i deportati di Giacobbe, perché Dio porta la colpa del suo popolo, cancella tutti i suoi peccati, ritira tutto il suo furore e recede dall’ardore della sua ira. Mostra il suo amore, dona la salvezza, perché il suo popolo abbia gioia in lui” (cfr. Sal 85, 2-7). A Gerico, dopo aver conosciuto la tristezza dell’idolatria del denaro, grazie a Gesù, Zaccheo ritroverà la vera grandezza e ricchezza di un ebreo: essere e vivere da «figlio di Abramo», da erede delle promesse. Dopo aver conosciuto l’esilio dell’egoismo e la schiavitù della brama e dell’accumulo dei beni mondani, Gerico, nella valle dove scorre latte e miele, sarà per lui patria dell’incontenibile magnanimità di Dio e terra della gioia della condivisione.
Quando sopraggiunge Gesù nella vita e nella città degli uomini
Attorno a Gesù giunto a Gerico si stringeva la folla – quasi un rimando agli esodati d’Egitto allorché arrivarono nella meravigliosa pianura di Gerico, alla sospirata e dolce terra promessa da Dio ad Israele, o agli esuli del secondo esodo avvenuto per mano dei babilonesi. Gesù sfama la folla con un pane essenziale di parola, guarisce dando di nuovo la vista ai ciechi (cfr. Lc 18,42). «Allora si apriranno gli occhi dei ciechi» aveva profetizzato Is 35, 5, in un contesto storico in cui ormai i re di Israele inclinavano a fare ciò che è male agli occhi del Signore e imponevano il loro giogo ai poveri e agli esclusi del paese. Gesù rende presente un Dio Goel, redentore, liberatore, dalla parte dei poveri ma che va incontro anche ai peccatori. Sconvolgendo il comune sentire religioso, a tal punto che il Battista, avendo sentito parlare delle opere di Gesù, dal carcere manderà i suoi discepoli a domandargli: «“Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?”» (Mt 11, 2-3), tradendo un momento di evidente crisi dopo averne proclamato la messianicità (cfr. Gv 1, 29-34). Ora, dentro le mura, essendo arrivato Gesù, la calca è impenetrabile. Ed è proprio qui che emerge un personaggio di nome Zaccheo: “il puro, il giusto”; un nome che, riferito a lui, sembra essere un ossimoro, essendo un ricco e potente pubblicano, esattore delle tasse, un corrotto asservito al potere dei romani e alla brama del denaro, dissanguatore dei poveri. Gesù nel capitolo precedente aveva affermato: «Quant’è difficile, per coloro che possiedono ricchezze entrare nel Regno di Dio. È più facile per un cammello passare per la cruna di un ago che per un ricco entrare nel Regno di Dio!» (Lc 18, 24-25). Ma da lì a poco Gesù riscatterà Zaccheo da questa triste sorte e il capo dei pubblicani conoscerà la gioia del Regno.
L’esperienza della misericordia riconsegna Zaccheo all’identità filiale, lo libera dalla schiavitù della brama e dell’idolatria dell’io e del potere, lo riscatta dalla falsa convinzione di poter 3 vincere accumulando denaro la sua piccola statura umana, la fragilità antropologica della morte. Gesù non incontra Zaccheo a partire da una categoria etica: peccatore! Lo incontra, come persona, senza nessuna precomprensione. In Gesù Dio incontra gli uomini, celebra un incontro, lo vive in profondità. Non vede prima il peccato. Non va a caccia del peccato. Ma vuole l’incontro, volto di fronte a volto. Incontra la persona. Non rinchiude l’altro in una categoria. La persona non può essere definita dal peccato. Con la sua pratica di umanità Gesù si prende cura dell’altro, entra in relazione con le donne e gli uomini che incrocia con il suo sguardo penetrante. Una vera cura è globale, è l’istaurarsi di un rapporto etico e umano. E così rende presente la misericordia del Padre.
La povertà antropologica, è costantemente sotto i nostri occhi, vi conviviamo. Della fragilità umana la manifestazione massima è la morte. Siamo tutti Zaccheo. Portiamo nel nostro patrimonio genetico il dramma di Zaccheo: piccoli, fragili, ingiusti, mortali. Ma inevasa rimane una intima domanda di vera grandezza e di vera gloria, cioè di pienezza di vita, di santità. Nasciamo piccoli e nella nudità, viviamo tutti nel peccato e nella precarietà – cosa è certo nella nostra vita?! – moriamo tutti nella solitudine. La morte ci avvilisce e rende la nostra condizione umana alienata. La morte ci fa paura e ci porta all’alienazione. Ma Gesù ci ha liberati dalla paura della morte assumendo la morte. Eb 2, 14-15: «anch’egli ne è divenuto partecipe, per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita». Paurosi della morte, avvinti da un narcisismo sfrenato, accumuliamo ricchezze per preservarci e per assicurarci il futuro. L’accumulo è una strategia contro la morte. La ricerca della vertigine (che oggi prende forma nell’uso smodato di alcol e di stupefacenti e nella nevrosi del sesso), farsi una posizione, acquistare potere, è uno sfuggire alla morte. Non si comprende che la povertà antropologica va accettata. «Come l’erba sono i giorni dell’uomo, come il fiore del campo, così egli fiorisce» (Sal 102, 15) si legge nella letteratura biblica sapienziale. Zaccheo è un ricco e un potente, ma «piccolo di statura»!
La misericordia, l’incontro con Chi dà la vita mentre noi siamo ancora peccatori (cfr. Rm 5, 8), ci riconsegna alla vera gioia, quella che prova l’uomo autenticamente libero, affrancato dalla schiavitù dell’io bramoso e idolatrico; la gioia della misericordia non è una mera, momentanea esperienza emotiva religiosa, ma fondamento della vera felicità perché essa ci libera dalla falsità di vita che ci costruiamo tutti come è accaduto a Zaccheo. Egli ha rinnegato la sua identità di figlio di Abramo, di erede delle promesse, pensando di innalzarsi con le sue forze ad una statura antropologica di potenza e di forza, di immortalità. Eppure è questa sua fragilità, la sua identità creaturale, che lo ha reso agile a salire su un grande albero di sicomoro al fine di emergere dalla folla che gli impediva di vedere Gesù, rivelandosi – la piccolezza – condizione preziosa, non da sfuggire bensì da valorizzare.
Un incrocio di sguardi
C’è comunque una sorta di istinto arguto in Zaccheo che lo porta a “correre avanti”, almeno per vedere «quale fosse Gesù». Forse anche in Zaccheo si è verificato quello che affermava Henri Nouwen: «Nel profondo del cuore noi già sappiamo che il successo, il prestigio, la fama, il potere e il denaro non ci danno la gioia e la pace profonda a cui aspiriamo. In certo modo, proviamo forse persino una certa invidia per quelli che hanno respinto tutte le false ambizioni e hanno trovato una realizzazione più profonda nel loro rapporto con Dio. Sì, possiamo davvero assaporare il gusto di 4 quella misteriosa gioia nel sorriso di quelli che non hanno niente da perdere» (L’abnegazione di Cristo, Queriniana, Brescia 2008, 22).
Ma il ricco e potente pubblicano non sa quello che lo aspetta. «Gesù alzò lo sguardo» annota Luca. Il suo sguardo si illumina, manifesta compassione, sente viscere di misericordia, rifulge nel suo volto il volto del Padre che accoglie pieno di esultanza il figlio ritrovato, desideroso di liberare la sua profonda gioia preparando e invitando tutti a un banchetto festoso di grasse vivande e di vini succulenti. Il salmista si domanda: «“Chi ci farà vedere il bene?”. Risplenda su di noi, Signore, la luce del tuo volto» (Sal 4, 7). Quella luce del volto di Gesù che emana calore e gioia riconsegna alla gioia esistenziale e teologale Zaccheo immerso nell’arida solitudine della sua alienante e menzognera ricchezza.
Non una mera visione per acquisire un’informazione diretta ma una sincronia di sguardi che celebra l’incontro. Un incontro cha cambia la vita. «Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10). Quella corsa in avanti era dovuta al suo cuore umano che neanche la fredda e illusoria ragione calcolatrice era riuscito a congelare: un cuore capace di cogliere il discreto caparbio invito di Dio, come sembrano affermare le parole dell’orante del Sal 27: «Il mio cuore mi ridice il tuo invito: “cercate il mio volto!”, il tuo volto, Signore, io cerco, non nascondermi il tuo volto». Ecco perché Gesù si espone direttamente e consegna il suo volto a Zaccheo, tutta la sua persona, come ci direbbe Emmanuel Lèvinas. «Alzò lo sguardo verso di lui». E accoglie il volto di Zaccheo. Il volto è domanda che chiede assunzione di responsabilità. Il volto di Zaccheo suscita la responsabilità messianica di Gesù. Il volto di Gesù suscita la responsabilità filiale/fraterna di Zaccheo. Lui è venuto perché Zaccheo sia un figlio di Abramo non un seguace di mammona, un uomo libero e non uno ‘schiavo carnefice’! Un figlio e un fratello. Un uomo chiamato a praticare la giustizia, non ad essere un oppressore. Chiamato alla condivisione e non all’isolamento della brama predatoria. Sopraggiunge Gesù con il suo “E-vangelo” e la potenza mortifera dell’ego che tiranneggia e ridicolizza la vita del pubblicano Zaccheo viene neutralizzata.
«Non ritornerai forse a darci vita, non gioirà più il tuo popolo in te?»
Zaccheo scende in fretta dall’albero. Ricolmo di gioia ospita Gesù che desidera “rimanere” (méno), “restare” a casa sua. In lui si ripete il tratto inedito di Dio misericordioso che raggiunge l’altro nella sua estrema distanza. E per questo di un ricco peccatore, di colui che non avrebbe mai potuto passare dalla cruna di un ago, Gesù ne fa un discepolo del Regno, un banditore della gioia della misericordia del Dio che prova viscere di compassione per tutti i suoi figli, e specialmente per i poveri e i peccatori. Il Regno di Dio nel suo sopraggiungere nella storia delle donne e degli uomini è giustizia e pace e gioia nello Spirito Santo (cfr. Rm 4, 17). Il corrotto e il Maestro insieme. Sentiamo ancora il riverbero della mormorazione scaturita dal cuore indurito dei religiosi moralizzatori che sarà però sovrastato dall’espressione della meraviglia per la decisione espressa pubblicamente da Zaccheo di rimediare alla sua avidità e alla sua corruzione che ha seminato sofferenza e oppressione.
«Il Signore annuncia la pace al suo popolo, ai suoi adoratori, perché non ritornino alla loro follia»
Restituire quattro volte tanto e dare la metà dei suoi beni ai poveri è una scelta notevole, ma indica che comunque Zaccheo rimane ricco. Nondimeno egli «fa molto di più che pagare la pena di un pubblicano che fa un uso spregiudicato del denaro: egli è un uomo che si converte. Esce, cioè, dalla mens, che hanno tutti coloro che sono dentro un sistema corrotto, dove ciò che conta è soltanto avere di più, al prezzo del sacrificio delle persone e della loro vita. Zaccheo si è accorto che la vita è fatta di fraternità, di famiglia, di ricchezza condivisa» [I Vangeli tradotti e commentati da quattro bibliste (R. Virgili, Luca), Ancora, Milano 2015, 1149]. La salvezza realmente è entrata nella sua casa. Perché ormai conosce la gioia della solidarietà. La gioia del perdono e della misericordia, genera la gioia della condivisione. Con l’incarnazione, con lo scambio avvenuto in Gesù, la condizione creaturale è stata definitivamente assunta da Dio proprio perché il Figlio di Dio non ha considerato un possesso geloso, una preda (Fil 2, 6: harpagmós) la sua forma divina ma se ne è spogliato fino ad assumere la condizione dello schiavo meritevole di essere appeso al “legno” perché ritenuto indegno del cielo e della terra, reietto da Dio e dagli uomini. Quella di Gesù è una kenosi di condivisione: la ricchezza di Dio che si riversa sugli uomini (cfr. 2 Cor, 8, 9).
«Mostra a noi il tuo amore, Signore, e dona a noi la tua salvezza»
In Gesù, come ricordava papa Francesco ai giovani in preparazione alla GMG di Cracovia, incontriamo il volto gioioso di Dio Padre, «la gioia di Dio, la gioia che Egli prova quando ritrova un peccatore e lo perdona. Sì, la gioia di Dio è perdonare! Qui c’è la sintesi di tutto il Vangelo. “Ognuno di noi è quella pecora smarrita, quella moneta perduta; ognuno di noi è quel figlio che ha sciupato la propria libertà seguendo idoli falsi, miraggi di felicità, e ha perso tutto. Ma Dio non ci dimentica, il Padre non ci abbandona mai. È un padre paziente, ci aspetta sempre! Rispetta la nostra libertà, ma rimane sempre fedele. E quando ritorniamo a Lui, ci accoglie come figli, nella sua casa, perché non smette mai, neppure per un momento, di aspettarci, con amore. E il suo cuore è in festa per ogni figlio che ritorna. È in festa perché è gioia. Dio ha questa gioia, quando uno di noi peccatore va da Lui e chiede il suo perdono” (Angelus, 15 settembre 2013)». «Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione» (Lc 15, 10).
Essere discepoli oggi
Seguire Gesù e annunciare il suo Vangelo: questo è il compito dei discepoli di Cristo di ogni tempo. Ma oggi più che mai! Se questo – e solo questo – facciamo, fedeli alla terra e ai compiti che ci ha affidato la storia, allora le donne e gli uomini del nostro tempo conosceranno vie di libertà, un nuovo umanesimo, perché conosceranno la gioia della misericordia. Incontreranno nei nostri volti un Dio che prova gioia e desidera la gioia degli uomini. Per questo è il Misericordioso, il Veritiero, colui che non solo non illude ma colui che nel suo Figlio morto e risorto ha la santa letizia di liberarci dalla paura della massima fragilità di noi umani che è la morte. Quella paura che ci rende soli, arrivisti, rapaci, insipienti; quella angoscia che genera divisione, competizione, violenza, ingiustizia, prevaricazione, emarginazione, respingimenti, odio, guerra, sofferenza e morte degli innocenti, dei piccoli, dei poveri, dei vinti della storia, cioè dei prediletti di Dio.
E tra i prediletti di Dio – non lo dimentichiamo – ci siamo noi tutti, veri peccatori, chiamati anche noi a gustare la gioia della misericordia ricevuta e donata. Come scrive il teologo Giuseppe Ruggieri, «Quando l’uomo ritrova la capacità di confessare la misericordia continuata di Dio, allora soltanto ritrova se stesso come dono, come grazia, e vive nella gratitudine e nella gioia che nasce da essa, quella gioia che abbiamo sperimentato fin da bambini quando siamo stati perdonati da coloro che ci amavano. Allora soltanto l’uomo vive nel rispetto e nella venerazione dell’altro e delle cose, giacché l’amore “non manca di rispetto e non cerca il suo interesse (1Cor 13, 15). […] Allora, secondo la bellissima metafora presente non soltanto nel cristianesimo, l’uomo “ri-nasce”, riceve cioè nuovamente se stesso, come aveva ricevuto se stesso nella prima nascita che aveva negato con il suo atto di predazione, rinnegando il dono che l’aveva fatto nascere, che l’aveva dato a se stesso» (Introduzione, in Monastero di Bose, La chiesa peccatrice perdonata, Qiqajon, Magnano 2016, 18)
Conclusioni
Solo cristiani rigenerati dalla misericordia potranno ritrovare il linguaggio del Vangelo che annuncia la pace di Dio con gli uomini e la vicinanza del suo Regno. Papa Francesco per questo ha chiamato la chiesa a un movimento di conversione, a gustare lei per prima la gioia della misericordia. Non c’è annuncio del Vangelo se il Vangelo non cambia la vita dei cristiani e delle nostre comunità. Per questo siamo qui ancora una volta a celebrare la Perdonanza Celestiniana! Voglio avvalorare questo pensiero conclusivo riprendendo una pagina che il pastore luterano Dietrich Bonhoeffer scrisse per la circostanza del battesimo del proprio nipotino, nel maggio del 1944, dal carcere in cui era imprigionato per la propria partecipazione alla congiura contro Hitler in obbedienza alla sua coscienza di discepolo del Signore.
«Che cosa significhi riconciliazione e redenzione; vita in Cristo e sequela di Cristo – tutto questo è così difficile e lontano, che quasi non osiamo più parlarne. Nelle parole e nei gesti tramandatici noi intuiamo qualcosa che è del tutto nuovo, qualcosa che sta completamente cambiando, senza poterlo ancora afferrare ed esprimere. Questa è la nostra colpa. La nostra Chiesa, che in questi anni ha lottato solo per la propria sopravvivenza, come fosse fine a se stessa, è incapace di essere portatrice per gli uomini e per il mondo della parola che riconcilia e redime. Perciò le parole d’un tempo devono perdere la loro forza e ammutolire, e il nostro essere cristiani oggi consisterà solo in due cose: nel pregare e nel fare ciò che è giusto tra gli uomini. Ogni pensiero, ogni parola e ogni misura organizzativa, per ciò che riguarda le realtà del cristianesimo, devono rinascere da questo pregare e da questo fare. […] Sarà un linguaggio nuovo, forse completamente non-religioso, ma capace di liberare e redimere, come il linguaggio di Gesù, tanto che gli uomini ne saranno spaventati e tuttavia vinti dalla sua potenza, il linguaggio di una nuova giustizia e di una nuova verità, il linguaggio che annuncia la pace di Dio con gli uomini e la vicinanza del suo Regno. “Si meraviglieranno e temeranno per tutto il bene e per tutta la pace che farò loro” (Ger 33, 9). Fino ad allora la causa dei cristiani sarà silenziosa e nascosta; ma ci saranno uomini che pregheranno, opereranno ciò che è giusto e attenderanno il tempo di Dio. Possa tu essere tra questi e si possa un giorno dire di te: “il sentiero del giusto è come la luce, che si fa sempre più chiara fino a giorno pieno” (Prov 4,18)» (Resistenza e Resa, Queriniana, Brescia 2002, 406)”.
+ Corrado Lorefice – Arcivescovo di Palermo