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27 FEBBRAIO 2019 FESTA DI SAN GABRIELE, IN ITALIA E NEL MONDO

Mercoledì 27 febbraio numerosi pellegrini affolleranno il santuario in occasione della festa di San Gabriele dell’Addolorata.La chiesa universale in questo giorno ricorda la morte del giovane santo, avvenuta nel convento di Isola del Gran Sasso (Teramo) all’alba del 27 febbraio 1862. Pellegrinaggi organizzati arriveranno in particolare da Abruzzo, Molise, Puglia.
La giornata, che avrà solo carattere religioso, inizierà alle 6.30 del mattino con la celebrazione del transito di San Gabriele.
Alle ore 11 la solenne celebrazione eucaristica sarà presieduta da monsignor Lorenzo Leuzzi, vescovo di Teramo-Atri. Nel pomeriggio la messa delle ore 17 sarà animata dalle parrocchie della forania di Isola del Gran Sasso. In occasione della festa del santo sarà presente al santuario l’emittente nazionale Tv2000 per un servizio sul santo dei giovani che sarà trasmesso il 27 febbraio alle ore 9, nel corso del programma “Bel tempo si spera”.

La festa liturgica di San Gabriele segna, come ogni anno, l’inizio dei grandi pellegrinaggi al santuario, uno più frequentati in Europa, con circa 2 milioni di presenze annue.La devozione al santo dei giovani non conosce confini. Sono centinaia nel mondo le chiese a lui dedicate. Feste in onore di San Gabriele si celebrano ogni anno in molte parrocchie italiane e in varie nazioni, soprattutto in quelle dove è più forte la presenza di emigrati abruzzesi (in Australia, Canada, Usa, Venezuela, Cile, Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay, Panama, Belgio). Feste in onore del santo vengono celebrate anche nelle nazioni dove sono presenti i passionisti, in particolare in Spagna, Portogallo, Polonia, Indonesia, Corea del Sud, Giappone, Filippine, Vietnam.In Italia San Gabriele dell’Addolorata conta 22 chiese parrocchiali a lui intitolate, di cui 8 in Abruzzo. Ci sono inoltre numerose cappelline, edicole dedicate al santo, sparse in varie regioni italiane. 

** Il 27 febbraio al santuario, come in altre parrocchie italiane, saranno soprattutto i giovani a onorare il santo protettore. Altri giovani festeggeranno il loro santo ai primi di marzo. Infatti, migliaia di studenti delle scuole superiori abruzzesi e marchigiane si raduneranno al santuario lunedì 11 marzo per la festa dei 100 giorni agli esami di maturità. 

LA MADONNA D’APPARI E…DINTORNI TRA STORIA E POESIA di Giuseppe Lalli

LA MADONNA D’APPARI E…DINTORNI TRA STORIA E POESIA

di Giuseppe Lalli


PAGANICA (L’Aquila) – La piccola chiesa della Madonna d’Appari, a Paganica, abbarbicata com’è sulla roccia, e l’arco che la sovrasta, me li sono sempre raffigurati, con gli occhi della mente, come la porta d’ingresso di un piccolo mondo, un angolo di paradiso terrestre nel quale volentieri indugiava la mia fantasia di ragazzo. Sarà per questo che quando l’autobus che ci riportava al nostro villaggio, Assergi, attraversava il breve tunnel scavato nella roccia adiacente al santuario, ci facevamo il segno della croce…

Paganica, poi, l’ho sempre pensata per quello che è: una piccola capitale. Ha sempre assolto, nell’immaginario degli abitanti di Assergi e di Camarda, villaggi situati più a nord, al ruolo di capoluogo della ridente valle del Raiale, contrada ai piedi del massiccio del Gran Sasso tra le più suggestive d’Abruzzo, luogo pieno di magia, come ebbe a definirlo il poeta assergese Silvio Lalli, che della sua valle era letteralmente innamorato.

A lungo sede di “mandamento” (vecchia divisione amministrativa tra il Comune e il Circondario), Paganica ha conosciuto in epoca moderna momenti di vera passione civile. Accadde nel 1799, al tempo della rivolta antinapoleonica, e negli anni ’40 dell’Ottocento, quando una parte della popolazione fu coinvolta nei moti risorgimentali. Episodi, questi, che interrompevano nelle nostre contrade un isolamento ancestrale, e sembravano ricollegare, per un momento, le piccole patrie ai destini di una patria più grande. A Paganica sono nati, in uno stesso palazzo del quartiere di Pietralata, a poche centinaia di metri dalla piccola chiesetta di cui parliamo, due protagonisti di primo piano della cultura del Novecento: lo storico Gioacchino Volpe e il giornalista, scrittore e critico teatrale Edoardo Scarfoglio.

Tornando a parlare della Madonna d’Appari, piccolo restaurato gioiello incastonato in un angolo naturale di rara bellezza, c’è da dire che in essa il martedì successivo alla Pasqua si celebra la messa e la successiva processione, nell’ambito della festa della Madonna, che la voce popolare vuole essere apparsa in età medievale in quel luogo ad una pastorella, Maddalena Chiaravalle (da qui l’espressione “Madonna d’Appari“) I nostri genitori e nonni di Assergi e di Camarda usavano andare a piedi in pellegrinaggio alla chiesetta per assistere alla messa e partecipare alla processione. Partivano al mattino, di buonora, portando, avvolti in una “sparra”, un pezzo di pizza pasquale avanzata dai giorni precedenti e del salame fatto in casa.


Ad Assergi c’era poi, fino al primo decennio del secolo scorso, un’originale e toccante tradizione, detta delle “verginelle”. Un’anziana signora, detta la “crollara” (cioè la fabbricante di corolle di paglia, oggetti utilizzati dalle donne di casa per poggiare sulla testa la conca piena dell’acqua attinta alla fontana pubblica) radunava un gruppo di bambine – le “verginelle” – e le incaricava di andare a pregare alla chiesa della Madonna d’Appari per una persona malata, nella convinzione, radicata nella fede cristiana, che le richieste dei piccoli trovassero più facile udienza presso il trono di Dio. Al ritorno dalla pia ambasciata, la persona che aveva commissionato il piccolo pellegrinaggio invitava a casa sua le adolescenti, e offriva loro una sostanziosa merenda.

Echi lontani di un mondo che la mia generazione ha appena sfiorato, voci di un secolo che ci appare innocente, dove le feste liturgiche scandivano la vita delle persone e le devozioni sacralizzavano la dura fatica dei campi. Ho spesso pensato che da queste e simili tradizioni le generazioni che ci hanno preceduto traevano i tesori del passato e i presentimenti dell’avvenire. Nato e crescuito all’ombra del ruscello che lambisce e quasi accarezza la suggestiva chiesetta, ogni volta che mi si offre l’occasione di passeggiare nei suoi pressi, ho la sensazione di accompagnarmi ad una voce amica, quella allegra e rassicurante dell’acqua del Raiale. L’ultima volta ho creduto di afferrare, per poterle fissare nella carta, parole e suoni che scorrevano tra le pietre, insieme all’acqua, per andare… chissà dove.

Cara chiesetta
un tempo solitaria,
luogo di bellezza rara,
gemma opalescente
di luce tenue,
incastonata tra
la bianca roccia
e l’acqua chiara
e fresca del Raiale,
piccolo angolo
d’incanto,
verde come
il manto
che scorre
insieme al fiume,
dove le acque
mormorano e
natura e poesia
si rincorrono ;
amica da sempre
dei miei pensieri,
a te sempre corre
il mio cuore di
ragazzo coi
suoi desideri,
a te ricorre
la mia mente
di adulto coi
suoi sospiri,
alla tua vista
riposa la mia
anima di uomo,
che aspira
alla speranza,
e all’eterna gioia
mira…

Il “MISERERE” del Venerdì Santo – Mario Setta

Il “MISERERE” del Venerdì Santo


di Mario Setta – Venerdì Santo, in Abruzzo e nelle regioni del Sud Italia, è la processione del Cristo morto. In ogni paese, in ogni frazione, tra luminarie e canti, passano le statue di Cristo e di Maria. E si canta, quasi dappertutto, il Miserere, parola latina che significa: “Perdonami, abbi pietà”.
Un salmo, che fa parte del libro dei Salmi dell’Antico Testamento. È il numero 50. Ne è autore il re Davide, che implora perdono a Dio, per aver commesso una colpa gravissima. Si era, infatti, invaghito di una donna, Betsabea, moglie di Uria, hittita. L’aveva messa incinta, ma aveva cercato di sfuggire alle sue responsabilità, architettando l’artificio di far tornare dalla guerra il marito, perché giacesse con la moglie, addossandogli la responsabilità della gravidanza. Ma Uria, tornato, non entrerà in casa, nemmeno dopo che Davide ha disposto di farlo ubriacare. Non giacerà con Betsabea, col pensiero rivolto ai suoi commilitoni in battaglia. Di fronte al fallimento dello stratagemma, il re Davide ordina a Ioab, il comandante, di porre Uria in prima fila, nel combattimento. E mentre Uria muore sul campo di battaglia, Ioab manda un messaggero a Davide per dargli la notizia: “Anche il tuo servo Uria l’Hittita è morto”. Così Davide ha campo libero di prendersi in casa Betsabea.

Ma… un profeta, Nathan, lo affronta e lo accusa dell’azione criminosa, ricorrendo ad un apologo: “Vi erano due uomini nella stessa città, uno ricco e l’altro povero… Il ricco aveva tutto, il povero aveva solo una pecorella piccina che egli aveva comprato e allevato…. Il ricco portò via la pecora del povero e lo mandò a morire”. Quando Davide, pieno di rabbia, chiede chi fosse quel ricco, Nathan risponde: “Tu sei quell’uomo! Tu hai colpito di spada Uria l’Hittita, hai preso in moglie la moglie sua e lo hai ucciso con la spada degli Ammoniti”. E Davide risponde a Nathan: “Ho peccato contro il Signore!” Quel rimprovero e quello smascheramento inducono Davide a pentirsi e a scrivere il Miserere. Il bambino che la moglie di Uria aveva partorito si ammala e muore. Davide si unisce di nuovo con Betsabea e nasce Salomone. Una storia raccontata nella Bibbia, Antico Testamento, Secondo libro di Samuele, capitoli 11 e 12.

Se l’uomo è la storia, e se la storia è maestra di vita, questo episodio dovrebbe indurre a riflettere, a rendere conto davanti alla propria coscienza e davanti agli altri dei nostri comportamenti. Davide lo fece. Lo potrebbe fare, oggi, qualche altro “ricco” e “potente”? La cronaca, in questi ultimi giorni, a livello mondiale, diffonde il grido delle numerose donne violentate e stuprate da personaggi ricchi e potenti, evidenziando come la lezione di Nathan a Davide è stata e resta ignorata. Sembra che si sia aperto il vaso di Pandora delle violenze sessuali e dell’abuso di potere, con il caso di Harvey Weinstein e dei tanti registi cinematografici, accusati di molestie e stupri. Una vicenda brutale e disumana che non riesce a trovare una soluzione equa e dignitosa. Ma, lo dovrebbe comunque, in nome di una autentica dignità della persona umana. Purtroppo, l’idea del “Miserere”, del pentimento per le colpe commesse, resta un’idea. Non una prassi.

I riti religiosi, con i sentimenti di pace e di serenità che producono, dovrebbero promuovere uno spirito di conversione (metànoia) e avere funzione di promozione umana. Si racconta che il grande scrittore francese Paul Claudel, entrando nella cattedrale di Nȏtre Dame a Parigi, ascoltasse il canto del Magnificat, restandone turbato, interiormente sconvolto. Il grande sociologo della religione Emile Durkheim, nel libro “Le forme elementari della vita religiosa”, sostiene che i riti fanno unire la collettività, e spesso le normali regole vengono infrante, rafforzando il legame di solidarietà. I riti collegano il presente al passato, il singolo alla collettività. Un rito è efficace quando produce stati mentali collettivi derivanti dal fatto che un gruppo è coeso al suo interno e periodicamente si riafferma. Non esiste società che non voglia ogni tanto rinsaldare i sentimenti collettivi e rivisitarli in certi periodi.

Annabella Rossi, antropologa, nel famoso libro “Le feste dei poveri” cerca di raccontare, di fotografare il comportamento dei fedeli, più che analizzarli. Ma è solo attraverso l’analisi e la discussione che la festa assume valore formativo. In questo caso, la processione del Venerdì Santo diventa momento di aggregazione, elemento emotivo che accomuna cittadini di diverse concezioni socio-politiche e perfino religiose, per ritrovare il senso comune dell’essere uomini.

Ma è anche l’istituzione che è tenuta al “mea culpa”, per scarsa o nulla evangelizzazione. La Chiesa di oggi, con l’aria di rinnovamento che si respira, può guardare con speranza alle tradizioni del passato, traendone ispirazione, rinnovandole interiormente e proiettandole verso un futuro in grado di affermare i valori più autentici della persona umana. Dal rito tradizionale si può e si dovrebbe passare ad una visione al futuro del messaggio e del contenuto rituale. Una riflessione ed una predicazione che diventano annuncio (kerigma) e testimonianza di vita in grado di coinvolgere le coscienze verso la trascendenza.

Il Miserere di Saverio Selecchy a Chieti, nella più antica processione del Venerdì Santo d’Abruzzo.