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L’ABRUZZO TRADITO(RE) Riflessioni sul dopo il 10 febbraio

I risultati delle elezioni regionali del 10 febbraio non possono lasciare indifferenti con la solita giustificazione che la prossima volta la giunta sarà cambiata. Ma la prossima volta potrebbe essere peggiore. Come d’altronde è sempre stato finora. Si sono avvicendate giunte regionali dai vari e contrastanti colori politici. Sempre peggiori. Se l’essenza della politica, come sostiene Maurice Duverger, è l’ambivalenza, i nostri politici non sono che Giano bifronte. C’è, storicamente, un Abruzzo bifronte: l’Abruzzo tradito dagli abruzzesi e l’Abruzzo che tradisce. La conquista del potere come mezzo più efficace per ottenere vantaggi per sé, per il proprio gruppo, il proprio partito, la propria coalizione. La storia della regione Abruzzo è stata finora storia di fallimenti, storia di progetti non realizzati, di lotte intestine. Un’istituzione che nasce dagli scontri campanilistici tra L’Aquila e Pescara. Un Abruzzo che esce dal dramma della seconda guerra mondiale, battendosi per la libertà del proprio territorio e per quello dell’Italia centro-settentrionale. Un Abruzzo, dove nasce nel dicembre 1943 la Brigata Maiella. Abruzzesi che lottano e muoiono per la libertà di tutti. Per questo Presidenti della Repubblica come Carlo Azeglio Ciampi e Sergio Mattarella hanno ringraziato gli abruzzesi per la loro dedizione ai valori della libertà e della solidarietà.

Le vicende abruzzesi durante la seconda guerra mondiale sono così terribili che solo a ricordarle si resta frastornati. Subito dopo l’8 settembre, nell’ottobre del 1943, si verifica la partenza di un treno di 400 detenuti dall’abbazia-carcere di Santo Spirito al Morrone al campo di sterminio di Dachau, con la collaborazione di fascisti e delle autorità locali. Sul treno furono obbligati a salire anche nove cittadini di Roccacasale, dei quali cinque giovani e due di loro subito assassinati. Nel mese di novembre 1943 si verifica l’eccidio di Pietransieri con i 128 trucidati dai nazisti, donne e bambini, e poi quello di Gessopalena nel gennaio 1944 con 41 vittime innocenti. E ancora nell’aquilano: i giovani 9 Martiri fucilati all’Aquila, alle Casermette, le stragi di Onna, Filetto, la spedizione e la morte nei campi di sterminio di Annita Santomarroni, una povera donna che aveva sfamato i prigionieri di guerra, ritenendoli “cristiani come me”. Senza dimenticare le centinaia e quasi migliaia di vittime sotto i numerosi bombardamenti che colpirono per la prima volta in Abruzzo il 27 agosto, venerdì, la stazione di Sulmona, col grido delle migliaia di cittadini “Hanno zappato la stazione” e subito dopo Pescara e i tanti centri urbani abruzzesi fino alla partenza dei tedeschi nel giugno 1944. 


In Abruzzo, alla presenza di tre grandi campi di concentramento (Chieti, Sulmona, Avezzano), con un totale di circa diecimila prigionieri, si assistette ad una vera comunione di cuori e di beni, dividendo insieme “il pane che non c’era”. Gli ex-nemici non furono più tali, ma persone umane da accogliere, sfamare, nascondere, aiutare nella fuga. Una storia così vera ed esemplare da diventare modello di convivenza. Una resistenza definita dagli storici “Resistenza Umanitaria”, con la centralità pura e semplice dell’Uomo in quanto tale. E proprio in difesa di un simile principio, migliaia di persone comuni, povere e spesso analfabete, hanno sacrificato perfino la vita per realizzare questo tipo di amore disinteressato. È il caso di Michele Del Greco, pastore di Anversa degli Abruzzi, che viene fucilato al carcere di Badia di Sulmona il 22 dicembre 1943, confessando al parroco che lo assisteva prima di essere fucilato: “Sa perché mi ritrovo in questa situazione? Perché ho fatto quello che mi avete insegnato: dar da mangiare agli affamati”. E come Michele Del Greco, numerose persone, uomini e donne, hanno posto in pericolo la loro vita, pur di aiutare quelli che lo chiedevano. Una lunga lista: Maria Di Marzio di Campo di Giove, Elisa Silvestri di Introdacqua, Iride Imperoli Colaprete di Sulmona, le vecchiette di Scanno, la gente di Borgo Pacentrano a Sulmona. 


Una storia spesso sconosciuta, ma densa di insegnamenti. Una vera lezione di vita. Oggi con le elezioni del 10 febbraio, in cui politica e uomini emergono ignorando o addirittura misconoscendo queste storie, l’Abruzzo e gli abruzzesi si trovano di fronte a situazioni nuove e pericolose. Non più l’amore a base dei rapporti, ma l’individualismo, la sopraffazione a vari livelli, da quello economico a quello ideologico. Un ritorno al passato. Ad un conflitto storico tra bene e male, tra nazi-fascisti e patrioti della Maiella. Una specie di suicidio di massa. Mai come in questa situazione valgono le parole di George Santayana scritte sulla porta di Auschwitz: “Se non si ricorda il passato, si rischia di ripeterlo”.

 
In questo odierno panorama socio-politico italiano, la realtà abruzzese sembra intervenire a gambe tese delineando un futuro ambiguo ed enigmatico: l’eterogeneità tra maggioranza e minoranza, l’impossibile dialogo tra la politica di un governatore appartenente ad uno schieramento di destra per storia e scelta personale, sostenuta dall’egemonia della Lega, notoriamente attestata su posizioni falsamente rivoluzionarie, ma conservatrici e reazionarie e la linea politica della minoranza, costretta ad una seria e pacifica opposizione, ricercata a tutti i costi. Un fascismo che rinasce senza nome, ma che resta sempre identico. D’altronde, per dirla con Wilhelm Reich, il fascismo è soprattutto una concezione della vita e del mondo, come giustamente affermava in “Psicologia di massa del fascismo”. Un libro pubblicato nel 1933 e sempre di grande attualità, perché non condanna aprioristicamente la realtà, ma cerca di interpretarla, di analizzarla, di spiegarne le motivazioni profonde. Per Reich “il fascismo, nella sua forma più pura, è la somma di tutte le reazioni irrazionali del carattere umano”. Basta osservare gli atteggiamenti dei piccoli capi della politica italiana per capire che si tratta di omuncoli, di copie false di leader del passato. 


Un quadro oggettivamente difficile, a meno che non nasca la novità di accettarsi semplicemente come uomini. Uomini senza pregiudizi, aperti, liberi in nome di un vero bene comune. Purtroppo nei tempi recenti e in quelli attuali, in Italia, si sta pagando lo scotto procurato da quella serie infinita di personaggi che non intendono ritirarsi dalla vita politica e vivono come salme mummificate, ostacolando il rinnovamento della politica e della democrazia. Forse è un’utopia immaginare un futuro dal volto umano, ma è in atto un mutamento dei tempi che riguarda tutti. Tutti siamo inseriti in un contesto in continua evoluzione. Restano, al di là e oltre il tempo, come un programma universale di vita le parole di Alba De Céspedes, nell’Abruzzo dell’autunno 1943: «Io non so quale sentimento mi augurerei di veder rinascere più prontamente in noi; ma credo la dignità… Poiché la nostra dignità – la personale dignità di ogni individuo e, di conseguenza, la dignità di un popolo – era scomparsa nell’accettare la dittatura…»

E ricordando l’accoglienza della gente abruzzese, scrive: «Entravamo nelle vostre case timidamente: un fuggiasco, un partigiano, è un oggetto ingombrante, un carico di rischi e di compromissioni. Ma voi neppure accennavate a timore o prudenza: subito le vostre donne asciugavano i nostri panni al fuoco, ci avvolgevano nelle loro coperte, rammendavano le nostre calze logore, gettavano un’altra manata di polenta nel paiolo. […] Del resto attorno al vostro fuoco già parecchie persone sedevano e alcune stavano lì da molti giorni. Erano italiani, per lo più: ma non c’era bisogno di passaporto per entrare in casa vostra, né valevano le leggi per la nazionalità e la razza. C’erano inglesi, romeni, sloveni, polacchi, voi non intendevate il loro linguaggio ma ciò non era necessario; che avessero bisogno di aiuto lo capivate lo stesso. Che cosa non vi dobbiamo, cara gente d’Abruzzo? Ci cedevate i vostri letti migliori, le vesti, gratis, se non avevamo denaro». 


Mauro Tedeschini, nel libro “Benedetti Abruzzesi” scrive alla conclusione: “Quel che ti dà speranza dell’Abruzzo è che basterebbe così poco per farne veramente la Svizzera d’Italia… Insomma ce la farà l’Abruzzo? Io, nel mio piccolo, faccio il tifo, perché questo pezzo d’Italia che vive all’ombra della Majella e del Gran Sasso mi è rimasto nel cuore”. Ma, alla luce della ricerca scientifica e delle riflessioni del maggiore storico a livello mondiale, Yuval Noah Harari, nei suoi libri venduti a milioni di copie, si analizza la novità del mondo in cui viviamo, sotto la gestione dell’algoritmo. Un mondo che va verso la globalizzazione, rafforzando la pace mondiale, anche se la pace non è semplice assenza di guerra, ma comporta l’implausibilità della guerra. Cosa che in gran parte oggi è stata realizzata. Tuttavia, sostiene Harari, per evitare che la democrazia vada verso il declino, bisognerebbe reinventarla in una forma completamente nuova, evitando il rischio di finire nella “dittatura digitale”. Per questo l’uomo dovrà appellarsi all’intelligenza in quanto capacità di risolvere i problemi e alla coscienza in quanto capacità di provare sentimenti.

Mario Setta 
Mario Salzano 
Pasquale Iannamorelli 
Bruno Di Bartolo 
Raffaele Garofalo
Valentino Ceneri 
Carlo Troilo 
Roberto Carrozzo 
Antonio D’Annunzio

Sulmona, 14 febbraio 2019

ELOGIO DEI POCHI di Mario Setta

ELOGIO DEI POCHI

di Mario Setta

In un tempo in cui si guarda ai grandi numeri, alle moltitudini, all’auditel, alle manifestazioni oceaniche sindacali o politiche, sembrerà anacronistico elogiare i pochi. Ma l’elemento che caratterizza l’attualità, valido per ogni epoca, è uno solo: il senso della vita. Il progresso in questo campo non dipende dal semplice scorrere del tempo, ma dalla capacità che ha l’uomo di capire la lezione del passato. L’acquisizione di una verità non dipende dalla quantità di coloro che la condividono, ma dalla sua validità oggettiva.

Gli aforismi di Eraclito, un filosofo del V sec. a.C., sono ancora di grande attualità. “Uno per me è diecimila, se è il migliore”, affermava, volendo così accentuare il valore dell’aristocrazia dello spirito. Forse perché riteneva fosse più facile trovare un uomo buono, onesto, generoso, piuttosto che un popolo buono, onesto, generoso. Eraclito conduceva fino all’esasperazione la difesa dell’uno e dei pochi, affermando che “solo i pochi sono buoni e i molti non valgono nulla, e pensano soltanto a saziarsi come bestie”.

 

Nonostante la forma paradossale delle sue invettive, resta la validità del suo pensiero. Aprire, oggi, un dibattito sul tema della “aristocrazia dello spirito”, sarebbe la forma migliore per ridare centralità al problema politico. Politica non è solo amministrazione della cosa pubblica, dialettica parlamentare, gestione del potere, ma è anche interesse culturale, sensibilità ai valori umani.

Se la televisione è lo specchio in cui si riflette la società italiana, il giudizio che se ne deduce non può che essere deludente. È il trionfo della rozzezza, della volgarità, dell’ignoranza, della banalità. Si resta stupefatti di fronte a spettacoli insignificanti, spesso insulsi e scandalistici, premiati da un alto grado di share. Che milioni di persone restino impalate a vedere scene d’una stupidità disarmante è un sintomo preoccupante del declino della civiltà. Se uno spettacolo televisivo, per avere successo, deve rivolgersi a persone di cultura elementare, la televisione non tenderà mai a migliorare un popolo, ma ne aumenterà l’ignoranza, la dipendenza, l’arretratezza. Ma, forse, è proprio ciò che vuole il “padrone”. Un “grande fratello”, che ha capito la lezione freudiana, secondo cui “la massa desidera essere governata da una forza illimitata”.

el romanzo “1984” di George Orwell, il teleschermo è la voce del grande fratello: “Nessuno ha mai visto il Grande Fratello. È un volto sui manifesti, una voce che viene dal teleschermo. […] Winston pensò al teleschermo e al suo orecchio in perenne ascolto. Potevano spiarti giorno e notte, ma se restavi in te potevi ancora metterli nel sacco”. Il romanzo di Orwell è ancora oggi di una attualità drammatica, perché non riguarda più una nazione o un sistema politico, ma il mondo intero.

Oggi la massificazione non è più un pericolo incombente. È una catastrofe. Già nel 1930, Ortega y Gasset nell’opera “La ribellione delle masse”, aveva sostenuto che il comportamento della massa non può che essere il “linciaggio”, rappresentato nei film di David Lynch. L’America, “paradiso delle masse” e l’Italia di Mussolini, in cui la libertà era stata annientata da un regime totalitario, offrivano l’esempio lampante della massificazione. Che, comunque, secondo Ortega, presentava anche un aspetto positivo, sottolineando: “quando arriva al massimo sviluppo, automaticamente comincia il suo declino”.

Era ottimista, allora, ma pochi anni dopo avrebbe assistito al grande “linciaggio” della guerra civile spagnola e della seconda guerra mondiale. Tuttavia le parole con le quali concludeva la sua opera erano un monito che gli europei di allora non ascoltarono e che anche oggi meritano di essere profondamente meditate: “Il vero problema è che l’Europa è rimasta senza morale”. L’affermazione dei totalitarismi in Europa dipendeva dall’eclissi della morale.

Il rapporto individuo/società è un problema morale, prima che politico. Uno dei temi più scottanti e studiati, sotto il profilo sociologico e psicologico. Ma non è sufficiente. Uno Stato deve offrire valide garanzie perché ciascuno sia posto in condizione di realizzarsi. E per farlo, ricorrendo ai suggerimenti terapeutici di Freud, l’uomo deve soddisfare due esigenze fondamentali: amare e lavorare (“Lieben und arbeiten”). Sono queste le peculiarità che rendono gli uomini diversi l’uno dall’altro. Ma spesso essi rinunciano alla diversità per omologarsi.

Un dilemma analizzato, già molto tempo fa, da Riesman ne “La folla solitaria”. Se gli uomini, per eludere l’angoscia delle scelte, accettano di essere eterodiretti, la massificazione ne diventa logica conseguenza. Soli nella folla. Che sia già in atto la catastrofe sono pochi ad averne consapevolezza. Pochi e tacciati come prefiche, iettatori, uccelli del malaugurio. Per l’Italia la massificazione all’insegna della Tv è un destino esecrabile, anche con l’avvicendamento dei padroni di turno. Contro il pericolo della regressione di massa, non c’è che un rimedio: l’uso critico della ragione.

Ma negli anni più recenti l’umanità sta vivendo l’ubriacatura da social network. I mezzi di comunicazione diventano oggetti e soggetti di vita. E come tutti gli strumenti mediatici in sé non sono né buoni né cattivi. Dipendono dall’uso che se ne fa. Alla televisione, trionfo della rozzezza, della volgarità, dell’ignoranza, sembra essere subentrata una televisione personale, altrettanto rozza, volgare, superficiale. Quella della propria pagina facebook. Facebook, spesso, sostituisce la persona, ne fa le veci. Ne stimola desideri inconsci e irrazionali. Ogni utente può lanciare sulla propria pagina, dal proprio canale, foto e parole, spesso senza gusto, senza criterio, senza morale. Un giornale aperto a miliardi di lettori al quale ognuno può collaborare come vuole. Una vera bagarre. E in questa bagarre diventa difficile e quasi impossibile ritrovare l’uno, il migliore. Forse solo quelli che se ne astengono.

Per questo Patricia Wallace, insegnante nel Maryland University College, nella seconda edizione della ricerca dal titolo “La psicologia di Internet”, offre spunti interessanti e profondi su tutta la problematica dei mezzi di comunicazione on-line. Non più Persona, ma Persona on-line; non più Homo sapiens, ma Homo sapiens digitalis e sostiene che i tentativi di analizzare i mezzi di comunicazione on-line restano ancora agli esordi, citando Bruce Sterling, autore di fantascienza, che ritiene Internet come Icaro: cerca di volare con le ali di cera, ma muore quando il sole la scioglie. L’atteggiamento della Wallace non è né positivo né negativo aprioristicamente, ma induce alla riflessione. Nelle considerazioni conclusive si esprime così: “La natura umana non cambia e l’Internet della prossima generazione non farà altro che fornire strumenti più efficaci per rendere miserevole la vita on-line”.

 

 

“LA CHIESA HA FALLITO” di Mario Setta

LA CHIESA HA FALLITO

 

di Mario Setta *

 

Le parole di papa Francesco “La Chiesa ha fallito”, pronunciate in Irlanda lo scorso 25 agosto, in riferimento alla vastità della piaga della pedofilia nell’istituzione ecclesiastica, dimostrano la gravità del problema e l’impotenza nel trovare una soluzione. Da anni è stata sollevata la questione, attraverso i processi e le vie legali alle quali sono ricorse le vittime di un simile crimine, ma non c’è stato il benché minimo segnale di miglioramento. Tutt’altro. La situazione è andata peggiorando nella varie parti del mondo, dove la chiesa cattolica ha radici profonde e secolari.

Già nella prefazione al libro di Daniel Pittet, “La perdono, padre”, papa Francesco rilevava l’aberrazione del peccato di pedofilia nella Chiesa, dichiarando che quella testimonianza era “necessaria, preziosa e coraggiosa”. Oggi la piaga è andata sempre più espandendosi fino a diventare una specie di pandemia cattolico-ecclesiastica. Alla gravità della questione morale si aggiunge la polemica ai vertici della Chiesa Cattolica, sollevata dall’ex-nunzio a Washington Carlo

Maria Viganò, al quale replica, in una intervista, papa Francesco coinvolgendo, stranamente e fiduciosamente i giornalisti, con le parole: “Leggete voi attentamente e fatevi un giudizio… Avete la capacità giornalistica per fare le conclusioni. È un atto di fiducia in voi. Vorrei che la vostra maturità professionale facesse questo lavoro”. Parole che evidenziano come il problema assuma caratteri di aperta discussione, prescindendo dal ruolo dei vari protagonisti.

Di fronte ad una malattia, una specie di pandemia come è la pedofilia, occorre ricercare le cause per una diagnosi precisa ed efficace e proporre la terapia. Finora, nulla è stato realizzato in merito. Ci si è limitati alla descrizione, alla denuncia dei responsabili come nel report della Pennsylvania o nel film Spotlights, ma nessun intervento terapeutico. Alla luce del fatto che anche i preti-pedofili son persone malate che andrebbero curate. Senza ipocrisia e senza malevolenza, come invece sembra apparire dal comportamento dei due papi viventi, Benedetto XVI e papa Francesco. Papa Francesco ha addirittura pronunciato le parole “Userò il bastone contro i preti pedofili”, senza chiedersi il perché di tale atteggiamento deviante e peccaminoso e né riflettere sulle cause.

In Italia una inchiesta sul clero e sulle sue devianze non è stata realizzata né sembra possibile. Eppure problemi di pedofilia e casi di preti pedofili ce ne sono tanti. Anche clamorosi. D’altronde è sufficiente scrivere su google “preti pedofili” per avere davanti un elenco di preti processati per pedofilia. Ma il vero problema è alla radice. Perché la Chiesa ha usato e in gran parte continua ad usare la deformazione della persona umana. Se un prete pedofilo arriva al suicidio, e ci sono tanti casi, ci si deve chiedere qual è la causa di una simile tragedia. E la causa non è che la formazione giovanile. L’invenzione d’una vocazione per sempre. Il modello del “sacerdos in aeternum”, quando invece la vita di ogni uomo non è che un continuo divenire. L’Homo evolutivus.

La formazione di seminario è una aberrazione pedagogica. Un luogo chiuso, separato dal resto del mondo, in cui giovani maschietti, reclusi di giorno e di notte, restano prigionieri di un sistema che li addottrina e li schiavizza. Una violenza istituzionale che tende a distruggere la persona umana nelle sue dimensioni di libertà, di affettività, di relazione. Nel libro “Il volto scoperto” ho cercato di raccontare la mia vocazione di quindicenne che entra in seminario e vi resta nove anni. Una vita ascetica, interiorizzata, macerata fisicamente e moralmente. Una formazione a senso unico.

La grande colpa dell’istituzione ecclesiastica è privare i giovani della possibilità di scegliere altre vie, incatenandoli alla sola “professione” sacerdotale. L’impossibilità ad essere liberi diventa schiavitù.  Si resta prete come una condanna. Un prigioniero di se stesso. Con il peso enorme della crisi di coscienza che lacera interiormente, frutto d’una assurda fede-capestro. Solo abolendo i seminari e tornando all’antica formula della formazione in itinere o della elezione di preti e vescovi da parte del popolo, sarà eliminata la piaga della pedofilia. Suggerimenti e proposte che già nel 1832 venivano esposti in un famoso libro, condannato, dal titolo “Le cinque piaghe della Chiesa”, scritto dal prete filosofo Antonio Rosmini. Chissà se ci fosse qualcuno a suggerire a papa Francesco di riprenderlo tra le mani e riproporlo come una esortazione apostolica, in linea con la “Evangelii Gaudium” del 24 novembre 2013, per il rinnovamento del clero e della chiesa.

Purtroppo, finora solo parole di esortazione, di lamento, ma nessuno sconvolgimento del sistema clericale. Il modello non può che essere quello di Cristo: l’annientamento (kenosi). Su questa linea di povertà estrema e di testimonianza evangelica sarebbe auspicabile adottare alcune riforme radicali: annullare la curia, azzerare le diocesi e le parrocchie, fare del Vaticano un centro di spiritualità e di testimonianza evangelica. Una Chiesa veramente povera che non si affida al finanziamento statale, né alla sciagurata “Donazione di Costantino”, dimostrata falsa da Lorenzo Valla, ma al contributo libero e spontaneo dei fedeli.  È chiaro che tutto ciò non può essere preteso da un papa come Francesco, che solo da pochi anni ha le chiavi di Pietro, ma è certo che il cammino iniziato è irreversibile e che la Chiesa del futuro sarà sempre più l’immagine di Cristo nudo inchiodato sulla croce.

 

Mario Setta, ordinato sacerdote nel 1962, ha studiato e conseguita la licenza in Scienze Sociali alla Pontificia Università Gregoriana; si è laureato in Sociologia e Filosofia all’Università di Urbino; ha pubblicato articoli su “L’Osservatore Romano”; ha curato il libro sul periodo di vita a Scanno e in Abruzzo del Presidente della Repubblica Italiana, Carlo Azeglio Ciampi, “Il sentiero della Libertà, un libro della memoria con Carlo Azeglio Ciampi” (Laterza 2003); ha curato con Maria Rosaria La Morgia il libro “Terra di Libertà, storie di uomini e donne nell’Abruzzo della seconda guerra mondiale”.  

 

CRISTO, UOMO DEL SUD Cristologia del Sud del Mondo di Mario Setta

CRISTO, UOMO DEL SUD

Cristologia del Sud del Mondo

 

di Mario Setta

 

Che Gesù di Nazareth, storicamente, sia “meridionale” è un dato anagrafico. Così, perlomeno, osservando la geografia fisica della parte alta dell’emisfero boreale. Ma, se l’osservazione prende in considerazione l’intera metà dell’emisfero Nord, la Palestina si colloca sostanzialmente al centro dell’emisfero e quindi Cristo è, storicamente, “centrale”. Non è facile dire quale influenza possa aver avuto sulla persona di Gesù il luogo di nascita, di formazione, di attività. Ma non andrebbe sottovalutato.

 

Adamo, il primo uomo, nasce nell’Eden. Cristo, secondo Adamo, nasce sulla terra. Questa. Mentre dell’Eden sappiamo ben poco e quel poco è leggenda, di questa terra sappiamo molto, anche se ancora troppo oscuramente. Ciò che ci lega a Cristo è l’aspetto della “terrenità”. O, ancora di più, della comune umanità. Ed è per questo che Gesù non si definisce mai esplicitamente “Figlio di Dio”, ma ripetutamente “Figlio dell’Uomo”: 69 volte nei Vangeli sinottici (Mt 8,20 “il Figlio dell’Uomo non ha dove posare il capo”; Mc 2,28 “il Figlio dell’Uomo è signore del Sabato”) e 13 volte nel vangelo di Giovanni (3,14 “…così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’Uomo”). Totale 82 volte “Figlio dell’Uomo” e 20 “Figlio di Dio”.

 

Quest’ultima determinazione della figura di Gesù, nel Nuovo Testamento, viene descritta per metterne in risalto la trascendenza, e “Figlio dell’Uomo” per caratterizzarne l’immanenza, la storicità. Dicendo “Gesù fu un grande uomo”, e ripetendo spesso la frase di Agostino “Per essere uomini bisogna essere più che uomini”, Ignazio Ellacurìa, assassinato con altri confratelli all’Università di El Salvador il 16 novembre 1989, intendeva sottolineare la grandezza dell’Umanità-Crocifissa, risorta con Cristo: “la speranza del trionfo, che deve avere carattere pubblico e storico è in relazione con l’instaurazione del diritto e della giustizia” (cfr. “Il popolo crocifisso”).

 

Cristo è quindi totalità di trascendenza e immanenza, divinità e umanità, cielo e terra. Ma, storicamente e umanamente, il modello che meglio si attaglia agli uomini è “Figlio dell’Uomo”. L’Uomo, come individuo e come società, perché nella Sacra Scrittura “Figlio dell’Uomo” è applicato sia ad un individuo che alla società. Per questo la “buona notizia” (eu-anghelos = evangelo) è Cristo stesso, persona e messaggio.  Logos e Regno di Dio. Cristo è il Logos, la Parola (Gv 1,14 “la Parola si fece carne e ha posto la tenda in mezzo a noi”, come i nomadi nel deserto). Logos che diventa Sarx (carne), per essere partecipe della debolezza umana, del mondo del peccato, dell’anti-regno in modo che diventi “regno dei cieli”, “regno di Dio” qui, sulla terra.

 

La Parola di Dio è Gesù, il “servo di Yawé”, descritto ampiamente nel libro del profeta Isaia: “Proclamerà il diritto con fermezza, non si abbatterà finché non avrà stabilito il diritto sulla terra” (42,3-4). Nel Vangelo di Giovanni la figura del “servo sofferente” è ricordata molto spesso. Purtroppo nei primi secoli del cristianesimo il titolo di “servo” (figlio dell’uomo) viene posto in ombra per dare importanza al trionfo della resurrezione e quindi al “Figlio di Dio”.

 

Tutto lo sforzo, teologico e pastorale, dei rappresentanti della teologia della liberazione, nata e affermatasi nel Sud America, è stato indirizzato a presentare il volto umano di Cristo. Uno sforzo che spesso ha implicato il martirio con “effusione di sangue” (Rutilio Grande assassinato il 12 marzo 1977, Oscar Romero assassinato durante la Messa il 24 marzo 1980, Ignazio Ellacuria, ecc.) da parte del potere politico o la condanna da parte del potere religioso cattolico, come la “Notificatio” contro Jon Sobrino approvata da Benedetto XVI il 13 ottobre 2006. “E’ urgente recuperare, soprattutto nel Terzo Mondo, – scrive Sobrino – il rapporto Figlio-Servo, poiché sarebbe triste che in un mondo crocifisso non si usasse e non dicesse nulla il titolo di Cristo che più gli somiglia”. E ancora: “Bisogna presentarlo nella sua capacità di umanizzazione, essere voce dei senza voce contro quelli che hanno troppa voce”.

 

“Per me, – scrive Leonardo Boff – la cosa più importante che si è detta di Gesù nel Nuovo Testamento non è tanto che egli è Figlio di Dio, Messia, ma che è passato per il mondo facendo il bene, guarendo alcuni e consolando altri. Quanto mi piacerebbe che si dicesse questo di tutti e anche di me”. Cristologia è far memoria di Cristo, coinvolgendo ogni persona, senza forzarla. La memoria di Cristo è “rivoluzionaria”, per sua natura, perché è memoria di un crocifisso. “Cristo – scrive Rutilio Grande – volle significare il regno in una cena… La celebrò la vigilia del suo impegno totale… Era il memoriale… Un pasto condiviso nella fraternità, nel quale tutti abbiano il proprio posto e il proprio luogo.”

 

Papa Francesco, che conosce persone e tematiche teologiche del Sud del Mondo, appare come un fratello. Un papa povero a servizio di tutti i poveri del mondo. Un papa umano.  Finalmente.

 

Ricordando Cavour di Mario Setta

Ricordando Cavour

di Mario Setta

In questo momento di particolare attenzione alla politica in Italia,
il ricordo di personalità come Camillo Benso di Cavour e di quanti
hanno lasciato un’orma indelebile nella storia e nella cultura della nazione,
può diventare memoria e stimolo per una leale partecipazione individuale e sociale.

Il 6 giugno 1861, 157 anni fa, all’età di 51 anni, moriva Camillo Benso di Cavour. Il più grande statista dell’Unità d’Italia. Poco prima di morire aveva ricevuto dal parroco, padre Giacomo da Poirino, un francescano suo vecchio amico, il sacramento dell’estrema unzione (oggi chiamato “Unzione degli infermi”) che il sacerdote non avrebbe dovuto amministrargli perché scomunicato. Chiamandolo per confessarsi, Cavour aveva detto: “Voglio che si sappia, voglio che il buon popolo di Torino sappia ch’io muoio da buon cristiano”. Ma non sconfessò né fece ritrattazioni sulla netta separazione tra Chiesa e Stato.

Cavour, moralmente parlando, non era certamente un “santo”, anche per le sue passioni sentimentali che lo avevano legato da giovane ad Anna Giustiniani, patriota genovese, maritata, morta suicida per non poter continuare la relazione con Cavour. In seguito, nella maturità, stabilisce una relazione con Bianca Berta Sovierzy, ballerina magiara, maritata Ronzani, con la quale Cavour ha un fitto carteggio, tanto che nel 1894 ne fu posta in vendita una serie di 24 lettere, acquistate dal suo segretario, Costantino Nigna e bruciate. Era evidente che le lettere avrebbero offuscato la fama di Cavour, grande statista. Tuttavia, anche oggi, si possono leggere le lettere di Cavour a Bianca Ronzani, pubblicate dalle edizioni Archinto, con prefazione di Lucio Villari, dal titolo “Amami e credimi”:

Purtroppo, i guai per l’assoluzione dai peccati in punto di morte data a Cavour, considerato da Pio IX acerrimo nemico, fu per il povero prete una grandissima disgrazia. Chiamato subito dal papa e dal segretario di Stato per riferire sugli ultimi istanti di Cavour e per sapere se avesse ritrattato, gli fu imposto di scriverne una dettagliata relazione. Dopo averla letta, Pio IX prese i fogli e glieli riconsegnò dicendo che erano buoni solo “per avviluppare i salami” (Lorenzo Greco, “Il confessore di Cavour”).

Convocato dal Sant’Uffizio, il tribunale dell’Inquisizione, il prete fu punito con la “sospensione a divinis”. Era la vendetta, per interposta persona, nei confronti del grande statista, artefice dell’Unità d’Italia che pochi mesi prima, il 27 marzo 1861, dieci giorni dopo la proclamazione dell’Unità, nel discorso programmatico aveva detto:

“Noi riteniamo che l’indipendenza del Pontefice, la sua dignità e l’indipendenza della Chiesa possano tutelarsi mercé la proclamazione del principio di libertà applicato lealmente, largamente, ai rapporti della società civile colla religiosa. Quando questa libertà della Chiesa sia stabilita, l’indipendenza del papato sarà su terreno ben più solido che non lo sia al presente. Né solo la sua indipendenza verrà meglio assicurata ma la sua autorità diverrà più efficace, poiché non sarà più vincolata dai molteplici Concordati, da tutti quei patti che erano e sono una necessità finché il Pontefice riunisce nelle sue mani, oltre alla potestà spirituale, l’autorità temporale.”

Cavour aveva previsto che la Libertà sarebbe stata la migliore arma di difesa della Chiesa. Non fu ascoltato. Come non fu ascoltato quando parlò di Libertà per risolvere i problemi del Sud Italia: “Io governerò i meridionali con la libertà e mostrerò ciò che possono fare di quel bel paese dieci anni di libertà. In venti anni saranno le province più ricche d’Italia. No, niente stato d’assedio: ve lo raccomando”, racconta Giordano Bruno Guerri, in “Il sangue del Sud”.

Dopo 157 anni le parole di Cavour restano sulla carta. Da allora, sulla scena politica italiana, statisti capaci di realizzarle, non se ne sono visti! “Non è facile amare Cavour. Aristocratico, cosmopolita… una delle intelligenze più vive del tempo; morto più povero di quando era entrato in politica, primo ministro senza stipendio e con un appartamento di rappresentanza che non usava, preferendo invitare gli ospiti per pranzo a proprie spese… La sua figura è troppo complessa, paradossalmente troppo moderna per essere sentita vicina dall’Italia di oggi”, cosi scrive Aldo Cazzullo, nel libro “Viva l’Italia”.

Il “MISERERE” del Venerdì Santo – Mario Setta

Il “MISERERE” del Venerdì Santo


di Mario Setta – Venerdì Santo, in Abruzzo e nelle regioni del Sud Italia, è la processione del Cristo morto. In ogni paese, in ogni frazione, tra luminarie e canti, passano le statue di Cristo e di Maria. E si canta, quasi dappertutto, il Miserere, parola latina che significa: “Perdonami, abbi pietà”.
Un salmo, che fa parte del libro dei Salmi dell’Antico Testamento. È il numero 50. Ne è autore il re Davide, che implora perdono a Dio, per aver commesso una colpa gravissima. Si era, infatti, invaghito di una donna, Betsabea, moglie di Uria, hittita. L’aveva messa incinta, ma aveva cercato di sfuggire alle sue responsabilità, architettando l’artificio di far tornare dalla guerra il marito, perché giacesse con la moglie, addossandogli la responsabilità della gravidanza. Ma Uria, tornato, non entrerà in casa, nemmeno dopo che Davide ha disposto di farlo ubriacare. Non giacerà con Betsabea, col pensiero rivolto ai suoi commilitoni in battaglia. Di fronte al fallimento dello stratagemma, il re Davide ordina a Ioab, il comandante, di porre Uria in prima fila, nel combattimento. E mentre Uria muore sul campo di battaglia, Ioab manda un messaggero a Davide per dargli la notizia: “Anche il tuo servo Uria l’Hittita è morto”. Così Davide ha campo libero di prendersi in casa Betsabea.

Ma… un profeta, Nathan, lo affronta e lo accusa dell’azione criminosa, ricorrendo ad un apologo: “Vi erano due uomini nella stessa città, uno ricco e l’altro povero… Il ricco aveva tutto, il povero aveva solo una pecorella piccina che egli aveva comprato e allevato…. Il ricco portò via la pecora del povero e lo mandò a morire”. Quando Davide, pieno di rabbia, chiede chi fosse quel ricco, Nathan risponde: “Tu sei quell’uomo! Tu hai colpito di spada Uria l’Hittita, hai preso in moglie la moglie sua e lo hai ucciso con la spada degli Ammoniti”. E Davide risponde a Nathan: “Ho peccato contro il Signore!” Quel rimprovero e quello smascheramento inducono Davide a pentirsi e a scrivere il Miserere. Il bambino che la moglie di Uria aveva partorito si ammala e muore. Davide si unisce di nuovo con Betsabea e nasce Salomone. Una storia raccontata nella Bibbia, Antico Testamento, Secondo libro di Samuele, capitoli 11 e 12.

Se l’uomo è la storia, e se la storia è maestra di vita, questo episodio dovrebbe indurre a riflettere, a rendere conto davanti alla propria coscienza e davanti agli altri dei nostri comportamenti. Davide lo fece. Lo potrebbe fare, oggi, qualche altro “ricco” e “potente”? La cronaca, in questi ultimi giorni, a livello mondiale, diffonde il grido delle numerose donne violentate e stuprate da personaggi ricchi e potenti, evidenziando come la lezione di Nathan a Davide è stata e resta ignorata. Sembra che si sia aperto il vaso di Pandora delle violenze sessuali e dell’abuso di potere, con il caso di Harvey Weinstein e dei tanti registi cinematografici, accusati di molestie e stupri. Una vicenda brutale e disumana che non riesce a trovare una soluzione equa e dignitosa. Ma, lo dovrebbe comunque, in nome di una autentica dignità della persona umana. Purtroppo, l’idea del “Miserere”, del pentimento per le colpe commesse, resta un’idea. Non una prassi.

I riti religiosi, con i sentimenti di pace e di serenità che producono, dovrebbero promuovere uno spirito di conversione (metànoia) e avere funzione di promozione umana. Si racconta che il grande scrittore francese Paul Claudel, entrando nella cattedrale di Nȏtre Dame a Parigi, ascoltasse il canto del Magnificat, restandone turbato, interiormente sconvolto. Il grande sociologo della religione Emile Durkheim, nel libro “Le forme elementari della vita religiosa”, sostiene che i riti fanno unire la collettività, e spesso le normali regole vengono infrante, rafforzando il legame di solidarietà. I riti collegano il presente al passato, il singolo alla collettività. Un rito è efficace quando produce stati mentali collettivi derivanti dal fatto che un gruppo è coeso al suo interno e periodicamente si riafferma. Non esiste società che non voglia ogni tanto rinsaldare i sentimenti collettivi e rivisitarli in certi periodi.

Annabella Rossi, antropologa, nel famoso libro “Le feste dei poveri” cerca di raccontare, di fotografare il comportamento dei fedeli, più che analizzarli. Ma è solo attraverso l’analisi e la discussione che la festa assume valore formativo. In questo caso, la processione del Venerdì Santo diventa momento di aggregazione, elemento emotivo che accomuna cittadini di diverse concezioni socio-politiche e perfino religiose, per ritrovare il senso comune dell’essere uomini.

Ma è anche l’istituzione che è tenuta al “mea culpa”, per scarsa o nulla evangelizzazione. La Chiesa di oggi, con l’aria di rinnovamento che si respira, può guardare con speranza alle tradizioni del passato, traendone ispirazione, rinnovandole interiormente e proiettandole verso un futuro in grado di affermare i valori più autentici della persona umana. Dal rito tradizionale si può e si dovrebbe passare ad una visione al futuro del messaggio e del contenuto rituale. Una riflessione ed una predicazione che diventano annuncio (kerigma) e testimonianza di vita in grado di coinvolgere le coscienze verso la trascendenza.

Il Miserere di Saverio Selecchy a Chieti, nella più antica processione del Venerdì Santo d’Abruzzo.

8 MARZO MARIA DI MARZIO, LA DONNA CHE SFIDÒ LA FUCILAZIONE di Maria Rosaria La Morgia e Mario Setta

8 MARZO
MARIA DI MARZIO, LA DONNA CHE SFIDÒ LA FUCILAZIONE

di Maria Rosaria La Morgia e Mario Setta

SULMONA – Abruzzese, nata a Campo di Giove il 6 dicembre 1906, era una donna di paese, una di quelle donne del passato, che dovevano lavorare come gli uomini per “mandare avanti la casa”, perché i mariti stavano in guerra. Il marito di Maria, Matteo Di Marzio, era stato infatti richiamato. Avevano 4 figli, un maschio e tre femmine. Maria doveva lavorare la campagna, pascolare le pecore, eseguire le incombenze domestiche. Nell’autunno del 1943 incontra i prigionieri fuggiaschi.

«Venivano dalla montagna e arrivavano alla mia casa, – racconta – perché si trovava fuori dal paese, in cima al colle. Una volta vennero in sette. Dovetti trovare sette vestiti e dar da mangiare a sette bocche affamate. Li feci sistemare nella soffitta, dove c’era una terrazzina da cui potevano affacciarsi. Gli zaini che portavano li abbiamo nascosti sotto terra. Al mattino portavo loro il latte e si facevano la zuppetta. Stettero a casa quaranta giorni. Eravamo, a volte, una ventina a mangiare, perché arrivarono anche altre persone, che però volevano essere servite e riverite. Mi dicevano di mandar via i prigionieri, ma io rispondevo: “questi non li posso proprio cacciare”. Fu così che una di queste persone va a Sulmona e fa la spia. Il podestà, don Ciccio Puglielli, mi fa dire di allontanare i prigionieri. Mio figlio però li accompagna in una capanna, vicino a Fonte Romana e portavamo loro da mangiare. Arrivano i tedeschi e mi chiedono dove sono i prigionieri. Io rispondo che non so niente. Mi danno tre giorni di tempo per consegnarli. Vengono di nuovo e questa volta mi puntano in petto il fucile dicendomi di parlare e di dire dove sono i prigionieri. Mi dicono che bruceranno la casa e che mi ammazzeranno. Mentre mi tengono ancora il fucile puntato sul petto, rispondo: “ammazzatemi pure, ma io non ho visto nessuno”. La gente che stava vicino si era impaurita. Ma io continuavo a dire di non conoscere nessun prigioniero. Alla fine i tedeschi non spararono e mi lasciarono, andandosene via. Noi allora fummo costretti a sfollare e andammo alla “difesa”, una zona poco distante da Campo di Giove, dove restammo per tutta l’invernata. Feci poi un augurio a quei prigionieri: che tornassero a casa sani e salvi. Finita la guerra mi hanno dato un premio di quattromila lire. Non so se fosse quella la somma che mi spettava. D’altra parte io non so molte cose. I’ sacce fa’ sole la firme pe’ jì ‘ngalere (io so fare solo la firma per andare in galera)».

Maria Di Marzio ha ricevuto un attestato di benemerenza “perché fiera figlia della generosa terra d’Abruzzo durante l’occupazione nazista 1943-1944 con rischio della incolumità personale aiutò, incoraggiò e difese dal tedesco invasore sette ufficiali alleati evasi dal campo di concentramento di Fonte D’Amore”. Le è stata inoltre conferita la Médaille de la Reconnaissance Française, perché gran parte dei prigionieri salvati erano di nazionalità francese. Alcuni prigionieri sono tornati a rivederla.

(Terra di Libertà, a cura di Maria Rosaria La Morgia e Mario Setta)

FEBBRAIO, IL MESE DEI CONCORDATI TRA CHIESA E STATO di Mario Setta

FEBBRAIO, IL MESE DEI CONCORDATI TRA CHIESA E STATO

di Mario Setta *


Il problema del rapporto Chiesa/Stato in Italia è più che secolare. È bimillenario. Ma dal Risorgimento ad oggi il rapporto è rimasto sul piano politico, mai su quello strettamente religioso, fondato sul principio: “Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio” (Mt. 22,21). Antonio Rosmini, dopo l’elezione a pontefice di Pio IX (1846), che aveva portato aria di rinnovamento nella chiesa, si sentì incoraggiato a pubblicare l’opera “Delle cinque piaghe della Santa Chiesa”, in cui auspicava la fine del potere temporale e un ritorno alla Chiesa primitiva. Nella conclusione, Rosmini scriveva: «Quest’opera, incominciata nell’anno 1832, dormiva nello studiolo dell’autore affatto dimentica, non parendo i tempi a pubblicar quello ch’egli aveva scritto più per alleviamento dell’animo suo afflitto dal grave stato in cui vedeva la Chiesa di Dio, che non per altra ragione. Ma ora (1846) che il Capo invisibile della Chiesa collocò sulla Sedia di Pietro un Pontefice che par destinato a rinnovar l’età nostra …» ritiene opportuno di pubblicare il libro.

Ma l’ottimismo di Rosmini durò poco. Il suo libro fu proibito e messo all’Indice. Quando arrivò l’Unità d’Italia (1861), nel discorso che subito dopo tenne Cavour nel nuovo Parlamento sembrava echeggiassero le parole di Rosmini. E, pur non essendo un cattolico praticante, Cavour riconosceva la grande missione della Chiesa: «Noi riteniamo che l’indipendenza del Pontefice, la sua dignità e l’indipendenza della Chiesa possano tutelarsi mercé la proclamazione del principio di libertà applicato lealmente, largamente, ai rapporti della società civile colla religiosa. Quando questa libertà della Chiesa sia stabilita, l’indipendenza del papato sarà su terreno ben più solido che non lo sia al presente. Né solo la sua indipendenza verrà meglio assicurata ma la sua autorità diverrà più efficace, poiché non sarà più vincolata dai molteplici Concordati, da tutti quei patti che erano e sono una necessità finché il Pontefice riunisce nelle sue mani, oltre alla potestà spirituale, l’autorità temporale».

La chiesa non accettò i suggerimenti di Rosmini, di Cavour e di altre personalità che le chiedevano di fare un passo indietro sul piano politico, ma ne auspicavano e favorivano l’azione sul piano religioso e morale. Dopo l’unità, il distacco tra Chiesa e Stato ebbe momenti di grande tensione: la breccia di Porta Pia (1870), la legge delle Guarentigie, il “Non expedit”. Con l’avvento del fascismo, Mussolini, pur non essendo credente si era proposto di fare del Cattolicesimo un perno del regime, tanto che la firma dei Patti Lateranensi, l’11 febbraio 1929, fu considerata non solo e non tanto la fine del conflitto tra Chiesa e Stato, quanto un grande successo del Partito Nazionale Fascista.

Con la Conciliazione, pur ridotta in un modesto territorio, la Chiesa conservava la sua sovranità, confrontandosi con lo Stato italiano da sovrano a sovrano. L’idea di separazione proposta da Rosmini e da Cavour fu completamente abbandonata: regime fascista e chiesa cattolica convivevano, aiutandosi reciprocamente. La chiesa concedeva “investitura” e il regime ne beneficiava creando un modo di vivere, di sentire, di operare di stampo “fascista”. Dalle lotte delle investiture erano passati secoli, ma la direttrice politico-religiosa era rimasta invariata. Arturo Carlo Jemolo, uno dei maggiori esperti del problema, ha scritto: «Con ciò si andava oltre al precetto del “Date a Cesare”, oltre al rispetto ed alla collaborazione al governo legittimo: con ciò si consacrava non il governo, ma la mentalità e il modo di vivere fascista».

IL CARDINALE AGOSTINO CASAROLI CON BETTINO CRAXI ALLA FIRMA DELL’ ACCORDO DI REVISIONE DEL CONCORDATO D’ ITALIA (Umberto Roazzi / Giacominofoto, ROMA – 1984-02-18) p.s. la foto e’ utilizzabile nel rispetto del contesto in cui e’ stata scattata, e senza intento diffamatorio del decoro delle persone rappresentate


Il 18 febbraio 1984 viene firmato il nuovo Concordato tra Chiesa e Stato. Con la revisione sotto il governo Craxi, migliorano alcune situazioni, ma la linea direttrice resta immutata. Michele Ainis, docente di Istituzioni di diritto pubblico, nel volume “Chiesa padrona”, scrive: «Il vecchio Concordato ospitava una quantità di norme che contrastavano in modo sfacciato con i princìpi stabiliti dalla legge fondamentale. Una su tutte: l’art. 5, circa il divieto di assumere negli uffici pubblici sacerdoti apostati o irretiti da censura; una disposizione che a suo tempo un giurista cattolico come Mortati definì “mostruosa”. Poi, certo, l’Accordo del 1984 ha superato le norme più odiose e anacronistiche; ma anch’esso presta il fianco a varie critiche di compatibilità costituzionali».

C’è un lungo elenco di fatti, con i quali lo Stato privilegia la Chiesa cattolica e che sarebbero incompatibili con la Carta Costituzionale:
-il riconoscimento degli effetti civili al matrimonio religioso;
-gli effetti civili delle pronunzie dei tribunali ecclesiastici (Sacra Romana Rota) mediante la procedura dell’annullamento;
-l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole, con la nomina dei docenti da parte degli Ordinari Diocesani;
-l’8 per mille, il meccanismo col quale si è sostituita la vecchia “congrua”, per cui «a ogni livello, nazionale e locale, i cittadini sono “costretti”, volenti o nolenti, consapevoli o meno, a contribuire pecuniariamente» (Curzio Maltese, La questua)

Ma Craxi sembrava non voler lasciare chiusa la partita risorgimentale della libera Chiesa in libero Stato, tanto che in un discorso del 20 marzo 1985, per la ratifica degli accordi, auspicava “il superamento della dimensione concordataria”, precisando che la riforma attuata dal suo governo doveva considerarsi come “revisione-processo”. Sabino Cassese ha scritto che “ogni costruzione statale è frutto del tempo, avviene a pezzi e bocconi… i cambiamenti non avvengono, solitamente, per rivoluzioni, ma per evoluzione” e Paul Ginsborg, nel libro “Salviamo l’Italia” (2010), rileva come il primo grande pericolo da cui l’Italia moderna deve essere salvata è una Chiesa troppo forte in uno Stato troppo debole.

Perfino Joseph Ratzinger, prima di essere eletto papa Benedetto XVI, aveva esposto qualche riflessione critica sul comportamento della Chiesa: «Purtroppo nella storia è sempre capitato che la Chiesa non sia stata capace di allontanarsi da sola dai beni materiali, ma che questi le siano stati tolti da altri; e ciò, alla fine, è stato per lei la salvezza» (Il sale della terra). In questi anni, nulla è cambiato. Siamo ancora a quel dilemma: aut Caesar aut Christus. La Chiesa non ha mai ceduto liberamente nessun potere. Ha cercato di mantenerlo a qualsiasi costo. Solo uno Stato veramente “laico”, nel senso etimologico di “popolare” (non populista), cioè di tutti, perché aperto e tollerante, potrebbe aiutarla a recuperare le sue origini e a liberarsi dalle catene che la imprigionano. Il sistema concordatario è stato e continua ad essere una catena che ne vincola la libertà, la riduce a “serva” dello Stato. Andare oltre il Concordato non sarebbe una pretesa laicista, ma una esigenza evangelica.

*storico

AD AUSCHWITZ OGGI E IERI di Mario Setta

AD AUSCHWITZ OGGI E IERI
di Mario Setta

Ad Auschwitz, oggi, c’è gente. Tanta gente. Per ricordare. Allora, per morire.
“Non si riesce a credere nell’incredibile. Non è possibile che l’irreale diventi realtà” dice nel manoscritto, ritrovato su questo terreno, l’ebreo Zalmen Gradwoski.
Ad Auschwitz non si va in visita come ad un museo. Si va a condividere la tragica sorte di quei milioni di innocenti dei quali si calpestano ancora le ceneri. Annientati con le tecniche più impensabili, con le morti più atroci. Un gusto (!), talmente barbaro e disumano, da non poter nemmeno credere che si sia trattato di comportamenti tra esseri umani.

“Perché Signore hai taciuto? Perché hai potuto tollerare tutto questo?” ha gridato qui
Benedetto XVI. Ma la domanda andrebbe rivolta all’Uomo. Perché ad Auschwitz non sono morti ebrei, cattolici (p. Kolbe), zingari, testimoni di Geova, ecc. Sono morti gli uomini. Semplicemente e totalmente uomini. Non pochi, ma milioni. E i carnefici non hanno ucciso solo dei poveri sventurati. Hanno ucciso, anche e soprattutto, se stessi. Una guerra tra morti. Come tutte le guerre.

Qui è la tomba dell’umanità. Una tomba che attende la voce di Cristo: “Uomo, vieni fuori!”,
come disse, piangendo, sulla tomba dell’amico Lazzaro. Il grido della “resurrezione” dai morti
dell’intera umanità. Perché, perfino in questa “residenza della morte”, c’è stato chi ha lottato
per la vita. Eccezioni. Ma ci sono state. Basta ricordare Witold Pilecki, fattosi volontariamente
arrestare dalla Gestapo per raccontare al mondo gli orrori di Auschwitz.
Ne ha pubblicato una interessante e accurata biografia, col titolo “Il volontario” (Laterza 2010), Marco Patricelli, storico e giornalista abruzzese. Ci sono anche i cosiddetti “negazionisti”, che affermano come il genocidio non sia mai esistito e che la “soluzione finale” (endlösung) sia solo un “flatus vocis”. Ma il negazionismo non è una questione storiografica. Sembra piuttosto una questione patologica: una cecità.

Rudolf Höss, comandante del KL (/KonzentrationLager) di Auschwitz, Oberstumbannführer delle SS, ha lasciato questa descrizione agghiacciante, sconvolgente, terrificante:
« Lo sterminio ad Auschwitz avveniva nel modo seguente: gli ebrei destinati alla morte, uomini e donne separatamente, venivano condotti con la maggior calma possibile ai crematori. Negli spogliatoi i prigionieri del Sonderkommando li inducevano a spogliarsi, dicendo che li avevano portati lì per il bagno e la disinfestazione… Dopo la svestizione, gli ebrei entravano nelle camere a gas, provviste di docce e di lavandini per dare meglio l’impressione di stanze da bagno… Quindi si chiudevano rapidamente le porte e il gas veniva immediatamente fatto uscire dagli appositi serbatoi e immesso, attraverso fori praticati nel soffitto, in un pozzo d’aerazione che li faceva arrivare fino al pavimento. Questo assicurava l’immediato diffondersi del gas. Attraverso gli spioncini praticati nelle porte si poteva osservare come le persone più vicine al pozzo d’aerazione cadessero morte all’istante. Si può dire che un terzo circa moriva subito. Gli altri cominciavano ad agitarsi, a urlare, a lottare in cerca di aria, ma ben presto le grida si trasformavano in rantoli, e dopo pochi minuti tutti giacevano a terra. Non passavano venti minuti, e già più nessuno si muoveva. […] A questo punto gli uomini del Sonderkommando estraevano ai cadaveri i denti d’oro, e tagliavano i capelli alle donne. Poi i cadaveri venivano portati col montacarichi ai forni che intanto erano stati accesi. »

La solidarietà abruzzese verso gli Ebrei di Mario Setta

27 gennaio – Giornata della Memoria
La solidarietà abruzzese verso gli Ebrei
di Mario Setta

Sono trascorsi 73 anni da quel 27 gennaio 1945, quando furono aperti i cancelli del lager di Auschwitz. In quel giorno è stata aperta la porta dell’inferno e l’umanità ha conosciuto il suo aspetto bestiale: lo sterminio (Shoah). Una delle pagine più nere della storia, provocato da un’ideologia assurda, pazzesca: l’antisemitismo. Hitler lo aveva scritto nel libro, Mein Kampf (1925) e Mussolini lo aveva codificato nel Manifesto del razzismo italiano (14 luglio 1938), dichiarando, tra i dieci punti : “Esiste una pura razza italiana; è tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti; gli ebrei non appartengono alla razza italiana”. E subito dopo la pubblicazione del “manifesto”, arrivarono le leggi contro gli ebrei. Il fascismo si allineava al nazismo.
Furono creati campi di internamento per ebrei italiani e stranieri. E molti di questi campi erano in Abruzzo: Chieti, Casoli, Città S. Angelo, Civitella del Tronto, Corropoli, Isola del Gran Sasso, Lama dei Peligni, Lanciano, Nereto, Notaresco, Tollo, Tortoreto, Tossicia. (cfr. Carlo Spartaco Capogreco, I campi del duce. L’internamento civile nell’Italia fascista 1940-1943, Einaudi, Torino 2004). C’è una testimonianza poco conosciuta, ma sconvolgente, il diario di Maria Eisenstein, dal titolo L’internata numero 6, sulla sua permanenza nel campo di Lanciano. Una pagina di vita reale, che sembra l’Incipit del romanzo “Il Processo” di Kafka: «La mattina del 17 giugno 1940, sette giorni dopo l’entrata in guerra dell’Italia e sei giorni dopo aver ricevuto la notizia della morte di mio padre in Polonia, alle sette e minuti, un ometto in borghese, mal vestito, si presentò a casa mia…».
E’ vero, però, che molti ebrei trovarono ospitalità e complicità da parte di molte famiglie abruzzesi, che li accolsero e li sfamarono. Ne sono testimonianza le memorie dei confinati e dei fuggiaschi, nascosti in Abruzzo: da Ginzburg a Finzi-Contini, da Fleischmann a Pirani, dalla famiglia Modiano ai Fuà, fino a Beniamino Sadun, che, con la madre, si nascose a Scanno, in compagnia dell’amico Carlo Azeglio Ciampi (cfr. “Il Sentiero della Libertà. Un libro della memoria con Carlo Azeglio Ciampi”, Laterza 2003). Durante l’intervista, durata un intero pomeriggio, gentilmente concessami nella sua abitazione a Roma, Beniamino Sadun, ingegnere ultraottantenne, al ricordo dell’accoglienza ricevuta a Scanno e nei paesi della Valle del Sagittario, non faceva altro che parlare e piangere.
A Pizzoli era stato confinato Leone Ginzburg, che morirà nel carcere di Regina Coeli, il 5 febbraio 1944. All’età di 35 anni. La moglie, Natalia Ginzburg, nel romanzo autobiografico Lessico famigliare ha scritto: “Avremmo lasciato l’Abruzzo con dispiacere, come l’avevano lasciato con dispiacere Miranda e Alberto… Partii dal paese il primo di novembre… Mi venne in aiuto la gente del paese. Si concertarono e mi aiutarono tutti.”
A Navelli, si trovava la famiglia Fleischmann, con altri ebrei. Uno dei componenti, allora ragazzo, ha raccontato la storia in un libro autobiografico dal titolo Un ragazzo ebreo nelle retrovie (1999), scrivendo: “I contadini qui sono meravigliosi. Sebbene nessuno abbia detto nulla, cominciano a portare forme di formaggio o pezzi di pane o uova, e presentano tutto con un fare imbarazzato, come se si vergognassero”.
Giovanni Finzi-Contini, componente della famiglia ebrea resa celebre dal romanzo di Bassani e dal film di Vittorio De Sica, Il giardino dei Finzi-Contini, è spesso tornato a scrivere dei suoi rapporti con Atessa, la cittadina abruzzese che aiutò la sua famiglia. Nel libro Cara cugina” (2002), scrive: “Temo di amare questa terra… avverto una sorta di corrispondenza biologica, oserei dire animale, tra la mia carne e le forme di questo paese sperduto: quasi che il vento gelido che a sera scende dalla lontana Maiella abbia per me ormai un significato personale e individuale troppo radicato e profondo: un legame come tra madre e figlio…” . Alla solidarietà dimostrata dalla gente, Finzi-Contini dà una sua risposta: “…un simile comportamento non può non derivare da consuetudini remote, da una sapiente tolleranza e da un superiore rispetto per l’uomo ormai connaturali a queste popolazioni…”.
Ma, il caso più emblematico è quello del giovane ebreo diciassettenne di Sulmona, Oscar Fuà. Era stato nascosto, con tutta la famiglia, nelle case di amici sulmonesi. Si verificava a Sulmona ciò che avveniva ad Amsterdam, dove in un edificio di via Prinsengracht 263, viveva nella clandestinità la famiglia Frank. Il celeberrimo “Diario” di Anna Frank descrive l’isolamento e la paura di essere scoperti. Ma a differenza dei Frank che furono traditi e deportati nel lager di Bergen Belsen dove morirono, la famiglia Fuà non venne denunciata né scoperta. Anzi, con l’arrivo a Sulmona dei patrioti della Brigata Maiella, Oscar Fuà vi si arruola con l’obiettivo di contribuire alla liberazione d’Italia. Dopo pochi mesi, il 4 dicembre 1944, viene ucciso in battaglia a Brisighella, in provincia di Ravenna. Qualche tempo prima, passando da Recanati, aveva acquistato una cartolina del paese con alcuni versi di Leopardi, indirizzandola alla sorella Giuseppina. Non era riuscito a spedirla. Gliela trovarono in tasca. Ai familiari furono riconsegnati: la cartolina non spedita, un portafoglio, un pezzo di stoffa dei pantaloni.
(Cfr. “Terra di libertà, storie di uomini e donne nell’Abruzzo della seconda guerra mondiale” a cura di Maria Rosaria La Morgia e Mario Setta)